A.K. Blakemore: “L’insaziabile” (Fazi), la riproposizione di un mito, di Cristiana Buccarelli

Dopo aver letto circa un anno fa il romanzo di esordio di A. K. Blakemore Le streghe di Mannigtree (Fazi editore 2023), di cui scrissi all’epoca una recensione su Il Randagio, sono rimasta colpita molto favorevolmente da questa scrittrice così giovane e  promettente, pertanto ho affrontato di recente con grande interesse la lettura del suo secondo romanzo storico L’insaziabile (Fazi editore 2024) sempre con la traduzione di Velia Februari. 

Questo secondo romanzo, a mio avviso, conferma quanto sia valida la ricerca narratologica compiuta dalla Blakemore, la quale con uno stile elegantissimo e avvolgente, unito a una grande capacità narrativa, ci regala un nuovo romanzo che può definirsi davvero perturbante, nello stesso senso in cui l’autrice riporta questa parola in un dialogo tra i due medici Dupouis  e Courville che si occupano di Tarare, il tragico protagonista di questa storia, realmente vissuto nella Francia nel Settecento e testimone della Rivoluzione.

<<Però c’è qualcosa…qualcosa che non va in lui>> mormora Dupois. 

<<Si capisce al solo guardarlo, no? Qualcosa che va oltre la medicina>>  

<<Non c’è niente oltre la medicina>>, replica recisamente Courville. <<Solo ci mancano le parole per…>>

<<I tedeschi ce l’hanno una parola>>

<<Non hanno forse una parola per tutto?>>

<<Unheimlich>> conclude Dupuis. 

Nella postfazione l’autrice chiarisce la sua scelta di unire il dato storico e il mito e ci fornisce una spiegazione dell’elemento proprio che contaddistingue questo romanzo, il quale nasce sì dalla sua creatività, ma si basa anche sulla reale vicenda di un contadino francese apparsa sul “Journal de médicine, chirurgie, pharmacie” del 1804, pubblicata dal medico Pierre-Francoise Percy, che lo aveva avuto in cura, successivamente alla morte del soggetto in questione. Infatti nella postfazione la Blakemore scrive: <<Il mio intento nello scrivere questo romanzo non è stato rappresentare la verità, bensì offrire la più credibile riproposizione di un mito>>.

La Blakemore ha infatti la capacità di narrare le gesta quasi sovrannaturali di Tarare in maniera vivida e disturbante, così come solo una vera scrittrice può fare, sporcandosi le mani, immergendosi del tutto in un’esperienza umana abissale.  

Ma qual è la storia di Tarare? Credo sia una di quelle più tragiche e grottesche che si possano immaginare e ci viene raccontata da lui medesimo: un giovane uomo che nel settembre del 1798 sarà ricoverato all’Hospice civil de l’Humanitè di Versailles in condizioni disperate, e che prima di morire narrerà la sua vita alla giovane suora Perpetué. 

Egli nasce in un paese, lo stesso giorno in cui viene ucciso suo padre in una rissa, nel 1772 durante la festa di Saint Lazare. La madre giovane e poverissima per mantenerlo si dà alla prostituzione; in seguito quando Tarare è già adolescente la madre si lega a un farabutto che si dà ad affari poco leciti, tra cui il contrabbando del sale:

“…c’è stato un tempo in cui si contrabbandava il sale. Era una cosa che succedeva, ai vecchi tempi, quando il paese aveva un nome diverso. Quando gli uomini con le spade ingioiellate e le perruques bianche costringevano i contadini a contrabbandare il sale…”.

Nollett infatti è un essere crudele e anaffettivo, che prende di mira soprattutto Tarare, il quale è un ragazzino, semplice e ingenuo con un animo gentile, che non si uniforma allo stile di vita e alla disonestà del patrigno.

“Per dire qualcosa di buono su Tarare, forse basterebbe evidenziare che era incuriosito dal mondo e da tutto ciò che conteneva, e che questa curiosità in lui aveva generato una specie di amore. Forse basta dire che non c’era vera crudeltà in lui. Se la storia è un leone di pietra, Tarare è l’edera che gli invade la bocca”.

