Charles Dickens e la grande delusione del buon Tom Pinch
Charles Dickens usciva spesso di sera tardi dalla sua bella e piacevole casa nel centro di Londra (che, detto per inciso, ho visitato) e andava a passeggiare nei sobborghi. Erano luoghi di grande povertà e anche di malavita ma nessun malfattore importunava quel distinto signore. Dickens era abbigliato sempre in modo molto accurato e faceva queste passeggiate notturne per osservare e poi denunciare con grande forza nei suoi romanzi e nei suoi interventi pubblici le estreme diseguaglianze della società britannica.
Egli era nato in una famiglia borghese ma il padre era stato imprigionato per debiti e a 12 anni era dovuto entrare come operaio in una fabbrica di lucido da scarpe. Fu un’esperienza traumatica ed egli si salvò solo per il suo grande amore verso la lettura e il suo talento letterario.
Nel sesto dei suoi quindici romanzi, “The Life and Adventures of Martin Chuzzlewit” (oggi intitolato sia in italiano sia in inglese solo “Martin Chuzzlewit”), che egli considerava, come attesta una lettera scritta al suo amico e primo biografo, John Forster, il migliore che avesse scritto fino ad allora, attaccava la media piccola borghesia nel proverbiale personaggio di Mr. Pecksniff.
Il libro si ambienta in una cittadina vicino a Salisbury nel sud ovest dell’Inghilterra, a Londra e negli Stati Uniti (che lo scrittore aveva a lungo visitato).
Seth Pecksniff è il cugino di Martin Chuzzlewit senior, un testardo milionario, che ha una serie di parenti di vario grado e condizione sociale, che aspettano solo che egli rediga un testamento (allora non esistevano obblighi legali). L’anziano milionario, afflitto da alcune malattie, si tiene alla larga da loro e ha anche frettolosamente ripudiato il suo omonimo nipote, il ventenne Martin Chuzzlewit (dal quale il romanzo prende il nome). Tiene presso di sé solo una delicata ragazza, Mary Graham, un’orfana che ha allevato e che deve sopportare una vita di privazioni (“Quelle prove giovanili l’avevano resa altruista, costante, seria e devota” – scrive Dickens) e alla quale ha deciso di lasciare una cifra infinitesimale del suo patrimonio.
Pecksniff, che è uno dei personaggi principali di questo romanzo corale, si spaccia per architetto e agrimensore ma in realtà si limita ad affittare stanze in casa sua a prezzi esorbitanti a giovani aspiranti architetti che poi fa esercitare in inutili lavori che spesso rivende di soppiatto. Compunto vedovo, rigorosamente abbigliato di nero, che straparla sempre di virtù, ha due figlie antipatiche che ha chiamato Mercy e Cherry (abbreviazioni di Misericordia e Carità).
Solo cinque anni dopo l’uscita del libro, come attesta il prestigioso dizionario Merriam Webster, il vocabolo ‘pecksniff’ entrava nel vocabolario inglese come aggettivo per indicare un “ipocrita” o più esattamente “un gesuita”, nel significato che questa parola ha in italiano traslato.
Il falso virtuoso ha però un instancabile ammiratore ed è il personaggio più bello del romanzo: Tom Pinch.
Molti ritengono che sia lui il vero protagonista del libro. Il giovane Martin Chuzzlewit è piuttosto egoista, viziato e volubile invece Pinch (che in inglese vuol dire ‘pizzicotto’) è un opposto: ha circa 30 anni, è quasi calvo, timido, intelligente, viene sottovalutato da tutti, gira per la cittadina con qualche libro nelle tasche del suo cappotto striminzito, possiede solo un vecchio violino e ama suonare l’organo nella chiesa anglicana solo per sé stesso quando le funzioni sono già finite.
Pecksniff tratta Pinch con grande condiscendenza e si spaccia per il suo benefattore quando in realtà ha depredato la povera nonna di Pinch, una ex governante, si è impossessato del denaro di lei e ha preso in casa il nipote.
Pinch svolge la mansione di segretario di Pecksniff, ottemperando a varie incombenze. Ma al tempo stesso anche Pecksniff ha bisogno di Pinch: tutti ammirano la sua innocenza e ciò gli porta lustro.
Sia Pinch sia il giovane Martin si innamorano di Mary Graham.
Non si può raccontare l’avvincente ed imprevedibile trama del romanzo, che, come tutta l’opera dickensiana, ha uno sfondo sociale, in cui egli, muovendo – needless to say – con abilità i suoi personaggi, facendo parlare ognuno secondo la propria classe sociale, alterna il suo usuale senso di humour, un’atmosfera spesso dark e memorabili descrizioni. Tra i personaggi non mancano un criminale e due esilaranti malavitosi, Tigg e Slyme.
A far loro da contrappunto ci sono il generoso proletario Mark Tapley, in qualcosa affine al Sam Weller de “Il Circolo Pickwick”, il bel John Westlock e la dolce Ruth, sorella di Tom.
Un altro personaggio esilarante è quello di Sarah Gamp, una specie di infermiera che si occupa sia di nascite sia di funerali sia di ammalati, gira sempre con un ombrello nero (e da allora nello slang britannico il termine gamp significa “ombrello”), beve troppo alcool e ha l’abitudine di conversare amabilmente, prendendo il tè delle cinque, con una gentile signora, Mrs. Harris, che purtroppo ha la particolarità di… non esistere!
Grandioso è infine il vecchissimo Mr. Chuffey, che tutti ritengono quasi incapace di intendere e di volere e che invece avrà un ruolo determinante nel romanzo.
Splendida la descrizione di Londra nella nebbia del primo mattino e dei quartieri poveri, la poco raccomandabile Pensione Togders, la rabbia malinconica del giovane Martin senza uno scellino nonché il viaggio degli immigrati negli Stati Uniti che Dickens descrive come una terra di predatori rapaci ed infingardi (eccetto il cordiale Mr. Bevar) – il che gli valse lettere di protesta ed insulti da parte della stampa e di lettori d’oltreoceano.
Il capitolo XXXI di “Martin Chuzzlewit” è, secondo me, una delle cose più belle mai scritte da Charles Dickens perché racconta la grande delusione a cui va incontro il buon Tom Pinch dopo aver saputo cose inaspettate e negative su Pecksniff…
Egli descrive magistralmente la costernazione e l’estremo smarrimento che si prova quando qualcuno che ci è caro si rivela differente da come lo avevamo creduto.
Il capitolo è talmente intenso che si potrebbe quasi pensare che lo scrittore abbia attinto emotivamente da una sua vicenda privata.
