Milan Kundera: La festa dell’insignificanza (Adelphi, 2013 – trad. Massimo Rizzante), di Gigi Agnano

Non fatevi ingannare dall’apparente semplicità di questo libretto di un centinaio di pagine, il decimo ed ultimo romanzo del grande scrittore ceco, il quarto scritto direttamente in francese, pubblicato da Adelphi nel 2013, prima ancora che uscisse in Francia con Gallimard nell’aprile del 2014. Se proprio volessimo parlare di “semplicità” dovremmo fare ricorso alla fin troppo abusata leggerezza o alla “squisita semplicità” di un piatto di gnocchi di pane o di una zuppa di cipolle preparati da uno chef stellato. Semplici sono solo le cose della vita che però bisogna saper raccontare e Kundera lo fa da grandissimo scrittore, aggiungendo poesia e complessità, mescolando banale ed essenziale, malinconia e felicità traboccante, tragedia e farsa.

Ma La festa dell’insignificanza, questo “non romanzo” costruito come un’opera teatrale in sette parti, non è affatto semplice. Ci sono infatti molti più significati di quanti possiate immaginarne in questa insignificanza, un’insignificanza che svela sorridendo l’assurdità dell’esistenza, un’insignificanza che, come dice Ramon, uno dei protagonisti, è “l’essenza dell’esistenza.”

Il romanzo si apre con Alain che camminando per le strade di Parigi osserva affascinato e turbato che la moda del momento per le ragazze è di mettere in mostra l’ombelico, “come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.” Ma mentre riesce a spiegarsi il motivo per cui un uomo possa essere sedotto dalle cosce , dalle natiche e dal seno, viceversa si chiede: “come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata nell’ombelico?”

Mentre Alain riflette sulle diverse fonti della seduzione femminile, Ramon, l’intellettuale in pensione, passeggia senza meta nei giardini di Lussemburgo perché ha appena rinunciato alla visita di una mostra dedicata a Chagall a causa della coda “disgustosa” alla biglietteria, di cui non vuole essere parte. Dice: “Guardali! Pensi che, d’un tratto, abbiano cominciato ad amare Chagall? Sono disposti ad andare ovunque, a fare qualsiasi cosa, solo per ammazzare il tempo che non sanno come impiegare. Non hanno idea di nulla, quindi si lasciano guidare. Sono splendidamente guidabili.”

Camminando Ramon incrocia D’Ardelo, il narcisista, che per il solo piacere di mentire finge di confessargli di avere un cancro, ma nel contempo lo invita alla sua festa di compleanno, chiedendogli se conosce qualcuno in grado di organizzarne il catering.

Dopo un’ora, Ramon è a casa di Charles, l’amico che sogna di mettere in scena una commedia di marionette su un aneddoto della vita di Stalin, da cui emergerebbe un dittatore ironico e burlone, che si prende gioco dei suoi più stretti collaboratori che non osano ridere per servile ossequio (metafora della nostra incapacità di cogliere il senso dell’ironia). I due osservano che tra questi lacchè c’è Kalinin, il funzionario con la vescica debole, che dà ancora oggi il nome alla città natale di Kant (Kaliningrad), mentre invece, ironia della Storia, il tiranno baffuto pare svanito dalla memoria soprattutto dei più giovani.

A casa di Charles c’è poi l’attore disoccupato Caliban, che si diverte a inventare nuove identità e a creare lingue immaginarie. I due fanno saltuariamente i camerieri per sbarcare il lunario.

Ecco così presentati dal narratore i protagonisti del racconto, omuncoli insignificanti che non fanno o dicono granché, sprofondati nell’inconsistenza della vita quotidiana. Tutti loro si incontreranno durante la festa nel salotto di D’Ardelo, osservatori di un mondo troppo pieno di vanità, della vacuità di un divertimento per cui ogni ospite si dà delle arie per apparire più importante di quanto non sia, si compiace dei propri successi e fa sfoggio della propria felicità intorno ai bicchieri di alcol appoggiati su un vassoio. La festa è il pretesto per Kundera per sorridere della banalità del nostro tempo, che è “comico proprio perché ha perso ogni senso dell’umorismo”.