Quest’uomo terribile tenterà di ucciderlo, ma non ci riuscirà. Dal quel momento inizia la peregrinazione disperata di Tarare attraverso la Francia: incontrerà dei ladri saltimbanchi e girovaghi a cui si unirà. Ma dopo aver subito la violenza ignobile del patrigno e in qualche maniera un senso di abbandono al suo destino da parte della madre, Tarare cambierà per sempre. Comincerà a provare una fame incontenibile; l’homme sans fond divorerà qualunque cosa e sarà sfruttato da Lazou, il furbissimo capo dei saltimbanchi, come fenomeno da baraccone. 

Attanagliato da questo appetito insaziabile, nel costante desiderio di placare questa fame terribile, una volta giunto a Parigi si arruolerà nelle truppe rivoluzionarie, senza nessuna fede negli ideali rivoluzionari, ma esclusivamente nella speranza di essere nutrito. 

In realtà questa fame smisurata, nel senso in cui ce la descrive l’autrice, rappresenta un vuoto immenso, che è il vuoto di una creatura che si è sentita abbandonata; la sua condizione psicologica fa intuire come egli sia affetto da una forma di Picacismo, cioè un disturbo psicologico che spinge a ingerire qualsiasi cosa.

“L’unica cosa a cui pensa è la fame. La fame al mattino la fame alla sera la fame che lo sveglia di notte la fame su cui inciampa come una pietra smossa la fame che porta sulle spalle come una lettiga la fame amara la fame dolce (……..). Come domarla, se non può saziarla? Come affrontarla, se non è una creatura di carne e ossa? Non c’è rivoluzione che possa redimere Tarare. Lasciate cadere re e regine nella sua bocca spalancata e lui ne chiederà ancora”.

Le vicende di Tarare fino all’ultimo ricovero all’Hospice civil de l’Humanitè di Versailles, sono molteplici e, attraverso questa particolare vicenda umana, l’autrice riesce anche a raccontarci in maniera originale un momento storico cruciale che è quello della Rivoluzione. Siamo in un periodo di enorme scompiglio sociale: c’è l’odio verso gli aristocratici, il saccheggio delle loro case, ci sono le prime sommosse nelle campagne e nelle piccole città, c’è un richiamo del periodo del terrore e infine il preludio di quello che poi sarà l’impero napoleonico. La Blakemore scandaglia soprattutto il concetto di classe e il destino della povera gente, inoltre porta il lettore a interrogarsi sul senso ambiguo di questo nuovo mondo repubblicano che in realtà ripropone delle gerarchie di potere e di supremazia antiche quanto l’uomo stesso. 

L’insaziabile è un libro originale e struggente che si legge tutto d’un fiato. La storia di Tarare si conclude con le parole ‘’E tutto è perfetto, tutto è delizia’’, le quali, come rende noto l’autrice nella postfazione: <<provengono dalla descrizione dell’aldilà rivelata da una manifestazione spiritica …come riportato in ‘Immortali per caso, di uomini diventati divini senza volerlo’ di Anna Della Subin>>.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

Elisa Chimenti: un punto di coesione fra l’Europa e il Mediterraneo, di Cristiana Buccarelli

 C’è una scrittrice e poetessa ormai quasi dimenticata che è stata una figura molto interessante e cosmopolita, di cui si è molto occupata di recente Camilla Maria Cederna, professoressa all’Università di Lille. Si tratta di Elisa Chimenti, la quale può collocarsi nell’orizzonte delle autrici della letteratura femminile dell’esilio, come le stesse scrittrici Agotha Kristov e Fausta Cialente, come la filosofa Maria Zambrano e molte altre.

Elisa Chimenti, poetessa, scrittrice e antropologa nasce a Napoli da genitori italiani nel 1883 e muore a Tangeri nel 1969 e può ritenersi una figura straordinaria, che ha messo in discussione qualsiasi forma di confine identitario. Da piccolissima si è trasferita con la famiglia da Napoli in Tunisia per dieci anni e poi a Tangeri in Marocco dove è cresciuta ed ha studiato una ventina di lingue, insieme ai testi di tutte le religioni monoteiste. È stata una donna di grande cultura, e queste sue ampie conoscenze sono presenti nella sua opera letteraria, infatti si tratta di una scrittrice ibrida, molteplice, con un pluringuismo che rappresenta bene il Mediterraneo. 

