James Baldwin: “La stanza di Giovanni” (Fandango, trad. Alessandro Clericuzio), di Gigi Agnano

I cento anni dalla nascita sono l’occasione per ricordare con un tocco di emozione quanto di bello e di interessante ci abbia lasciato James “Jimmy” Baldwin, lo scrittore, saggista e drammaturgo di Harlem, attivista per i diritti degli afroamericani e degli omosessuali, vissuto per diversi anni in Europa e morto in Francia, a Saint Paul de Vence nel 1987. New York in questi giorni – era nato il 2 agosto – lo sta celebrando con mostre e spettacoli e proiezioni di film e tour sulle sue orme, con partenza da Harlem fino alla sua ultima residenza americana nell’Upper West Side. La New York Public Library espone per la prima volta una serie di appunti e di documenti privati e i manoscritti di tutta la sua produzione letteraria. In Italia Fandango ne sta ripubblicando l’intera opera.

Personalmente, in un percorso estivo iniziato con Édouard Louis e Didier Eribon, “indirizzato” proprio dai due autori francesi, sono approdato con un ritardo imbarazzante a quello che è probabilmente il più famoso romanzo di Baldwin:  “La stanza di Giovanni”. Un romanzo che a metà degli anni Cinquanta nessuno voleva pubblicare, benché Baldwin fosse già uno scrittore apprezzato dalla critica e piuttosto noto per il precedente  “Go tell it to the mountain” del ‘53 (“Gridalo forte”), un lavoro teatrale e una raccolta di saggi “Notes of a native son” (“Mio padre doveva essere bellissimo”), oltre ad articoli per giornali e riviste prestigiose.

Il motivo del rifiuto è quanto mai ovvio se si considera il bigottismo della società americana degli anni Cinquanta: “La stanza di Giovanni” parla in maniera esplicita, molto prima dei movimenti di liberazione, di un amore gay e bisessuale. È in estrema sintesi la storia, per quei tempi inaccettabile, di David fidanzato con Hella, ma irrimediabilmente attratto da Giovanni. Non è più Jimmy il nero che scrive (Baldwin si era fino a quel momento occupato quasi esclusivamente di problemi razziali), ma James l’omosessuale, esiliatosi a Parigi per l’atmosfera insopportabile che si respirava nel suo Paese per le persone gay.

Il romanzo infatti, scritto nel pieno della guerra fredda e della presidenza Eisenhower, viene pubblicato nel ‘56 quando in molti Stati americani l’omosessualità è ancora illegale e l’America puritana celebra se stessa attraverso un modello di uomo forte, bianco e rigorosamente etero.

Gli esiti del racconto sono dichiarati già nelle prime pagine: David, il narratore, si trova in una casa del sud della Francia. È solo perché Hella, con la quale avrebbe dovuto sposarsi, l’ha lasciato per tornarsene in America dopo essere venuta a conoscenza della relazione dell’uomo con Giovanni, un barista italiano. Sappiamo anche fin da subito che Giovanni, abbandonato da David, ha commesso un omicidio, è stato condannato a morte e il giorno dopo verrà giustiziato.

Fin dall’inizio Baldwin si riserva la possibilità di muoversi liberamente tra presente, futuro prossimo e passato. Questi salti temporali hanno un effetto malinconico e commovente e riescono ad esprimere con più forza i rimpianti e i sensi di colpa che restano al narratore. Ecco per esempio come comincia il romanzo:

“Sono in piedi davanti alla finestra di questa grande casa nel sud della Francia mentre cala la notte, la notte che mi porterà al mattino più tremendo della mia vita. Ho un bicchiere già pieno e una bottiglia a portata di mano. Mi guardo riflesso nella luminosità che va oscurandosi sui vetri. Mi vedo alto, longilineo, dritto come una freccia, il biondo dei miei capelli si illumina. Il mio è uno di quei volti visti mille volte. I miei antenati conquistarono un continente facendosi strada attraverso pianure cariche di morti, finché non raggiunsero un oceano che si lasciava alle spalle l’Europa e guardava a un passato più oscuro.”

