Hyeonseo Lee: “La ragazza dai sette nomi. La mia fuga dalla Corea del Nord” (trad. Stefania Cherchi, Mondadori, 2024), di Elena Realino

Hyeonseo Lee è un’attivista e portavoce per i rifugiati nordcoreani. In questo potente libro racconta la storia della sua vita, dall’infanzia in Corea del Nord alla fuga che la conduce ad essere clandestina in Cina, sospesa tra tensione e paura; fino al percorso per riuscire a far espatriare anche la sua famiglia, un calvario anche questo ai limiti dell’inverosimile. Ogni singola pagina è preziosa per conoscere la storia della Corea del Nord, una storia che si intreccia con quella personale dell’autrice e dà come risultato un libro dinamico e avventuroso.

“Per molti versi la vita nella Corea del Nord si svolge in modo del tutto normale. Abbiamo le nostre preoccupazioni economiche, troviamo gioia nei figli, beviamo troppo e ci diamo da fare per la carriera. Ciò che non facciamo mai è mettere in discussione la parola del partito, perché rischieremmo di finire nei guai. I nordcoreani che non sono mai usciti dal paese non pensano in modo critico perché non hanno elementi di confronto (con governi precedenti, con diverse linee politiche o con altre società del mondo esterno).”

Paese blindato, isolazionista e dittatoriale, dalla Corea del Nord è pericoloso uscire ma anche entrare (si veda la vicenda del giovane turista americano Otto Warmbier). Un paese che racchiude in sé infiniti paradossi, come quello ad esempio di definirsi una Repubblica Democratica Popolare quando invece sopprime ogni forma di individualismo, che sia un modo originale di acconciarsi e vestirsi o un’idea maturata in modo spontaneo e personale. In Nord Corea la proprietà privata non esiste, né si può professare una fede religiosa.  

Un altro paradosso è che si tratta di un paese fortemente militarizzato, il rigore e l’ordine sono promossi e osservati, eppure un alto grado di corruzione dilaga tra le cariche istituzionali. E poi anche a livello più popolare, perché pur di sfuggire all’ottemperanza di assurdi divieti si ricorre all’inganno. “L’ironia della cosa sta nel fatto che, cercando di costringerci a diventare buoni cittadini, lo stato ci trasformava tutti in traditori e informatori.” 

Una delle cose narrate nel libro che mi ha colpito molto riguarda le cosiddette sessioni di autocritica in cui ognuno, sia a scuola che a lavoro, deve muovere un’accusa a un altro e dire ad alta voce in cosa sarebbe venuto meno rispetto ai principi del “nostro Rispettato Padre e Leader” nell’ultimo periodo di tempo. “Se non ce la facevo proprio ad accusare un compagno, a volte accusavo me stessa, cosa che si poteva fare. Oppure io e una mia amica stringevamo un patto: una settimana lei avrebbe criticato me, e la settimana dopo io avrei criticato lei accusandola di qualcosa che avevamo inventato e concordato insieme.” “Quelle sessioni mi hanno insegnato una lezione di sopravvivenza: dovevo imparare a essere discreta, sempre attenta a ciò che facevo e dicevo, e diffidente nei confronti degli altri. Stavo già costruendomi la maschera che gli adulti indossano dopo averci fatto l’abitudine.”  

La dinastia dei Kim si incentra sulla venerazione di questi leader considerati come semidèi, anche in virtù del presunto senso paterno e della cura verso il popolo, eppure durante la terribile carestia che colpì la Corea del Nord tra il 1994 e il 1998, in cui persero la vita mezzo milione di persone, Kim Jong-il non si adoperò per il paese, ma paventando finto interesse e simulata solidarietà continuava a fare bella vita di cibo e piaceri; nel frattempo la propaganda insinuava che la carestia era causata dalle sanzioni e dalle penali inflitte dagli americani, quando invece la verità era che col crollo dell’Unione Sovietica la Corea del Nord perdeva la sua fonte di sostegno economico. È in questo filone di eventi che si colloca la presa di consapevolezza di Hyeonseo Lee, l’inizio dei suoi dubbi e dell’eventualità di varcare il confine con la Cina, ovviamente illegalmente, perché anche in una nazione evoluta come la Cina, essendo questa alleata della Corea del Nord, un nordcoreano è un clandestino che se scoperto dal governo cinese viene rifilato dritto in patria in un campo di lavoro, o meglio inteso campo di tortura. Motivo per cui Hyeonseo Lee ricorre molte volte al cambio d’identità.                                                                                                                                     