È stato un suo merito quello di aver riscritto e fatto conoscere le narrazioni di una tradizione orale di donne e di aver rappresentato questo patrimonio culturale femminile, attraverso i racconti di una raccolta che rappresenta un miscuglio di prosa e poesia: I canti delle donne arabe, pubblicata integralmente in Marocco nel 2009. Ciò avviene perché la Chimenti, giovanissima, segue il padre, il quale è andato via dall’Italia per questioni politiche, e che a Tangeri è diventato non solo medico del Sultano, ma anche medico del popolo e delle donne che va a curare nelle zone rurali. In questi luoghi lo segue la giovane Elisa come traduttrice e mediatrice tra medico e pazienti, così essa scopre un universo di storie presenti nella tradizione orale femminile berbera e raccoglie i racconti di queste donne nella raccolta sopra citata.

Elisa Chimenti in quegli anni si immerge totalmente nella cultura marocchina ed ebraica, a Tangeri frequenta una scuola ebraica e inizia a scrivere degli altri interessanti racconti tra cui Les Sortilège, tutti ambientati in Marocco.

A Tangeri tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del nuovo secolo ci sono, per diversi motivi, molti immigrati ed esiliati europei, sono soprattutto spagnoli, tedeschi, francesi e italiani; questo è il contesto multiculturale in cui si forma l’autrice e ciò si riflette nella sua scrittura, infatti i suoi testi pubblicati in Francia e in Marocco sono espressione di una apertura linguistica e culturale. 

Sono stati ritrovati anche dei suoi testi inediti di poesia, pubblicati di recente per la rivista Atlante dell’Università di Lille; nella raccolta, intitolata Marra, lei si riferisce a un uomo amato e a una situazione sentimentale difficile che ha vissuto con un diplomatico e traduttore algerino, dopo essersi allontanata dal marito polacco, Dombrowskj, che aveva conosciuto durante un periodo di studio in Europa: quest’ultimo aveva gravi problemi psichici e aveva tentato di ucciderla subito dopo il matrimonio.

Tuttavia la Chimenti è una donna che non si fa fermare da nulla e che non demorde mai. Nel 1914 fonda a Tangeri con la madre una scuola italiana e interculturale molto apprezzata, quando poi il regime fascista italiano si infiltrerà anche a Tangeri, creando varie istituzioni tra cui un’altra scuola italiana, che ovviamente non è quella della Chimenti, lei e la madre riusciranno a trasferire la loro scuola in un palazzo del Sultano, ma saranno osteggiate dal regime e nel 28’ saranno costrette a chiudere la scuola che avevano fondato, trovandosi in una situazione economica difficile.

Eppure Elisa Chimenti continuerà a lavorare come scrittrice e anche come giornalista.

Al cuore dell’Harem (Edizioni E/O 2001) è l’unico romanzo della Chimenti pubblicato in italiano, a cura di Emanuela Benini. 

Il romanzo ruota attorno alla vita delle donne con le relazioni complicate che esse intrecciano, La protagonista, Lallà Sakina, attraversa una fase dolorosa della sua vita: suo marito, Si Bu Gemà, lavora presso la Legazione francese e intende prendere una seconda moglie. Sakina si ribella a questa decisione, anche se non direttamente, di fatto cerca di opporvisi in tutti i modi possibili. L’universo femminile che si raccoglie intorno a Sakina è costituito da donne musulmane, ebree, cristiane. I dialoghi sono molto importanti nel romanzo, essi affrontano temi vari: il velo, la poligamia, oggetto, peraltro, di riprovazione morale da parte dell’universo femminile raffigurato dall’autrice, il concubinaggio, la prostituzione. La lingua è un francese ibrido, meticciato; si tratta infatti di un francese ricco di termini arabi, berberi, ebraici e darija (cioè unione di diversi dialetti marocchini) e di una sintassi a sua volta frutto della confluenza delle varie lingue, ben salde nel bagaglio culturale della Chimenti. In pratica si è in presenza di una nuova lingua viva, espressiva, che molto deve all’influenza delle poesie e dei racconti della tradizione orale di cui si accennava prima. L’atteggiamento dell’autrice verso i suoi personaggi rivela una sensibilità particolare, una conoscenza approfondita della società a cui appartengono. Su questo mondo lei non si permette alcun commento personale, lascia, infatti, parlare le varie figure femminili ed ha uno sguardo leggermente ironico. Si sofferma sui destini di mogli, prostitute, bambini, ma anche degli animali e della natura, dei monti, delle piante, dei fiumi e del mare. Ci sono anche riferimenti al momento storico, alla presenza francese in Marocco, alle ribellioni in alcune zone del paese. Si delinea una Tangeri agli albori del protettorato, una città internazionale, cosmopolita, ma anche scossa dai segni di una crisi sociale di cui risente la vita dei suoi personaggi.