David lascia andare i pensieri e si proietta nel futuro immaginando il mesto ritorno in treno a Parigi; quindi si abbandona al racconto del primo incontro con Hella, per sprofondare in un ricordo remoto dell’adolescenza, quando ha il primo rapporto omosessuale con un compagno di scuola. I due passano la notte insieme e al risveglio:

Il corpo di Joey era scuro, sudato, la cosa più bella che avessi visto fino ad allora. Avrei voluto toccarlo per svegliarlo ma qualcosa me lo impedì. All’improvviso ebbi paura. Forse fu perché aveva un aspetto così innocente, sdraiato lì, così perfettamente fiducioso; forse fu perché era più piccolo di me, il mio corpo mi sembrò all’improvviso grossolano e pesante e il desiderio che mi montava dentro sembrava mostruoso. Ma, soprattutto, ebbi improvvisamente paura. Mi dissi: “Ma Joey è un ragazzo”.”

David, spaventato da quel desiderio che considera anomalo, eviterà di incontrare ancora Joey e non lo rivedrá mai più. Qualche tempo dopo, invece di andare al college, fugge dal padre e da Brooklyn e si trasferisce a Parigi “per ritrovare se stesso”. Qui, come già accennato, si fidanza con Hella, ma, mentre lei è in viaggio in Spagna, il giovane conosce Giovanni, il barman italiano:

Se ne stava, insolente, scuro e leonino, con il gomito appoggiato alla cassa, le dita che giocherellavano col mento, a guardare la mischia.”

È folgorato dalla sua bellezza e tra i due uomini inizia una relazione appassionata e intensa il cui palcoscenico è appunto la piccola, disordinata e sporca stanza di Giovanni. 

Ricordo che la vita, in quella stanza, sembrava svolgersi al di sotto della superficie del mare. Il tempo scorreva indifferente sopra di noi, le ore e i giorni non avevano significato. All’inizio la vita insieme racchiudeva una gioia e uno stupore che erano nuovi ogni giorno. Al di sotto della gioia, naturalmente, c’era angoscia, e sotto lo stupore, paura; ma non si fecero strada in noi finché l’iniziale euforia non divenne come aloe sulla lingua.”

Progressivamente la storia d’amore si riempie di ambiguità. David, che immaginava per sé una vita convenzionale con Hella,  vorrebbe reprimere i propri impulsi, ma, fin quando la donna non è a Parigi, non ci riesce. Vive una doppia vita, felice dentro la stanza, tormentata e dolorosa fuori:

Sapevo di non poter fare niente di niente per fermare la feroce eccitazione che era esplosa in me come una tempesta. Potevo solo bere, nella vaga speranza che così la tempesta passasse, senza fare ulteriori danni alla mia vita. Ma ero felice.”

Ma col ritorno di Hella tutto sembra tornare in ordine, ogni conflitto pare appianarsi: il desiderio di “normalità” e di adeguarsi alle convenzioni sociali s’impone sui sentimenti e sul desiderio. Prevale la cultura maschilista di cui il giovane americano è intriso, per cui l’omosessualità è riprovevole e disgustosa. C’è un passaggio in cui David osserva un capannello di uomini con atteggiamenti effeminati e li descrive con una serie di metafore animali, prima come pappagalli, poi come pavoni, infine come scimmie. Ma David disprezza anche e soprattutto se stesso, ciò che il corpo gli fa provare per quello dell’italiano.  È a disagio, ha paura, gli gira lo stomaco. Baldwin illumina perfettamente questo confine tra il desiderio e la repulsione, tra il piacere e la nausea. David lascia Parigi con Hella e abbandona Giovanni al suo destino catastrofico.

Con una scrittura lirica e impeccabile, una prosa chiara e incisiva, Baldwin esamina la relazione convulsa tra due uomini in cerca della felicità e la catastrofe che entrambi dovranno affrontare. Esplora con sensibilità la complessità psicologica di David, scavando e portando alla luce le sfumature del suo conflitto interiore, il desiderio, la paura, la vergogna e i sensi di colpa. Sa essere descrittivo e analitico, commovente e riflessivo come i grandi scrittori della tradizione americana che gli vengono generalmente accostati, su tutti Henry James e Ernest Hemingway.