Bibliografia:
Charles Dickens Martin Chuzzlewit (Adelphi) 2007 – nell’edizione ci sono le riproduzioni di alcune stampe originali del 1800 che rappresentano varie scene del romanzo.
Charles Dickens Martin Chuzzlewit (versione originale – Penguin Books) 2012
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:
“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“
Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!
Vi raccontiamo l’intervista alla signora Formica!
Diego: Finalmente si ricomincia, Margherita! Dopo tutto il mese di agosto senza le nostre interviste, quasi mi mancavano.
Margherita: Anche a me! Sai che ho sognato persino il professor Mundis? La sua voce usciva dal Versoconver e ci chiamava: “Tornate, bambini, ci sono ancora tanti misteri sugli animali da scoprire!”.
Diego: Allora direi che siamo pronti. Margherita, hai visto quella fila ordinata di formiche laggiù, vicino al muretto?
Margherita: Oh sì! È una vera processione… ma guarda, sembra che una di loro si sia fermata.
Signora Formica: Disturbarmi? Macché! Sono abituata a lavorare senza sosta. Ma se volete chiacchierare, eccomi.
Margherita: Ci chiedevamo: perché a volte vi vediamo con le ali e a volte senza?
Signora Formica: Le ali compaiono solo ad alcuni di noi, maschi e femmine destinati a riprodursi e fondare nuove colonie. Le altre, come me, sono operaie sterili: il nostro compito è portare cibo, difendere il nido, prenderci cura delle larve.
Diego: Quindi la vostra mamma è soltanto una?
Signora Formica: Sì, la regina. È l’unica femmina fertile della colonia. Noi lavoriamo per lei e per la comunità.
Margherita: Dev’essere rassicurante vivere sempre insieme.
Signora Formica: In effetti sì, ma guai a restare sole! La solitudine per noi è pericolosa. Un’operaia isolata smette di muoversi, persino di pulirsi e muore molto più in fretta.
Diego: Non l’avrei mai detto. Pensavo foste indistruttibili… siete dappertutto!
Signora Formica: E invece alcune specie stanno scomparendo. La formica rossa, per esempio, è già considerata prossima al rischio di estinzione.
Margherita: Che tristezza… senza formiche il mondo sarebbe più povero.
Signora Formica: È vero, bambini. Noi siamo piccole, ma indispensabili: muoviamo semi, arieggiamo la terra, ripuliamo l’ambiente.
Margherita: Grazie delle preziose informazioni. Prima di salutarci, oggi il nostro consiglio di lettura torna in grande stile: “La guerra delle formiche” scritto da Giuseppe Bordi e illustrato da Silvia Provantini (Lupo blu editore).
Diego: Ci ha conquistato perché ci porta nel “mondo piccolo” sotto i nostri piedi: due formicai condividono lo stesso territorio e il cibo, ma le rosse, disciplinate e prepotenti, vogliono scegliere per prime; le nere, più disordinate, restano ad aspettare.
Margherita: E c’è una scena che non si dimentica: una piccola operaia nera viene schiacciata da un bambino che fa merenda sempre nello stesso posto. Il terreno trema come un tamburo, e all’improvviso capisci quanto siamo giganti e quanto ogni gesto conti.
Diego: Nel formicaio scopriamo ruoli e parole che restano in testa: le formiche botti che masticano e trasformano il cibo in un succo dolce per nutrire tutti; la regina Zara; le nutrici Zoe e Zea che costruiscono le celle, accudiscono uova e larve, fino alle pupe, una delle quali, un giorno, avrà le ali e diventerà regina.
Margherita: Quando le rosse “non rispettano i patti” e portano via tutto, la tensione sale: la regina delle nere ordina di anticiparle, e il racconto mostra come nasce una guerra fra formiche, con piani, rischi, paura. Si capirà che nello scontro non vince nessuno, tutti restano sconfitti.
Diego: Il libro parla di convivenza, di empatia, di come cercare alternative alle guerre. E lo fa con immagini concrete (briciole, file perfette, gallerie sottoterra) che i bambini vedono davvero. La lingua è chiara senza essere semplice, tiene insieme azione e pensiero e lascia spazio alle domande.
Margherita: lo consigliamo a chi ama le storie che fanno pensare mentre tengono col fiato sospeso. Perfetto da leggere ad alta voce a casa o in classe e ideale per i lettori autonomi della scuola primaria.
Signora Formica: Grazie bambini! È stato bello parlare con voi. Ora, però, devo correre: la colonia ha bisogno di me!
Diego: Allora buon lavoro, Signora Formica. E grazie per il tempo che ci ha dedicato.
Un romanzo è un romanzo, un’autoanalisi è una noia
Dal millenovecento e novantuno al duemiladiciannove: ventotto anni di lavoro all’estero con immersione in contesti spesso distanti anni luce da quello cui appartieni, sono più che sufficienti per perdere il contatto con la produzione letteraria italiana.
Anche se la lontananza è interrotta da qualche rientro.
Anche se il tuo lavoro consiste nel promuovere la cultura italiana all’estero, ovvero: qualche concerto, qualche mostra d’arte soprattutto antica o contemporanea ben sponsorizzata, qualche grande nome della nostra letteratura: da Dante a Boccaccio, da Tomasi di Lampedusa a Dacia Maraini.
Già invitare i Wu Ming a Nairobi è stato un azzardo, per non parlare del festival del romanzo storico inventato da Sugarpulp, una delle poche fucine di idee geniali e intelligenti che si stiano muovendo da qualche anno sul suolo patrio.
È chiaro che alcuni dei mondi attraversati – Mosca e Atene, in filo diretto con Berlino, ma anche Nairobi che è pur sempre rimasta una realtà anglosassone – ti danno qualcosa di nuovo, se lo vuoi ricevere, ma è con il rientro nel Belpaese che ti trovi ad affrontare una realtà abbastanza destabilizzante.
Per te che sei partita accompagnata dalle parole del tuo libraio di fiducia – Non si vende, dottoressa, non si vende. Non so quanto riusciremo a resistere. – e da decine di articoli su quotidiani e riviste, in cui ci si interrogava su cosa sarebbe diventata la massa dei giovani non/leggenti, ritornare in Italia è come sbarcare su un altro pianeta.
Come descrivere in poche parole, il mondo dei libri e dei lettori che mi si è parato davanti, nel mio percorso per ritornare a essere lettrice di questo Paese?
Devo fare un passo indietro per poter produrre un paragone abbastanza efficace.