Elisa Chimenti è stata in vita molto poco conosciuta e in seguito del tutto ignorata; questo può spiegarsi con il fatto che non ha avuto un’unica identità culturale: nel suo caso lo sradicamento è avvenuto dall’infanzia e la sua opera può ritenersi parte di una letteratura femminile dell’esilio. Cioè la Chimenti può collocarsi tra quelle autrici che tra l’800’ e il 900’ hanno vissuto l’esilio per motivi familiari o politici e che hanno dovuto ricostruire la loro identità letteraria e linguistica altrove. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

“Stella Maris”: il testamento spirituale di Cormac McCarthy, di Cristiana Buccarelli

Stella Marisl’ultimo romanzo di Cormac McCarthypubblicato in Italia nel dicembre 2022 da Einaudi subito dopo Il passeggero nell’ottobre del 2022 (entrambe le opere sono tradotte da Maurizia Balmelli), è l’ultimo lascito spirituale di un grande scrittore dalla forza espressiva straordinaria.  

Si tratta di un romanzo realizzato interamente in forma dialogica, in cui la protagonista è Alicia Western, una matematica geniale di appena vent’anni, dottoranda presso l’Università di Chicago e consapevole di essere affetta da una forma di schizofrenia paranoide con tendenze suicide e allucinazioni visive e uditive, già da tempo diagnosticata. 

Siamo nel 1972 e il dialogo tra Alicia e il dottor Robert Cohen, lo psichiatra che la prende in cura, si svolge in più giorni e sempre all’interno di una stanza della struttura psichiatrica Stella Maris nel Wisconsin, dove la ragazza è arrivata di sua volontà qualche giorno prima in autobus e senza alcun bagaglio, portando con sé una busta piena di centinaia di dollari, parte dell’eredità lasciatale dalla nonna. 

Alicia racconta tranquillamente al dottore della schiera di personaggi allucinatori che l’accompagnano dall’adolescenza, tra i quali spicca quello che lei definisce il Talidomide Kid, un essere pennuto con cui ha dialogato nella sua mente per moltissimo tempo. 

‘’ A lei quanto reali sembrano? Cos’hanno? Qualcosa di onirico?

Non credo. Le figure oniriche mancano di coerenza. Ne intravedi dei pezzi e il resto ce lo metti tu. Un po’ come con il punto cieco. Mancano di continuità. Si tramutano in altri esseri. Senza contare che il paesaggio in cui si muovono è un paesaggio onirico’’  

La storia della famiglia di Alicia è abbastanza complessa: si tratta di una famiglia ebrea di origini rumene emigrata da molto tempo in America; in particolare il padre di Alicia aveva avuto un rapporto professionale con Oppenheimer e aveva fatto parte degli scienziati del progetto Manatthan che aveva portato alla realizzazione della bomba di Hiroshima e in Stella Maris tutta la questione, già considerata ne Il Passeggero, viene espressa in una forma più intima e umana. Alicia è vissuta da bambina con la madre e la nonna e il fratello Bobby, protagonista de Il Passeggero, al quale appare legata da un sentimento d’amore indissolubile e incestuoso.

‘’Sapevo che lui mi amava. Era solo spaventato. Sapevo da un pezzo che saremmo arrivati a quel punto (…) In macchina l’ho baciato. Ci siamo baciati due volte, per la precisione. La prima volta piano piano. Lui mi ha accarezzato la mano come se fosse una cosa del tutto innocente e si è girato per mettere in moto ma io gli ho messo la mano sulla guancia e gli ho girato la testa verso di me e ci siamo baciati di nuovo e stavolta non c’era nessuna innocenza e gli ha tolto il respiro. E l’ha tolto anche a me. Ho posato la faccia sulla sua spalla e lui ha detto non possiamo. Lo sai che non possiamo’’      

Ma mentre Alicia racconta questo al dottor Cohen, suo fratello è in coma irreversibile e non si incontreranno mai più. Tuttavia è importante ricordare che in America i due romanzi uscirono contemporaneamente e Bobby e Alicia possono considerarsi, secondo parte della critica, come due facce della stessa medaglia.

