Oggi la grande fotografa Lisetta Carmi (Genova, 15 febbraio 1924 – Cisternino, 5 luglio 2022) avrebbe compiuto cento anni e noi Randagi abbiamo voglia di farle gli auguri e di ringraziarla per tutto quanto ha rappresentato per la cultura italiana.
La Carmi, di famiglia ebraica, trascorse l’adolescenza in Svizzera per evitare le persecuzioni razziali; nell’immediato dopoguerra, a poco più di vent’anni, era già una promettente pianista e faceva concerti in giro per il mondo, ma smise di suonare improvvisamente nel 1960 dopo aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro la convocazione a Genova del congresso del Movimento Sociale Italiano.
Lasciata la musica, cominciò ad avvicinarsi alla fotografia. Dei primi anni Sessanta sono i suoi reportage sull’Italsider e sui camalli del porto di Genova e le collaborazioni con alcune riviste come il Mondo e l’Espresso. Dal ’65 inizia a fotografare i travestiti dell’antico ghetto ebraico genovese (per intenderci la via del Campo di De Andrè) e questo lavoro fu raccolto nel ’72 in un volume dal titolo I travestiti, che all’epoca dette un tale scandalo da non essere nemmeno distribuito nelle librerie. Benché ebrea, nel ’67 dopo la guerra dei sei giorni, documentò le tragiche condizioni di vita dei campi profughi palestinesi e dopo quell’esperienza non volle mai più far ritorno in Israele.
Eseguì ritratti, tra gli altri, di Ezra Pound, Alberto Arbasino, Carmelo Bene, Edoardo Sanguineti, Judith Malina, Charles Aznavour, Leonardo Sciascia, Lucio Fontana, Luigi Nono, Claudio Abbado, Jacques Lacan e fece importanti reportage dall’America Latina all’Asia, dalla Sicilia (con testo di Sciascia) alla Barbagia delle operaie di un sugherificio, dalla Firenze dell’alluvione all’Irlanda del Nord della guerra civile nel ’74.
Dopo l’incontro nel ’76 in India con lo yogi Babaji, fondò un ashram a Cisternino in Puglia, dove nel ’79 acquistò un trullo che è stato la sua casa fino alla fine, nell’estate del 2022, a 98 anni. A Cisternino diceva di aver finalmente trovato, nel corso della sua quinta vita, la libertà che aveva cercato nelle vite precedenti.
La Carmi, che viene a ragione considerata come uno dei più grandi fotografi del Novecento, aveva il dono di saper cogliere la vita degli ultimi con uno scatto e usava la macchina fotografica come uno strumento di denuncia sociale. Il suo sguardo delicato e anticonformista ha raccontato gli invisibili, i proletari, i diversi, denunciato le ingiustizie nei confronti dei settori più deboli della società, testimoniato la marginalità sia esistenziale che nel mondo del lavoro. Era solita dire: “Ho fotografato per capire”.
Il nazista e il barbiere è un romanzo arguto, grottesco e bizzarro il cui autore è Edgar Hilsenrath, un ebreo sopravvissuto all’Olocausto, nato a Lipsia nel 1926 e scomparso nel 2018. Scritto in tedesco negli anni Cinquanta, il libro, per il suo contenuto e per il tono satirico della narrazione, ha avuto una genesi piuttosto travagliata: pubblicato in molti Paesi nel’71, in Italia nel ‘73 da Mondadori, in Germania è uscito – dopo innumerevoli rifiuti e solo dopo il successo negli Stati Uniti – nel ‘77 con un piccolo editore. Infatti le grandi case editrici sia dell’Ovest che dell’Est temevano le reazioni del pubblico dei lettori, poco disposto a confrontarsi con una commedia a tratti umoristica e burlesca su una delle pagine più tragiche della propria Storia, peraltro narrata in prima persona da un feroce assassino tedesco.