Nella “mia” Tehrān degli anni ‘90, appena uscita dalla guerra con l’Iraq, esisteva un solo negozietto dove si potevano acquistare generi occidentali: pasta, affettati, caffè, biscotti e poco altro. Tutto tranne vino, ma quello ce lo facevamo, e comunque era una festa: cibo italiano per il pranzo della domenica. E così negli altri Paesi, con le solite eccezioni.
Tornare in un mondo di supermercati sovrabbondanti e sovraffollati non è una gioia ma una noia: una gigantesca cornucopia che erutta prodotti a non finire, di ogni marca e di ogni prezzo, talmente tutti uguali che ne basterebbe uno per categoria merceologica.
Nel mondo, mi correggo nel mercato, dei libri la situazione non cambia, cibo per la mente trattato alla stregua di cibo per cani: i persuasori occulti ti spiegano che senza un cane non sei nessuno; il veterinario ti spiega che senza gli opportuni ammenicoli sanitari parasanitari e ludici il tuo cane è una persona infelice; l’informazione via stampa video audio e web ti convince che optare per la marca X renderà migliori te e il tuo cane; il delizioso negozietto di petfood, comodissimo e giusto all’angolo, ti garantirà l’acquisto di ció di cui ormai hai bisogno. È fatta.
In un momento che non mi è chiaro, tra il 1991 e il 2019, qualcuno nel mondo si è accorto che il libro è un oggetto facile da produrre e facile da vendere. Allora, perché non si vende? Perché bisogna cambiare strategia.
Come nel caso delle meravigliose calze di vera seta delle nostre bisnonne, sparite da oltre un secolo perché costavano troppo e duravano per sempre, quindi invendibili.
Quindi sostituibili con calze di nylon.
Torniamo ai libri: per leggerli, bisogna saper leggere, e per capirli bisogna saper pensare.
Amarli è un altro discorso, bisogna che entrino a far parte di te e questo non è programmabile.
Saper leggere: l’introduzione della scuola media inferiore unica obbligatoria, nel 1962, ha fatto si che gli adolescenti italiani, anche quelli che non avevano libri in casa, potessero usufruire di una lettura guidata perfino dei grandi classici; la riforma della scuola superiore, avviata nel 2008, ha rafforzato questo processo; la modifica della struttura e dei contenuti dei corsi di laurea, c.d. “riforma Berlinguer”, ha offerto gli strumenti e aperto la strada a una massa di lettori e di possibili scrittori.
Scrittori in nuce, cui si provvede a garantire le competenze necessarie grazie alla istituzione di appositi corsi di laurea e di specializzazione a livello universitario, o corsi professionalizzanti privati. L’apertura della Scuola Holden, finalizzata alla formazione di narratori e guarda caso intitolata a un personaggio della letteratura statunitense contemporanea, segna un punto di non ritorno.
Nel 1991, quando ho lasciato l’Italia, chi parlava di struttura e strutturalismo era comunista. Oggi, sul concetto di “struttura” si regge la didattica del romanzo.
La massa di clienti, che era fino ad allora mancata al mercato dei libri, si definisce grazie a uno sdoppiamento che viene immediatamente recepito dalle nuove generazioni di potenziali lettori/scrittori: se leggo posso scrivere, se voglio scrivere devo leggere.
Attenzione: se voglio essere letto, devo scrivere ció che richiede il mercato.
Enunciazione, questa, solo apparentemente lapalissiana, giacché non sempre gli scrittori sono stati sottoposti alla necessità o all’obbligo di venire incontro ai desideri e agli interessi del lettore, quantomeno non fino al XVIII secolo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, e al XIX secolo delle letterature nazionali, secoli in cui davvero si scriveva per liberare e allargare l’area della coscienza.
È nel ventesimo secolo che si ritorna a una produzione letteraria condizionata, dal fascismo e dall’antifascismo, ma anche da fenomeni che non hanno nulla a che fare con regimi e ideologie, ma rappresentano comunque una forma di penetrazione teorica, ideologica ed economica estremamente ben riuscita. Vale a dire l’ingresso in Italia della psicanalisi, databile più o meno al 1925, con la fondazione della Società Psicoanalitica: più ancora delle dottrine politiche, questa tecnica influenzerà profondamente la produzione letteraria italiana.
Con questo lungo prologo arrivo a due riletture, che si situano alle estremità di un arco temporale che va dal 1963, anno in cui è stato pubblicato Un amore del poliedrico e ormai affermato Dino Buzzati, al 2014 quando un giovane Matteo Strukul, non ancora arrivato ai successi odierni, pubblica La giostra dei fiori spezzati.
Entrambi i libri sono definiti romanzi, entrambi ruotano intorno al mondo della prostituzione.
Nel 1963 non avevo più di otto anni, ma ricordo bene l’agitazione che provocó nella piccola comunità padovana che usava trascorrere le vacanze estive nel Bellunese, la pubblicazione di Un amore di Dino Buzzati. I libri proibiti, a casa mia, erano chiusi in una vetrinetta, sotto chiave: a ogni compleanno, più o meno, me ne veniva concesso uno ma Un amore da quella vetrinetta non uscì mai. Superata l’età dei divieti, gli interessi rivolti altrove, non mi vergogno di confessare che pur avendo letto e amato varie altre opere di Buzzati, la forza della censura genitoriale aveva espulso quel libro dai miei orizzonti di lettura. L’ho letto ora, quindi a voler essere precisi non si tratta di una rilettura ma della ripresa di un autore amato in nuova veste, diciamo così.
Ed è stato un libro che non mi è piaciuto, come non mi sono piaciuti La coscienza di Zeno di Italo Svevo, Il male oscuro di Giuseppe Berto, Io e lui di Alberto Moravia, Le libere donne di Magliano di Mario Tobino.
Forse l’esito sarebbe stato un altro se queste opere fossero state presentate come Memorie piuttosto che come Romanzi; forse avrei riconosciuto loro un diverso valore linguistico e letterario se fossero stati diversi i titoli: Buzzati: Io, io, io e Laide; Svevo: Io e il fumo; Berto: Io e il profondo me stesso; Moravia: Io io io e lui; Tobino: Io e le mie matte: ritratti.
Non so, forse la lettura sarebbe risultata comunque alquanto noiosa, come sempre lo è l’accostarsi a testi in cui all’autore non interessa comunicare ma semplicemente mostrarsi. D’altra parte, questi poveri autori non ne portano nemmeno tutta la responsabilità.
