Intervista a Elvio Carrieri per “Poveri a noi” (Ventanas, 2024), di Gabriele Torchetti

Quando un ventenne al suo primo romanzo viene proposto da Valerio Berruti al Premio Strega, il lettore selvaggio s’incuriosisce e il Randagio corre a cercarlo. Elvio Carrieri, barese del 2004, scrittore e musicista, ha pubblicato “Poveri a noi” con Ventanas, un lavoro scritto in una settimana, un capitolo ogni notte, mentre nell’estate 2023 sosteneva l’esame di maturità. Gabriele Torchetti, il libraio della nostra libreria preferita, l’ha intervistato per i nostri lettori.

Ciao Elvio e benvenuto a Il Randagio. Hai poco più di vent’anni, hai un background come musicista e poeta, com’è avvenuto il passaggio alla narrativa? Ho letto che hai scritto Poveri a noi in una sola settimana, un capitolo a notte. Questa cosa fa pensare a una vera e propria emergenza comunicativa, è così?

Il passaggio alla narrativa è arrivato per sana e meravigliosa coercizione, come buttarsi in acqua senza saper nuotare. È avvenuto perché c’è chi mi ha sfidato dopo aver letto e pubblicato alcuni miei versi a confrontarmi con il mondo esterno, quel qualcuno è lo scrittore Francesco Forlani, che ringrazierò sempre piano piano saldando il conto di bottiglie di vino che gli devo. Forlani dopo mesi di pezzi di prosa commissionati, dall’inchiesta al reportage, mi ha lanciato la sfida del boss finale: hai fatto la maturità, ora sai fare un romanzo di novanta cartelle in otto giorni? E io l’ho fatto perché per una volta ho agito in conformità alla mia età anagrafica: con incoscienza. È nato, di fondo, un libro incosciente. E infatti rivestiti i miei panni senili appena ci ho rimesso mano l’ho rovinato, menomale che ho avuto un editing. Altro che emergenza comunicativa…

Noi lettori sfegatati e boomer aspettiamo con ansia le proposte degli amicidella domenica per il Premio Strega, è stata una piacevole sorpresa trovare nella rosa dei titoli il tuo Poveri a noi (edizioni Ventanas). Valerio Berruti tra le parole usate per proporre il tuo libro ha scritto: “un libro profondo per le sensazioni che riesce a risvegliare, per l’ironia e il sarcasmo a volte snobistico dei dialoghi ma anche per la speranza che la cultura e le idee possano salvarci”, ti ci ritrovi in queste motivazioni?

Mi ritrovo molto di più in un altro aggettivo utilizzato da Berruti che mi ha lusingato: implacabile. Quando parla di lingua implacabile io non posso far altro che darmi una pacca sulla spalla. Il plot di Poveri a noi si snoda tanto sulle idee, perché è a suo modo un romanzo di idee (e si noti bene, non di messaggio o morale), quanto sulla lingua. Un barese cinico violento senza sottotitoli volutamente straniante, questo era il tentativo, anzi direi che era l’inevitabile. Mi piace molto anche il ritorno di un aggettivo che era stato già usato per parlare di Poveri e mi aveva fatto sogghignare: snobistico. Valerio Berruti ha centrato, poco da dire se non un grande grazie.

Poveri a noi ha un arco temporale di vent’anni, tutto ha inizio nel cortile di una scuola media nella periferia barese, mentre Plinio viene massacrato di botte da un compagno fascistello, Libero assiste inerme alla brutalità dei fatti. I due protagonisti sono dei ragazzini che successivamente diventano amici, il loro è un rapporto basato sulla protezione reciproca, ma nello stesso tempo soffocato dal senso di colpa di Libero. A distanza di quasi vent’anni continua a rimpiangere il suo mancato intervento in difesa dell’amico. Puoi dirci qualcosa in più su questi due personaggi, chi sono e come evolve il loro rapporto nel corso degli anni?

Si tratta dello stesso personaggio: da una parte l’inazione e la passività e dall’altra il suo svolgersi, il dato fisico che riporta le conseguenze del non agire, del non saper agire. Da una parte Libero, professore che si narra e narra la sua colpa eterna e nevrotica, dall’altra, sempre accanto a lui come una condanna, sto corpo malmenato dell’amico Plinio che si porta appresso. Non è un caso che la descrizione del corpo di Plinio torni sempre per tutto il romanzo come una sorta di leitmotiv della bruttezza. È iperbolico, è grottesco, e genera un senso di colpa altrettanto iperbolico e grottesco. Ma si tratta dello stesso personaggio scisso in due, due che uniti e ricomposti suscitano solo un forte sentimento di pietà.

Nel tuo libro c’è anche spazio per l’amore, quello tra Libero e Letizia. Devo ammettere che ci sono battute (a volte cattivelle) che mi hanno fatto decisamente ridere. Puoi dirci qualcosa in più su questo personaggio femminile e sulla dicotomia ricorrente cittadino/paesano?

Si tratta del personaggio di Poveri più odiato e più amato. Due ragazze in una scuola dove ho parlato di recente si sono scannate su Letizia e in alcuni incontri non mi hanno risparmiato da velate accuse di mansplaining o in generale di poca clemenza nei confronti dei personaggi femminili. Ma io sento queste cose e gongolo. Letizia in narratologia si direbbe un personaggio a funzione motrice, senza di lei l’azione non parte, e Libero rimane fermo a narrare sé stesso in questo uroboro di lettere e colpa. Ma è anche (e questo non mi è stato perdonato) un personaggio a funzione di specchio, quello sul quale vengono scaricate le nevrosi degli altri e che dunque si è meritato un minore approfondimento psicologico. Specchio e motore dell’azione, Letizia è nella mia mente fantasticante un corrispettivo dell’Anna soror virgiliana, non direi una citazione ma una bella coincidenza a posteriori. Questo la salva anche dalla condanna di tutto il libro: lo schifo interiore di ogni attore per qualche motivo non tocca lei, che rimane sullo sfondo come unico personaggio realmente positivo in un mare di merda. Il suo essere paesana e dunque oggetto di scherno da parte dei personaggi metropolitani mi è servito a trattare uno dei grandi temi di Poveri, cioè l’odio che ancora vige e sempre vigerà tra urbe e contado.

