Barbara Kingsolver: “Demon Copperhead” (Neri Pozza, trad. Laura Prandino), di Valeria Jacobacci

Voluta e dichiarata l’allusione al David Copperfield di Dickens, in questo lungo romanzo, con l’ovvia differenza stilistica. E  guerra, anch’essa dichiarata, ai preconcetti, agli snobismi, alle incomprensioni, a ingiustizie e ostilità, più ancora che all’indifferenza, nei confronti di chi è debole in partenza, perché povero, oppure appartenente a una minoranza etnica o culturale o, anche (il caso del protagonista) un po’ tutte le cose insieme ed altre ancora, mali tipici dei nostri giorni. E al suo personaggio la Kingsolver, che con questo romanzo ha vinto il Premio Pulitzer 2023, non fa mancare proprio niente delle umane disgrazie. 

Un nome, quello dell’autrice, che a noi, non anglofoni e abituati alle traduzioni letterali e scolastiche, fa pensare a qualcuno che il “re” lo “scioglie” nell’acido. Ha un senso se il riferimento a un re ci porta a pensare a sudditi senza diritti o quasi. Sui nomi l’autrice indugia parecchio, il suo protagonista si chiama Copperhead, che vuol dire Testa di rame, il nome di un serpente, temibile ma tanto raro da essere leggendario.

    

A parte ciò, questo Pulitzer tocca temi attuali  e scottanti della società americana dei nostri tempi. 

La storia è ambientata nei Monti Appalachi, nella zona orientale dell’America del nord, che attraversano molti stati americani, e in parte anche il Canada, dalla Pennsylvania fino alla Georgia. Il nome Appalachi venne dato per la prima volta nel ‘500 dagli esploratori spagnoli, che da un villaggio indiano in Florida lo estesero all’intera zona montuosa, la tribù era Alpachen. 

Moltissimi film sono stati girati fra queste montagne, cosa che non ha reso la zona più ricca o turisticamente fortunata. Quello che la contraddistingue è un certo isolamento dalle grandi città e condizioni di vita piuttosto precarie. Ne fa le spese Damon, che racconta se stesso fin dal momento in cui è venuto al mondo.

La caratteristica di Demon (“demonio”) è di avere i capelli rossi e fluenti e incredibili occhi verdi, caratteristiche che ha ereditato dal giovane padre, morto per un incidente sulle rocce di un fiume in piena, mesi prima della sua nascita. Sono le particolari caratteristiche dei Melungeon, gruppo meticcio probabilmente formatosi da una colonia bianca mescolatasi con una tribù nativa, con successivi contributi afroamericani. Il motivo per cui  tali caratteristiche sono rimaste costanti  è l’isolamento delle regioni montuose, poco abitate e favorevoli a matrimoni fra parenti.

Demon è quindi Copperhead, Testa di rame, per il colore della sua chioma, ma anche per la somiglianza con l’astuto e invisibile serpente, è dotato infatti di una straordinaria forza di carattere che gli consentirà di sopravvivere a difficoltà e ingiustizie di ogni genere. La sua mamma è una diciottenne biondissima, timida e fragile, e irrimediabilmente drogata, che vive in una casa mobile ai limiti di un bosco.

I vicini di casa, e in qualche modo la sua unica e affettuosa famiglia, che lo accompagnerà nei pericolosi anni di un’infanzia da orfano, sono i Peggot, proprietari della casa mobile che ospita Damon e sua madre nei suoi primi sei anni di vita. Sono Mr e Mrs Peggot a raccogliere il neonato nel suo sacco amniotico, mentre la madre giace a terra incosciente, fra una bottiglia di vodka e i resti dell’Oxy, un medicinale che viene dato quasi gratuitamente per lenire il dolore ma ha tutti gli effetti di una droga.

A Demon sono accordati giorni felici fra i boschi, in compagnia dei figli e nipoti dei Peggot, Maggot, in particolare, uno strano ragazzino dai capelli lunghi, destinato a diventare sempre più strano crescendo, e zia June, che lo proteggerà per tutta la sua esistenza. Fin quando nella sua vita appare Stoner, il nuovo compagno della mamma che lo tormenta psicologicamente e lo malmena fisicamente.