Il romanzo racconta il corso della vita del barbiere Max Schulz, ariano sia per parte di madre che per la parte di uno dei suoi presumibili cinque padri, a partire dall’amicizia con un bambino ebreo suo coetaneo Itzig Finkelstein. Itzig è un ottimo studente e aiuta l’amico nei compiti scolastici; Max invece insegna a Itzig la sua unica abilità: catturare e torturare topi. La famiglia Finkelstein dà rifugio a Max, lo protegge dalle percosse e dagli abusi sessuali del patrigno e di fatto lo adotta. Così accade che Max si comporti come un ebreo: va in sinagoga, parla yiddish e sogna Gerusalemme come ogni ebreo al termine delle celebrazioni pasquali. Passa il tempo, in Germania comincia l’ascesa del nazismo col suo carico di antisemitismo, i compagni di giochi crescono e Max osserva che tra i due è lui a somigliare fisicamente ad un ebreo, laddove Itzig, l’ebreo, sembra di purissima razza ariana:
“Il mio amico Itzig era biondo e aveva gli occhi azzurri, il naso dritto, i denti bianchi e la bocca ben disegnata. Io invece, Max Schulz, figlio illegittimo ma ariano puro di Minna Schulz, avevo i capelli neri, gli occhi da rospo, il naso a becco, le labbra gonfie e bitorzolute e i denti guasti. Potrete ben capire che molto spesso ci confondessero.”
Con la definitiva presa del potere di Hitler, nonostante tutte le attenzioni, l’amicizia e l’aiuto ricevuti dai Finkelstein, Max, senza alcuna motivazione razionale, diventa membro del partito nazionalsocialista e si arruola nelle SS nelle cui fila commette crimini orribili sia nelle campagne militari che in un campo di concentramento polacco. È proprio lui, Max, il voltagabbana bugiardo e senza scrupoli a raccontarci le sue “imprese” in un tono colloquiale da romanzo picaresco.
A guerra finita, per sfuggire alla denazificazione e alla giustizia, il nostro “eroe” mette in atto un piano che è un capolavoro di ripugnante camaleontismo: si fa circoncidere e tatuare un numero di matricola come fosse un reduce da Auschwitz e assume l’identità dell’amico da lui stesso ucciso con tutta la famiglia. Decide quindi di emigrare in Palestina e, ulteriore colpo di scena, diventa un combattente per la costituzione e la difesa dello Stato ebraico prima contro gli inglesi e poi contro gli arabi.
Qui l’ironia di Hilsenrath è estremamente sottile nel mostrare al lettore quanto il linguaggio di Max e dei suoi fratelli sionisti nei discorsi entusiasti sullo sviluppo del nuovo stato ebraico sia somigliante alla retorica nazionalsocialista, quanto i loro slogan la evochino. Quando il suo amico Sigi Weinrauch scherza sul sionismo, Max, l’ex genocida ora perfetto sionista, lo chiama “nemico del popolo” e commenta tra l’adirato e lo scandalizzato:
“Sigi Weinrauch… è un nemico del popolo. Sbeffeggia il sionismo — da noi questo si chiamava ‛deformazione della verità’ — insulta i nostri condottieri — da noi si chiamava ‘diffamazione del Führer’ — e parla sempre di causa persa — da noi si chiamava ‘apologia di propaganda nemica’ e ‘disfattismo’ — ma la cosa peggiore di tutte è che Sigi Weinrauch ama la Germania! Ma ci pensate? Un ebreo che ama la Germania! Nonostante i sei milioni!”
Il romanzo prosegue sviluppando una trama ricca di ulteriori svolte improvvise per arrivare ad un bellissimo finale a sorpresa, l’ennesimo giro di valzer, l’ennesima piroetta, che ovviamente non racconto.