A proposito di città, Bari è sicuramente comprimaria nella tua narrazione. Il tuo è un ritratto nitido e amaro, distante anni luce dalla narrazione fiabesca della Puglia e del nuovo trend “Bari”. Innanzitutto ho molto apprezzato il fatto che tu abbia oltrepassato i confini (altoborghesi) del centro al di là della stazione ferroviaria. Qual è il ruolo che gioca la città nel libro e nel tuo privato?

Credo che l’unico tratto autobiografico di Poveri sia nel rapporto con Bari, nel senso che gioca nel mio privato esattamente quello che gioca nel libro: il rimpianto e anche qui un forte senso di colpa. Mettere in prosa la storia tragica delle permute del murattiano raccontatami da mio nonno è stato utile per riappacificarmi con lo schifo urbanistico e architettonico che vedo ogni giorno passando per le vie del centro, per farmi sentire in fondo che qui nasco qui muoio e a questo luogo appartengo. Insomma per farmi sentire un provinciale, proprio così. Questa città non mi molla, ma grazie a Poveri a noi l’ho raccontata nel suo apparato fallimentare e corrotto, altro che trend, e non c’è stato neanche bisogno di tirare troppo in mezzo la malavita, bastava la storia architettonica a parlare da sé come metafora di autodistruzione consapevole.

A proposito di Bari, ogni capitolo si apre con una parola chiave rigorosamente in dialetto: Trmòn, Prfssò e via dicendo. Come mai questa scelta? Senza addentrarci troppo nell’elenco, parliamo soltanto di Trmòn, qual è la sua presunta etimologia e perché sei partito proprio da questa parola?

Partire da Trmòn vuol dire sfidare subito il rischio macchiettistico del folklore come prodotto confezionato per far ridere e strizzare l’occhio a certa prosa di tendenza. Ho dedicato il primo capitolo a questa parola per semplici esigenze affettive: è una delle parole più riconoscibili del nostro dialetto e soprattutto tra le prime che ho imparato a pronunciare correttamente, con questa o chiusa che si apre più sali geograficamente e che scendendo verso il Salento inizia a scomparire dai radar insieme a tutte le altre lettere. L’etimologia farlocca che riporto è il primo esempio della strategia di lingua che applico in tutto il libro. La contraddizione stilistica e lessicale, la convivenza di estremi opposti nei registri fanno sì che un termine così brutale venga riportato alle grazie di Nicolò Piccinni e della sua corte francese elegantissima, che in assenza di cortigiane doveva sollazzarsi “in altro modo-autrement” (da cui trimone, l’atto di masturbazione maschile), durante la trionfale visita di ritorno a Bari dalla Francia, decisione voluta dal maestro in segno di rispetto verso la sua città d’origine.

Ho letto un tuo post che mi ha fatto molto ridere, hai scritto chele interviste sono qualcosa di democristiano e allora torniamo un attimo al libro e in qualche modo al “democristiano”, c’è una figura che viene citata più di una volta, un cameo inconsapevolmente irriverente, quello dell’assessore alla cultura. La tua è una critica impietosa al sistema, secondo te qual è la visione politica, sociale, culturale che manca?

L’assessore alla cultura, un altro leitmotiv di Poveri a noi. In questo caso se il corpo di Plinio era il leitmotiv della bruttezza l’assessore sarà quello della mediocrità culturale? Non necessariamente, perché ti dico pure che quando ho scritto il romanzo l’assessore alla cultura lo stimavo. Certo in Poveri non può che risuonare come monito a ciò che oggi è davvero evidente: la cultura o quello che intendiamo per cultura non dovrebbe avere assessori, non dovrebbe perché non è una cosa da amministrare, non è una cosa che va sempre in accordo con la politica. Neanche l’antropologo riesce ancora a dirci cos’è effettivamente ‘sta cultura e noi invece ci piazziamo subito gli assessori. Per me è un cortocircuito da cui non si riesce a venir fuori, e allora io direi che se proprio la vogliamo amministrare ‘sta cultura sarebbe il caso di fare un reel in meno e formarsi di più in qualunque altro modo, magari interloquendo con chi se ne occupa davvero. È triste prendere atto di quanta arte in Puglia non venga valorizzata e finanziata mentre i fondi si indirizzano verso chi sfrutta il neoumanesimo tiktokiano, roba da uscire pazzi, certamente più remunerativa e strategica rispetto ai nostri poeti, che ci sono e sono vivissimi. Ma la cultura non è affar mio, mi occupo di altro per fortuna.

Nonostante tu abbia poco più di vent’anni, sei riuscito a scrivere una nuova commedia all’italiana, perché il libro è arguto, divertente e nello stesso tempo lascia una nota amara al palato. Chi sono questi Poveri a noi?

Ti ringrazio per il complimento. Poveri a noi sono quelli che come i miei personaggi non sono e non saranno mai generazionali, non edificheranno moralmente mai alcun lettore o alcuna lettrice, non diranno come comportarsi e non indicheranno mai il bene rispetto al male ma anzi sguazzeranno nell’ambiguità etica e concettuale, non useranno le lettere come strumento di posizionamento sociale ma le bestemmieranno e le benediranno ogni giorno, in definitiva non fungeranno mai da specchio.