Il dato saliente di questa narrazione è la voce narrante: Demon. Tutto passa attraverso di lui come un flusso di coscienza in uno slang che non deve essere stato facile tradurre. E’ un modo per entrare in un mondo saltando le descrizioni, il lettore vede, ascolta e riflette con la testa del protagonista, come se avesse una telecamera impiantata nel suo cervello. Da questa prospettiva assiste al funerale della madre, sfilano davanti ai suoi occhi le assistenti sociali che devono decidere della sua vita. E poi, fra alterne vicende, la grande delusione: i Peggot non possono adottarlo.

Incominciano le dickensiane avventure del piccolo orfano, da una fattoria dove è costretto a lavorare come un mulo, insieme a ragazzini dati in affidamento, in attesa di adozioni che non arriveranno mai, alla famiglia con quattro figli che spende i soldi del suo mantenimento facendogli patire la fame e costringendolo a lavorare. Alla fine, l’avventura delle avventure. Con una scatola di latta, contenente i risparmi messi faticosamente da parte, nascondendoli alle brame degli affidatari, scappa, una sera, diretto ad un paese vicino, dove sa che vive sua nonna paterna, mai conosciuta. Verrebbe  in mente il racconto di De Amicis, “Dagli Appennini alle Ande”, salvo che ormai alla crudeltà ottocentesca si è sostituito un cinismo contemporaneo, fatto di droghe e speculazioni moderne.

    

E’ un deciso cambio di prospettive quello che attende Demon alla fine di questo viaggio. Dopo essere stato derubato della preziosa scatola da una vecchia prostituta, riesce a trovare la casa di suo padre e, grazie alla somiglianza con lui, ad essere riconosciuto. Deve ringraziare la sua testa rossa e i suoi occhi verdi.

Non è tutto. La nonna lo affida a un vecchio amico, il coach di football della scuola dove il nipote sarà iscritto. La sua diventa la vita di uno studente americano delle scuole medie, abita in una grande casa, ha cibo, abiti e un’amica: Angus. Colmo del lieto fine, diventa un idolo del football della scuola, assicurando alla sua squadra una vittoria dietro l’altra. 

Ma stiamo parlando di un romanzo di seicentocinquanta pagine e la storia non finisce qui. Un giorno un giocatore della squadra avversaria lo atterra e lo riempie di botte, sotto la massa di corpi che lo sovrasta Demon sente spezzarsi un ginocchio, che non potrà più guarire. 

La musica cambia e la fortuna fa un’altra giravolta.

Proprio quando tutto va meglio tutto va anche peggio. E’ la storia delle droghe immesse fra i montanari in modo subdolo da chi le produce.

Zia June è infermiera e sa come vanno queste cose: nella valle non c’è lavoro, la gente disperata ha poco da fare, sono montanari, presi in giro per il loro accento nelle città, nipoti di minatori che lavoravano in miniere ormai chiuse da tempo, gente che non ha più un’identità. La droga costa poco, gli affari si fanno con lo spaccio facile perché tutti i giovani si drogano e diventano a loro volta spacciatori. Il primo passo si fa negli ospedali, con ricette facili che provocano assuefazione agli antidolorifici.

Non sto raccontando tutta la trama. C’è altro. 

Dory, una ragazzetta esile, affaccendata nel curare un padre di cui è unica figlia non è da meno. 

Il ginocchio dolorante e inguaribile, la perdita del ruolo di star nella squadra di football e Dory segneranno la vita di Demon. Chi legge scoprirà come.

     

Sono evidenti le tematiche di fondo di questo libro premiato per la sua attualità.

Ormai  i veri derelitti ed emarginati in America non sono gli afroamericani, o i messicani che premono ai confini, non sono quegli immigrati che, appena integrati, fanno scudo contro gli altri che tentano di fare altrettanto, non sono gli antichi abitanti, i nativi americani, ancora nelle riserve o resi invisibili, assimilati o neutralizzati. Non sono questi oggetto di razzismo. Il politically correct protegge molte categorie. Quelli veramente emarginati sono i “bianchi poveri non laureati”.

Fra questi ci sono le minoranze non protette da nessuno, soprattutto fra le montagne degli Appalachi, dove la modernità delle istituzioni di assistenza sociale è fittizia: gli assistenti sociali e gli insegnanti sono pagati pochissimo, le famiglie affidatarie di bambini in attesa di adozione sfruttano i sussidi, del resto esigui. 

Dopo la chiusura delle miniere di carbone non c’è  possibilità di lavoro e le vecchie abitudini rurali sono in pericolo. La solidarietà fra poveri è una delle caratteristiche di una società montanara, snaturata dalla modernità, principalmente da droghe e corruzione. Una società che era abituata a condividere tutto, nella quale il vicino di casa era uno di famiglia, come Demon per i Peggot.   