Nonostante le poche pagine, il libro è ricco di passaggi indimenticabili come quello su Quaquelique, il seduttore, che conquista le donne con osservazioni banali, che non richiedono risposte intelligenti o presenza di spirito perché l’essere brillante le sfida a competere, mentre l’insignificanza le tranquillizza, le rilassa, rendendole più facilmente abbordabili.

È la consueta misoginia dell’autore già emersa nei precedenti romanzi e “spiegata” ne L’arte del romanzo, dove si ricorderà la distinzione tra maschilista e misogino: il primo adora la femminilità archetipa (maternità, debolezza, ecc…), esalta la propria virilità e la famiglia, mentre il secondo ha orrore della femminilità e il suo ideale è restare celibe con molte amanti…

Nel romanzo infatti, mentre gli uomini sono amici (“solo una parola è sacra: ‘amicizia’”), le donne sono per lo più assenti, personaggi secondari, a volte anche un po’ spaventosi. C’è la madre di Charles che sta morendo, quella di Alain che l’ha abbandonato alla nascita e con la quale Alain ha un dialogo immaginario, una tale M.me Frank, la vedova allegra, che ha trasformato la morte del marito in un’opportunità per dimostrare agli altri il proprio valore.

Le poche relazioni uomo-donna appena accennate sono all’insegna dell’ incomunicabilità: quella tra Alain e Madeleine per la differenza di età, quella di Caliban con la cameriera portoghese perché i due parlano lingue diverse. Più che personaggi del racconto, le figure femminili sembrano bozzetti funzionali solo a dimostrare un più generale disagio maschile.

Arte (sottratta all’individuo dalla massa), sessualità, erotismo, desiderio (un tempo piaceri assoluti, oggi banalizzati), amicizia, ironia, rapporti problematici tra uomo e donna, tra madri e figli, la politica, la vecchiaia (“le sue dichiarazioni non conformiste, che un tempo lo ringiovanivano, facevano ora di lui, malgrado l’ingannevole apparenza, un personaggio inattuale, fuori dal tempo, perciò vecchio.”) sono tra le tematiche trattate in questo libretto, in una sorta di compendio finale o di manifesto della poetica di Kundera, che, all’età di 84 anni, sa che quello che sta scrivendo potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

I protagonisti ricordano i tempi di Stalin, di Krusciov e dell’Unione Sovietica (“un’epoca di cui non rimarranno più tracce”), elaborano discutibili teorie sulla seduzione (quanta distanza da scene ad alto contenuto erotico come quella de Il libro del riso e dell’oblio del 1978 con Karel che guarda Eva che si masturba sulle note di una suite di Bach!), riflettono sull’insignificanza e sul suo impatto sulla felicità, si confrontano sul posto che deve assumere nella vita l’assurdo e il riso, quest’ultimo tema cui, com’è noto, Kundera ha dedicato almeno tre romanzi: Lo scherzo, La vita è altrove, ma soprattutto Il libro del riso e dell’oblio. Secondo Ramon, ispirato da Hegel, “il vero umorismo è impensabile senza l’infinito buonumore, l’ “unendliche Wohlgemutheit”. Non lo scherno, non la satira, non il sarcasmo. Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne.”

Tutto finisce nell’inno di Ramon all’insignificanza, con la celebrazione della vita che in fin dei conti non significa nulla. In realtà non c’è un vero e proprio finale, così come a volerla dire tutta non c’è una trama. Non c’è descrizione fisica dei personaggi, rappresentati solo attraverso le loro discussioni e introspezioni. Nessuna parola di troppo, nessun superlativo, nessun abuso di aggettivi. Ci sono però i pensieri e le domande di sempre, sospesi come la piuma che gli ospiti della festa osservano galleggiare nell’aria in lentissima caduta. Pensieri sintetizzati, domande riformulate da un uomo consapevole di essere alle battute finali.