È infatti particolare come nel primo romanzo, Il Passeggero, ci sia solo Bobby in quanto Alicia è già morta suicida, per cui c’è un riferimento a quest’ultima solo attraverso dei brani in corsivo riguardanti i ricordi del passato, mentre in Stella Maris, Alicia, già all’inizio del suo lungo dialogo con il dottor Cohen afferma che suo fratello è in coma da tempo.

È come se i due personaggi protagonisti dei due romanzi siano in realtà due aspetti di una medesima personalità; lui la parte più razionale e lei quella più intima e indagatrice sull’esistenza nella sua totalità.    

McCarthy infatti, soprattutto attraverso il personaggio di questa giovane donna dall’intelligenza straordinaria, affronta il tema del rapporto tra la realtà e la sua possibile rappresentazione, richiamando Kant e altri filosofi sul problema della conoscibilità oggettiva della realtà.

’La natura spirituale della realtà è da sempre la principale preoccupazione del genere umano ed è ben lungi dallo smettere di esserlo. L’idea che tutto sia soltanto materia a quanto pare non ci sta bene’’

Quanto il fisico può essere complesso senza il metafisico? Attraverso Alicia l’autore propone delle riflessioni esistenziali e filosofiche sulle più grandi tematiche dell’uomo in ogni tempo. Inoltre la stessa struttura del libro in forma di dialogo ricorda i Dialoghi di Platone, il quale viene citato insieme a Kant con queste parole:

’Non sfuggirò mai a Platone. O a Kant’’

I temi fondamentali della natura del linguaggio, della matematica, della fisica quantistica e dell’inconscio vengono espressi con grande acume, lucidità e originalità dalla protagonista, la quale afferma ad esempio che la matematica sia un prodotto dell’inconscio e che di conseguenza anche la matematica sia un linguaggio che cerca di tradurre e fissare ciò che si nasconde dietro la realtà, ma che fa anche parte della natura stessa. 

E infine, a proposito del linguaggio in sé dichiara:

‘’…bisogna capire cosa è stato l’avvento del linguaggio. Per un bel po’ di milioni di anni il cervello se l’era cavata piuttosto bene senza (…) Ha cooptato quelle aree del cervello che erano meno attive. Maggiormente suscettibili ad essere assoggettate. Un’invasione parassitaria. (…..) Le uniche regole evolutive che il linguaggio osserva sono quelle necessarie alla sua stessa costruzione. Un processo avvenuto in poco più di un batter d’occhio.

Invece riguardo al concetto di universo, Alicia afferma:

’Una delle cose di cui ho preso coscienza è che l’universo è evoluto per miliardi e miliardi di anni nell’oscurità e nel silenzio assoluti e che il modo in cui lo immaginiamo non corrisponde a quello che è. In principio c’è sempre stato il nulla. Le novae che esplodevano in silenzio. Nell’oscurità assoluta. Le stelle, le comete fugaci. Nel migliore dei casi tutto di un’esistenza ipotetica. Fuochi neri. Come i fuochi dell’inferno. Silenzio. Nulla. Notte. Soli neri a guidare i pianeti in un universo dove il concetto di spazio era privo di senso per mancanza di una fine. Per mancanza di una nozione cui contrapporlo. E di nuovo la questione della natura di quella realtà che non aveva testimoni. Tutto questo finché la prima creatura vivente dotata di vista ha acconsentito a che l’universo si imprimesse sul suo apparato sensorio primitivo e tremulo e poi a corredarlo con colore e movimento e memoria. Ha fatto di me una solipsista dalla sera alla mattina e in qualche misura lo sono ancora’’

Si può dunque dire che con Stella Maris e il suo linguaggio sobrio ed esistenziale, pregno di immagini e di tracce simboliche, Cormac McCarthy riesca a esprimere il suo nichilismo e ci lasci, attraverso una sua personalissima e profonda interpretazione dell’esistenza, un prezioso testamento spirituale.      