Aggiungo solo che anche al termine della sua vita rocambolesca, Max alias Itzig, antesignano dell’imputato Eichmann a Gerusalemme, non ha rimorsi, si autoassolve, giustifica il suo opportunismo, il suo andare dove gira il vento, attribuendo la responsabilità dei propri crimini ad altri e mai a se stesso, un po’ come hanno fatto alla fine del conflitto tanti gerarchi nazisti e molti cittadini tedeschi. Come Eichmann, Max dice in buona sostanza di aver “solo obbedito agli ordini” come se l’ obbedienza fosse una kantiana virtù morale. E, a tal proposito, nel finale del romanzo viene da pensare alla frase della Arendt per cui “nessun uomo per Kant ha il diritto di obbedire”, ovvero “ogni uomo deve in ogni azione riflettere se la massima che guida il suo agire possa diventare una legge universale”.
Hilsenrath è con ogni probabilità il primo scrittore a fare del tipico umorismo ebraico sulla tragedia dell’Olocausto; è moderno nel prendere in giro una Germania diventata subito dopo la guerra improvvisamente filosionista; ed è attualissimo e profetico nello smascherare posture, frasi e slogan nazisti dietro la propaganda e la politica del nascente Stato di Israele.
“L’ora di greco” di Han Kang – tradotto da Lia Lovenitti e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2023 – è un romanzo breve che penetra il lettore con la delicatezza di un fruscio e la forza di una slavina. In appena 163 pagine di un’intensità poetica prossima alla riflessione filosofica, l’autrice sud-coreana crea un universo narrativo che si insinua al di là dei confini della lingua, sviluppando una storia in cui i silenzi e il dolore diventano ponte e riparo di due anime in frantumi.
La trama, semplice nella sua essenza, rivela una complessità emotiva che deflagra tra le righe. La Kang dipinge due figure senza nome – lei narrata in terza persona, lui in prima – attraverso frammenti dolorosi della loro esistenza. La donna, annichilita dalla perdita della madre e della custodia del figlio, sceglie di rifugiarsi nel mutismo. L’uomo, tornato in Corea dopo anni in Germania, affronta una progressiva ed inesorabile cecità, che avvolge silenziosamente, come una nebbia, il suo mondo visivo. L’incontro avviene in un istituto privato di Seoul, dove lui tiene un corso di greco antico, al quale la donna decide di iscriversi. Ha così inizio, con una naturalezza viscerale e potente, la relazione tra l’uomo che sta diventando cieco e la donna che non parla ma scrive versi in greco. Ciascuno dei due, fino a quel momento inaccessibili, troverà nell’altro quello che manca al proprio mondo, sia dal punto di vista fisico che spirituale.
Il greco antico ha un ruolo centrale: da lingua morta, austera, “fredda e dura”, diventa viva e pulsante, lo specchio nel quale i due protagonisti condividono le loro ferite. La scoperta che i verbi “soffrire” e “apprendere” siano in greco quasi identici (per Socrate “apprendere” significa letteralmente soffrire) è come una rivelazione che attraversa tutto il romanzo, il fiotto di luce che illumina il loro percorso di rinascita attraverso il dolore.
Questa visione della sofferenza come esperienza essenziale e necessaria in un percorso di crescita umana fa pensare al saggio “La società senza dolore” di Byung-Chul Han, dove il filosofo di origine sudcoreana denuncia la società contemporanea che, rifiutando il dolore, si priva di una dimensione esistenziale fondamentale. Se ne “L’ora di greco” la sofferenza, incarnata nella perdita, nel silenzio e nella cecità, diventa uno strumento di connessione; anche per Byung-Chul Han il dolore rappresenta il veicolo per relazioni umane più autentiche e profonde.
La scrittura di Han Kang ha la precisione chirurgica della poesia, dove ogni parola conta e ogni silenzio è necessario. Non si limita a descrivere la sofferenza, la rende palpabile attraverso una narrazione eterea che è come un borbottio di disperazione, un lamento di corde vocali atrofizzate. L’uso di volta in volta di una metafora evoca il tormento interiore e l’alienazione dei suoi personaggi. Due citazioni esemplificano questa capacità.
La donna:
“… ha l’impressione di essere diventata un’ombra che striscia sulla superficie rugosa dei muri e del suolo, e sbircia da fuori la vita contenuta in un enorme acquario. È in grado di udire e leggere in modo distinto ogni singola parola, ma non riesce a schiudere le labbra ed emettere alcun suono.”