Chiudiamo con il consueto consiglio di lettura, sei entrato nella scuderia di Ventanas, una casa editrice che pian piano sta proponendo titoli molto interessanti. Hai qualche suggerimento da darci?

Leggete Il commerciale di Rubens Shehu, un vero libro implacabile.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Marilù Oliva: ‘’La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre’’ (Solferino, 2025), di Claudio Musso

Proviamo a considerare la Bibbia letteratura e non dogma. In fondo essa è un insieme di racconti orali che prendono forma nel vicino Oriente Antico e abitano un momento storico in cui tutto deve essere ancora deciso. Vi ritroveremo figure che abbiamo conosciuto nelle ore di religione, che sono state protagoniste di film e di serie tv, che la storia dell’arte, di ieri e di oggi, ha dipinto per sempre su tela, eternizzato sul marmo, rendendole vive e palpitanti di osservazioni e riletture. E non sono mancate trasposizioni teatrali e chiamate in causa di alcune figure bibliche per spiegare il nostro presente. Insomma una libreria di vite, lontane nel tempo ma croniste di un certo modo di stare al mondo, sempre a portata di mano e che in molti hanno sentito il bisogno di riannodarne i fili. E qui troviamo Marilù Oliva e il suo La Bibbia edito da poche settimane da Solferino Editore.

Aveva ragione Dostoevskij quando era solito ricordare che questo insieme di testi appartengono a tutti, fanno parte del nostro patrimonio culturale, perché è un libro per e dell’umanità. Come non possiamo dare torto a chi, vedendo nuove traduzioni, aggiunte e revisioni, sottolinei come la Bibbia sia una sorta di testo in fieri nel senso che in quelle pagine molto si racconta ma molto si sottace.  

Ma, lasciando gli esegeti al loro importante lavoro, un elemento risulta lampante ma storicamente spiegabile senza scomodare nelle nostre riflessioni facili femminismi: se la Bibbia è un palco, il ruolo di primo attore è quasi esclusivamente dato agli uomini che sono i protagonisti di avventure e disavventure e devono vedersela con un Dio regista esigente, per non dire autoritario. Le donne, salvo rarissimi casi, stanno nel dietro le quinte e spesso non compaiono neanche come interpreti nel cartellone. La loro assenza di voce, parole e significati, e anche inferiorità è un dato di fatto per la mentalità di quelle popolazioni che nel loro nomadismo non hanno ancora trovato un posto per le proprie donne, se non come strumento di procreazione e di garanzia di discendenza.

«Nessuna situazione preserva una ragazza. L’onta del serpente ci accompagna, come se ci meritassimo un destino sfavorevole. Se una di noi non si sposa, la sua esistenza non ha senso per la comunità. Se si sposa, può essere sfortunata e trovare un marito stolto. Se non resta incinta, viene disprezzata. Se questo avviene, teme il giorno del parto, poiché ha visto tante donne morire mettendo alla luce un figlio. Se il marito la maltratta, deve tacere e prenderle in silenzio. Se la rispetta, lei soffre all’idea che potrebbe perderlo in guerra, in un agguato, per una malattia. Se si ammoglia con un sovrano, deve accettare che lui giaccia anche con altre»

Così osserva con acume e rassegnazione Micol, una delle tante mogli del bello e sfuggente David che vince sul gigante Golia e una delle protagoniste, voci narranti e soliste di questo libro. Perché cosa fa Marilù Oliva dopo avere dato prova in passato di rileggere da prospettiva femminile le grandi opere dell’epica classica? Confeziona un libro essenzialmente ad intarsio, mantiene come stella polare la versione ufficiale delle scritture e, pur concedendosi qualche virata e approdando a lidi narrativamente sconosciuti in onore all’arte del romanzo, dà voce alle donne della Bibbia.

Nel suo viaggio le pone infatti alla prua e non alla poppa della barca con cui attraversa le vicende che vanno dall’Eden ai patriarchi del Regno di Israele rendendole narratrici di fatti che hanno sotto i loro occhi e intrama le sue pagine con cosa avrebbero potuto dire nella contingenza di quegli eventi, quando il mare è in burrasca, quando soffiano venti contrari o quando il nemico è lì che ti aspetta sull’altra riva e, in generale, quando si è immersi in situazioni che anticipano l’Apocalisse.

In sostanza ci offre la possibilità di immaginare pensieri, opere e emissioni di alcune figure che comunque sono rimaste nel ricordo del lettore per via di letture o rifrazioni pregresse. Non ci offre una nuova versione dei fatti perché non avrebbe senso cambiare la Bibbia (del resto di Vangeli secondo Tizio o secondo Caio con nuove sensazionali scoperte inedite le librerie abbandonano, fatta eccezione per la versione di Saramago che vale l’esperienza di lettura) ma uno sguardo in più, che è portatore di una sensibilità diversa, su quanto sappiamo dalla Bibbia e dal suo senso.

Del resto qualcuno si sarà chiesto cosa pensasse Eva di quanto le è accaduto dopo la tentazione del serpente, lei che non si arresta al che delle cose ma cerca il perché? Di Lia, la seconda moglie di Giacobbe che è costretta a condividere il proprio uomo con la sorella e che, prolifiche o meno di figli, sono spettatrici passive degli accordi tra gli uomini e non hanno voce in capitolo? Di Miriam, la sorella di Aronne e Mosè, che insieme ai fratelli forma, licenza di Oliva, un formidabile trio guidato dal senso di giustizia per salvare il proprio popolo dalla schiavitù in Egitto, che ascolta sul Sinai le parole di un Dio che la ignora e che la punisce, dopo un diverbio con Mosè, perché una donna che dissente è più empia di un uomo che fa la stessa cosa? Dell’indomita Giuditta, l’eccezione in questo caleidoscopio di donne sempre un passo dietro gli uomini, che sfida Oloferne? Di Maria Maddalena che è presente in tutti i momenti cruciali della passione di Gesù mentre gli apostoli sono altrove?