Di fatto, tra le molte strategie adottate dalla civiltà occidentale per contrastare la diffusione del collettivismo sovietico, l’adozione della psicoanalisi appare particolarmente significativa: formalmente definita sulla base del mito greco di Edipo, questa pratica geniale è tutt’ora impegnata a diffondere il principio secondo il quale se ti senti a disagio nella vita il problema é tuo, perché non hai ancora imparato a vivere nel modo giusto.
Da qui il proliferare di produzioni letterarie in cui l’Autore si presenta con determinate caratteristiche, e queste rimangono sostanzialmente invariate dall’inizio alla fine di una narrazione, che si muove totalmente al di fuori di quei meccanismi di mimesi/imitazione e catarsi/purificazione i quali, secondo Aristotele, generano nello spettatore piacere e sollievo.
Immaginate la raffigurazione del Buddha che si guarda l’ombelico: la comunicazione avviene tra lo scrittore e se stesso, il lettore é un accessorio utile all’ego di chi scrive ma non necessario.
Se ne puó fare a meno – secondo gli scrittori di cui sopra – insieme a tutti gli elementi che contribuiscono a creare l’effetto mimesi: struttura, personaggi, ambiente, colore e suono delle parole. Leggendo Un amore, ad esempio, ci troviamo sommersi e oppressi da una sovrabbondanza di aggettivi distribuiti a pioggia, come si sparge a terra il sale per sciogliere il ghiaccio e il fango che produce ti sporca le scarpe. La sensazione è che non creino un mondo ma servano a riempire spazi vuoti.
Personaggi, invece, pochini pochini oltre a Buzzati/Dorigo: la Laide, come la vive l’autore, e la signora Emmelina in veste di maitresse o Caron-dimonio-traghettatore. I colleghi di lavoro, gli incontri casuali esistono in funzione di Dorigo, come scene fisse nella messa in scena di un monologo.
Buzzati, peró, ha scritto anche il Il deserto dei Tartari.
Ammettendo che il protagonista di Un amore (1963) non sia cambiato rispetto a Il deserto dei Tartari (1940) – Dorigo è Dogo? – la differenza tra le due opere è tanto semplice quanto smisurata: Il deserto è un romanzo, Un amore non lo è. A me appare così e ho cercato di capire perché, dando per certo che non mi si sarebbe posto alcun interrogativo se Un amore fosse stato scritto prima del deserto.
Scrive Graham Greene, ragionando su Il console onorario, che lui giudica il migliore dei suoi romanzi:«Quando scrivi un romanzo, non devi mai includervi qualcosa che è capitato a te senza modificarlo in qualche modo.»
In effetti, anche ne Il console troviamo storie di uomini che non avrebbero bisogno di bordelli per innamorarsi ma inevitabilmente sviluppano una passione per una prostituta. Quanto ci ricorda la Laide di Dorigo, quella Clara amata dal console e dal dottore? Non molto: non ha la sua indipendenza, la sua strafottenza, la sua volgarità anche. Sembra che il suo maggior desiderio sia accontentare il console Fortnum e il dottor Psarr: loro – cioè la presenza di due innamorati – sono ció che fa di questa storia un romanzo. Loro sono il conflitto, Antagonista l’uno dell’altro. Quel conflitto che in Un amore avviene tra il protagonista e se stesso e quindi non porta a nulla.
E Drogo, laggiù, di fronte al deserto? Drogo non è preso da amore, questo è sicuro.
Nel momento in cui arriva alla fortezza Bastiani, il tenente Giovanni Drogo inizia la sua vita da adulto: da ragazzo che era, convinto di poter recedere da una decisione sbagliata solo dicendo «Non mi piace più», vede la vita scappargli davanti senza che lui riesca a raggiungerla. Come da sempre qualcosa appare e qualcosa scompare, una vita finisce, la neve cade e la primavera spunta e gli uomini attendono una vita migliore. Giovanni – come quanti di noi? – aspetta il momento di poter scegliere, di potersi provare.
Di vincere, alla fine, come in effetti gli riesce di fare, solo e proprio di fronte all’Invincibile.
Il sorriso di Giovanni di fronte alla Morte è la cifra dell’umanità.
Lo sguardo di Dorigo che passa dalla Torre Nera alla piccola squillo, segna il passaggio dall’essere al possedere, quasi un biglietto d’ingresso per le feste di Villa Certosa.
segue
Considerazioni di una lettrice fuori tempo/2
Un romanzo è una giostra
Francesca Chiesa
Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia.
Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi.
Pubblicazioni recenti:
Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023
Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.
Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone le banane fritte con salsa di caramello ispirate al “Vecchio e il mare”, l’ultima grande opera pubblicata in vita da Ernest Hemingway.Il romanzo, uscito con la rivista Life nel 1952, è considerato il testamento spirituale e letterario del grande scrittore americano,premiato col Pulitzer nel 1953 e col Nobel per la Letteratura nel ’54
*** LE BANANE FRITTE DI ERNEST HEMINGWAY ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Ernest Hemingway: Il vecchio e il mare (1952)
TESTO:
Il ragazzo lo lasciò lì e quando tornò il vecchio dormiva ancora.
«Svegliati, vecchio» disse il ragazzo mettendogli la mano su un ginocchio.
Il vecchio aprì gli occhi e per un momento sembrò tornare da molto lontano. Poi sorrise.
«Cos’hai portato?» chiese.
«La cena» disse il ragazzo. «Adesso ceniamo.»
«Non ho molta fame.»
«Su, mangia. Non si può andare a pesca e non mangiare.»
«L’ho già fatto» disse il vecchio alzandosi e prendendo il giornale e piegandolo. Poi cominciò a piegare la coperta.
«Tieniti addosso la coperta» disse il ragazzo. «Non andrai a pesca senza mangiare finché io vivo.»
«Allora vivi a lungo e riguardati» disse il vecchio, «Cosa mangiamo?»
«Fagioli neri e riso, banane fritte e un po’ di stufato.»
Ricette Letterarie: le banane fritte di Ernest Hemingway
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
RICETTA
Banane fritte con salsa al caramello
Ingredienti per 4 persone
Le banane fritte si possono gustare anche da sole e sono già un golosissimo dessert, tuttavia se vuoi arricchire il piatto puoi servirle con la salsa al caramello (che ti consiglio di preparare in anticipo). Ottime anche spolverate di sale fino e servite con una salsa verde a base di prezzemolo, acciughe e uno spicchio di aglio tritati insieme e mescolati con una spruzzata di limone o aceto di vino bianco, un poco di sale e pepe e olio extravergine di oliva.