Un’ultima annotazione: La stanza di Giovanni è il solo romanzo di Baldwin in cui tutti i personaggi sono bianchi. È l’unica volta in cui l’autore sembra disinteressarsi ai temi razziali, anche se sia Joey il ragazzino che Giovanni il barman vengono descritti come “scuri” (attenzione perché in quegli anni gli italiani venivano considerati in America, al pari degli altri europei meridionali, come “non bianchi”). Qui lo scopo preciso è di discutere finalmente di una sessualità che nessun altro autore fino a quel momento aveva affrontato nella propria narrativa. Pare ci dica che non ci sia bisogno di essere “negro” perché la società ti discrimini; in definitiva basta essere omosessuale. 

Gigi Agnano

Didier Eribon: “Ritorno a Reims” (Bompiani, trad. Annalisa Romani), di Gigi Agnano

Nei romanzi di Édouard Louis, di cui il Randagio si è occupato recentemente (leggi l’articolo), viene più volte citato come mentore e fonte d’ispirazione il sociologo Didier Eribon, in particolare per la sua opera più famosa che è “Ritorno a Reims”, uscita in Francia nel 2009 e pubblicata in Italia da Bompiani con la traduzione di Annalisa Romani. 

In un lavoro che è per metà autobiografia e per metà saggio sociologico, Eribon racconta il ritorno nella città natale a seguito della morte del padre. È l’occasione per rituffarsi con la memoria nell’ambiente d’origine da cui si era separato trent’anni prima. Sfogliando con la madre l’album fotografico, ricorda l’infanzia e l’adolescenza nel quartiere operaio della cittadina di provincia, i litigi incessanti in famiglia, l’odio per il padre, gli insulti e la vergogna per la propria omosessualità e il distacco definitivo dai parenti, da Reims e dalla sua classe sociale.

Per affermare una nuova identità, Eribon si trasferisce a Parigi, dove conosce Bourdieu e Foucault, intervista Claude Lévi-Strauss, scrive articoli per riviste e giornali, saggi tra cui “Riflessioni sulla questione gay”, intraprende la carriera accademica e comincia a godere di una discreta notorietà. Sono gli anni in cui prevale una forma di vergogna per l’umiltà delle sue origini, come fosse qualcosa da nascondere nel nuovo contesto intellettuale e borghese nel quale è ormai introdotto. Vergogna mista ad un’istintiva volontà di separarsi del tutto da un ambiente omofobo, limitato e violento e di esistere in un altro mondo, diverso da quello cui il destino sociale l’avrebbe condannato. Un mondo in cui è possibile far emergere la propria soggettività gay e affermare il gusto per l’arte e la letteratura. 

E’ un ritorno dell’autore a se stesso, una riflessione per definirsi, per ripercorrere le traiettorie e le contraddizioni del proprio percorso, le scelte spesso dolorose, gli sforzi per inventare e ricreare un sé nuovo e migliore. Siamo lontani da qualsiasi autocelebrazione o compiacimento, non c’è alcuna esibizione narcisistica – come accade in tanta autofiction così in voga negli ultimi anni con risultati spesso discutibili -, ma piuttosto la realizzazione di un’opera stimolante, fortemente “rivolta agli altri”, nata dall’esigenza impellente di mostrare che altre vite sono realizzabili e che ci possono essere prospettive alternative a quelle che una società opprimente tende ad importi (“la terribile ingiustizia di una distribuzione ineguale di opportunità e di possibilità”). 

E il ritorno alle origini, allo stesso tempo, poiché il processo di emancipazione aveva comportato un taglio netto col passato (“per inventarmi mi occorreva, prima di tutto, dissociarmi”), cicatrizza le ferite e produce una ricomposizione, una sintesi e ha un effetto terapeutico. La vergogna può trasformarsi in orgoglio:

“… questo viaggio, o piuttosto questo processo di ritorno, mi ha permesso di ritrovare questa “regione di me stesso”, come avrebbe detto Genet, da cui avevo così tanto cercato di evadere. Uno spazio sociale che avevo allontanato e uno spazio mentale in opposizione al quale mi ero ricostruito, ma che continuava ugualmente a costituire una parte essenziale di me. Così sono andato a trovare mia madre ed è stato l’inizio di una riconciliazione con lei. O, più esattamente, di una riconciliazione con me stesso, con tutta una parte di me che avevo rifiutato, respinto, rinnegato.”

Ma “Ritorno a Reims” non è solo un lavoro di autoanalisi, la testimonianza di un figlio di operai in un determinato contesto sociale e culturale. L’esperienza personale è il pretesto per proporre un’analisi più ampia sull’evoluzione della società e della politica francesi. 