La festa dell’insignificanza, questa piccola grande eredità di Kundera, ricorda per la leggerezza del tocco e la vivacità della prosa gli ultimi lavori – perdonate l’azzardo – di Woody Allen, meno brillanti dei suoi film migliori, ma sempre attraenti per sapore e personalità, fascino ed eleganza. “L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla. Qui, in questo parco, davanti a noi, guardi, amico mio, è presente in tutta la sua evidenza, in tutta la sua innocenza, in tutta la sua bellezza. Sì, la sua bellezza. L’ha detto anche lei: l’animazione perfetta — e del tutto inutile —, i bambini che ridono — senza sapere perché —, non è forse bello? Respiri, D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…».”

Gigi Agnano

E la quarta volta siamo annegati di Sally Hayden, trad. Bianca Bertola (Bollati Boringhieri), di Gigi Agnano

Siamo al terzo libro della nostra rubrica dedicata alle migrazioni.

Mentre in Stranieri alle porte Zygmunt Bauman parlava della nostra paura dello straniero e in Esodo Domenico Quirico scriveva del viaggio verso i confini dell’Europa; oggi la nostra rubrica ci porta al bel saggio della giornalista irlandese Sally Hayden dal titolo E la quarta volta siamo annegati, in cui si documentano le condizioni disumane dei migranti intrappolati in quei campi di concentramento che sono i centri di detenzione libici.

Dopo diversi anni di ricerche, l’Autrice scrive un reportage per denunciare le conseguenze disastrose delle politiche migratorie europee, ai danni di persone che fuggono da condizioni terribili nei loro Paesi, col sogno di una vita dignitosa nell’ Europa dei diritti.

Il libro si apre con la Hayden che riceve via Facebook nel 2018 un messaggio di SOS da un uomo eritreo, che la contatta in quanto aveva sentito parlare della giornalista e della sua indagine sulla corruzione delle Nazioni Unite nei campi profughi in Sudan:

“Ciao sorella Sally, ci serve il tuo aiuto”

L’uomo che si chiama Essey è in realtà un adolescente in viaggio da diversi anni. Catturato su un gommone nel Mediterraneo dalla guardia costiera libica e rinchiuso in un centro di detenzione a Tripoli, scrive da una stanza con centinaia di altri rifugiati affamati, disarmati, impotenti, mentre in tutta la Libia c’è la guerra.

Da quell’episodio prende il via l’indagine della Hayden:

“Senza volerlo ero incappata in una vera e propria tragedia, una violazione dei diritti umani di proporzioni epiche.”

La Hayden comincia ad ascoltare le testimonianze terrificanti di centinaia di detenuti isolati e indifesi:

“Erano stati tutti rinchiusi senza capi d’accusa né processo, a tempo indeterminato e senza che si prospettasse una fine della prigionia.”

E, dall’ascolto di quell’umanità straziata, l’Autrice sbobina racconti di inaudita crudeltà, una sorta di catalogo di stupri, abusi sistematici, torture e orribili traumi. Ci riferisce del trattamento disumano dei detenuti, delle percosse, di un fiorente commercio di schiavi, di riscatti estorti alle famiglie attraverso l’uso dei cellulari e dei Social, dei suicidi. O ancora per esempio di un ragazzo che muore di appendicite contorcendosi dal dolore; del sovraffollamento che costringe i detenuti a dormire nelle latrine; di condizioni igieniche terrificanti e delle malattie; di donne che partoriscono senza cure mediche; o della fame per cui le mamme smettono di produrre latte e i bambini di lacrimare.

Ma il libro è anche un racconto della vita intima di queste persone, della loro capacità di resistere, di sostenersi a vicenda, persino di innamorarsi.