Un’altra menzogna propinata ai nordcoreani è che fu la Corea del Sud a dare inizio alla Guerra di Corea (1950-1953), una guerra che sappiamo si inserisce nell’ambito della Guerra Fredda: il Sud era sotto il controllo degli Stati Uniti, il Nord sotto l’Unione Sovietica. Sappiamo che a dare il via alle ostilità fu il Nord, capeggiato dall’URSS, che invase la Corea del Sud. Ma secondo quello che asserisce la propaganda dei Kim sarebbero stati il Sud e quindi gli americani ad attaccare il Nord, e questo è ciò che si trova scritto in tutti i libri di storia studiati nelle scuole della Corea del Nord, e ciò a cui la maggior parte dei nordcoreani crede. E il Nord sarebbe stato drammaticamente sconfitto dagli americani se non fosse stato per l’intervento da parte della Cina in suo favore.  La propaganda nordcoreana usa spesso l’espressione “bastardi imperialisti americani” o “maledetti yankee”. Il governo nordcoreano contempla l’esecuzione pubblica per chi è sorpreso a guardare o ascoltare film o musica americana, e assistere a queste esecuzioni pubbliche è obbligatorio.  

Riguardo al culto della personalità dei Kim, appesi a un muro interno di ogni abitazione o edificio stanno i ritratti dei due leader, Kim Jong-il e Kim Il Sung (a quanto sembra dal 2024 è subentrato il terzo ritratto, quello di Kim Jong Un, l’attuale leader, che affianca quindi i ritratti del padre e del nonno). Questi ritratti devono essere spolverati con un panno apposito dato dal governo che fa un controllo periodico dello stato dei quadri. Nel caso di incendio di un’abitazione, la priorità dev’essere portare in salvo i ritratti prima ancora dei membri della famiglia: se i ritratti bruciano, le persone scampate all’incendio vanno in campo di prigionia.

Tutte queste sono solo alcune delle informazioni che si apprendono leggendo questo libro: fatti e testimonianze che gettano luce su una parte di mondo di cui si sa poco. Il libro ha anche il merito di mettere in evidenza quanto i funzionari governativi possono essere spietati e corrotti. 

Elena Realino*

p.s. Ci è parso significativo e interessante riportare il link della conferenza TED tenuta da Hyeonseo Lee nel febbraio del 2013, in cui racconta la fuga rocambolesca, sua e della sua famiglia, dalla Corea del Nord. Cliccate sulla foto e… buona visione!

*Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.

                                                                                                                              

 

Diego e Margherita intervistano il signor Capinera, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al signor Capinera!

Margherita: Uhm… respira, Diego… senti che profumo di primavera nel parco…

Diego: Sssh!

Margherita: Che c’è?

Diego: Ssss! Non parlare, ascolta.

Margherita: Uh! Cos’è stato?

Diego: Lo hai sentito anche tu, allora?

Margherita: Quel TAC TAC?

Diego: Sì, esatto… eccolo di nuovo! Viene da quella parte, andiamo!

Margherita: Lassù, tra i rami di quell’albero, vedo qualcosa… ma non capisco bene. Sarà un picchio? 

Diego: No, non è il TOC TOC del becco sul tronco… è più un verso, secondo me.

Margherita: Hai ragione… proviamo a chiamarlo. Ehi, lassù! Chi c’è?

Signor Capinera: Sono il signor Capinera! E voi chi siete?

Diego: Siamo Diego e Margherita, amici del professor Mundis. Vorremmo farle qualche domanda!

Signor Capinera: Oh, ma certo! Gli amici di Cosmo sono anche amici miei! Arrivo! Flap Flap…

Margherita: Grazie per la disponibilità! La prima domanda riguarda quel suono strano che abbiamo sentito poco fa.

Signor Capinera: Intendete questo? TAC TAC!

Diego: Sì, proprio questo! Perché lo fate?

Signor Capinera: Noi capinere siamo uccelli molto chiacchieroni! Oltre al canto, facciamo tanti richiami: un TAC TAC veloce se siamo allarmate, un ciarrr un po’ aspro e anche un suiirr d’allarme. E quando siamo tristi, un fiuu lamentoso.

Margherita: Caspita! Siete proprio chiacchierini, eh?

Signor Capinera: Dovreste sentirci nel periodo degli amori! Inizia tra poco… potreste tornare a trovarmi!