Quanto sono credibili le versioni di Marilù Oliva in questa sua nuova impresa letteraria? In fondo non è tanto determinante quanto dicono – anche se è sempre suggestivo potere contare su nuove voci nella comprensione di un coro e affinare il nostro ascolto – ma chi sono coloro che dicono e che sono rimaste sempre ai margini del racconto biblico. Sono donne che per tutta la vita non si sono mai allontanate dalla strada maestra degli uomini, hanno ripercorso gli stessi spazi, senza mai sconfinare con lo sguardo in un mondo troppo concentrato a crearsi una credibilità e un futuro.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Intervista a Mariella Medea Sivo per “Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni ’70” (Secop, 2025), di Gabriele Torchetti

Mariella Medea Sivo, pugliese, scrittrice, editor e ghostwriter, collabora con blog e riviste e ha all’attivo la pubblicazione di racconti e testi teatrali. Divulgatrice letteraria e attivista impegnata da anni nella sensibilizzazione sui temi della violenza di genere, è curatrice di varie rassegne. “Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni 70” è il suo esordio letterario, inserito in una collana di narrativa, da lei diretta, della casa editrice Secop dedicata alle voci femminili. L’ha incontrata per noi l’inesauribile Gabriele Torchetti.

Ciao Mariella e benvenuta a Il randagio. Medea ormai è parte integrante della tua identità letteraria e artistica. Toglici una curiosità, perché tra tanti personaggi della mitologia greca e della letteratura hai scelto proprio questo nome?

Ciao Gabriele e grazie per questa intervista. Dunque, il mio nome d’arte, Medea, non si rifà alla donna furiosa di amore e gelosia che uccide i suoi figli, che pure ho amato soprattutto nella versione euripidea, ma alla potentissima maga che attraverso filtri e pozioni cura. Ecco, mi piaceva l’idea di una maga capace di curare attraverso le parole, i libri. Medea ha la stessa radice di medicina, medico. Una Medea “buona” insomma.

Da anni lavori incessantemente nel mondo dell’editoria, hai intervistato tantissimi scrittori, pubblicato recensioni per riviste letterarie e siti web, sei editor per case editrici indipendenti, curi personalmente una nuova collana narrativa, nei ringraziamenti finali del libro ti definisci “una lettrice con nessuna voglia di diventare scrittore” e invece eccoti qui con Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni’70 (Secop Edizioni), qual è stata la spinta che ti ha catapultata in prima persona nella scrittura?

Ho voluto misurarmi con la scrittura, con la tecnica legata alla scrittura, dando ascolto alla me più incosciente e scanzonata. Proprio perché non ho velleità da scrittore, che avevo da temere? Nulla! Tendo ad annoiarmi, per cui ho bisogno di diversificare le mie attività. Ok continuare a leggere, che resterà per sempre la mia passione prioritaria, ok lavorare come editor e ghostwriter, ok scrivere recensioni e post su facebook, ma ritengo sia salutare abbandonare la comfort zone per esplorare nuovi ambiti e, chissà, scoprire nuovi talenti. Scherzi a parte, la mia pubblicazione è un vero e proprio sperimentalismo letterario che ruota intorno al mio amore per le donne. E saranno le donne le protagoniste dell’intera collana, ognuna con il suo particolare punto di vista.

Dodici racconti in bilico tra favola e abisso, qual è il fil rouge che accomuna le protagoniste di queste storie? Chi sono queste “ragazze”, le hai conosciute di persona o sono frutto dell’immaginazione? C’è qualcosa di te in loro?

Grazie per aver posto attenzione al sottotitolo che sfugge a molti: tra la favola e l’abisso. Questo sottotitolo è riferito al prologo e all’ultimo racconto, quello in orizzontale, la voce maschile ospitata all’interno del mio carosello femminile. Il prologo è stato scritto dalla me sedicenne, preso dal diario di scuola del 1987. Il racconto è stato scritto invece da mio figlio Gabriele Piccarreta quando pure aveva sedici anni, nel 2014. Mi ha colpito molto la diversa visione dell’utopia che due sedicenni hanno sviluppato a distanza di quasi trent’anni. La mia è incantata, magica, delicata. Quella di Gabriele è molto più cruda, è incentrata sull’assetto politico e sociale, è distopica, un abisso dentro cui sprofondare. Queste due diverse interpretazioni dell’utopia, come una sorta di parentesi, contengono le dodici favole il cui fil rouge è la possibilità, ovvero la finestra sulla felicità che ciascuna di noi ha il diritto e il dovere di spalancare, quanto meno di provarci. Le protagoniste attingono al mio patrimonio autobiografico e biografico, nel senso che sicuramente veicolano particelle del mio vissuto, sia diretto sia indiretto. Mi piace molto ascoltare, sono una spugna, assorbo storie e le faccio sedimentare nella mia testa. Le assimilo e poi le restituisco al mondo in forma di scrittura. L’ho sempre fatto, dapprima in forma privata, sul classico diario personale, questa volta in forma pubblica, accessibile a tutti. Inoltre, quasi tutte hanno il nome che inizia con la emme, che è pure l’iniziale di Mariella e di Medea, di madre, maga, mare, malattia, memoria… La emme  è il mio esserci in ognuna delle donne che sono raccontate in questo libro, che sono quindi degli ibridi, metà me e metà altre. 