Le cinquecento pagine fanno però emergere con chiarezza non solo le violenze, ma anche l’inefficienza e a volte la corruzione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite, che avrebbe il compito di fornire aiuto e invece, per paura, ignoranza e inadeguatezza, finisce per acuire problemi già di per sé enormi. Il tutto foraggiato dall’Unione Europea che fornisce cifre considerevoli alle milizie libiche (faremmo meglio a chiamarle bande o organizzazioni criminali) col solo scopo di impedire ai rifugiati di sbarcare sul suolo europeo. Tra il 2016 e il 2021, più di 4,8 miliardi di euro (dei contribuenti) sono stati spesi dall’Europa per la difesa dei confini e ulteriori centinaia di milioni sono state promesse alla Libia dall’UE, ma anche da singoli Stati tra cui l’Italia.

Il volume offre, a tal proposito, un prezioso quanto drammatico quadro di cifre e statistiche. Ne scegliamo alcune a caso: per esempio sono quasi 20.000 gli uomini, le donne e i bambini annegati nel Mediterraneo sulla rotta dalla Libia a Malta tra il 2014 e il 2019; un migrante su cinque che ha tentato di lasciare la Libia nel settembre 2018 è morto o scomparso; “nei diciannove anni intercorsi dalla caduta del muro di Berlino, gli stati membri dell’Unione e dell’area Schengen hanno eretto quasi mille chilometri di muri di frontiera”, ecc…

Un resoconto devastante e commuovente che lascerà al lettore pochi dubbi sull’inadeguatezza delle nostre politiche migratorie. Politiche che vengono offerte dai governi europei come panacea di problemi sicuramente non generati dai rifugiati: sfruttamento neocolonialista, destabilizzazioni nei Paesi di origine, cambiamento climatico. Politiche per le quali, ad esempio, Italiani e greci sono arrivati al punto di criminalizzare gli attivisti, la gente comune, i pescatori che salvano i migranti in mare. La legge italiana prevede poi che l’ imbarcazione che opera un salvataggio si diriga immediatamente verso il porto assegnatole e vieta che quella stessa imbarcazione fornisca assistenza ad ulteriori barconi incrociati nel corso della navigazione.

Il reportage sulla migrazione e le crisi umanitarie della Hayden ha avuto svariati riconoscimenti. In particolare, è stato nominato come miglior saggio del 2019, tra gli altri, dal New Yorker, dal Guardian e dal Financial Times. C’è un mondo che non possiamo far finta di non vedere e storie che abbiamo l’obbligo morale di ascoltare.

Gigi Agnano

Esodo di Domenico Quirico (Neri Pozza, 2016), di Gigi Agnano

C’è un romanzo del 1926 dal titolo La nave morta di tale Bruno Traven (o B. Traven… chiamatelo come volete tanto è uno pseudonimo e di lui non si sa granché), che mi è tornato in mente da una frase di Esodo di Domenico Quirico. La nave morta racconta, tra il dramma e l’ironia, di un marinaio che, essendosi attardato in un bordello del porto, viene lasciato a terra dalla nave dove stava lavorando e perde così tutti i suoi documenti rimasti inesorabilmente a bordo. Il marinaio diventa quindi un apolide e si trova a dover affrontare tutta una serie di situazioni kafkiane, di espulsioni assurde da un Paese europeo all’altro, per il solo fatto di essere privo di un qualsiasi certificato che attesti… la sua esistenza.

La frase di Domenico Quirico che mi ha fatto venire in mente il libro di B. Traven è la seguente:

Chi arriva qui (a Mersin in Turchia dalla Siria o dall’Iraq) e non ha denaro è perduto, costretto a dissanguarsi nel groviglio dei visti di entrata per i Paesi europei, due, tre anni per diventare rifugiato. E della burocrazia, della solitudine, della terra straniera, della orribile indifferenza generale e del sospetto di fronte alla sorte dei singoli. Sono tempi in cui l’uomo non è nulla, un visto da rifugiato è tutto

Il giornalista astigiano de La Stampa Domenico Quirico, classe 1951, nella sua lunga carriera ha seguito da vicino guerre, rivolte, migrazioni, che hanno riguardato il continente Africano (Mali, Somalia, Congo, Ruanda, Libia) e il Medio Oriente (tra cui primavere arabe e Siria). Nell’aprile del 2013, nel pieno del conflitto Siriano, è stato sequestrato da formazioni islamiste e rilasciato dopo cinque mesi.