Diego: Vivete solo nel parco?

Signor Capinera: No, viviamo anche nei boschi, tra le siepi, nei giardini… e viaggiamo molto! D’inverno andiamo dove fa più caldo, vicino al Mar Mediterraneo. Ultimamente alcune capinere restano anche più a nord, forse per il clima che cambia e perché trovano più cibo.

Margherita: Grazie per tutte queste informazioni, signor Capinera! Possiamo consigliarle un libro che parla di una capinera?

Signor Capinera: Che bella idea! Ditemi tutto!

Diego: Si intitola Avrò cura di te di Maria Loretta Giraldo, pubblicato da Camelozampa e illustrato da Nicoletta Bertelle.

Margherita: Racconta la storia di un piccolo seme, solo e indifeso nel mondo. Ma la Terra, il Cielo e l’Acqua si prendono cura di lui. Lo proteggono, lo nutrono, lo aiutano a crescere. Gli dicono: “Non temere, io avrò cura di te”.

Diego: Così quel seme cresce e diventa un albero grande e forte, pieno di fiori. E un giorno, tra i suoi rami, arriva una piccola capinera che costruisce il suo nido.

Margherita: E quando il suo uovo si schiude, la capinera si prende cura del suo piccolo, proprio come l’albero aveva fatto con lei. E quando un nuovo seme cade lontano, la capinera decide di aiutarlo, dicendogli: “Non temere, io avrò cura di lui”.

Diego: Questo libro ci insegna che la vita è un ciclo meraviglioso di amore e cura, che passa di generazione in generazione.

Signor Capinera: Ciiip! Ciiip! Frrr! Frrr! Sono commosso! Grazie, Diego e Margherita! Tornate presto… vi terrò un bel concerto tutto per voi!

Cinzia Milite

Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (TerraRossa, 2024), di Gabriele Torchetti:

“Per la prima volta segnalo un romanzo ai giurati del Premio Strega. Lo faccio, in primo luogo, per condividere con loro l’emozione che ho provato nel leggere le pagine di Michele Ruol. Il romanzo è il racconto del vuoto lasciato nella vita di due genitori, Padre e Madre, dalla morte improvvisa dei loro due figli, Maggiore e Minore.”

Il virgolettato è parte della motivazione con la quale Walter Veltroni ha proposto “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” per il Premio Strega 2025.

E mai segnalazione fu più azzeccata, perché l’esordio letterario di Michele Ruol per Terrarossa è un’opera rara nel panorama letterario contemporaneo. L’autore, infatti, reinventando il punto di vista narrativo, propone al lettore una prospettiva inedita e affascinante: sono gli oggetti che raccontano.

Gabriele Torchetti, il nostro libraio sempre attento alle novità folgoranti, ha intervistato per noi Michele Ruol, che ringraziamo per la disponibilità.

Ciao Michele e benvenuto a Il RandagioInventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un libro fuori da ogni schema letterario, almeno qui in Italia, un romanzo costruito attraverso un vero e proprio inventario. Una casa abbandonata, stanze vuote, silenzio: sono gli oggetti della casa a parlare e a comporre tassello dopo tassello la storia di una famiglia, perché hai scelto di raccontare questa storia proprio attraverso gli oggetti?

Ciao, e grazie per l’ospitalità. Sono partito dagli oggetti perché la storia che racconto è in qualche modo incandescente: avevo bisogno di allontanarmi un po’, di guardarla da quella che Mazzacurati in un suo film chiama la giusta distanza. Gli oggetti per me sono stati un filtro attraverso cui ricostruire la vicenda: come un archeologo che utilizza vasi, monete e altri reperti per ricostruire la storia di civiltà perdute, anch’io mi sono messo in ascolto della vita e delle storie che continuavano a emanare. 

    Anche gli oggetti apparentemente più insignificanti hanno il potere di accendere un ricordo, un momento di vita, di gioia o dolore. Qual è stato il tuo criterio di scelta nella stesura dell’inventario?

    Certo, questa è la cosa bella degli oggetti, ovvero il fatto che il loro valore affettivo sia completamente scollegato da quello economico. Ognuno di noi sa qual è quella cosa a cui non rinuncerebbe mai, e questo succede perché si vengono a creare dei fili – sottili ma visibili – che collegano gli oggetti a particolari momenti della nostra vita. A volte questi fili vanno oltre, e ci riconnettono con persone che non ci sono più, o ci uniranno a persone che verranno dopo di noi. Ho costruito così questo inventario, cercando questi fili e seguendoli fino agli oggetti a cui erano collegati.