E l’uomo:
“La stilografica era ancora lì, esattamente come ricordavo. Era la stessa penna che avevo utilizzato, cambiando più volte il pennino, dal mio arrivo in Germania più o meno fino al secondo anno di università. Ho tolto il cappuccio, un po’ graffiato ma ancora in buono stato, l’ho messo in un angolo della scrivania e sono andato in bagno per sciogliere l’inchiostro secco. Dopo aver riempito il lavabo, vi ho immerso il pennino finché un filo sottile di inchiostro blu scuro ha iniziato a disegnare nell’acqua curve sinuose, in continua dissolvenza.”
Ogni immagine, ogni inquadratura, ogni frammento, ogni gesto, è carico di significato. Uno dei momenti più toccanti del libro è molto probabilmente quello in cui la donna, non potendo parlare e per farsi capire in una situazione d’emergenza, traccia le parole con l’indice destro sul palmo della mano sinistra dell’insegnante. La Kang lascia intendere che per comunicare si possano trovare alternative ben più eloquenti della lingua parlata. In tal senso, “L’ora di greco” va considerata anche come un’affascinante meditazione sulla natura fragile e potente della comunicazione umana.
Man mano che la storia avanza, infatti, i due protagonisti creano un nuovo linguaggio, frutto dell’acquisita complicità, che ha sempre meno bisogno di parole. Una rarefazione dei dialoghi che ricorda la potenza dei silenzi e la profonda introspezione del cinema di Kim Ki-duk, altro genio artistico sudcoreano.
L’ora di greco è la storia commovente e malinconica di due persone impaurite, ferite e dolorosamente sole; di due anime sinistrate che s’incontrano nella notte più buia, che trovano l’una nell’altra un complemento alle proprie mancanze e che, venendosi in soccorso, ritrovano la luce. È un romanzo che parla della perdita, ma anche della riparazione; della fragilità e della solitudine, ma anche della tenerezza salvifica e dell’armonia ritrovata. Han Kang, già celebre per il suo capolavoro “La vegetariana”, ci offre con “L’ora di greco” un’altra gemma straordinaria, visionaria, complessa e gioiosamente devastante.
Con la sua scrittura elegante e sobria, delicata e introspettiva, l’autrice ci ricorda che l’arte, la poesia e soprattutto l’amore possono colmare i vuoti lasciati dalle nostre ferite, anche quando le perdite sembrano inconsolabili. “L’ora di greco” è un inno alla bellezza che resta nel cuore e nella mente del lettore, come una traccia d’inchiostro indelebile o una visita alle splendide biblioteche e librerie di Seoul.
“Il Museo dell’innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati
che non trovano un posto a Istanbul dove baciarsi.”
Pubblicato da Einaudi nel 2009, Il Museo dell’Innocenza è il primo romanzo di Orhan Pamuk dopo che gli sia stato assegnato nel 2006 il Nobel per la Letteratura. E’ una storia d’amore affascinante e nostalgica, sul desiderio e sull’assenza, che dimostra una volta di più l’immenso talento dello scrittore turco.
Racconta l’ossessione che assorbe tutta la vita di Kemal, un giovane ricco dell’élite di Istanbul, per Füsun, una sua lontana parente di famiglia assai più modesta.
All’inizio del romanzo, Kemal ha una trentina d’anni, conduce, in un mix di Dolce Vita e Grande Gatsby, un’esistenza rilassata tra feste, club e ristoranti mondani, ha un’ampia rete di amici, gira per le strade della città in una elegante Chevrolet del ’56 e ha da molti anni una fidanzata, Sibel, anch’essa di ottima famiglia, con la quale è destinato a sposarsi.