Per le banane
3 banane (o platani se li trovate)
Olio di arachidi (il migliore per friggere perché ha un alto punto di fumo)
Per la salsa al caramello
200 g di zucchero bianco semolato
80 ml di acqua
100 ml di panna fresca liquida
40 g di burro
Preparazione
Per le banane
Sbuccia le banane incidendo la buccia nel senso della lunghezza e togliendola a strisce. Poi tagliale a rondelle spesse circa 2 cm.
Procedi con la prima frittura: friggi le rondelle in olio caldo per 3-4 minuti, finché diventano dorate. Girale da entrambi i lati.
Adagia ogni rondella su un foglio di carta forno, coprila con un altro foglio e schiacciala con un batticarne o il fondo di un bicchiere, fino a ottenere dei dischetti che sembrano fiori.
Seconda frittura: scalda di nuovo l’olio e friggi di nuovo le rondelle per 2-3 minuti, finché diventano croccanti.
Scola su carta assorbente e poi disponi sul piatto di portata.
Per la salsa al caramello:
In un pentolino, metti zucchero e acqua, scalda a fuoco medio senza mescolare.
Quando lo zucchero diventa dorato, abbassa la fiamma e inizia a scaldare la panna in un pentolino a parte.
Quando lo zucchero diventa ambrato versa la panna fresca a filo facendo molta attenzione agli schizzi e mescola fino a ottenere una crema liscia. Aggiungi il burro e omogenizza il tutto con una frusta.
Versa la salata al caramello nel vasetto di vetro pulito mentre è ancora calda. Una volta raffreddata, puoi conservarla in frigo 5-7 giorni.
Narratore, drammaturgo, saggista, traduttore dal giapponese e dall’italiano, René de Ceccatty – che ha pubblicato una trentina di opere, tra cui i romanzi, tradotti in italiano, “La parola amore“, “L’accompagnamento“, e “Amicizia e passione. Giacomo Leopardi a Napoli“, e nel 2021 ha ricevuto il Premio De Sanctis per la letteratura – si racconta ai nostri lettori.
Lei è nato a Tunisi, da madre di origini franco-tunisine e da padre francese. Quanto ha influito, sulla sua vita, questa bi-culturalità?
Più che di bi-culturalità, parlerei di multiculturalità, anzi di assenza di appartenenza. Il nascere in un Paese colonizzato dà la consapevolezza della relatività, e dell’abuso di una presenza non desiderata. Ma i miei genitori avevano rispetto alle proprie origini degli sguardi diversi. Mia madre aveva perduto suo padre quando era bambina (decenne). Dai francesi “puro sangue” lei e le sue sorelle erano considerate “bicote”, una parola gergale razzista usata dai francesi per designare i tunisini e più genericamente “i musulmani”, “gli arabi”. Ha sofferto di questo razzismo che raddoppiava il dolore della perdita, del lutto. Mia nonna sposando un tunisino è stata molto coraggiosa, perché si opponeva al razzismo e al disprezzo che caratterizzava la maggioranza dei francesi, e più precisamente la propria madre (la mia bisnonna). Mamma è stata educata nella cultura francese. È rimasta una donna sempre conscia delle ingiustizie e sempre combattiva. Era convinta che i francesi dovevano andarsene dalla Tunisia. Mio padre era nato in una famiglia borghese, anzi aristocratica, ma rovinata da tre generazioni. Però faceva parte di una certa borghesia. La diversità delle classi sociali delle due famiglie era molto chiara per me e per mio fratello. Era soprattutto questo che ci colpiva, e non la “bi-culturalità”. Ma ho imparato l’arabo in prima elementare, insieme al francese. E a casa, mentre mia madre lavorava (era maestra), rimanevo, prima di andare alle elementari, solo con la mia bambinaia, siciliana, che mi parlava italiano. Ero quindi immerso in tre lingue, arabo, francese e italiano, e imparavo due modalità di scrittura: la latina e l’araba. Nelle strade, sentivo sempre le tre lingue (a scuola c’erano anche dei bambini italiani). Un’infanzia passata durante la guerra d’indipendenza influisce molto anche sulla vita, sul modo di pensare la politica. La violenza era quotidiana in Algeria, non in Tunisia. Ma c’era una minaccia costante, una paura.
Perché si è avvicinato alla traduzione?
Per motivi biografici molto naturali. Ci samo trasferiti in Francia, quando avevo sei anni, alla fine della prima elementare. Ero lacerato perché avrei dovuto abbandonare la mia tata siciliana in Tunisia. La pensavo con una grandissima nostalgia. A dieci anni, ho cominciato a imparare delle lingue straniere a scuola (inglese e latino poi greco) e ho cominciato a voler scrivere: raccontini, delle poesie e ho provato durante due o tre anni a tradurre l’inglese in francese (pagine intere di “Jane Eyre”!), poi il latino in greco o il greco in latino. Era un gioco che mi permetteva di capire meglio quel che leggevo e di impossessarmi di storie scritte da altri e appartenenti a altre culture. Poi ho avuto un motivo intimo e privato per conoscere la lingua italiana, o meglio per ricordarla, perché mi era già familiare. Ho voluto scrivere alla mia tata siciliana. Ho comprato una grammatica italiana e un vocabolario. Ho imparato con molta disciplina la lingua, come facevo a scuola con i miei compagni, ma per l’italiano ero assolutamente solo, senza compagni, senza professore, ma col pensiero nostalgico di Ignazina la bambinaia. Le volevo scrivere nella sua lingua per esprimere il mio amore. Ho capito che in questa lingua sua avrebbe compreso meglio il mio affetto. Mi ha risposto, molto commossa. Quindi la traduzione era per me all’inizio qualcosa di legato alla mia vita sentimentale, familiare, affettiva, e l’espressione di un bisogno di creatività. Se avessi scritto solo in francese, avrei avuto l’impressione di utilizzare una lingua impersonale, perché lo usavano i miei compagni e tutti i francesi, mentre l’italiano era solo per me e per la mia tata. Come una lingua segreta. La traduzione è diventata una cosa più seria e intellettuale poco dopo. Quando ho visto “Teorema” di Pasolini, ho saputo che questo regista era anche uno scrittore e ho ordinato in una libreria il romanzo che aveva lo stesso titolo del film che avevo visto. L’ho letto e ho cominciato a tradurlo, perché mi ero accorto che assomigliava molto a un romanzo che avevo appena scritto… e che mandai a Pasolini, dopo avergli chiesto l’autorizzazione di farlo… Lui mi aveva risposto che potevo tranquillamente mandargli il testo, anche se era scritto in francese… Tutto questo l’ho raccontato spessissimo perché fu un’esperienza fondamentale per spiegare il mio rapporto con Pasolini, con l’Italia, con la letteratura, con le culture, con la creazione, con la traduzione e anche con l’omosessualità.