Questo è l’incipit poetico del racconto L’ottativo desiderativo: “I suoi fiori preferiti erano le peonie dei grandi e delicati petali disposti a strati, come i classici gonnellini in tulle delle ballerine di Degas, ma lo erano anche i tulipani dall’aspetto marziale. Perfetti per stare insieme. Peonie e tulipani amanti del sole, attrazione irresistibile per le piccole api, delizia per gli occhi”. Spesso diciamo che la realtà supera la fantasia, puoi dirci qualcosa in più su questa “favola” che trae ispirazione da un triste episodio accaduto in Puglia?

A luglio dell’anno scorso mi colpì molto a livello umano la storia di una insegnante di Martina Franca che era arrivata al giorno del suo matrimonio senza che vi fosse lo sposo. “Si era fatta il film”, come diciamo tra noi donne. Ho voluto provare a mettermi nei suoi panni, mi sono seduta accanto a lei, in senso metaforico chiaramente, e ho ascoltato la sua versione dei fatti. Perché capita spesso che si giudichi qualcuno senza capire ciò che lo abbia spinto a determinate scelte e azioni. Quella donna mi ha fatto molta tenerezza, l’ho immaginata circoscritta nella sua solitudine, avviluppata al suo sogno. Da questa empatia è nato il racconto.

Una donna che parla d’amore è sempre vista con sospetto, una donna che parla di sesso ancora di più. In alcune delle tue favole l’eros è un elemento preponderante e imprescindibile nella narrazione. Curiosità, esplorazione, desiderio, Puoi dirci qualcosa in più su questi racconti?

Durante il Covid mi fu chiesto di organizzare una serie di reading dedicati alla letteratura erotica. Presi in considerazione ben venticinque libri, dal Delta di Venere di Anais Nin a La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata, passando per I cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. Vuoi che non mi abbiano lasciato in eredità un certo gusto per l’eros espresso con le parole? Senza parlare del mio amore viscerale per la letteratura greca e romana, nelle quali l’eros è uno dei temi preferiti. Pensa a Petronio, Catullo, Ovidio, Apuleio, a Saffo. L’eros fa parte della nostra vita, è una componente essenziale, per cui ho voluto includerlo tra gli ingredienti delle mie favole. Eros che prescinde dal sesso, dal genere. Eros come seduzione, come l’immaginazione che fa l’amore con le parole. Mi hanno sorpresa le reazioni di alcuni lettori che si sono detti “scandalizzati” da questi racconti. Nel 2025??? In un tempo di ostentazione e pornografia dei corpi? Ci deve far riflettere questa cosa. Sotto gli occhi ci scorrono corpi esposti come capi di macelleria, però esclamiamo “oh!” se leggiamo un racconto in cui una donna fa l’amore. Ho cercato di creare la giusta atmosfera, così da far crescere fisiologicamente la tensione e preparare il lettore a godersi l’eros spogliandolo del suo bagaglio di dubbi e remore moralisticheggianti. Ma non è così facile come pensavo.

La Puglia è probabilmente “la ragazza” più presente tra le tue pagine

La Puglia è protagonista assoluta del primo racconto, il più autobiografico. Un racconto cui sono particolarmente legata perché ha ricevuto l’imprimatur del grande Alessio Viola, tra i miei più sinceri sostenitori. E’ però una Puglia poco turistica, poco patinata, la mia. Sicuramente non verrò assunta dall’Ente Turismo regionale per la promozione del territorio a scopo attrattivo-turistico. Parlo di una terra bella ma tradita dai politici, che sono poco interessati allo sviluppo delle infrastrutture. Per cui anche solo raggiungere una spiaggia che è a dodici chilometri di distanza diventa problematico. Accade, eh. Tutto il mondo si riversa sulle spiagge pugliesi nei mesi estivi, mentre chi vi abita stabilmente non riesce a farsi un bagno al mare perché ci sono pochi pullman che collegano l’entroterra alle città marittime. 

C’è una sorta di ritrosia nei confronti dei racconti, secondo te perché? Tu da lettrice vorace e curiosa che racconti consiglieresti alle amiche e agli amici de Il Randagio?

Siamo ancora legati alla letteratura ottocentesca, ai grandi romanzi. Siamo fortemente condizionati dallo studio della letteratura scolastica. Leggere per noi italiani equivale a creare dei legami affettivi con i personaggi. Noi siamo quelli delle saghe, dei sequel, delle serie. E invece io sono innamorata follemente dei racconti. Ora si usa chiamarli short story, dimenticando che le origini del racconto sono qui. D’altronde le favole stesse possono essere considerate un ottimo esempio di racconto, e così abbiamo anche spiegato il titolo. Ho amato le novelle di Boccaccio, la novellistica siciliana (Verga e Pirandello). Considero La lupa di Verga il capolavoro assoluto del genere. Costruire una buona architettura del racconto non è cosa facile, devi misurare, tagliare, aggiustare, calibrare. Devi trovare il ritmo giusto , la tensione minima che dia vigore alla storia. Ma poi che piacere leggere! Il racconto anche solo per tempistica è compatibile con la vita frenetica che viviamo. Ne leggi uno in treno, durante le attese, prima di addormentarti. Poi chiudi il libro e te ne dimentichi. Ogni racconto ha un suo tempo vuoto attorno. Non resta nulla in sospeso come accade, invece, con il romanzo. I racconti sono per tutti, anche per i lettori occasionali, poco allenati. Posso consigliare, tra i più capaci e brillanti autori di racconti, Luca Ricci. Pisano di nascita, romano di adozione, una sorta di Carver nostrano. Non che sia una copia dell’autore americano, intendiamoci. Lo eguaglia in talento, questo voglio dire. Consiglio di iniziare con la raccolta L’amore e altre forme d’odio. Ve ne innamorerete perdutamente. Crea dipendenza! Poi consiglio i Sessanta racconti di Dino Buzzati, libro che vinse lo Strega nel 1958 e in cui tutto sembra normale ma niente lo è. Vi colpirà lo sguardo di sguincio, la prospettiva, l’inquadratura. Mi piace concludere citando Stephen King che dice che il racconto è come un bacio veloce, nel buio, ricevuto da uno sconosciuto e che proprio nell’intrinseca brevità del gesto risiede la sua speciale attrazione. 