“Dall’età di vent’anni sentivo in cuor mio di avere su di me una corazza invisibile che mi proteggeva da qualunque disgrazia e infelicità. Questa impressione, del resto, mi faceva intuire che occuparmi troppo delle altrui infelicità avrebbe reso infelice anche me, e avrebbe potuto scalfire la mia corazza.“
Un giorno però, casualmente, mentre sta facendo acquisti per la sua ragazza, incontra la bellissima e giovanissima Füsun, che lavora come commessa in una boutique alla moda in una zona elegante di Istanbul. I due in breve tempo iniziano una relazione: si incontrano regolarmente in un appartamento vuoto della famiglia di Kemal, appartamento che diventa uno dei personaggi chiave del romanzo. Qui è dove si depositano gli oggetti inutilizzati di casa, i vestiti e le scarpe vecchi della madre, i giocattoli dell’infanzia, ma è anche il luogo dove si tengono gli incontri via via più passionali dei due giovani. Kemal finisce per innamorarsi:
“Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo.“
Infatti, Kemal non comprende all’inizio l’importanza del suo innamoramento e, nel rispetto delle convenzioni borghesi, non rinuncia al legame con l’ignara Sibel.
È solo quando Füsun scompare, subito dopo il fidanzamento “ufficiale” tra Sibel e Kemal (con tanto di festa in grande stile all’hotel Hilton, presente tutta la buona società cittadina, compresi Füsun e Pamuk stesso in una sorta di cameo cinematografico), che Kemal, memore dei momenti felici vissuti insieme, capisce quanto sia perdutamente innamorato.
In assenza di Füsun che rifiuta di incontrarlo, il giovane comincia allora a far visita ogni giorno alla famiglia della ragazza per assaporare il mondo in cui lei aveva vissuto e respirato. E ogni volta porta via di nascosto degli oggetti che le appartenevano (un fermaglio, una tazzina, un orecchino, una saliera, il cagnolino di porcellana che siede sopra il televisore, ecc…), pezzi che andranno a comporre il museo dedicato al suo amore finito. Le giornate di Kemal trascorrono nel ricordo ossessivo di Füsun, al punto che non riesce a non confessare tutto a Sibel e a rompere il fidanzamento. Passano i mesi e Kemal – rimasto progressivamente solo, senza fidanzata, amante e amici – quando rintraccia finalmente l’ex amante, la scoprirà sposata con l’aspirante regista Feridun. A quel punto, l’ossessione del nostro protagonista diventerà sempre più dolorosa quanto più disperata diventa la storia d’amore, ma non racconto ulteriori parti di una trama tutt’altro che prevedibile per lasciare al lettore il piacere della scoperta.
Aggiungo solo che ancora una volta, come in quasi tutti i suoi romanzi, Pamuk scrive in modo lirico e poetico di Istanbul (richiamando alla memoria del lettore sia le città “reali” di Auster e Mahfuz, sia quelle fantastiche e allegoriche di Calvino e di Borges). La inquadra tra gli anni ’70 e ’80, anni in cui Oriente e Occidente sembrano più vicini, in cui la sua città resta come mai in bilico tra storia e modernità, tra le casette in legno decadenti e gli sfarzosi appartamenti dei nuovi ricchi. Si avverte molto forte il contrasto tra una città di tradizione e di valori ottomani e musulmani ed una che vuole essere più moderna, “europea”. Pamuk racconta l’impatto dell’architettura, dell’arte e dell’estetica occidentali su una società islamica. In ogni angolo aleggia un conflitto che si riflette anche nella mentalità delle persone, in particolare dell’alta borghesia, da un lato orgogliosamente tradizionaliste e dall’altro desiderose di un approccio più “libero”, “all’occidentale”, soprattutto per quel che riguarda le tematiche della vita privata relative all’amore ed il sesso.
E il romanzo presenta questa contrapposizione. Infatti, mentre la prima parte si legge come una storia di passione spericolata, distruttiva, che si scontra con le convenzioni borghesi; altrove molte pagine sono dedicate al peccato, al pentimento, ad opprimenti temi tradizionali, come per esempio alla verginità perduta prima del matrimonio da Sibel – della quale Kemal si sente in qualche modo “responsabile” -, o a quella di Füsun che “ha deliberatamente scelto di donarla a Kemal”.