È traduttore dall’italiano e dal giapponese. Quant’è difficile trasportare parole, trame, idee e sensazioni – un mondo intero, una cultura diversa, un “altro” da sé – da una lingua all’altra?
Come avrà capito, non consideravo la cultura e la lingua italiane come “altre”, ma al contrario come intime e quindi “mie”. Era come un continente segreto all’interno del mio cervello e del mio cuore. La lingua italiana era anche molto legata a una religiosità segreta, o spiritualità che dir si voglia, che avevo scoperto in un viaggio-pellegrinaggio a Torino, qualche anno prima con un prete. Avevamo celebrato la messa in italiano nel duomo di Torino (io come chierichetto…). E nel mio romanzo, mandato a Pasolini, c’erano delle battute in italiano che ripetevano delle preghiere o delle formule della messa… Quando ho cominciato a tradurre libri interi, ho scelto quelli che sentivo più naturali e vicini alla mia sensibilità. Il primo fu “Un po’ di febbre” di Sandro Penna. Avevo già scritto parecchio (commedie, poesie, romanzi) e lo stile di Penna era un ideale di semplicità, di forza, di eleganza, di mistero e di evidenza. L’ho fatto senza contratto e l’ho pubblicato molti anni dopo. Dopo i miei studi di filosofia ho fatto il consulente editoriale per una casa editrice dove lavorava un famoso traduttore dell’italiano (Georges Piroué) che mi aveva affidato due libri da tradurre che avevo molto amato (“La gloria” di Giuseppe Berto e “Il cimitero cinese” di Mario Pomilio), che corrispondevano alla mia sensibilità. Poi ho cominciato a tradurre Pasolini (“L’odore dell’India“, “Descrizioni di descrizioni“, “Amado mio” ecc. fino a “Petrolio“). Lo scrittore argentino Héctor Bianciotti ha avuto anche lui una grande importanza per la mia attività di traduttore e di scrittore. Nel frattempo avevo scoperto la cultura e la lingua giapponese (essendo professore di filosofia a Tokyo, dove ero stato mandato per il servizio civile) che furono un’altra scoperta “interiore” più che linguistica. E devo dire che anche con il giapponese (che negli anni ho tradotto con un amico giapponese con cui ho vissuto, in Giappone, in Inghilterra e in Francia) tradurre era un modo di appropriarmi di un mondo. Adesso traduco il giapponese da solo. E prima di tradurre ogni frase la scrivo attentamente in kanji, per darmi l’illusione di scrivere in giapponese. La mia esperienza di traduttore è molto varia. Mi è difficile riassumere in poche parole il lavoro, i tentativi e le rinunce, che conoscono tutti i traduttori. Perché tradurre è scegliere, prima di trasmettere. Un traduttore non traduce da una lingua in un’altra lingua (che, di solito, è la sua madrelingua), ma traduce dalla lingua di uno scrittore in una lingua che è la lingua molto particolare e soggettiva che è quella del traduttore. Non si può tradurre qualsiasi testo: ci sono dei testi che resistono, perché fanno parte di un mondo (non solo linguistico, ma umano) troppo lontano dal traduttore. Ho così rinunciato a tradurre Manganelli, e “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo (anche se avevo tradotto “Cima delle nobildonne“). Sono incapace di usare delle parole e di costruire delle frasi che non mi siano naturali. Con Moravia, di cui ho tradotto tante cose (racconti, drammi, poesie, saggi, diari di viaggio, e ovviamente romanzi), mi sentivo a mio agio anche se il suo mondo è incredibilmente diverso del mio. La sua intelligenza permette l’incontro con il diverso e con il simile (per riprendere le parole che ha impiegato nel suo discorso di Campo de’ fiori sulla bara di Pasolini). Ma il mio incontro più forte, intimo e naturale fu con Pasolini. Poi con Dante, Petrarca e Leopardi. Anche con il meraviglioso Giuseppe Bonaviri. E in giapponese con Natsumé Sôseki e Fumiko Hayashi, e con gli autori classici dei “nikki” (diari di corte del medioevo). Lo ripeto, bisogna avere la sensazione (l’illusione…) di scrivere quel che si traduce. Si tratta meno di entrare in una cultura o di trasmettere questa cultura che di penetrare un pensiero, una sensibilità e di condividerle intimamente. Mi ricordo con tanta nostalgia le traduzioni che facevo di Kenzaburô Ôé, di Kôbô Abé, di Yukio Mishima col mio amico giapponese, perché oltre a capire una lingua diversa, facevamo nostri le loro invenzioni, la loro libertà nell’uso della lingua, il loro modo di aprire e chiudere una specie di “camera interiore”.
Ha tradotto molti scrittori italiani (penso a Dante, Petrarca, ma anche di più vicini a noi, come Moravia e Saba). Che rapporto ha la Francia con la letteratura italiana?
La letteratura italiana ha sempre avuto un’enorme influenza sulla letteratura francese (basta pensare al dolce stil novo, poi al petrarchismo rispetto ai poeti della Pléiade, due secoli dopo, o alla Divina Commedia ovviamente – ma Dante rimase poco letto prima dell’Ottocento). Il Settecento fu il regno del teatro con Goldoni. L’Ottocento italiano è quasi ignorato o lo fu a lungo dalla Francia (Manzoni e anche Leopardi), perché in questo periodo, ci fu in Francia l’esplosione del romanzo e della poesia. Ma per il Novecento è molto diverso. Pirandello, Svevo, Moravia, Pavese, Vittorini, Montale, Pasolini, Calvino, Sciascia, Elsa Morante, Umberto Eco, Claudio Magris hanno invaso le librerie francesi e sono stati letti dai francesi con grande ammirazione e entusiasmo. Era un dialogo abbastanza equilibrato. Un’ammirazione reciproca. Con certi limiti dovuti alla difficoltà di tradurre le lingue regionali, i dialetti, così importanti per Pasolini, Saba, Zanzotto, Gadda, Camilleri e per tanti altri. Ma questo è un altro discorso che riguarda il problema della traduzione della poesia. Si perde sempre qualcosa. Per tradurre la poesia, ci vuole un po’ di incoscienza. Ho tradotto Dante in ottenari perché ho avuto il coraggio degli incoscienti. C’è sempre, nell’atto di tradurre, un momento in cui il traduttore deve osare qualcosa che si dovrebbe vietare, come un salto nel vuoto. Bisogna che dimentichi la lingua tradotta, perché altrimenti vedrebbe intorno a sé soli occhi severi che gli proibirebbero di andare avanti. “Cosa fai? Come osi? Perché hai scelto questa parola? Ma non senti la musica che sei incapace di riprodurre? Ecc.”