La realtà delle piccole città adiacenti alle montagne porta i nuovi modi per essere liberi: la conoscenza dei propri diritti, la cultura, unica finestra sul mondo.

Fuggire e restare. Restare per cambiare.

La Kingsolver vive col marito e i figli nel sud degli Appalachi, in una fattoria.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

“Alpe Colle” la libreria più alta d’Italia – intervista a Marco Tosi, di Amedeo Borzillo

Alpe Colle: la libreria più alta d’Italia che affascina per il progetto che sviluppa attorno ai libri: socialità, ospitalità, promozione del territorio.

Un avamposto di libri tra il Parco Nazionale della Val Grande e il Lago Maggiore. Un luogo dove scoprire in convivialità un mondo di libri.

Un Randagio montano si è fatto raccontare da Marco Tosi ( libraio che si occupa di libri usati, fuori catalogo e anche di libri antichi), anima di questa bellissima libreria, la storia di un’iniziativa che parte come progetto per creare e sviluppare il primo avamposto di libri in alpeggio in Italia. 

Sono nato e cresciuto sul lago Maggiore, e quando ho iniziato questo lavoro ero sempre via da Verbania: andavo a ritirare i libri in zona e poi andavo a fare i mercati lontano dal lago, a Milano, a Genova, a Torino, dove ho imparato il mestiere del libraio. Ma il fatto di dover sempre uscire dal territorio per lavorare per me rappresentava un limite, perché abitando in un posto molto bello a livello paesaggistico come il lago Maggiore e con tutto il suo entroterra, le sue montagne, il dover sempre andare in una grande città per lavorare la consideravo una sfida persa. Da qui la scintilla che ha dato il via al progetto: piano piano ho deciso di creare questo mercato del libro in montagna, dove la mia famiglia ha una casa dal 1933, e negli ultimi anni ho aperto il giardino di casa e creato questo mercato del libro a cielo aperto; una libreria a cielo aperto dove le persone possono arrivare e scoprire la magia dei libri usati e fuori catalogo. 

Stagione dopo stagione il progetto è cresciuto tanto che dall’anno scorso ho deciso di aprire tutti i weekend dalla primavera fino a Natale. In questo modo il libro diventa uno strumento per scoprire e promuovere il territorio, ma anche uno strumento di relazione umana, di ospitalità, per potersi conoscere, per poter creare consapevolezza del proprio territorio, dei ritmi di vita diversi. Insomma, il potersi prendere del tempo per sé per scoprire ciò che ci circonda.

La cosa molto bella che mi fa tanto piacere della libreria in montagna è che anche il pubblico è estremamente trasversale. Ogni weekend vengono a trovarci sia persone della zona che persone che vengono per scoprire le Alpi Lepontine dove è situata l’Alpe Colle. Un pubblico trasversale in termini di generazioni, dai ragazzi a famiglie con i bambini, su fino a over novanta. Infatti l’alpeggio si raggiunge in macchina ed è possibile per chiunque arrivare a trovarci e poi da qui partono tantissimi sentieri di tutte le tipologie per tutti i gusti, sia per chi vuol fare cose impegnative sia per chi vuole fare una passeggiata tranquilla vista lago. Abbiamo delle proposte di trekking durante tutta la stagione e, ripeto, sono passeggiate veramente stupende alla scoperta del territorio. L’altra cosa che ci tengo a sottolineare è che creo grande dinamicità sui libri che tengo in montagna: ogni settimana sono in giro a cercare titoli particolari da portare all’Alpe, che catalogo e che quindi metto in vendita. Il cuore centrale del progetto, quindi, è il libro, ma a corredo ho un angolo di prodotti tipici, per cui una persona può arrivare su da noi e assaggiare dei formaggi e dei salami nostrani, dei dolci preparati qua in zona, birre artigianali, vino piemontese, eccetera. La convivialità in montagna è importante e ho trovato un equilibrio tra queste due anime, quella dei libri e quella dei prodotti tipici. 

Alpe Colle è bellissima. I nostri lettori lo possono capire dalle foto che alleghiamo a questa intervista. Questa casa / giardino trasformata in libreria che storia ha?  