    Madre, Padre, fratello Maggiore e fratello Minore, perché hai scelto di non dare un nome proprio ai protagonisti del romanzo?

    Da una parte perché preferivo dei nomi universali, che ci riguardassero tutti, ma c’è dell’altro. Quelli che ho scelto infatti non sono solo dei nomi comuni, ma nomi che indicano dei ruoli, all’interno della famiglia e della società. Mi interessava provare a raccontare il cortocircuito e lo spaesamento che si innesca quando il nome – il ruolo – che ci definisce viene improvvisamente a mancare.

    Sappiamo già dall’inizio che questa famiglia è travolta e distrutta da una tragedia, Maggiore e Minore muoiono in un incidente stradale. Il tuo libro è potente, drammatico, eppure è un romanzo che concede la possibilità di una speranza. Che cos’è questa foresta che brucia? E come si può sopravvivere dopo che quello che ami di più è distrutto per sempre?

    Mi fa piacere che tu lo metta in evidenza, perché quello che ho provato a raccontare è proprio questo, la luce che filtra anche nel dolore più impenetrabile. La foresta che brucia è una metafora che il personaggio di Madre fa propria: una foresta in fiamme è persa per sempre, dal momento che una identica a quella che c’era non tornerà. Eppure Madre, a distanza di anni, si ritrova a camminare in quella che era la foresta bruciata, e scopre una varietà di nuove specie arboree che la sorprende: è la realizzazione che la vita, intesa in senso biologico, è in qualche modo inarrestabile e ci trascina oltre, anche attraverso lutti e dolori che non avremmo mai voluto affrontare.

    Quando ho finito di leggere il tuo romanzo inconsapevolmente ho pensato a Ricordi? un film di Valerio Mieli, nel film il regista analizza una storia attraverso i ricordi dei due protagonisti, ricordi divergenti e mutevoli. Un po’ ho pensato al rapporto di coppia tra Padre e Madre, entrambi vivono (prima e dopo la tragedia) le medesime situazioni con stati d’animo ed emozioni, almeno in apparenza, diametralmente opposte. Puoi dirci qualcosa in più su questo?

    Questo è un aspetto particolarmente interessante: un medesimo evento non ha gli stessi effetti sulle persone che lo vivono, e questo perché abbiamo tutti diversi vissuti, diversi strumenti emotivi e diverse risorse. Inventario di fatto è il percorso di una coppia che affronta un lutto con tempi e modi radicalmente differenti, e proprio per questo all’inizio si disgrega. Il dolore separa, non unisce, e Madre e Padre hanno bisogno di tempo per ritrovarsi, prima singolarmente e poi come coppia.

    A proposito di ricordi, che ruolo ha la memoria nella tua narrazione?

    Per me è una sorgente di immagini: quando scrivo parto prevalentemente da quelle – una luce, un dettaglio, una sensazione – e intorno a quella immagine, spesso attinta dal ricordo, invento poi scene e personaggi.

    Sei drammaturgo e lavori da tanti anni per il teatro, prova a immaginare Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia in scena, cosa vedi lì qui sul palco? 

    È un progetto a cui sto lavorando e che spero di poter realizzare. Si tratta di una bella sfida, perché una delle particolarità di Inventario è che i suoi personaggi non sono mai in scena. Drammaturgicamente è come se avessimo la scenografia, ma non gli attori. Per portarla in scena bisognerebbe quindi creare una sorta di negativo del libro, ovvero trovare il modo di recuperare la presenza umana, senza però perdere la magia degli oggetti.

    Il tuo è un romanzo d’esordio è stato letteralmente acclamato da critica e pubblico e sta collezionando premi su premi (Premio Venetarium Labomar, Premio Megamark, Premio Giuseppe Berto, proposto da Walter Veltroni per il Premio Strega), come stai vivendo questo successo? In qualche modo influirà nella scrittura del tuo prossimo libro?

    Lo vivo con continuo stupore. Quando il libro è uscito onestamente non avevo molte aspettative, ero felice che il libro fosse uscito con una casa editrice che stimavo, non mi aspettavo altre gratificazioni. Quindi ecco, prendo tutto quello che sta arrivando con meraviglia e gratitudine, perché senza la tenacia e l’entusiasmo che ci sta mettendo TerraRossa dubito sarebbe successo. Questo ovviamente poi avrà un riflesso sul prossimo libro che scriverò, almeno in termini di aspettative: per quanto mi riguarda ripartirò da zero, come se fosse un secondo primo libro.