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

Cime tempestose: un romanzo gotico senza tempo, di Cristiana Buccarelli

Il noto romanzo Wuthering Heights (Cime tempestose) di Emily Brontë sarà pubblicato per la prima volta nel 1847 e sarà giudicato dalla critica ‘ perverso e brutale’. Emily, sorella delle altre due grandi scrittrici Charlotte e Anne, utilizzò lo pseudonimo di Ellis Bell, in quanto scrivere e pubblicare all’epoca era svalutante per una donna, così come esprimersi in qualsiasi ambito artistico. Ma Emily trasgredisce perché è nata per scrivere, come le sue sorelle, e un anno prima di morire a soli trent’anni di tubercolosi, ci lascia questo romanzo inquieto e passionale, profondamente umano e suggestivo: un capolavoro assoluto della letteratura inglese che supera ogni tempo.

Oggi è considerato uno dei più grandi classici della narrativa inglese, totalmente all’avanguardia per l’età vittoriana in cui è stato scritto, in quanto con esso si sovverte lo schema del romanzo ‘di buoni sentimenti’ per raccontare una famiglia che non è solo il luogo dell’accoglienza ma che può diventare anche un inferno in terra, un coagulo di sofferenza rabbia e vendetta.

Ho ripreso in mano Cime Tempestose (Edizione Feltrinelli 2014, trad. Laura Noulian) dopo moltissimo tempo. L’avevo letto da giovanissima, più di trent’anni fa, durante una vacanza estiva sui Monti della Lessinia, quando ancora non avevo compiuto dodici anni. Ricordo che restavo distesa sull’erba del prato della casa di montagna in cui alloggiavo con la mia famiglia senza riuscire a staccarmi dal romanzo in nessuna maniera: il mondo intorno a me aveva smesso di girare in quel momento e il fantasma di Catherine nel suo aggirarsi nella brughiera e intorno alla casa della Tempestosa alla ricerca di Heathcliff, il suo amore eterno, mi avrebbe suggestionata per molto tempo. Dopo molti anni ho finalmente adempiuto alla promessa che mi ero fatta di rileggerlo e l’effetto è stato immediato: non sono più riuscita a staccarmi dal romanzo per ore e giornate intere.

Heathcliff è senz’altro un personaggio complesso e indimenticabile: una sorta di antieroe intelligente, dannato, passionale, crudele, profondamente solo, un uomo ombroso e riservato di grande fascino, in cui si agitano sentimenti contrastanti di odio e amore, che non nasconde mai la sua rabbia, il suo desiderio di vendetta in età adulta, dopo essere stato maltrattato da ragazzo. Qui c’è una finissima analisi psicologica dell’autrice sugli elementi e le circostanze che contribuiscono a formare il carattere del suo personaggio. D’altra parte Heathcliff è un personaggio che, nonostante tutto, si fa amare per essere rimasto così fedele al suo amore infantile per Cathy, per la sua forte determinazione interiore e per il suo tormento continuo che non gli dà pace fino alla fine dei suoi giorni. 

<< Il suo riserbo proviene da un’avversione spiccata alle manifestazioni esteriori di sentimenti e di benevolenza. Quest’uomo deve amare e odiare di nascosto…>>.

Anche Catherine Earnshaw, figlia dell’uomo che accoglie Heathcliff ragazzino povero e sperduto in casa, è un personaggio affascinante: una bimba selvaggia, capricciosa, testarda, che poi diventerà una donna fragile e incerta, che sceglierà il matrimonio sbagliato, e così rinuncerà a quella vita selvatica che conduceva da ragazzina in simbiosi con Heathcliff e quindi rinuncerà alla vera sé stessa, ma sarà anche capace di amarlo fino alla morte prematura di un amore tenace e segreto.

<<…Nelly, ma perché lui è più me di me stessa. Di qualunque cosa siano fatte le anime, certo la sua e la mia sono simili…>>

<<Vorrei essere ancora una fanciulla, mezzo selvaggia, fiera, libera, che se ne ride delle ingiurie…Perché sono così cambiata? Sono certa che tornerei ad essere me stessa, se potessi starmene in mezzo alla brughiera su quelle colline!>>

Quasi tutta la narrazione avviene attraverso la voce narrante del personaggio non protagonista di Nelly Dean, che rappresenta il perno, l’elemento di collegamento di tutto il congegno narrativo creato da Emily Brontë. 

Ellen Dean è la governante che racconta a un’ospite, il signor Lockwood, il quale vivrà lì per un breve periodo, tutta la storia che si è svolta negli anni tra l’ampia casa di campagna detta la Tempestosa e Thrushcross Grange, nella brughiera dello Yorkshire, dove era vissuta la stessa autrice.