La casa fu costruita e acquistata dal mio bisnonno nel 1933 e fu sempre una casa di villeggiatura estiva. Nel giugno del 1944 fu rasa al suolo durante il rastrellamento nazifascista che colpì tutte le nostre montagne. Tutti gli alpeggi vennero distrutti e dati alle fiamme e anche la nostra casa fu distrutta. Fu poi ricostruita nel dopoguerra, nel 1951, da mio nonno. E quindi le radici della famiglia sono sicuramente in montagna, in questi luoghi tra le Alpi e il Lago Maggiore. L’idea di creare questo progetto è anche quella di lanciare un messaggio e cioè che i nostri territori possono essere recuperati. L’Alpe Colle era un alpeggio che negli ultimi decenni era lentamente stato abbandonato. Adesso sta tornando a vivere e questo è un segnale importante, creando lavoro, creando relazioni, creando anche consapevolezza della bellezza del nostro Paese. Infatti io spero anche che ci sia un effetto domino, e cioè che anche in tanti altri territori della provincia italiana si possa, seguendo le proprie passioni, con creatività, con professionalità, inventare nuovi percorsi lavorativi.

Prossime iniziative?

Marco Tosi

Questo mese di agosto sarà un mese ricco di novità. Questo weekend, per esempio, c’è la festa dei libri e del miele, in collaborazione con un amico che fa l’apicoltore da diversi anni che porterà i propri prodotti all’alpeggio. Sono molto contento anche di creare sinergie, perché creare network sul territorio con altre realtà è sempre fondamentale. Inoltre, per tutto il mese di agosto sarò aperto anche tutti i venerdì e la settimana di Ferragosto sarà aperto da mercoledì 14 fino a domenica 18. Creerò poi un momento particolare per la notte di San Lorenzo del 10, con la possibilità di venire a vedere le stelle all’Alpe in libreria… e tutta una serie di altri appuntamenti che si possono trovare sulle pagine Social della libreria Alpe Colle.

Amedeo Borzillo 

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

Un assaggio di “Mamma” di Valeria Parrella, racconto tratto da “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli)

Lo scandalo e lo sconcerto sui Social, si sa, durano un attimo come la bua dei bambini, anche quando le notizie meriterebbero un attimo di riflessione in più.

Alle Olimpiadi di Parigi martedì la squadra femminile italiana di spada vince l’oro. Repubblica nella versione online titola: “Italia oro nella spada a squadre. Francesi battute in casa. Le 4 regine: l’amica di Diletta Leotta, la francese, la psicologa e la mamma“.

Poco dopo, avendo probabilmente ricevuto qualche lamentela, per togliersi dall’imbarazzo, Repubblica cambia il titolo. Le 4 regine diventano: “la musicista, la francese, la psicologa e la veterana“.

Una gentile signora commenta: “Ora mi aspetto di leggere: francesi battuti dall’amico di Fazio, il tedesco, il commercialista e il papà”. Loredana Lipperini, la meravigliosa voce in pensione di Radio 3, pensa “a cosa avrebbe detto Michela“, riferendosi ovviamente alla Murgia.

Noi del Randagio, che non pensavamo di dover parlare di Olimpiadi, ci siamo ricordati di un racconto a nostro parere prezioso e per certi versi premonitore di Valeria Parrella, che si intitola “Mamma“, tratto dal suo ultimo libro “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli). E abbiamo pensato di darvene un assaggio, consigliandovi di leggere il racconto ed il libro nella loro interezza.

p.s. Le “4 regine” si chiamano: Rossella Fiamingo, Alberta Santuccio, Giulia Rizzi e Mara Navarria.

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“Era successo tutto nello stesso giorno, il giorno in cui mio marito, l’artista, aveva preparato dei segnaposti per il pranzo su cui aveva scritto il nome di tutti, tranne il mio.

O meglio: il mio segnaposto c’era, ma lui ci aveva scritto “Mamma”. Ora, si capisce che se lo scrive un figlio, d’accordo, ma se lo scrive un marito. Con l’orlo svolazzante della emme. Con una foglia d’agave che la contornava, acquerellata.

Al suo solito posto, a capotavola, c’era scritto “Raffaello”.

“Ci vuoi fare pure un ex libris?”

“Perché non ti piace?”

“Perché non c’è il mio nome.”

“Ma amore.”

“Ma no.”

“È un pranzo per nostro figlio, tu sei la mamma.”