    Solitamente chiudo la chiacchierata chiedendo all’autore un consiglio di lettura, in questo caso voglio fare un’eccezione (non mi odiare). Facciamo un gioco, se tu dovessi presentarti a qualcuno per far conoscere chi sei, la tua storia, da quale oggetto inizieresti?

    Comincerei da un oggetto che non è un oggetto, un essere vitale e silenzioso, che nel libro ha un ruolo chiave: la pianta di corbezzolo – una pianta speciale per la sua capacità di sopravvivere agli incendi, mantenendosi viva sotto la cenere.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    “Ricette Letterarie”: i biscotti alla crema di James Joyce, di Anne Baker (video)

    🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

    La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

    Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

    La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

    🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

    Questa settimana la nostra Anne ci propone i biscotti alla crema ispirandosi al racconto “Le sorelle” tratto da Gente di Dublino di James Joyce. Scritti tra il 1904 e il 1907, i quindici racconti che compongono la raccolta narrano storie di vita quotidiana per rappresentare la paralisi morale dell’Irlanda del suo tempo. In particolare, ne “Le sorelle”, un ragazzo racconta del proprio rapporto con un prete cattolico morente (Padre Flynn). Alla notizia della sua morte, il narratore viene assalito dagli incubi e sogna di fuggire lontano dall’Irlanda (la fuga è uno dei temi ricorrenti dei Dublinesi). Le sorelle, Eliza e Nannie, sono quelle del prete, che si ritrovano a vegliare il morto e a dialogare con il ragazzo e sua zia.

    *** I BISCOTTI ALLA CREMA DI JAMES JOYCE ***

    👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

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    Ricette Letterarie: i biscotti alla crema da “Le sorelle” (Gente di Dublino) di James Joyce 

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    Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

    RICETTA DEI BISCOTTI ALLA CREMA

    Irish Shortbread Pastry (pasta frolla irlandese)

    Ingredienti per 12 biscotti diametro 8cm

    • 250g burro morbido
    • 100g zucchero bianco fine
    • 300g farina bianca per dolci
    • 1g sale fino

    Preparazione:

    1. In una ciotola capiente setacciare la farina.
    2. In un’altra ciotola montare il burro con lo zucchero e il sale utilizzando le fruste elettriche. Quando il composto è chiaro e spumoso aggiungere la farina e formare un impasto.
    3. Raffreddare l’impasto in frigorifero per almeno due ore.
    4. Per confezionare i biscotti stendere l’impasto con uno spessore di circa 6mm. Ritagliare i biscotti e cuocerli in forno preriscaldato a 170°C  per 12 minuti, fin quanto diventano dorati.

    Quando biscotti sono freddi si possono farcire con la Crema Pasticciera (Custard):

    Custard

    Ingredienti

    • 400g latte fresco intero
    • 100g panna fresca
    • 5 tuorli d’uovo da uova taglia M
    • 130g zucchero bianco semolato fine
    • 50 g farina bianca per dolci
    • Qualche goccia di estratto di vaniglia

    Preparazione:

    Riporre in frigorifero la crema pasticciera almeno due ore prima di utilizzarla per farcire i biscotti.rifero fino al servizio.

    Rompere le uova, separare i tuorli dagli albumi e riporli in frigorifero per un’altra preparazione. A parte, in una caraffa, mescolare il latte, la panna e l’estratto di vaniglia.

    In una ciotola capiente mescolare i tuorli con lo zucchero, poi aggiungere la farina e mescolare con vigore per formare una pastella.

    Ammorbidire la pastella con il latte alla vaniglia, aggiungendolo poco per volta. Mescolare con la frusta, facendo attenzione che la pastella non schizzi perché diventa sempre più liquida. Quando tutto il latte è versato si può passare alla cottura della crema.

    Versare la pastella in una casseruola dal fondo spesso, accendere il fuoco medio e scaldare il composto girandolo continuamente fino quando non si addensa formando una crema.

    Maria Rosaria Selo: “Pucundria” (Marotta&Cafiero), di Vincenzo Vacca

    Maria Rosaria Selo ha scritto un nuovo libro, Pucundria, dimostrando ancora una volta di essere una scrittrice che va oltre il luogo comune. 