Esodo è un suo lavoro del 2016 che innanzitutto impressiona per la quantità dei luoghi che attraversa per seguire gli spostamenti dei migranti: dall’Africa Occidentale alla Tunisia attraverso il Mali; o il Niger e la Libia; dal Marocco a Melilla, dal confine tra Iraq e Siria alla Turchia, dal muro di Orban in Ungheria alla Serbia sulla via balcanica, da Calais per arrivare in Inghilterra. E ovviamente il Mediterraneo, Lampedusa, il Centro di Accoglienza di Mineo, Catania o Tor Sapienza a Roma tra le baracche dei campi nomadi, ecc…

L’altro aspetto che rende Esodo una testimonianza preziosa “per far conoscere degli uomini ad altri uomini” è il metodo di lavoro di Quirico che non si limita a raccontare da una redazione o dalla scrivania di casa, ma vive in prima persona l’esperienza della migrazione, della traversata nel deserto o nel Mediterraneo, “per l’arrogante volontà di capire perché un popolo di ragazzi rischia la vita per afferrare l’Europa”.

“La Grande Migrazione comporta un mutamento obbligatorio di vita per il cronista, ma anche per il narratore, il sociologo o l’analista, che devono avventurarsi non più solo con la testa, ma con il corpo”

Nelle prime pagine Quirico guarda a volo d’uccello quella parte di mondo, in Africa o Medio Oriente, svuotata a causa della migrazione, dove restano solo il deserto, le rovine e i vecchi. Poi lo troviamo a Zarzis in Tunisia in attesa d’imbarcarsi, perché, prima ancora del viaggio, bisogna raccontare l’attesa che è poi il racconto dell’essenza stessa del “clandestino”:

“Attende di avere la cifra per potersi pagare il viaggio, attende il mediatore che ha il compito di organizzarlo, il passeur con il prezzo giusto. Attende anche la nave che, forse, non affonderà, il mare buono, il momento in cui il carico umano è completo e il viaggio rende, il capitano che ha fama di conoscere l’abbecedario dei venti e delle maree, il momento in cui la polizia è ancor più distratta del solito. Aspetta.”

Prima d’imbarcarsi, quell’attesa Domenico la vive per alcuni giorni in una casa con altre cinquanta persone in due stanze di pochi metri quadri. Poi finalmente siamo anche noi lettori insieme al reporter sul barcone che singhiozzando si stacca dal porto. Ha con sé un carico di centododici esseri umani, uomini, donne e bambini stretti sul ponte. Durante la traversata il motore si rompe più volte e, giacché col motore si ferma anche la pompa nella stiva, la barca prende acqua e affonda irrimediabilmente al largo di Lampedusa. Finiamo in acqua quando già si vedono le luci dalla costa… Quirico e gli altri hanno la fortuna di essere tratti in salvo dalla Guardia Costiera…

“In mare aperto, senza radio, senza telefoni satellitari, impossibile chiamare soccorso e sperare. E’ così per ogni viaggio, i clandestini di Lampedusa sono dei condannati a morte cui talvolta la pena è abbuonata.”

In un capitolo successivo siamo a Kayes, in Mali, dove si riuniscono i migranti dal Senegal, dal Gambia, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea e dal Mali stesso, per imboccare – in novanta su un camion senza un telo che ripari dal sole – i quattromila chilometri di piste del deserto che vanno dal Niger in Libia, a Tripoli, sul mare, dove però gli africani sono considerati bestie, la polizia picchia, uccide e ruba tutto quello che trova. Quirico cammina coi migranti nel deserto per ascoltare e riferirne le storie.

Passiamo poi in Siria, o quello che ne resta, e veniamo accompagnati in una scuola dove è ammassata una quantità indefinita di cadaveri; e Quirico si chiede “Perché mai non dovrebbero fuggire i migranti, se alle loro spalle ci sono sonni e giorni pieni di questo orrore?”