Questo era, ma in fondo cos’altro aspettarsi? Se solo avessi mai avuto la certezza che andava con altre donne, se fosse stato evidente, voglio dire, io forse il cavalletto con tutte le tempere sul cranio glielo avrei spaccato, ma ’sta cosa non era mai stata appurata. Perché io non guardo il cellulare, non apro mail, forse non me ne importa davvero se va con altre. Capivo che andava con altre perché cambiava il suo modo di fare sesso. Cambiava posizione, tecnica, mugolio, la manata sul culo, cambiava qualcosa. “Mh,” pensavo io, “’sta roba gliel’ha spiegata qualcuno.” “Mh,” pensavo io, “’sta posizione viene da un altro letto” e così via per mesi e anni.

Che poi quelli passano senza che tu stia lì a contarli, e il cineforum al martedì con le amiche, e lui a esporre mostre nelle chiese – era un artista che esponeva sempre nelle chiese, aveva una gallerista che gli faceva da agente ma alla fine i suoi dipinti stavano sempre nelle chiese –, a stare via per tre settimane, e io sempre il cineforum al martedì con le amiche, e niente: aveva scritto mamma.”

Valeria Parrella: “Mamma”, tratto da “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli)

Danza e Letteratura: “L’Après midi d’un faune”, di Serena Cirillo

“La danza inizia dove le parole non esistono più”.  Con questa famosa affermazione Pina Baush voleva sottolineare il valore espressivo della danza come linguaggio universale, il suo potere di sintesi che ispira altre forme d’arte e spesso ne è ispirata.

E’ esattamente quello che succede con il poema di Stephane Mallarmé: “L’après midi d’un faune” (Il pomeriggio di un fauno), che ha creato intorno a sé, già dalla sua prima apparizione nella seconda metà del XIX secolo, un movimento artistico non indifferente coinvolgendo teatro, musica e danza, creazioni che vengono eseguite ancora oggi nei teatri lirici più importanti. L’après midi d’un faune, poema composto da centodieci versi alessandrini e opera più famosa di Mallarmé, è considerato una pietra miliare del simbolismo nella storia della letteratura francese. Il poeta Paul Valery, già fervente discepolo dell’autore, lo considerava addirittura il più grande poema francese di tutti i tempi. La versione iniziale fu scritta da un giovanissimo Mallarmé (appena ventitreenne) tra il 1865 e il 1867, periodo in cui, fresco di lettura di “Les fleurs du mal” subì maggiormente l’influenza di Baudelaire e la trasferì nei suoi poemi. Definito il più baudelairiano dei poeti simbolisti, elaborò un suo concetto secondo il quale la poesia pura era l’unico strumento per poter accedere all’assoluto e non aveva altro scopo che creare un mondo ideale. Il poeta non doveva riprodurre ciò che l’uomo già conosceva né raccontare il mistero, ma semplicemente evocarlo in un linguaggio poetico che non avesse nulla a che fare col linguaggio quotidiano. Mallarmé si affidava alla tecnica della suggestione per allontanarsi progressivamente dalla realtà; per lui il testo poetico non poteva essere chiaro o lineare, per cui l’ermetismo era fondamentale. La versione definitiva del poema “L’après midi d’un faune” vide la luce nel 1876 e suscitò grande scalpore sia per la forma che per il contenuto. I versi infarciti di termini rari o desueti, i vocaboli eccentrici, la sintassi disarticolata, il ricorso continuo al simbolo, descrivevano le esperienze sessuali di un fauno appena sveglio che raccontava in una sorta di monologo sognante delle ninfe che aveva incontrato o forse sognato. Frequenti le metafore a sfondo erotico in un’ambientazione bucolica tipica del classicismo, ma con uno stile completamente nuovo.

Il poema, pubblicato con frontespizio e illustrazioni di Edouard Manet, fu fonte di ispirazione per artisti della generazione successiva come Claude Debussy, che circa venti anni dopo scrisse la composizione per orchestra “Prélude à l’après midi d’un faune”, a sua volta Vaslav Nizinskij, che su quella musica creò nel 1912 la coreografia che prende il nome dal poema. Fu lo stesso Nizinskij a interpretare il ruolo del fauno nella prima all’Opera di Parigi della produzione che fu una grande novità per l’epoca. Per il balletto, nel quale un giovane fauno incontra diverse ninfe, amoreggia con loro e infine le rincorre, fu scelto uno stile deliberatamente arcaico. La melodia di Debussy serviva da paesaggio sonoro alla scena, mentre i movimenti dei ballerini diventavano violenti e discontinui, proprio come la sintassi del poema. La rottura con la danza classica, con il tecnicismo a cui i ballerini russi erano abituati, alla leggerezza dei passi, apparve molto forte, ma aprì la strada ad una nuova tendenza.