Uno dei pregi del libro sta proprio in quest’intrecciarsi di storie intime e commoventi con stimolanti analisi teoriche. Uno degli obiettivi di Eribon, infatti, è quello di riportare alla ribalta una riflessione sulla classe operaia, di cui più nulla si dice nel discorso pubblico e politico, vittima di molteplici forme di violenza, tradita dal Partito Comunista e sempre più attratta dall’estrema destra. 

Egli stesso si rende conto, nel dialogo con la madre, di questa disattenzione anche nel proprio lavoro, di aver scritto molto fino a quel momento delle questioni relative all’omosessualità (del “verdetto sessuale”) e per niente dei rapporti di classe (della “vergogna sociale”); di aver cancellato ogni riferimento alle classi popolari, agli stili di vita e di pensiero della classe operaia.

E in quegli anni, i genitori, da comunisti convinti sono diventati elettori del Fronte Nazionale; i fratelli, che non hanno conosciuto alcun successo, lo sono sempre stati dal raggiungimento della maggiore età. Quella che un tempo era un’affiliazione “naturale” delle classi popolari al Partito Comunista si è tramutata negli anni ’80 in un progressivo spostamento verso l’estrema destra, a partire, sostiene Eribon, dalle elezioni del 1981 che vedono l’affermazione dei Socialisti e la partecipazione al governo del PCF. A suo parere, l’abbandono delle politiche di classe da parte dei partiti di sinistra a favore di politiche neoliberali e la disattenzione per le questioni economiche e sociali che colpiscono i lavoratori (disoccupazione, bassi salari, condizioni di lavoro precarie, minori tutele, disuguaglianze crescenti) ne hanno determinato la progressiva disaffezione. L’abbandono delle classi popolari da parte della sinistra ha avuto l’effetto di lasciare uno spazio vacante che il Fronte Nazionale è riuscito ad occupare con un inganno, ovvero valorizzando il francese (contro lo straniero) piuttosto che l’operaio (contro la classe dominante capitalista). 

L’intreccio di introspezione autobiografica e di critica sociale, di personale e di politico, non può non rimandare ad un’altra voce fondamentale della letteratura contemporanea francese, sia per tratti biografici, che per tematiche e stile, ovvero ad Annie Ernaux, con la quale Eribon condivide in primo luogo le origini operaie. Entrambi hanno scritto ampiamente della loro formazione, degli sforzi per migliorare la propria condizione sociale e, nel contempo, dello spaesamento e dei sensi di colpa per il tradimento delle proprie radici. Sia Eribon che Ernaux (in particolare ne “La vergogna”, “Il posto”, “Gli anni”) hanno analizzato il contesto storico e sociale a partire dalla propria esperienza; ambedue affrontano riflessioni teoriche e sociologiche con uno stile sobrio, essenziale, rigoroso, rendendo in tal modo i propri ragionamenti alla portata di ogni tipo di lettore.

Didier Eribon, Annie Ernaux e Édouard Louis

Un altro scrittore cui Eribon dichiara in “Ritorno a Reims” di far riferimento è James Baldwin (1924-1987), che, da nero e omosessuale, ha raccontato il razzismo e l’omofobia della società americana. Uno dei numerosi punti in comune è l’odio nei confronti del padre, incarnazione di un mondo da cui entrambi hanno preso le distanze, spiegato non tanto dal punto di vista psicologico, bensì storico e sociale. Eribon cita Baldwin più volte per rappresentare la similitudine delle loro esperienze, in questo caso a proposito della reazione al lutto:

Avevo detto a mia madre che non lo volevo vedere perché lo odiavo. Ma questo non era vero. Era solo che lo avevo odiato. Non volevo vederlo come un relitto: non era un relitto quello che avevo odiato.”

O ancora:

Credo che una delle ragioni per cui le persone rimangono aggrappate così tenacemente ai loro odi sia perché intuiscono che, una volta sparito l’odio, saranno costrette ad affrontare il dolore.