Esodo è un libro ruvido e potente che si compone di ulteriori capitoli tutti altrettanto drammatici; è una sorta di film corale in cui il popolo dei migranti ci racconta la miseria, il sudore, le sofferenze, gli stupri, i crudeli rimpatri, i patetici muri e i fili spinati. Ma è anche il racconto di un’avanzata irrefrenabile nel mondo di domani di sogni legittimi. Sogni che farebbero bene anche a noi, “abitanti di un mondo in declino“, che “trepidiamo soltanto per la nostra ricchezza“.

Gigi Agnano


Stranieri alle porte di Zygmunt Bauman (trad. Marco Cupellaro, Laterza ed., 2016), di Gigi Agnano

In un’intervista del 2004, Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo nato in Polonia nel 1925 e scomparso nel 2017 in Inghilterra, così riassumeva la ben nota metafora della “liquidità”:

“Oggi tutto è temporaneo. Come i liquidi, la società moderna è caratterizzata dall’incapacità di mantenere la forma. Le nostre istituzioni, strutture, stili di vita, credenze e convinzioni cambiano prima di avere il tempo di solidificarsi in costumi, abitudini e verità”.

Se in un recente passato “solido” i rischi erano noti – si pensi alla Guerra Fredda -, nella modernità “liquida” anche le paure sono “liquide”, ovvero le minacce (inquinamento, cambiamento climatico, globalizzazione, precarietà del lavoro, terrorismo) si percepiscono in maniera più vaga.

In Stranieri alle porte, un saggio breve di poco più di un centinaio di pagine pubblicato nel 2016, ovvero poco prima della sua morte, Bauman sente la necessità di esplorare e di smantellare le paure che derivano dalle migrazioni, ma che sono generate in primis e ad arte dalla politica. Il tema era particolarmente sentito in quanto nel 2015 l’Europa, sulla scia delle Primavere Arabe e di un mix esplosivo di conflitti e di crisi economica, stava attraversando quella che veniva considerata la più importante crisi migratoria dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, con l’ingresso di circa un milione di immigrati irregolari.

“Telegiornali, quotidiani, discorsi politici, tweet – avvezzi a offrire temi e sbocchi alle ansie e alle paure pubbliche – non parlano d’altro oggi che della “crisi migratoria” che travolgerebbe l’Europa, preannunciando il collasso e la fine dello stile di vita che conosciamo, conduciamo e amiamo”

Questa paura, che Bauman chiama “panico da migrazione”, genera indifferenza e cecità morale e l’opinione pubblica, pensando anche di fare il proprio interesse, smette progressivamente di provare compassione per la tragedia dei profughi. E l’Europa, a sfregio delle proprie tradizioni illuministiche e di cosmopolitismo kantiano, assume atteggiamenti apertamente o ipocritamente ostili, confortati dai successi elettorali di partiti e movimenti razzisti che agitano fanaticamente la bandiera dell’interesse nazionale (“la Francia ai francesi”, “prima gli italiani”, ecc..).

Ma innanzitutto Bauman osserva che le migrazioni e i rifugiati non sono una novità nella storia dell’Europa:

“E’ dall’inizio della modernità che profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui unica prospettiva è la fame bussano alla porta di altri popoli: e per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati (come lo sono oggi) stranieri.”

E gli stranieri, proprio perché “strani”, sono ospiti indesiderati, sconosciuti in quanto estranei. E spaventosi perché diversi e imprevedibili: potrebbero essere proprio loro, gli sfollati provenienti da altri angoli del mondo a sconvolgere le nostre abitudini di vita. Questa xenofobia, alimentata dall’isteria dei media, viene sfruttata spudoratamente dai politici in particolar modo tra individui vulnerabili e tra quelle masse crescenti della popolazione che si sentono progressivamente escluse dal benessere sociale.