Inizialmente il balletto, a causa degli articoli negativi pubblicati su Le Figaro, non ebbe una buona accoglienza da parte del pubblico, scandalizzato, né della critica. Il pubblico rimase sconcertato da una danza molto differente da quella che era solito vedere; stupì anche il costume molto aderente, ma fu specialmente la mimica finale dell’atto sessuale che causò lo scandalo. Ciononostante rimase nel repertorio per molto tempo e per molto tempo ancora restò pressochè invariato, mantenendo uguale anche il costume del fauno. E’ stato più volte coreografato in nuove edizioni negli anni successivi fino ad arrivare alla versione più famosa, quella di Jerome Robbins nel 1953, riproposta in questi giorni al Teatro San Carlo di Napoli. La coreografia di Robbins è sicuramente più snella e scorrevole, allestimento scarno e scenografia ridotta al minimo, tutto il balletto è affidato al passo a due dei protagonisti, al San Carlo interpretati da Karina Samoylenko ed  Emanuele Torre nel primo cast, poi Claudia D’Antonio e Stanislao Capissi, e ancora Martha Fabbricatore e Raffaele Vitozzi. Un pezzo molto piacevole, dove la perfezione tecnica si sposa benissimo coi virtuosismi musicali della splendida composizione di Débussy, che a sua volta ricorda agli appassionati i versi straordinariamente innovativi di Stéphane Mallarmé.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

La Commedia umana di Édouard Louis in cinque romanzi autobiografici, di Gigi Agnano

In un’estate torrida, tra le classifiche del New York Times e gli scrittori griffati dello Strega, tra le lamentazioni di Mari e le riflessioni incontrovertibili di La Porta, i premi Bancarella e le bancarelle della miriade di festival letterari, del giallo, noir, ecc… vanto di ogni pro loco italica, io ho scelto di trascorrere il mese di luglio con Édouard Louis. E penso di aver fatto bene perché è giovane, è talentuoso e sfoggia belle t-shirt; poi è meno antipatico di Houellebecq, meno narcisista di Carrère, più sorridente della Ernaux e meno logorroico di Karl Ove Knausgaard.

Édouard Louis – Eddy Bellegueule è il suo nome di battesimo – ha oggi poco più di trent’anni ed è già al suo quinto libro autobiografico. Dieci anni fa la sua notorietà esplode in Francia – e a livello internazionale – con la pubblicazione del primo romanzo basato sulla sua vita che s’intitola “Farla finita con Eddy Bellegueule”, un successo da centinaia di migliaia di copie vendute, una trentina di traduzioni, adattamenti teatrali e l’individuazione da parte della critica di un nuovo grande talento sulla scena letteraria mondiale.

Nato nel ‘92 in un minuscolo villaggio nel Nord della Francia da una famiglia poverissima – padre operaio spesso disoccupato infine invalido e madre costretta a lavori saltuari -, Édouard Louis scrive fondamentalmente sempre la stessa storia: la sua. L’ambizione dell’autore è di descrivere la società che lo circonda, in una specie di balzachiana Commedia umana che prende avvio dal proprio corpo, dalla propria omosessualità, dal corpo delle persone che gli sono vicine. 

“L’autobiografia ti confronta con il reale, molto più della finzione, quello che succede è vero, presente, devi fare qualcosa. Impedisce di distogliere lo sguardo, ti impedisce di fuggire, ti chiede: cosa fai per rendere questo mondo meno brutto e meno ingiusto?”

I suoi romanzi sono come gli elementi di una pala d’altare, dove ogni tavola raffigura una fase della sua vita. Libro dopo libro torna più volte sugli stessi avvenimenti, riformula, modifica, corregge, approfondisce, infine dipinge. C’è sempre un corpo offeso -“l’insulto” lo chiama lui – e il tentativo di capire un mondo a volte incomprensibile attraverso le proprie sofferenze e quelle dei suoi cari. 