Ma “Ritorno a Reims” è un’opera estremamente ricca e complessa, che riprende – rinnovandole e attualizzandole – molte tematiche della letteratura del secolo scorso (l’identità sessuale, le dinamiche sociali, la memoria, la critica alle classi dominanti) e che ha significativi legami con la tradizione naturalista e realista dell’Ottocento (la povertà, l’ingiustizia sociale). D’altro lato, essendo anche un saggio sociologico e politico, il libro dialoga col pensiero critico in particolare di Sartre e Bourdieu.

E il lettore non potrà non rallegrarsi del valore complessivo di un libro toccante nei suoi capitoli più “intimi” e letterari alternati a riflessioni politiche e sociologiche stimolanti e profonde.

Di Didier Eribon L’Orma Editore ha recentemente pubblicato “Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo” con la traduzione sempre di Annalisa Romani.

Gigi Agnano

Un assaggio di “Mamma” di Valeria Parrella, racconto tratto da “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli)

Lo scandalo e lo sconcerto sui Social, si sa, durano un attimo come la bua dei bambini, anche quando le notizie meriterebbero un attimo di riflessione in più.

Alle Olimpiadi di Parigi martedì la squadra femminile italiana di spada vince l’oro. Repubblica nella versione online titola: “Italia oro nella spada a squadre. Francesi battute in casa. Le 4 regine: l’amica di Diletta Leotta, la francese, la psicologa e la mamma“.

Poco dopo, avendo probabilmente ricevuto qualche lamentela, per togliersi dall’imbarazzo, Repubblica cambia il titolo. Le 4 regine diventano: “la musicista, la francese, la psicologa e la veterana“.

Una gentile signora commenta: “Ora mi aspetto di leggere: francesi battuti dall’amico di Fazio, il tedesco, il commercialista e il papà”. Loredana Lipperini, la meravigliosa voce in pensione di Radio 3, pensa “a cosa avrebbe detto Michela“, riferendosi ovviamente alla Murgia.

Noi del Randagio, che non pensavamo di dover parlare di Olimpiadi, ci siamo ricordati di un racconto a nostro parere prezioso e per certi versi premonitore di Valeria Parrella, che si intitola “Mamma“, tratto dal suo ultimo libro “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli). E abbiamo pensato di darvene un assaggio, consigliandovi di leggere il racconto ed il libro nella loro interezza.

p.s. Le “4 regine” si chiamano: Rossella Fiamingo, Alberta Santuccio, Giulia Rizzi e Mara Navarria.

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“Era successo tutto nello stesso giorno, il giorno in cui mio marito, l’artista, aveva preparato dei segnaposti per il pranzo su cui aveva scritto il nome di tutti, tranne il mio.

O meglio: il mio segnaposto c’era, ma lui ci aveva scritto “Mamma”. Ora, si capisce che se lo scrive un figlio, d’accordo, ma se lo scrive un marito. Con l’orlo svolazzante della emme. Con una foglia d’agave che la contornava, acquerellata.

Al suo solito posto, a capotavola, c’era scritto “Raffaello”.

“Ci vuoi fare pure un ex libris?”

“Perché non ti piace?”

“Perché non c’è il mio nome.”

“Ma amore.”

“Ma no.”

“È un pranzo per nostro figlio, tu sei la mamma.”

Questo era, ma in fondo cos’altro aspettarsi? Se solo avessi mai avuto la certezza che andava con altre donne, se fosse stato evidente, voglio dire, io forse il cavalletto con tutte le tempere sul cranio glielo avrei spaccato, ma ’sta cosa non era mai stata appurata. Perché io non guardo il cellulare, non apro mail, forse non me ne importa davvero se va con altre. Capivo che andava con altre perché cambiava il suo modo di fare sesso. Cambiava posizione, tecnica, mugolio, la manata sul culo, cambiava qualcosa. “Mh,” pensavo io, “’sta roba gliel’ha spiegata qualcuno.” “Mh,” pensavo io, “’sta posizione viene da un altro letto” e così via per mesi e anni.

Che poi quelli passano senza che tu stia lì a contarli, e il cineforum al martedì con le amiche, e lui a esporre mostre nelle chiese – era un artista che esponeva sempre nelle chiese, aveva una gallerista che gli faceva da agente ma alla fine i suoi dipinti stavano sempre nelle chiese –, a stare via per tre settimane, e io sempre il cineforum al martedì con le amiche, e niente: aveva scritto mamma.”