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Fabio Stassi: “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

Sto riordinando le idee e le emozioni, preparandomi a trasformarle in parole capaci di trasmettere ai lettori de Il Randagio quello che si prova a leggere Bebelplatz. La notte dei libri bruciati di Fabio Stassi.

È proprio in questo momento che fa breccia in me la notizia della cerimonia di apertura della festa per la capitale europea della Cultura che, per il 2025, premia i comuni gemelli di Gorizia e Nova Gorica come esperienza senza precedenti di cultura transfrontaliera, nata nonostante i conflitti e i confini. Assaporando l’eccezionalità della scelta che mi parla di coraggio e di fiducia nella cultura nonostante le ombre, le incertezze e le paure che, in questi tempi, si addensano vicine e lontane da noi, comincio a scrivere. Ma ecco che – a voler cogliere una risonanza positiva – una news dal fronte di guerra di Gaza mi informa che le truppe dell’esercito israeliano si stanno ritirando dal corridoio militarizzato di Netzarim che ha diviso in due la Striscia di Gaza e che da oggi i palestinesi potranno tornare ad attraversare senza essere fermati dai militari israeliani. In rapido susseguirsi, e come se questi segni, già forti, non bastassero a incorniciare il mood in cui scrivo questa recensione, con una sincronicità perturbante con il nuovo libro di Stassi, scopro che la polizia israeliana ha sequestrato le tre librerie arabe a Gerusalemme est con l’accusa che vendevano volumi sovversivi. Proprio quelle Educational Bookshop, su Salah ed-Din, la via principale della Gerusalemme araba, che da anni sono conosciute come un’oasi di tolleranza e discussione.

Cornice tanto unica quanto reale questa, offerta dall’attualità, che si presta inaspettatamente a ripercorrere con voi lettori randagi, l’itinerario del viaggio spaziotemporale di Fabio Stassi, attraverso libri e autori, bruciati e esiliati, verbrannte und verbannte.

Il taccuino di viaggio che lo scrittore-lettore-bibliotecario Stassi annota pazientemente con andirivieni stilistici da un anno all’altro, da un autore all’altro, da un confine e una geografia all’altra, ci fa seguire una pista che sa di fuochi e di cenere, di ingiustizie abusi e sopraffazioni accesi da ideali e atti forti e simbolici da cui “nascano uomini di carattere, non più fatti di libri… L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere” (sic Joseph Goebbels, Berlino, 10 maggio 1933).

Bebelplatz, il titolo dell’opera pubblicata da Sellerio a ottobre 2024, è una dedica a ‘La notte dei libri bruciati’ la cui matrice, in una variabilità diacronica, si ripete dal rogo della biblioteca di Tebe del 1358 a.C. al più recente rogo con cui nel 2015, l’Isis, devastata la biblioteca di Mosul, dà fuoco a migliaia di libri ‘non conformi alla dottrina islamica’. A corollario del suo catalogo di fuochi librari, Stassi ci informa anche dei libri censurati e condannati alla distruzione o alla damnatio memoriae, da quelli di Lucrezio, Seneca e Tacito, passando per i fantasiosi Alice di Lewis Carroll, Winnie Puh di A.A. Milne e Il Mago di Oz, sino ad arrivare ‘in casa nostra’, a Venezia, dove, ancora nel 2015, il sindaco ordina il ritiro dalle scuole di 49 libri per l’infanzia perché lasciavano trasparire un’idea di famiglia non tradizionale.

La storia letteraria dei roghi dei libri giunge sino a noi con il titolo del prolifico autore Fabio Stassi. Romano, di origine siciliana, bibliotecario presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza, è un emblematico scrittore randagio on the railroad che predilige il setting ferroviario per raccogliere le idee e scrivere i suoi libri. La musica delle parole è la cosa più importante in letteratura, ha più volte detto nelle interviste: immaginiamo che per Stassi quella musica venga anche dal ritmo del viaggio e del camminare e in Bebelplatz ci concede di rinforzare questa idea. È infatti un libro con cui l’autore ci fa viaggiare nel tempo e nello spazio, sfogliando con noi libri della cui esistenza spesso non sapevamo o non possiamo più rinvenirne le tracce ridotte in cenere dal fuoco o occultate intenzionalmente dal potere di turno con il proposito di ‘costruire’ l’uomo, e perché no, la donna, nuovi.

Bebelplatz è uno di quei libri larghi, come piace dire a Stassi citando Manganelli che di Pinocchio, tanto caro al nostro autore, ha scritto ‘Nessun libro finisce. I libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina non è che una porta ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l’ultima porta, affinché nessuna porta si chiuda piú.’ Beh, è proprio questa l’esperienza letteraria e sensoriale che ci fa vivere Bebelplatz, quella per cui, attraversando i cerchi di fuoco che hanno bruciato millenni di libri, si siano aperte e si apriranno ancora porte che non saranno mai le ultime e che non si chiuderanno per sempre, ma sempre, come un libro, si apriranno ad abbracciare i lettori del mondo, oltre ogni geografia, al di là di ogni muro, nonostante nemici e sicari.