Le sole politiche proposte e considerate accettabili sono quelle che tendono a segregare e tenere a distanza gli stranieri. I governi dei vari Stati europei, e più in generale occidentali, anziché trovare ricette per alleggerire le preoccupazioni economiche dei “propri” cittadini, invece di creare ponti e favorire il dialogo, promuovono l’immagine di uno Stato che protegge dall’invasione straniera. Identificano cioè la migrazione con un problema di sicurezza, la qual cosa peraltro finisce per favorire la propaganda dei gruppi terroristici su persone emarginate, alienate, che cercano una qualche forma di vendetta. Bauman evidenzia infatti come l’esclusione sociale sia la causa principale della radicalizzazione dei giovani musulmani nell’unione europea, a fronte della quale occorrerebbe il massimo impegno in termini di investimenti che favoriscano l’inclusione e l’integrazione.

In buona sostanza, per Bauman una risposta valida non è la separazione, ma la connessione; non i muri e i centri di detenzione, ma il dialogo, la convivenza pacifica e reciprocamente vantaggiosa, cooperativa e solidale. Pare proprio che non ci sia alcuna alternativa praticabile:

“… dobbiamo andare in cerca di occasioni di incontro ravvicinato e di contatto sempre più approfondito, sperando di arrivare in tal modo a una fusione di orizzonti […]. L’umanità è in crisi: e da questa crisi non c’è altra via di uscita che la solidarietà tra gli uomini”

Gigi Agnano


Il Randagio apre una sezione dedicata al tema delle Migrazioni, di Gigi Agnano (illustrazione Anna Di Rosa)

Un anno fa, il 26 febbraio 2023, un caicco partito dalla Turchia con a bordo circa duecento persone, a causa del mare forza 5, si è arenato e si è spezzato in due a pochi metri dalla riva del litorale di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone. Il tragico bilancio è di 94 morti accertati (34 uomini, 26 donne e 34 minori tra cui molti bambini) oltre a un numero imprecisato di dispersi. Sarà la Magistratura (la chiusura dell’inchiesta è prevista a metà marzo) ad accertare se è vero che le autorità italiane, benché avvisate, non abbiano attivato nessuna operazione di soccorso e se la strage era “prevedibile e evitabile”.

A pochi giorni dall’anniversario del naufragio di Cutro, il Randagio apre una sezione del suo sito dedicata al tema delle migrazioni. Parleremo come è nostra consuetudine di libri (reportage, saggi, narrativa) e daremo spazio a contributi, interventi e riflessioni.

Perché questo focus sulle Migrazioni? Perché parlare “ancora” di Migranti?

Innanzitutto per una questione di umanità perché pensiamo che la sofferenza dell’altro sia affare anche nostro.

Poi perché parlarne dopo la lettura di testi autorevoli, contribuisce a smascherare fake news  e pregiudizi e aiuta a ragionare sulla realtà, sulle testimonianze, sui dati, sulle statistiche e non sulla vaghezza delle percezioni.

Parlarne inoltre evita che ci si possa assuefare all’orrore delle stragi, sempre più frequenti nel Mediterraneo e non solo.

Perché il tema dell’integrazione non solo  è un argomento così delicato da obbligare a confrontarci con tutta la nostra intelligenza, cultura e sensibilità, ma rischia di essere decisivo per il futuro della democrazia nel nostro Paese e in Europa.

Infine per una sensazione sgradevole per cui, mentre in passato sembravano esserci due schieramenti contrapposti sul tema dell’accoglienza, in tempi recenti invece, in particolare alla vigilia delle elezioni europee, sembra che la politica tutta, per non perdere consensi a beneficio dell’estrema destra, pur di proteggere le frontiere, accetti con leggerezza un’ulteriore riduzione degli standard umanitari e dei diritti delle persone migranti.

Un’Europa concentrata a costruire muri e barriere di filo spinato, che dimentica di essere l’Europa dei diritti, che legalizza il male – peraltro con una spesa insensata di soldi pubblici -, continuerà a determinare morti e sofferenze. E per i prossimi decenni ci troveremo ad aver accumulato un’altra forma di odio sempre più devastante, che non sarà più solo tra etnie o nazioni, ma tra interi continenti.

Gigi Agnano