Valeria Parrella: “Mamma”, tratto da “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli)

La Commedia umana di Édouard Louis in cinque romanzi autobiografici, di Gigi Agnano

In un’estate torrida, tra le classifiche del New York Times e gli scrittori griffati dello Strega, tra le lamentazioni di Mari e le riflessioni incontrovertibili di La Porta, i premi Bancarella e le bancarelle della miriade di festival letterari, del giallo, noir, ecc… vanto di ogni pro loco italica, io ho scelto di trascorrere il mese di luglio con Édouard Louis. E penso di aver fatto bene perché è giovane, è talentuoso e sfoggia belle t-shirt; poi è meno antipatico di Houellebecq, meno narcisista di Carrère, più sorridente della Ernaux e meno logorroico di Karl Ove Knausgaard.

Édouard Louis – Eddy Bellegueule è il suo nome di battesimo – ha oggi poco più di trent’anni ed è già al suo quinto libro autobiografico. Dieci anni fa la sua notorietà esplode in Francia – e a livello internazionale – con la pubblicazione del primo romanzo basato sulla sua vita che s’intitola “Farla finita con Eddy Bellegueule”, un successo da centinaia di migliaia di copie vendute, una trentina di traduzioni, adattamenti teatrali e l’individuazione da parte della critica di un nuovo grande talento sulla scena letteraria mondiale.

Nato nel ‘92 in un minuscolo villaggio nel Nord della Francia da una famiglia poverissima – padre operaio spesso disoccupato infine invalido e madre costretta a lavori saltuari -, Édouard Louis scrive fondamentalmente sempre la stessa storia: la sua. L’ambizione dell’autore è di descrivere la società che lo circonda, in una specie di balzachiana Commedia umana che prende avvio dal proprio corpo, dalla propria omosessualità, dal corpo delle persone che gli sono vicine. 

“L’autobiografia ti confronta con il reale, molto più della finzione, quello che succede è vero, presente, devi fare qualcosa. Impedisce di distogliere lo sguardo, ti impedisce di fuggire, ti chiede: cosa fai per rendere questo mondo meno brutto e meno ingiusto?”

I suoi romanzi sono come gli elementi di una pala d’altare, dove ogni tavola raffigura una fase della sua vita. Libro dopo libro torna più volte sugli stessi avvenimenti, riformula, modifica, corregge, approfondisce, infine dipinge. C’è sempre un corpo offeso -“l’insulto” lo chiama lui – e il tentativo di capire un mondo a volte incomprensibile attraverso le proprie sofferenze e quelle dei suoi cari. 

 Nel romanzo d’esordio Louis racconta le sue esperienze di bambino sensibile e di adolescente effemminato, esplorando le dinamiche familiari e sociali che determinano emarginazione e violenza, bullismo e omofobia in una comunità rurale e operaia povera, profondamente intollerante e maschilista. Il linguaggio è crudo, chiaro, diretto. Eddy affronta e uccide metaforicamente i genitori e anagraficamente se stesso cambiando nome. Ha fretta di cambiare anche tutto il resto, il viso, i denti, il modo di muoversi e la postura, di reinventare il modo di parlare e la cadenza, di far sparire tutto quanto possa ricordare la sua infanzia.

“Se durante le conversazioni con gli altri perdevo la concentrazione e nelle mie parole s’insinuava una sonorità tipica del Nord, mi disprezzavo, m’insultavo da solo, in silenzio. Mi davo del contadino, del campagnolo, m’insultavo come avevo fatto da bambino quando qualcuno mi diceva frocio e dopo mi ripetevo l’ingiuria per ore, come se l’altro fosse riuscito a inocularmi l’insulto, come se chi insulta avesse non solo il potere di insultare ma anche quello di obbligare chi è insultato a ripetersi l’offesa, in eterno, come se la violenza dell’insulto risiedesse in una complicità forzata; mi odiavo ma non mollavo mai, continuavo a esercitarmi, tutti i giorni, in tutte le occasioni, nella doccia, nei mezzi pubblici, devo far sparire l’accento, devo far sparire l’accento”

Nel secondo lavoro, “Storia della violenza” del 2016, narra, alternando prima e terza persona, un episodio realmente accadutogli a Parigi, dove l’incontro con un uomo di origini algerine si trasforma in un’aggressione e in uno stupro. È l’occasione per riflettere sui traumi della violenza, ma anche per parlare più in generale di argomenti come l’emigrazione, il razzismo e la miseria che sono l’humus in cui la società coltiva la violenza stessa.