Ma il tema centrale del romanzo è il furto compulsivo, infantile e feticistico degli oggetti, che trovano la loro casa nel museo che dà il titolo al romanzo, un santuario della vita quotidiana costruito negli anni. E’ un’idea evidentemente proustiana, ispirata all’idea del tempo passato recuperabile attraverso le sensazioni vissute nel presente. Pamuk ha sempre dichiarato di avere un interesse per le “collezioni” e di aver concepito il romanzo anche come una raccolta fisica di ricordi legati ai protagonisti e soprattutto alla sua città. Sia il suo collezionismo che lo stesso Museo dell’Innocenza sono esempi di ciò che il grande scrittore turco chiama “hüzün”, ovvero la parola turca traducibile con malinconia, intesa anche come perdita e dolore amorosi (si noti l’assonanza tra “hüzün” e il nome della ragazza, “Füsun”).
Nel 2012 Orhan Pamuk ha curato e aperto il vero e proprio Museo dell’Innocenza nel quartiere Cukurcuma di Istanbul, in un edificio rosso in una parte antica della città.
Qui è esposta, in un ambiente buio, ovattato e silenzioso, la vasta collezione di cimeli. L’esposizione si apre con quello che forse è il pezzo più toccante ed esemplare: come in un insettario, il visitatore si trova di fronte ad un enorme pannello con i mozziconi delle 4213 sigarette fumate da Füsun dal 1976 al 1984. I mozziconi sono organizzati per colonne rappresentative di ogni anno, e ciascun mozzicone riporta un’etichetta col giorno in cui è stato fumato. Altro pezzo fondamentale della collezione è l’orecchino che la ragazza porta la prima volta che si dichiarano innamorati e che costituirà il primo pezzo del museo.
Attraverso foto, riprese, fazzoletti, orologi, bicchieri, ombrelli, cagnolini, scarpe, vestiti, ecc…, lo scrittore realizza il desiderio sicuramente innovativo per il mondo letterario di condividere col lettore non solo una storia (che per tanti versi ricorda Lolita o L’amore ai tempi del colera), ma anche una raccolta fisica di oggetti che mostrano – dice l’Autore stesso – “la bellezza della vita ordinaria”. E al lettore – eventualmente visitatore – non resta che abbandonarsi al fascino e alla tenerezza e alla raffinatezza della testimonianza di Pamuk:
“Questo è il resoconto di quando tutto era ancora silenzioso e placido.
Tutto è silenzioso e calmo. Silenzioso e vuoto è il grembo del cielo”
Popol Vuh, antico testo Quiché, uno dei popoli Maya
Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il bisogno di raccontare le proprie storie, meglio al singolare, la propria storia di vita. Questo avviene in special modo a chi ha una certa frequentazione con le parole. Più che per un uditorio ci si racconta per proprie esigenze: per mettere ordine dentro di sé o per rievocare emozioni, per esorcizzare una perdita, per sapere chi siamo diventati o per ringraziare chi ha contribuito a farci diventare così come siamo (almeno per gli aspetti di noi stessi che riteniamo migliori o in qualche modo tollerabili). E in genere quel bisogno ci sorprende nei momenti di svolta della nostra vita. Accade qualcosa (per esempio il raggiungimento di un obiettivo agognato o la dipartita di una figura cara) per cui vogliamo ricordarci di quello che abbiamo fatto, dove siamo stati, chi abbiamo amato, per cosa abbiamo sofferto.
Un tempo di mezzo secolo è un libro di memorie autobiografiche di Cristiana Buccarelli, pubblicato a novembre 2023 dalle Edizioni IOD, una scrittrice e un editore che amo. Racconta, come si evince dal titolo, i primi cinquant’anni di vita dell’Autrice, dalla nascita fino alla recente scomparsa del padre, al quale è dedicato:
A mio padre,
al cedro del Libano,
alle mie radici.