Il personaggio di Nelly Dean segue con affetto le vicende dei protagonisti nel tempo, è una donna saggia, onesta e generosa, ma a volte anche brusca e impertinente, tuttavia è l’unica persona assennata ed equilibrata di tutta la storia, intorno alla quale roteano tutti i personaggi, che sono svariati e abbastanza veritieri, in quanto ognuno di essi è descritto con le proprie luci e ombre.  

Anche il paesaggio della brughiera è un grande protagonista del romanzo: è violento e incontaminato. Qui durante l’infanzia e l’adolescenza i due protagonisti, Heathcliff e Catherine, esprimono il loro animo ribelle e selvaggio, correndo a cavallo e passando le loro giornate nelle distese di erica; il freddo della brughiera scandisce i ritmi della loro vita a stretto contatto con la natura del luogo.

Sarà poi il personaggio della figlia di Catherine, che si chiama Cathy come la madre, a dare una svolta positiva finale al romanzo. Anche lei è una ragazza capricciosa e testarda come lo era stata sua madre, ma tuttavia molto più equilibrata e solida, provvista della stessa bontà d’animo di suo padre Edgar Linton, e una volta rimasta orfana di quest’ultimo, pur essendo caduta nelle grinfie di Heathcliff che la odia in quanto figlia di Catherine e di Edgar, reagirà sempre rispondendogli in maniera superba e sprezzante, senza alcun timore delle sue vessazioni. Mentre Heathcliff, alla fine dei suoi giorni, sarà sempre più immerso in un suo mondo fantastico in cui è tormentato dal fantasma della sua amata Catherine, la figlia di quest’ultima, Cathy,  riuscirà a far innamorare di sé e ad istruire suo cugino Hareton Earnshaw, che Heathcliff aveva consapevolmente fatto crescere in uno stato di ignoranza e degradazione.     

Ci sarà alla fine una strana ossessione – redenzione di Heathcliff che non riuscirà più ad essere malvagio e vendicativo come lo era stato durante tutta la sua esistenza.

<<I miei vecchi nemici non mi hanno battuto…sarebbe il momento preciso di vendicarmi sui loro discendenti. Potrei farlo, nessuno potrebbe impedirmelo…Ma a che scopo? Non ho voglia di colpire (….). Nelly uno strano mutamento s’avvicina…>>.

Cime tempestose è un pugno nello stomaco, un romanzo dolcissimo e terribile in cui l’autrice ha il coraggio di sporcarsi le mani e di discendere nei meandri della natura umana, nella sua mostruosità e nella sua bellezza.

L’elemento fondante è la solitudine dei protagonisti ed essa non è per loro una conquista ma un modo per immergersi nelle proprie ombre, ferite e inquietudini personali. C’è da parte della Brontë una vera e propria introspezione nell’animo umano.

Hethcliff e anche gli altri personaggi e i fantasmi che abitano questa storia indimenticabile, sembrano inoltre nascere da una visione onirica dell’autrice e da un suo personale rapporto di odio amore con il paesaggio naturale incontaminato e libero della brughiera inglese, inquieta e selvaggia ma al tempo stesso salvifica, che sembra divenire un tutt’uno con l’animo di coloro che ci vivono a stretto contatto.      

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

Stoner di John Williams: una profonda indagine nella natura umana, di Cristiana Buccarelli

Il romanzo Stoner di John Williams, pubblicato per la prima volta nel 1965, è stato nuovamente pubblicato dalla New York Review Books nel 2003 e in Italia nel 2012 da Fazi Editore (e nel 2020 da Mondadori). Esso rappresenta una vera e propria riscoperta letteraria che ha appassionato negli ultimi anni gli amanti della letteratura ed ha avuto un meritato successo internazionale di critica e di pubblico.

Quest’opera può considerarsi senza ombra di dubbio uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento, in quanto il suo autore, John Williams, riesce a raccontare con uno stile delicatissimo, poetico e mai separato dal contenuto, il modo in cui il suo personaggio, William Stoner, guarda il mondo e così ci trasmette una sua visione dell’esistenza. 

Il personaggio di Stoner, quasi sempre chiamato per cognome e basta, appare per molti versi di matrice biografica: si tratta di un professore universitario di letteratura del Missouri che conduce una vita molto normale, che potrebbe definirsi un personaggio ‘normale’, ma in realtà siamo di fronte a un personaggio straordinario che vive una vita qualunque, per quanto possa considerarsi tale la vita di chi si dedica per quarant’anni alla missione dell’insegnamento della letteratura e si nutre per tutta la vita di una passione feroce per quest’ultima.