Del 2018  è “Chi ha ucciso mio padre”, dove Louis torna sulla figura paterna, vittima di un grave incidente sul lavoro che gli ha spezzato la schiena, per evidenziare con una prosa incisiva e provocatoria l’ingiustizia delle politiche economiche e sociali operate dai vari governi Chirac, Sarkozy e Hollande, insensibili alle sofferenze della classe operaia. In particolare, alcune riforme hanno avuto una conseguenza diretta sulla vita del padre, costretto al ritorno al lavoro come spazzino nonostante l’ invalidità. Il testo, che ha la forma di una lettera, è anche un tentativo di riconciliazione dopo le tante incomprensioni di un dialogo difficile genitore-figlio.

Nel lavoro successivo del 2021 dal titolo “Lotte e metamorfosi di una donna” è centrale la figura della madre, ovvero il percorso di una vittima della violenza di classe e patriarcale dalla povertà e dall’esclusione sociale fino alla liberazione e all’ emancipazione; un archetipo per raccontare il ruolo delle donne e degli uomini nelle comunità più bisognose. Se il precedente “Chi ha ucciso mio padre” ha in molte parti la forma del saggio, della riflessione sociologica (Louis è un ammiratore di Pierre Bourdieu e deve moltissimo a Didier Eribon), nel racconto della madre la scrittura torna ad essere, come nei primi due lavori,  poetica e decisamente più letteraria.

In un’intervista dice: “affilo ogni mia frase come si affila la lama di un coltello”. C’è l’urgenza politica di dare un taglio all’ingiustizia sociale, alle disuguaglianze, alla violenza e ad un’identità maschile che ancora oggi si costruisce attraverso l’avversione al femminile e l’odio per gli omosessuali. La letteratura è l’arma di cui dispone per resistere, per ribellarsi, come direbbe la Ernaux, “per vendicare la sua gente”.

Infine, “Metodo per diventare un altro”, quinto ed ultimo romanzo autobiografico, il più personale e forse il più lucido, che si apre con:

“… forse chiunque direbbe che ho una vita davanti, che niente è cominciato ancora, eppure vivo già da tanto tempo con l’impressione d’aver vissuto troppo: immagino sia per questo che il bisogno di scrivere è così profondo, come un modo per fissare il passato nella scrittura e così, suppongo, per disfarmene; oppure può darsi che il passato sia talmente radicato in me adesso da imporsi nel discorso, in ogni momento, in ogni occasione, ha vinto lui e pensando di disfarmene non faccio che rafforzare la sua esistenza e il suo dominio nella mia vita, forse sono in trappola – non lo so.”

Il testo racconta ancora una volta la sua vita nella massima estensione, dall’infanzia miserabile al grande successo editoriale, dalla Piccardia agli appartamenti lussuosi di Parigi, dagli anni della sua prima fuga ad Amiens per frequentare per primo in famiglia il liceo agli incontri determinanti per l’esito salvifico del suo percorso.

Ancora una volta per svariate pagine si rivolge direttamente al padre, dimostrando di possedere una straordinaria capacità di raccontare la stessa storia – quella della sua vita – da una serie infinita di nuove angolazioni; segue una parte destinata a Elena, l’amica dell’alta borghesia a cui Édouard deve tutto, dall’imparare a stare a tavola alle prime letture e alla rivelazione della cultura. Elena è quella che gli fa scoprire che c’è un mondo in cui si cena ascoltando Mozart o Brahms – e non davanti alla TV -, un mondo che va ai cinema d’essai e alle mostre d’arte, dove si vive circondati da libri e quadri e dove i genitori discutono con i figli di progetti e problemi. Con Elena si stabilisce un rapporto con tutti i connotati (escluso il sesso) della bella storia d’amore, ma questo non impedisce che Édouard la metta da parte per la sua ambizione. Elena è la persona che più di tutte fa soffrire e tradisce via via che si realizza la sua ascesa sociale. Lo scrittore si difende e si giustifica, ma i suoi sensi di colpa si risolvono in un inciso tra parentesi: “[Non giudicarmi]”.