 Nel romanzo d’esordio Louis racconta le sue esperienze di bambino sensibile e di adolescente effemminato, esplorando le dinamiche familiari e sociali che determinano emarginazione e violenza, bullismo e omofobia in una comunità rurale e operaia povera, profondamente intollerante e maschilista. Il linguaggio è crudo, chiaro, diretto. Eddy affronta e uccide metaforicamente i genitori e anagraficamente se stesso cambiando nome. Ha fretta di cambiare anche tutto il resto, il viso, i denti, il modo di muoversi e la postura, di reinventare il modo di parlare e la cadenza, di far sparire tutto quanto possa ricordare la sua infanzia.

“Se durante le conversazioni con gli altri perdevo la concentrazione e nelle mie parole s’insinuava una sonorità tipica del Nord, mi disprezzavo, m’insultavo da solo, in silenzio. Mi davo del contadino, del campagnolo, m’insultavo come avevo fatto da bambino quando qualcuno mi diceva frocio e dopo mi ripetevo l’ingiuria per ore, come se l’altro fosse riuscito a inocularmi l’insulto, come se chi insulta avesse non solo il potere di insultare ma anche quello di obbligare chi è insultato a ripetersi l’offesa, in eterno, come se la violenza dell’insulto risiedesse in una complicità forzata; mi odiavo ma non mollavo mai, continuavo a esercitarmi, tutti i giorni, in tutte le occasioni, nella doccia, nei mezzi pubblici, devo far sparire l’accento, devo far sparire l’accento”

Nel secondo lavoro, “Storia della violenza” del 2016, narra, alternando prima e terza persona, un episodio realmente accadutogli a Parigi, dove l’incontro con un uomo di origini algerine si trasforma in un’aggressione e in uno stupro. È l’occasione per riflettere sui traumi della violenza, ma anche per parlare più in generale di argomenti come l’emigrazione, il razzismo e la miseria che sono l’humus in cui la società coltiva la violenza stessa.

Del 2018  è “Chi ha ucciso mio padre”, dove Louis torna sulla figura paterna, vittima di un grave incidente sul lavoro che gli ha spezzato la schiena, per evidenziare con una prosa incisiva e provocatoria l’ingiustizia delle politiche economiche e sociali operate dai vari governi Chirac, Sarkozy e Hollande, insensibili alle sofferenze della classe operaia. In particolare, alcune riforme hanno avuto una conseguenza diretta sulla vita del padre, costretto al ritorno al lavoro come spazzino nonostante l’ invalidità. Il testo, che ha la forma di una lettera, è anche un tentativo di riconciliazione dopo le tante incomprensioni di un dialogo difficile genitore-figlio.

Nel lavoro successivo del 2021 dal titolo “Lotte e metamorfosi di una donna” è centrale la figura della madre, ovvero il percorso di una vittima della violenza di classe e patriarcale dalla povertà e dall’esclusione sociale fino alla liberazione e all’ emancipazione; un archetipo per raccontare il ruolo delle donne e degli uomini nelle comunità più bisognose. Se il precedente “Chi ha ucciso mio padre” ha in molte parti la forma del saggio, della riflessione sociologica (Louis è un ammiratore di Pierre Bourdieu e deve moltissimo a Didier Eribon), nel racconto della madre la scrittura torna ad essere, come nei primi due lavori,  poetica e decisamente più letteraria.

In un’intervista dice: “affilo ogni mia frase come si affila la lama di un coltello”. C’è l’urgenza politica di dare un taglio all’ingiustizia sociale, alle disuguaglianze, alla violenza e ad un’identità maschile che ancora oggi si costruisce attraverso l’avversione al femminile e l’odio per gli omosessuali. La letteratura è l’arma di cui dispone per resistere, per ribellarsi, come direbbe la Ernaux, “per vendicare la sua gente”.

Infine, “Metodo per diventare un altro”, quinto ed ultimo romanzo autobiografico, il più personale e forse il più lucido, che si apre con:

“… forse chiunque direbbe che ho una vita davanti, che niente è cominciato ancora, eppure vivo già da tanto tempo con l’impressione d’aver vissuto troppo: immagino sia per questo che il bisogno di scrivere è così profondo, come un modo per fissare il passato nella scrittura e così, suppongo, per disfarmene; oppure può darsi che il passato sia talmente radicato in me adesso da imporsi nel discorso, in ogni momento, in ogni occasione, ha vinto lui e pensando di disfarmene non faccio che rafforzare la sua esistenza e il suo dominio nella mia vita, forse sono in trappola – non lo so.”