La damnatio memoriae, a cui sono stati condannati autori e libri bruciati e occultati e di cui Stassi rende un ricco e documentato catalogo, sta persino nel titolo di questo libro. Bebelplatz, infatti, è il luogo ma non il nome della piazza di Berlino teatro inglorioso dove, il 10 maggio del 1933, quarantamila persone ‘si scaldarono’ gli animi al monito e all’incitazione di Joseph Goebbels, obbedendo al suo ordine di compiere l’atto ‘forte e simbolico’ di bruciare i libri ‘decadenti e antitedeschi’ perché dalle loro ceneri rinascesse, come araba fenice, ‘l’uomo di carattere’ del nazionalsocialismo. Il nome della piazza di quella notte delle ceneri era originariamente Platz am Opernhaus, poi Kaiser-Franz-Joseph-Platz e solo nel 1947 le autorità della DDR la intitolarono all’operaio, politico e anch’egli scrittore, August Ferdinand Bebel, cofondatore del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori tedesco. Una sorta di rimozione storica, di capogiro o un timido tentativo di restitutio ad integrum, o entrambe le cose considerato l’imbarazzante drammatico evento? Sta di fatto che Bebelplatz, la piazza e il libro di Fabio Stassi e noi che lo leggiamo non dimentichiamo, anzi. Leggendo questo libro avremo una buona possibilità in più di affinare il nostro fiuto di lettori, oltre ogni odore di benzina e di cenere, per continuare a ‘farci di libri’, a raccontarci e a ri-raccontarci, a scrivere, leggere e ricordare oltre ogni porta, ogni muro, vegliando e alimentando il fuoco sacro della letteratura a cui sta a cuore tutto quanto accade.

E per non togliere il gusto della scoperta ai nostri lettori, ma per attrarli a navigare attraverso la mappa poliedrica, inedita e stupefacente, tracciata da Stassi nel suo libro-taccuino di viaggio, anticipo solo che ci dice molto di cinque scrittori italiani i cui libri furono praticamente o idealmente arsi durante il nazismo.

L’itinerario nello spazio letterario di casa nostra parte da Pietro Aretino, passa da Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Salgari, Ignazio Silone e arriva a Maria Assunta Giulia Volpi. 

Parola di Randagia: nessuna anticipazione su ciascuno di loro per lasciarvi tutto il gusto della scoperta dell’elogio della libertà che Stassi ci offre restituendoci il suo racconto della ‘letteratura dannosa e indesiderata’ che forma e non solo in-forma. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Sulla quotidiana riproduzione tecnica dell’umano e sulla società dello spettacolo, di Antonio Meola

Si è oltre la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Walter Benjamin definisce la riproducibilità tecnica come «tecnica della riproduzione» che «sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione», «moltiplicando la riproduzione», ponendo «al posto di un evento unico una sua grande quantità» e «consentendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione», attualizzando «il riprodotto», perciò privando l’originale del suo hic et nunc, della sua autenticità, «quintessenza di tutto ciò che di esso, fin dalla sua origine, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua testimonianza storica» e della sua autorità, quindi della sua aura. Dalla stampa, la fotografia, il cinema, la radio, si è arrivati quotidianamente a riprodurre il fautore stesso della riproducibilità tecnica, ovvero l’uomo, a detrimento della sua autenticità. Si potrebbe definire questo l’ennesimo stadio di decentralizzazione dell’uomo da se stesso avviato con le teorie copernicane, con la scoperta di un universo che nemmeno ha come suo centro la Via Lattea, con la messa a punto della psicanalisi e, negli ultimi anni, con la riproducibilità tecnica quotidiana dell’umano. 

Con l’avvento di televisione, internet, social network, e con il parallelo progresso raggiunto nelle altre tecniche di stampa, fotografia, radio, cinema, il confine tra la figura dell’operatore dello spettacolo e dello spettatore debordiani si è fatto labile. L’analisi benjaminiana, sebbene escluda l’avvento di televisione, internet e social network, lungimirantemente non esclude il coinvolgimento attivo dello spettatore che ha avuto luogo e sta avendo luogo tutt’oggi. Sebbene la riproduzione tecnica stessa demolisca l’aura insita nell’oggetto, un tempo possedeva anch’essa un’aura propria. Impensabile comprendere oggigiorno lo stupore che produssero le proiezioni dei cortometraggi di Méliès in quei primi spettatori smaliziati, atecnici. Lo spettatore contemporaneo, per intenzione o per nozionismo, indossa come occhiali la tecnica, poiché l’oggetto postcontemporaneo si pone come un trucco di magia seguito dalla logica e disvelante spiegazione del prestidigitatore dopo la sua esecuzione. Dagli scritti sul cinema dei registi sovietici del primo Novecento ai più pratici manuali e tutorial pubblicati oggi per impratichire l’individuo riguardo a tutto, spesso l’operatore fa seguire al suo operato spettacolare una spiegazione tecnica intelligibile pressoché a tutti, a detrimento dell’aura del suo operato.