Perché Édouard Louis è concentrato solo su di sé, si intervista allo specchio, è monomaniacale ed è ossessionato dal cambiamento: reinventarsi, cambiare se stesso, migliorarsi, sul modello di amici, mentori e amanti che lo aiutano a forgiare una nuova identità. Quindi salvarsi e vendicarsi. 

“non volevo più solo somigliare agli altri, ma volevo andare più lontano di loro. Volevo fargli vedere che potevo fare ciò che nessuno di loro avrebbe saputo fare, portare a termine imprese e riuscire in tutto quello che loro non avrebbero mai creduto possibile. Ne parlavo con Elena e lei mi incoraggiava: Dimostragli che sei migliore di loro.

Ecco cos’è accaduto: il desiderio di vendicarmi dell’infanzia, lo stesso che mi aveva portato ad Amiens, era mutato in desiderio di rivalsa – non più solo contro l’infanzia ma contro il mondo intero.”

Come nel suo primo romanzo, torna sul cambio del nome, dell’aspetto, dell’ambiente e, in definitiva, della classe.  Poco importa se questa ascesa verso ideali borghesi comporti qualche tradimento e che si lasci qualche amico lungo il percorso. Potrebbe risultare irritante – e lo è  – ma Louis può essere anche toccante quando constata con amarezza: “La storia della mia vita è una successione di amicizie spezzate”.

Odissea e Metamorfosi, Commedia Umana e My Fair Lady, nella parte conclusiva del suo ultimo libro – bellissima, poetica dopo tanta ferocia -, raggiunge un livello di tragica lucidità che gli consente di comprendere – finalmente – in una nota rassegnata che tutte quelle tappe per “diventare qualcuno”, quelle mutazioni per eludere la sua origine proletaria, quei tradimenti, quella fame di successo, quella combattività nel volersi conformare a un mondo non suo, non sono altro che il segno di uno sradicamento doloroso e di un’eterna inquietudine che nascondono l’impossibilità stessa di essere felici.

Un finale tenero, lirico, emozionante ed immensamente malinconico: dopo tanto fuggire, in queste pagine Louis confessa il desiderio di tornare indietro per ritrovare casa, per rivivere in maniera accettabile quello che in passato non era vivibile. Qui Édouard, che in altre parti era stato un po’ ingenuo e ripetitivo, è insuperabile, dal punto di vista letterario e umano.

Per completezza aggiungo che in libreria potete trovare un libretto di meno di cento pagine che s’intitola “Dialogo sull’arte e sulla politica”, dove lo scrittore trentenne francese incontra l’ottantenne regista britannico Ken Loach, fonte d’ispirazione per i personaggi dei suoi romanzi. 

I libri di Édouard Louis in Italia sono pubblicati da Bompiani (Farla finita con Eddy Bellegueule, Storia della violenza, Chi ha ucciso mio padre) e da La nave di Teseo (Lotte e metamorfosi di una donna, Metodo per diventare un altro e Dialogo sull’arte e sulla politica).

Gigi Agnano

Lisetta Carmi: la fotografa che sentiva l’essenza del mondo, di Gigi Agnano

Il 13 luglio è stata inaugurata a Cisternino la mostra permanente dedicata a Lisetta Carmi, che nella piccola comunità della Valle d’Itria in provincia di Brindisi ha vissuto per 43 dei 98 anni della sua lunga e intensa vita.

Genovese, ebrea in fuga dall’Italia a seguito della promulgazione delle leggi razziali fasciste, Lisetta Carmi era destinata ad una carriera di pianista e solo nel 1960, abbandonata l’attività concertistica, cominciò a dedicarsi alla fotografia.

I suoi reportage di forte impegno sociale, dedicati, tra gli altri, ai camalli del porto di Genova, ai travestiti dei carruggi, ai profughi palestinesi, ai poveri e ai paria indiani, ai bambini afghani, alla guerra civile irlandese ebbero negli anni Sessanta e Settanta grande risonanza e la portarono alla ribalta internazionale.

Nel ’79 la Carmi arriva a Cisternino e vi resterà fino al giorno della sua morte avvenuta il 5 luglio del 2022. E proprio al Comune del piccolo centro agricolo e turistico del brindisino Lisetta ha voluto lasciare le 31 opere che compongono la mostra ideata da NÙEVÙ Studio e allestita al Palazzo Lagravinese.