Il testo racconta ancora una volta la sua vita nella massima estensione, dall’infanzia miserabile al grande successo editoriale, dalla Piccardia agli appartamenti lussuosi di Parigi, dagli anni della sua prima fuga ad Amiens per frequentare per primo in famiglia il liceo agli incontri determinanti per l’esito salvifico del suo percorso.

Ancora una volta per svariate pagine si rivolge direttamente al padre, dimostrando di possedere una straordinaria capacità di raccontare la stessa storia – quella della sua vita – da una serie infinita di nuove angolazioni; segue una parte destinata a Elena, l’amica dell’alta borghesia a cui Édouard deve tutto, dall’imparare a stare a tavola alle prime letture e alla rivelazione della cultura. Elena è quella che gli fa scoprire che c’è un mondo in cui si cena ascoltando Mozart o Brahms – e non davanti alla TV -, un mondo che va ai cinema d’essai e alle mostre d’arte, dove si vive circondati da libri e quadri e dove i genitori discutono con i figli di progetti e problemi. Con Elena si stabilisce un rapporto con tutti i connotati (escluso il sesso) della bella storia d’amore, ma questo non impedisce che Édouard la metta da parte per la sua ambizione. Elena è la persona che più di tutte fa soffrire e tradisce via via che si realizza la sua ascesa sociale. Lo scrittore si difende e si giustifica, ma i suoi sensi di colpa si risolvono in un inciso tra parentesi: “[Non giudicarmi]”.

Perché Édouard Louis è concentrato solo su di sé, si intervista allo specchio, è monomaniacale ed è ossessionato dal cambiamento: reinventarsi, cambiare se stesso, migliorarsi, sul modello di amici, mentori e amanti che lo aiutano a forgiare una nuova identità. Quindi salvarsi e vendicarsi. 

“non volevo più solo somigliare agli altri, ma volevo andare più lontano di loro. Volevo fargli vedere che potevo fare ciò che nessuno di loro avrebbe saputo fare, portare a termine imprese e riuscire in tutto quello che loro non avrebbero mai creduto possibile. Ne parlavo con Elena e lei mi incoraggiava: Dimostragli che sei migliore di loro.

Ecco cos’è accaduto: il desiderio di vendicarmi dell’infanzia, lo stesso che mi aveva portato ad Amiens, era mutato in desiderio di rivalsa – non più solo contro l’infanzia ma contro il mondo intero.”

Come nel suo primo romanzo, torna sul cambio del nome, dell’aspetto, dell’ambiente e, in definitiva, della classe.  Poco importa se questa ascesa verso ideali borghesi comporti qualche tradimento e che si lasci qualche amico lungo il percorso. Potrebbe risultare irritante – e lo è  – ma Louis può essere anche toccante quando constata con amarezza: “La storia della mia vita è una successione di amicizie spezzate”.

Odissea e Metamorfosi, Commedia Umana e My Fair Lady, nella parte conclusiva del suo ultimo libro – bellissima, poetica dopo tanta ferocia -, raggiunge un livello di tragica lucidità che gli consente di comprendere – finalmente – in una nota rassegnata che tutte quelle tappe per “diventare qualcuno”, quelle mutazioni per eludere la sua origine proletaria, quei tradimenti, quella fame di successo, quella combattività nel volersi conformare a un mondo non suo, non sono altro che il segno di uno sradicamento doloroso e di un’eterna inquietudine che nascondono l’impossibilità stessa di essere felici.

Un finale tenero, lirico, emozionante ed immensamente malinconico: dopo tanto fuggire, in queste pagine Louis confessa il desiderio di tornare indietro per ritrovare casa, per rivivere in maniera accettabile quello che in passato non era vivibile. Qui Édouard, che in altre parti era stato un po’ ingenuo e ripetitivo, è insuperabile, dal punto di vista letterario e umano.

Per completezza aggiungo che in libreria potete trovare un libretto di meno di cento pagine che s’intitola “Dialogo sull’arte e sulla politica”, dove lo scrittore trentenne francese incontra l’ottantenne regista britannico Ken Loach, fonte d’ispirazione per i personaggi dei suoi romanzi. 

I libri di Édouard Louis in Italia sono pubblicati da Bompiani (Farla finita con Eddy Bellegueule, Storia della violenza, Chi ha ucciso mio padre) e da La nave di Teseo (Lotte e metamorfosi di una donna, Metodo per diventare un altro e Dialogo sull’arte e sulla politica).

Gigi Agnano