Il gruppo Meta, proprietario di Facebook, Instagram e Whatsapp, offre un perfetto esempio di spettacolarizzazione quotidiana dell’umano. Facebook regolamenta i rapporti tra utenti con le amicizie, i Mi piace e le reazioni: gli utenti si inviano richieste tra loro e se uno dei due accetta l’altro si diventa amici, e salvo impostazioni della privacy specifiche, si è in grado sia di contattare l’altro, sia di visionarne le pubblicazioni sulla sua bacheca; le pagine, invece, al pari di blog, possono essere seguite e commentate mettendo loro Mi piace. Instagram, come X, non ragiona per amicizie, ma per seguaci e seguiti. Se nella concezione di Facebook la richiesta è un invito all’amicizia, nella concezione di Instagram si fa richiesta di ammissione ad un seguito. Anche Facebook ha poi integrato il concetto di seguito, ma su Instagram e X è la prima legge: ogni profilo ha il suo seguito, quindi intrinsecamente ogni persona virtuale ha il suo seguito. Si può così paragonare l’iscritto a Instagram, senza distinzioni di ceto o fama, alla star di Hollywood, la cui identità pubblica veniva e viene tutt’oggi ridisegnata per fini commerciali. Pertanto si è portati a comportarsi da star nel sistema Instagram, ma ci si comporta anche da medianoi spettatori nella società dello spettacolo siamo a tutti gli effetti diventati operatori dello spettacolo e spettacolo stesso, in quanto appariamo per come vorremmo apparire, non per come siamo. Debord delinea un passaggio verbale ed esistenziale dall’essere all’avere all’apparire. Nel tempo dei social, si è approdati all’apparire come si vorrebbe apparire. In sé la costruzione di una personalità social ingloba tutta la tecnica della fotografia e del cinema: si offrono determinati punti di vista fisici, intellettuali e morali come inquadrature, e al tutto fa da collante il montaggio, una disposizione tecnica soggettiva e mirata di punti di vista di un soggetto e un oggetto oggettivi, il tutto condizionato dai media onnipresenti sui social: se nel primo star system hollywoodiano la star assurgeva a modello comportamentale attraverso stampa, fotografia e cinema, ora la personalità social assurge a modello comportamentale attraverso il social stesso, ovvero uno strumento che offre potenzialmente, in ogni momento della giornata, tramite contenuti poveramente elaborati, modelli comportamentali. Quindi si appare non solo come si vuole apparire, ma anche come gli altri spettatori e operatori dello spettacolo vorrebbero che si appaia.

Checchè se ne dica, la pretesa rimane quella di avere a che fare con gli umani e si ha a che fare invece con umani tecnicamente riprodotti. Le stesse star comunicano un senso di superiorità e un invito all’avvicinamento irreali. La stessa forma di comunicazione è ora una consuetudine tra gli umani, che genera lo stesso risultato: la personalità social, che trova un antenato nella reputazione dell’individuo e nella sua personalità pubblica, non coincide con la vera personalità del soggetto tecnicamente riprodotto. Liberi delle pose e del montaggio, gli umani si rivelano essere per quel che sono, talvolta al di sopra o al di sotto delle aspettative, per un aspetto o per l’altro, mai coincidenti con queste. Eppure, perché riprodotti, gli umani perdono aura. Assume maggior grandezza di significato se tutto il mondo è spettacolo integrato e tutti gli uomini spettatori e operatori spettacolari.

Tutti gli attuali “civili” viventi fanno parte dello spettacolo. L’ultima generazione prespettacolare se ne sta andando, dopo aver per giunta nutrito un forte entusiasmo per esso; la prima generazione e la seconda generazione spettacolari si può dire che l’abbiano combattuto negli anni Sessanta e Settanta, conformandovisi poi; le generazioni a venire, inclusa la nostra, difficilmente sanno riconoscere cos’è spettacolo e cosa realtà. Debord, per assurdo, pone la realtà esattamente al contrario dello spettacolo, e per delinearne i meccanismi consiglia la “frequentazione” di uomini prespettacolari. Grande importanza al dialogo con gli antichi la attribuiva anche Seneca. Si può dire che sia una costante di ogni tempo, quella di doverli frequentare tutti per comprendere bene il proprio, ma direttamente il tramandamento generazionale della prespettacolarità, purché liberato dalla retorica del «Si stava meglio quando si stava peggio», a breve, non sarà più possibile.

Tornare indietro è impossibile. Debord stesso, oltretutto, asserisce che una critica alla società dello spettacolo fatta con i mezzi stessi dello spettacolo tramuta in un moto inconscio di adesione ad essa. Deleterio sarebbe anche solo dare adito a discorsi idealistici, in un’epoca dove la morale ha fallito ancora una volta con l’ideologia del Bene. Quello che emerge però è che le generazioni coinvolte sempre più dallo spettacolo abbiano un rapporto più equilibrato con esso, rispetto alle generazioni prespettacolari superstiti e a generazioni neospettacolari come quelle coinvolte nelle grandi contestazioni degli anni Sessanta e Settanta. Uomini e donne di mezza età e anziani mediamente si rapportano al mondo dello spettacolo attribuendogli l’idea del mondo prespettacolare con una fiducia del tutto immotivata. Le nuove generazioni sono più consapevoli di cosa sia spettacolo o meno, seppur con difficoltà: paradossalmente, l’uso che le nuove generazioni fanno dei social è più consapevole, più accorto, basti pensare a quanti uomini di mezza età e anziani cadano facilmente in truffe e disinformazione e giudichino personalità pubbliche con sempre meno giudiziosità di quanto invece i giovani facciano. Questo perché le nuove generazioni hanno più consapevolezza del fenomeno, e con la consapevolezza viene il controllo. Molta consapevolezza di cosa sia o non sia la società dello spettacolo può venire dalla lettura di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter BenjaminLa società dello spettacolo e Commentari alla società dello spettacolo di Guy Debord.

Antonio Meola

Antonio Meola nasce nel 1999 ad Asola, in provincia di Mantova, da genitori salernitani. Nell’aprile 2021 esordisce con il romanzo di narrativa La fine della notte, Helios Edizioni. Nel settembre 2021 pubblica tre poesie sul numero 9 “Tempo” della rivista I quaderni del Caffè, edita Il Rio Edizioni (La DonnaPassato e Persistenza) e nel giugno 2022 collabora con il collettivo poetico Freesocialpoetry pubblicando tre poesie per la chiamata poetica “Nudes poetici #2” sulla rivista elettronica Crocevia (MutaPoesia e Ricordo).