Stoner proviene da una modesta famiglia di agricoltori, così come lo stesso autore, e inizialmente si iscriverà alla facoltà di Agraria, ma dopo poco tempo, stimolato dal suo stesso insegnante Archer Sloane, capirà di essersi innamorato della letteratura, così interromperà gli studi di Agraria e si iscriverà ai corsi di letteratura inglese.

‘Sloane guardò di nuovo William Stoner e disse brusco: Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?>>

Stoner sentì che le sue dita stavano allentando la presa dal bordo del banco. Voltò i palmi e si guardò le mani, stupendosi di quanto fossero scure e del modo perfetto in cui le unghie si adattassero alle estremità delle dita; gli sembrò di sentire il sangue scorrere in tutte quelle arterie e venuzze.

(…)

‘Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni’ 

Sarà poi lo stesso Archer Sloane che lo spronerà all’insegnamento.

<<Ma non capisce Mr Stoner?>> domandò: <<Non ha ancora capito? Lei sarà un insegnante>>

<<Come può dirlo? Come fa a saperlo?>>

<<È la passione, Mr Stoner>> disse allegro Sloane, <<la passione che c’è in lei. Nient’altro>>.

In nessun romanzo di formazione, a mio avviso, è descritta in una forma così limpida forte e viscerale la passione per la letteratura in cui può restare avvinghiato un essere umano. Ed è appunto questa passione che permea tutta la narrazione della vita di Stoner, un uomo normale e al tempo stesso straordinario.

Così come di passione assoluta si parla nell’incontro fra Stoner e Katherine, di cui egli s’innamora durante il suo infelice e perpetuo matrimonio con Edith, creatura meschina che vive solo di apparenze. 

Con Katherine figura di donna affascinante ed empatica, che entra in scena silenziosamente verso la metà del romanzo, Stoner vivrà quel genere di incontro che si ricorda per tutta una vita.

Come tutti gli amanti, parlavano molto di sé, perché così facendo gli sembrava di comprendere anche il mondo che li aveva creati’

Tuttavia le circostanze e la paura di uno scandalo nell’ambiente accademico – siamo nell’America puritana della prima metà del Novecento – costringeranno i due amanti a rinunciare l’uno all’altro, a causa dell’intervento di Lomax, acerrimo nemico di Stoner nel mondo accademico. 

Ad ogni modo c’è sempre in Stoner una profonda accettazione del suo destino a cui non riesce in fondo ad opporsi; egli appare come un personaggio profondamente umano e anche attuale nonostante sia stato creato nel ’65. Nonostante i fallimenti, le ferite e le delusioni di una vita, continuerà a mantenersi viva dentro di lui la fiamma della conoscenza e della passione letteraria.

Nell’estate del 1937 sentì riaccendersi la vecchia passione per lo studio e l’apprendimento. Con la curiosità e l’entusiasmo infaticabile dello studente, la cui condizione è sempre senza età, tornò all’unica vita che non l’aveva mai tradito. E scoprì che non se n’era mai allontanato, neppure al culmine della disperazione’    

L’opera di John Williams è stata anche definita il ‘romanzo perfetto’; a mio avviso  l’autore riesce a dimostrare attraverso di esso come l’esistenza più silenziosa possa diventare una delle storie più profonde, appassionanti e ricche spiritualmente, in grado di  emozionare il lettore: Stoner rappresenta infatti un miracolo letterario e ci dimostra che cosa sia la vera letteratura.

Vi è infatti un’indagine profonda nell’animo umano che l’autore compie, attraverso il suo personaggio principale, e anche attraverso altri personaggi ben delineati, di cui alcuni positivi e altri malvagi, inoltre nell’opera si pongono molti interrogativi sul valore dell’esistenza in sé, sul significato della vita e dell’amore. 

Il romanzo si chiude con un finale straordinario, in cui con estrema dolcezza si racconta come William Stoner raggiunga la fine della sua esistenza.

‘Aveva tutto il tempo del mondo. Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse come una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato…’

Si è dunque di fronte a un grande classico della letteratura, in grado di lasciare in chi lo legge un’impronta e una possibilità di riflessione interiore che difficilmente si dimentica.  

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).