E’ la ricostruzione del proprio percorso esistenziale (Cristiana è nata alla fine del ’73 a Vibo Valentia), in “un arco temporale a cavallo tra due secoli e due millenni”, attraverso foto, diari, appunti, post di Facebook, ma anche rievocando storie di famiglia, dialoghi avuti con persone care, accadimenti impressi nella memoria.
Un’autobiografia con la particolarità che nel romanzo non c’è come ci si aspetterebbe un io narrante, ma a vestire i panni di Cristiana c’è una Letizia, cioè l’autrice stessa con il suo terzo nome di battesimo, che in un giorno dell’agosto del 2023 torna a Vibo nella casa della sua infanzia. La vediamo scendere le scale che dal terrazzo portano al giardino e uscire per strada. È una passeggiata in cui si immerge in una sequenza di ricordi: la macelleria dove la nonna faceva la spesa, la scuola elementare, il negozio di giocattoli, il panettiere, il mercato coperto dove arrivavano dalle campagne le contadine vestite di nero.
“Letizia ogni volta che va a Vibo torna carica di ricordi, come se diventasse una nuvola densa di pioggia. I ricordi li ha scoperti per anni nelle parole di suo padre, nelle strade, nei vicoli, nelle pietre, negli alberi del suo giardino. Laggiù c’è anche lei, una se stessa a volte dimenticata, ma che l’accompagna sempre. Non sa se è il tempo ad attraversarla, oppure se è lei che attraversa il tempo, ma è certa che non può afferrarlo, che non può fermarlo, che può solo custodirlo dentro di sé. Vuole attraversare quel tempo vissuto, tutto quel mondo scolpito e, attraverso la sua memoria individuale, ritrovare una memoria collettiva. Il fluire del tempo e della Storia.”
Nella prima parte (intitolata Nel secolo scorso), Letizia ricorda la casa in cui la famiglia va a vivere con lei neonata e i primi anni di vita a partire dal ’74 (un piccolo inciso per segnalare una coincidenza che mi è sembrata interessante: sono sicuro che la Buccarelli avrà notato che il 1974, l’anno dal quale si muove il suo racconto, è l’anno di pubblicazione di Care memorie di Marguerite Yourcenar, uno dei romanzi autobiografici più importanti della letteratura mondiale, primo volume della trilogia I labirinti del mondo, citata dalla protagonista tra le sue tante letture); poi ci sono le vacanze a Tropea, la scuola, la maestra, le prime compagne di banco, le figurine Panini, le biglie multicolori, i cuoricini di Das che un bimbo delle elementari, Angelo, le porge timidamente:
“Dopo moltissimi anni capirà che attraverso quel gesto innocente di Angelo le veniva detto per la prima volta che un giorno sarebbe stata una donna. Ciò le provocava rabbia era quella spinta al sentirsi per la prima volta parte dell’universo con un’identità precisa, femminile: era troppo presto per lei, non le piaceva, ci fiutava una trappola e voleva solo divincolarsi.”
Ma la Buccarelli disegna anche il ritratto di un’epoca e di una società. Ricorda Moro, via Fani, gli anni di piombo, l’elezione di Giovanni Paolo II e l’attentato ad opera di Ali Agca, la strage della stazione di Bologna, – dove si trova a passare con la mamma poche settimane dopo l’attentato -, Vermicino, i mondiali dell’‘82.
Foto tratta da Un tempo di mezzo di Cristiana Buccarelli
E questa sarà una delle caratteristiche di tutto il libro: oltre ad essere un album di famiglia con una serie di foto familiari e di scatti sui ricordi più “intimi”, Un tempo di mezzo secolo è anche cronaca sociale. Esiste un dialogo permanente e ben equilibrato tra gli avvenimenti privati e l’evoluzione dell’Italia e del mondo nei cinque decenni raccontati, senza che il romanzo abbia pretese storiografiche o si appesantisca con elementi di saggistica.