    In un momento storico come il nostro nel quale lo schiacciamento su scelte securitarie è predominante, il libro della Selo riesce a conquistare il lettore narrando l’ umanità che pure è presente in un ambito concentrazionario: un penitenziario femminile, in particolare quello di Pozzuoli.

    La protagonista del racconto è una agente della Polizia Penitenziaria,  Teresa Ricciolo, che viene assegnata presso il citato penitenziario.

    È una donna che ha precedentemente vissuto una drammatica esperienza con un uomo violento che si era presentato a lei come una persona dolce e comprensiva. Un diavolo presentatosi come un angelo, ma che dopo un pò manifesta la sua vera natura.

    Questa esperienza non ha indurito Teresa nei rapporti con gli altri, ma soprattutto l’ ha indotta a preservare nel suo servizio di agente penitenziario un sentimento di umanità, di comprensione, senza cedere ad una accondiscendenza nei confronti delle detenute. 

    La scrittrice non edulchera la descrizione dell’essere associato a una Casa circondariale, della privazione della libertà e del trovarsi a condividere una cella giorno e notte con altre persone sconosciute. 

    Persone che hanno conosciuto e prodotto il male, arrivando anche a commettere efferati omicidi, ma una delle intuizioni importanti del libro sta nel fatto che mette in evidenza la possibilità della metamorfosi da parte degli esseri umani, i quali non possono e non devono essere etichettati definitivamente come perduti criminali da parte di una non meglio specificata “parte migliore” della società. 

    Quest’ ultima, tra l’ altro, non può fregiarsi di tale titolo anche perché spesso è con il suo comportamento  che produce, direttamente o indirettamente, disagi sociali forieri di azioni criminali. 

    Maria Rosaria Selo con il suo ultimo romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente,  ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste.

    Un cambiamento che non è unidirezionale, ma afferisce tutti coloro che sono coinvolti nella relazione con gli altri.

    Ecco, il romanzo di Maria Rosaria Selo ci narra della complessità del vivere secondo determinate regole ponendo l’ accento sui rapporti tra uomini e donne. 

    Rapporti che vedono troppe volte uomini violenti che non sanno amare.

    Nel libro viene ricordato che per la valutazione di un profumo occorre del tempo, infatti, è necessario avvertire le note di testa, poi quelle di cuore e, infine, quelle di fondo.

    La scrittrice non poteva trovare migliore allegoria per riferirsi, io credo, alla valutazione di un essere umano; valutazione che non può assolutamente prescindere dalla natura delle relazioni che di volta in volta nella vita si instaurano.

    Come accennavo precedentemente,  il contenuto del libro di Maria Rosaria Selo rappresenta un importante contributo al dibattito pubblico in corso in ordine al concetto e alla pratica attuazione del senso e dello scopo della pena, la quale, come vollero le madri e i padri della nostra Costituzione, deve tendere al recupero della persona che si trova in carcere. Il carcere non deve essere una sorta di discarica sociale rimossa dalla coscienza collettiva.

    Non possiamo considerarci, innocenti, perché l’ innocenza ha una dimensione non giuridica. Il nostro fare o non fare ha un impatto nei confronti della società, pur non essendone consapevoli.

    Con la sua ultima fatica letteraria, la Selo ce lo ricorda, ci instilla dei dubbi, degli interrogativi circa una presunta totale estraneità da parte di chi sta “fuori” rispetto a chi sta “dentro”. 

    E questi dubbi e interrogativi non potevano non nascere soprattutto dalle donne, dalla loro intelligenza intuitiva ed emotiva. 

    Sulla loro capacità di guardare oltre a ciò che a un primo sguardo sembra. Di cogliere dei segnali che l’ altro conserva per evitare un totale annichilimento.

    Nel libro non si sostiene un generico “perdonismo” che annulla la responsabilità del gesto criminale e non fa sconti sul male procurato ad altri con le relative sofferenze. Mettendo al centro della narrazione le biografie di chi si è macchiato di comportamenti criminali, prova a svelare i meccanismi a causa dei quali certe cose accadono.

    Avremo l’ onore e il piacere di parlare del libro, insieme all’ autrice dello stesso, il giorno 25 marzo 2025, a Napoli, presso il Clubino, via Luca Giordano 73, alle ore 18.00, con la giornalista e critica letteraria Bernardina Moriconi e l’ estensore di questo articolo.

    Vincenzo Vacca