Si divide tra saggistica, narrativa e teatro. Tre modi diversi di esprimersi. Perché questa pluralità?
Certo, sono le circostanze della vita che mi hanno spinto a scrivere romanzi, biografie, teatro, saggi. Ma è il caso comune di ogni scrittore che ha bisogno di esprimersi in vari modi. La narrativa è la mossa più spontanea. Raccontare, spiegare, capire, descrivere, approfondire le sensazioni, i ricordi, le pulsioni, le attrazioni, le incomprensioni. Nei momenti di crisi (amore e lutto, per farla breve) ho sentito la necessità di scrivere (“L’accompagnement”, “Aimer”, “Une fin”, “L’Hôte invisible”). Ma anche per creare un misto di esperienza vissuta e d’immaginario (“La sentinelle du rêve”, “Babel des mers”, “L’étoile rubis”). La saggistica ha sempre una dimensione autobiografica. Non sono un teorico secco, arido. Non mi piace l’astrazione staccata. Non a caso, ho lasciato la filosofia che mi sembrava artificiale nell’uso di concetti generali e nel rifiuto dell’io. L’io è assolutamente necessario alla ricerca della verità. Ho tradotto “Il convito” di Dante che ha delle pagine sublimi sull’uso dell’io e dell’autobiografia nella saggistica. Questo testo geniale è poco letto e capito male. “La vita nuova” di Dante è per me un modello. Quando ho scritto la mia tesi di dottorato (di filosofia, ma su un argomento letterario, l’opera di Violette Leduc) ho usato un io molto soggettivo che ha scandalizzato i vecchi professori, ma che aveva un significato molto profondo per me, di rifiuto di un’astrazione gratuita. Cerco, nei miei saggi (anche nelle mie recensioni critiche di opere letterarie nei quotidiani o mensili, come nelle mie conferenze e nelle interviste come questa), di essere molto personale e autobiografico. Il teatro era quasi il mio primo modo di esprimermi. Ho anche fatto l’attore, quando ero studente. Poi quando conosciuto l’argentino Alfredo Arias, che mi ha chiesto di aiutarlo a scrivere le sue commedie, poi mi ha proposto di mettere in scene le mie (“La Dame aux Camélias”, “Pallido oggetto del desiderio”), sono stato molto felice. Lavorare con gli attori, conoscere i segreti dell’incarnazione della parola in scena è sempre stato meraviglioso. Ho lavorato anche con attrici straordinarie (Claudia Cardinale, Anouk Aimée, Isabelle Adjani, Adriana Asti, Marilú Marini), condividendo con loro i misteri della timidezza e della violenza dell’esposizione al pubblico. Lavorare con musicisti (Nicola Piovani, Arturo Annecchino, Silvia Colasanti e tanti altri) è un’esperienza indimenticabile. Lavoro anche adesso con il cantante italo-brasiliano Antonio Interlandi, per spettacoli su Pasolini. Giorgio Ferrara mi ha commissionato dei dialoghi per sua moglie Adriana Asti (purtroppo mancati entrambi da poco) e ho avuto la fortuna di accompagnarli a Spoleto, per vari spettacoli (anche con la coreografa americana Lucinda Childs). Giorgio si fidava molto di me e mi ha chiesto di aiutarlo nella regia del suo “Don Giovanni”, e di scrivere libretti con lui. Per uno scrittore, è una consolazione contro la solitudine che sempre lo minaccia.
Lei è apertamente gay. In che modo il suo orientamento sessuale ha influenzato la sua scrittura?
Sono stato fortunato con miei genitori, intelligenti ed empatici, che mi hanno lasciato esprimermi liberamente con, da parte loro, meraviglia, tolleranza e rispetto. Ho saputo il mio orientamento da ragazzo (già a dieci/dodici anni) senza il minimo dubbio e senza la minima colpevolezza. Ciò spiega il mio entusiasmo quando ho visto “Teorema”, “Fellini Satyricon” e quando ho letto Sandro Penna. Ho scritto molto presto poesie e commedie con tematica esplicitamente omosessuale, talvolta con ironia o umorismo. La malinconia e la disperazione, l’ho conosciuta ed espressa più tardi. Ho raccontato in “Mes années japonaises”, le mie esitazioni, che sono state un errore. Ma i miei primi romanzi e racconti (“Personnes et personnages”, “Jardins et rues des capitales”, “Esther”) erano molto chiari sui miei desideri ed infatuazioni. Faccio parte della generazione AIDS, cioè dei ragazzi colpiti, spesso uccisi da questa orribile malattia. Sono stato testimone della loro morte precoce. Nell’”Accompagnement” (tradotto in italiano dalla casa editrice sarda Inschibboleth), ho descritto la malattia e la morte di un amico scrittore ed editore che mi ha chiesto di documentare il suo martirio. Questo libro è stato determinante nel mio rapporto con la letteratura perché avevo paura di sbagliare, di non scegliere le parole giuste. Poi ho scritto “Aimer“, racconto autobiografico, anche se in parte immaginario, nel quale parlo di una passione per un medico eterosessuale che si è innamorato di me, che ha invaso la mia vita e che si è perso in una mescolanza di rifiuti, di ritorni, di fughe. La mia vita sentimentale era diventata molto complicata. Nei vari libri che ho scritti poi, ho provato a seguire il labirinto delle contraddizioni di questo tipo di situazione. Ma ormai ho una vita più equilibrata. Vivo in coppia, sono sposato con un uomo che ha avuto, prima di conoscermi, tre figli. Ho partecipato alle lotte per la libertà di orientamento sessuale. Ho scritto nei primi settimanali e mensili omosessuali. Tra cui quello che ha fondato Michel Foucault, che conoscevo bene (avevo seguito le sue lezioni del Collège de France, poi ci siamo rivisti in Giappone). Jean Genet, Violette Leduc, Michel Foucault, Pier Paolo Pasolini, ma anche Alfredo Arias con cui ho lavorato più di trenta anni, in Francia, in Italia, in Argentina, sono stati tutti molto importanti per la mia coscienza omosessuale. La mia omosessualità segna molto il mio lavoro. Ho molti amici omosessuali (uomini e donne). In quanto editore, ho pubblicato molti scrittori omosessuali (Edouard Louis, Olivier Charneux, Jean-Michel Iribarren, Marie-Claire Blais, Silvia Baron Supervielle, Patrick Drevet, Arthur Cahn, Jean-Baptiste Niel), e ho tradotto scrittori omosessuali (ho già citato Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini). Ho anche tradotto dall’inglese il primo bestseller americano, “The Front runner“, sull’omofobia e la passione tra un atleta e il suo coach, scritto da una donna (Patricia Nell Warren), sul modello dei popolari romance novels. Ma le mie scelte sono molto più aperte ovviamente. Però resto convinto che l’eterosessualità esclusiva per un uomo è un mancanza, un difetto, un’esperienza povera e incompiuta (quel che pensava probabilmente anche Moravia, amico di omosessuali). Nella varie biografie che ho scritto (di Pasolini, di Moravia, di Elsa Morante, della Callas, di Greta Garbo, di Sibilla Aleramo, di Giacomo Leopardi, di Serge Tamagnot e prossimamente di Héctor Bianciotti) ne parlo molto e anche in altri libri come “Objet d’amour” (su Stendhal, Michelangelo et Xavier Sigalon, un pittore francese, copista del Giudizio universale). La mia editrice attuale Colette Lambrichs vorrebbe ristampare “”L’étoile rubis” (tradotto 30 anni fa da Costa & Nolan): in questo romanzo-metafora, descrivo la vita in una casa editrice come quella di un bordello giapponese, in cui tutti gli editori sono delle prostitute (maschi travestiti) e gli autori i loro clienti.