Dall’ ‘82, Letizia va a vivere in una nuova casa affianco a quella dei nonni. Saranno molti i traslochi raccontati e viene da dire, ricordando il bel libro di Bajani, che questo è anche un “libro di case”: la Buccarelli ci racconta quelle in cui ha vissuto, il loro carico di segreti, di cianfrusaglie, di odori, di musica. In quello stesso anno arriva improvvisamente la telefonata con la notizia della morte del nonno:
“L’unico che, passando veloce nel turbine di quegli attimi, si accorge di lei, rannicchiata sulla poltrona, è suo padre. La raggiunge, le fa una carezza sulla guancia, senza dirle nulla, ma lei, anche se è ancora piccola, intuisce che in quel gesto c’è tutto; il senso del passaggio della vita e della morte tra le generazioni, il senso del tempo che corre, il senso della famiglia e dell’essere insieme su questa terra.”
Passano le stagioni e per Letizia c’è il ginnasio e il liceo (con relativa gita scolastica dell’ultimo anno), sullo sfondo Gorbaciov e Reagan, Chernobyl e Siani. E nell’adolescenza si consolidano le prime passioni: i film d’autore, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e soprattutto la lettura, Calvino, Pavese, Bassani, Cassola, Bulgakov, la letteratura anglosassone… “i libri non le bastano mai”.
Per ciascun decennio Cristiana elenca con grande attenzione, oltre ai libri letti e alla musica ascoltata, i prodotti, i vestiti di moda, gli oggetti dell’epoca, in una sorta di malinconico dizionario delle cose perdute, quelle che emozionano il lettore suo coetaneo o più grandicello (attenzione che la parola “tinello” potrebbe commuovervi!).
Segue l’Università frequentata lontano dalla Calabria, a Napoli, i primi flirt e, col riferimento al millennium bug, si chiudono secolo e millennio.
Col Nuovo secolo si apre la seconda parte del romanzo, con soddisfazioni e delusioni, la tesi di laurea, i primi viaggi fuori Italia, ulteriori traslochi, i primi amori e l’“approdo” a Guido:
“Si accorge che lui possiede qualcosa di ancestrale e solitario, che rispetta quel patto tacito di silenzio fra loro e che riesce a captarla senza dover necessariamente sapere che cosa le passi per la testa: qualcosa di viscerale li unisce, senza l’intralcio delle parole.”
Ma col passare degli anni c’è un’esigenza che Cristiana, alias Letizia, avverte sempre più forte: scrivere. La Buccarelli trasforma in scrittura tutto quello che tocca. Scrivere e vivere cominciano a diventare due esperienze indissolubilmente legate, senza prescindere dall’impegno etico e dall’assunzione di responsabilità: le prime manifestazioni, la pace, l’ambiente, i temi sociali; argomenti però trattati senza la vanagloria del reduce, posti in un modo che trovo lucido e coerente.
Infine la perdita del padre, che una volta di più la indurrà a scrivere per lasciarne viva la memoria:
“Suo padre è dovunque, lo respira tra le mura, la sua aura continua a esistere e diventa per lei un riparo dal tempo.”
Si è detto fin dall’inizio che Buccarelli con questo romanzo sperimenta l’autobiografia, un esercizio che richiede coraggio e metodo, che comporta benessere ma, nel contempo, anche qualche tormento. Lo fa con delicatezza e questa è, in breve, la qualità che permea tutto il suo libro. Un libro che invita il lettore a passeggiare insieme tra i luoghi cari, a sognare a occhi aperti il futuro, a condividere la meraviglia nell’aprire gli archivi della memoria. Un libro che ama le soste, quelle che ti ritemprano e ti riconciliano col mondo, su una panchina sotto un albero per guardarsi indietro e compiacersi del lungo cammino fatto; con i ricordi che riaffiorano e i nomi di vecchi amici e le confidenze che pensavamo dimenticati che come bolle vengono a galla. E il modo in cui Cristiana ci racconta la storia della sua vita, disponendo di tutto un repertorio di immagini che non si sa se solo rievocate o anche inventate, potrebbe sembrare apparentemente frammentario, ma, se ci riflettiamo, questo non è quello che succede quando si frequentano i ricordi?