Credevo fosse finita qui. Un’intervista densa e interessante e, almeno per me, un motivo per ammirare l’uomo che c’è dietro allo scrittore.
Ma ieri sera, controllando la posta per l’ennesima volta ho ricevuto un’email che mi chiedeva come avessi avuto l’idea di intervistarlo.
La mia risposta è stata letteralmente: “Ho letto il suo bellissimo libro su Leopardi a Napoli (“Amicizia e passione. Giacomo Leopardi a Napoli“) e ho deciso di saperne di più”.
Al che il nostro dialogo è continuato.
Se avessi saputo che tutto era partito dalla sua lettura di “Amicizia e passione”, avrei risposto più a lungo sulla storia della relazione di Giacomo Leopardi e di Antonio Ranieri. Hanno avuto un rapporto di un’intensità che pochi cosiddetti “omosessuali” (in un periodo in cui la parola non esisteva) hanno conosciuto. Michel Foucault diceva che l’omosessualità è diventata un problema sociale, presentato come tale, quando la gente si è chiesta cosa potessero fare due uomini insieme, all’insaputa di tutti. Poi è nata l’idea di una malattia mentale e sociale, e i medici hanno cercato di curare questi nuovi “malati”. Nel Settecento, secolo molto sentimentale, in Italia e soprattutto in Francia e in Inghilterra, l’amicizia prendeva delle forme veramente passionali. Me ne ero accorto scrivendo su Horace Walpole per esempio (in un libro intitolato “L’or et la poussière“). Horace Walpole sarebbe adesso il tipo stesso dell’omosessuale dandy, una sorta di antenato di Oscar Wilde. Ma la sua sessualità (non detta) non era un problema sociale o mentale. Leopardi ha con Ranieri un’intimità totale di affetto, di vita quotidiana. Ma molto brutto e malato, non può pensare se stesso come oggetto di desiderio da parte dal suo giovane amico, lui sano e bellissimo. E vive la propria sessualità (era probabilmente casto e anche vergine) attraverso la vita sentimentale di Ranieri, poi attraverso le proprie fantasticherie amorose che descrive nelle sue poesie o nelle sue meravigliose lettere con donne inaccessibili, ma lusingate dall’amore di un grande poeta. Alberto Arbasino ironizza molto su Ranieri e penso che sia un’ingiustizia bella e buona. Alberto Arbasino, molto “camp”, molto ironico e snob, anche se molto intelligente e colto, fa parte degli intellettuali omosessuali la cui ironia non mi piace, anche se si tratta di autoderisione. Ho voluto restituire a Ranieri quel che gli spettava. Un rispetto e una gratitudine per quel che ha fatto per la memoria del suo geniale amico. A proposito del rapporto della letteratura italiana con l’omosessualità, devo dire che secondo me i libri più belli e profondi sono stati scritti da eterosessuali raffinati, sensibili e compassionevoli, come Giorgio Bassani (“Gli occhiali d’oro“) o come Alberto Moravia (“Il conformista“, “Agostino” e anche il suo ultimissimo racconto “Palocco“, che ho tradotto di recente per una raccolta di suoi inediti, poi ovviamente il discorso fatto in omaggio di Pasolini dopo la sua morte) o come Elsa Morante (“L’isola di Arturo” e “Aracoeli“). Anche nei libri di Edith Bruck (scrittrice di cui ha tradotto molti libri), deportata ebrea ungherese che ha scelto la lingua italiana, ci sono delle pagine meravigliose sull’omosessualità, maschile e femminile, di un’intelligenza e di una sensibilità unica (“L’amica tedesca“, ma anche “Lettera di Francoforte“). Ed “Ernesto” di Umberto Saba che, dopo l’opera intera di Sandro Penna, è probabilmente il libro più grande sulle esitazioni dell’orientamento sessuale nell’adolescenza e sono d’accordo con Elsa Morante nel dire che sia uno dei più grandi libri sull’amore (come “L’isola di Arturo” della stessa Morante). Tra gli autori italiani omosessuali del novecento, sono stato molto colpito da Mario Mieli (“Elementi di criticaomosessuale“, tradotto in francese da poco, ma l’avevo letto quando era uscito in Italia), da Gilberto Severini (che ho prefatto), da Mario Fortunato, da Pier Vittorio Tondelli, da Ivan Teobaldelli e dal cugino di Pasolini, Nico Naldini che ho tradotto in francese e prefatto in italiano. E sono molto amico di uno scrittore italiano che scrive in francese, Carlo Jansiti, che ha scritto le biografie di Violette Leduc e di Jacques Guérin – famoso collezionista e mecenate di scrittori.
Così si chiude un’intervista che mi ha dato un immenso piacere e la voglia di saperne di più sull’opera di quest’uomo che ha fatto della cultura la sua vita e che, nei miei confronti, si è dimostrato un gentleman di altri tempi.
Silvia Lanzi
Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).