Se n’è andata in punta di piedi all’età di novantatré anni la più grande scrittrice esistente del Nord America: Alice Munro.
La Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è stata una vera maestra della short story ed ha rivoluzionato l’architettura del racconto, in particolare in relazione all’uso nelle sue narrazioni di continui flash back temporali, di costanti passaggi dal presente al passato e viceversa.
La Munro è stata una scrittrice singolare, molto diversa non solo da altre scrittrici canadesi come Margaret Laurence, Mavis Gallant, Anne Michaels, ma in genere da tutti i suoi contemporanei nella scrittura del racconto breve. A volte parlando di lei, come sempre avviene per chi scrive racconti, si è citato Chechov, il quale in realtà non c’entra niente con la Munro, che ha avuto una grandissima metodicità nei suoi racconti, quasi sempre ambientati nell’Ontario e in cui si indagano la natura e i rapporti umani attraverso storie quotidiane.
Della sua vastissima opera voglio ricordare la sua prima raccolta di racconti, Danza delle ombre felici, dove nel racconto Maschi e femmine, molto verosimilmente autobiografico, si narra di come diventino adulti un fratello e una sorella figli di agricoltori: entrambi assistono all’uccisione di una cavalla ad opera del padre, e le loro reazioni a ciò sono molto differenti.
Alice Munro era appunto vissuta in una piccola fattoria con i propri genitori, ai margini di un paese dello stato del Western Ontario, in una zona piena di prostitute e trafficanti illegali di alcolici, con vicini bigotti, con una madre malata, con una vita sociale nulla. Per questo motivo non deve stupire che la Munro dichiarasse: <<quando cresci in un luogo in cui non hai rivali, ti fai un’idea esagerata di quello che puoi arrivare a fare nella vita>>.
In un’altra raccolta, Le bambine che restano, c’è un altro racconto a mio avviso straordinario: Il sogno di mia madre, in cui l’autrice narra come una giovane madre e moglie, inizi a fare del teatro in forma amatoriale e ad un certo punto, di colpo, arrivi a distruggere la famiglia che si è creata a causa di una sbandata per il regista.
La scrittura della Munro ha sempre avuto un tono colloquiale e familiare, e si è realizzata attraverso una sorta di lente di ingrandimento, con l’osservazione di personaggi comuni, presi ad ogni angolo di strada.
La Munro ha fatto riferimento nella sua importante opera letteraria a ciò che lei stessa ha chiamato ‘economia emotiva del mondo’, con un richiamo preciso a felicità e infelicità nelle vite comuni e quotidiane dei suoi personaggi e lo ha fatto con grandissima incisività.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).
‘’Se uno scrittore vale qualcosa’’, ha detto Flannery O’Connor, ‘’ciò che crea avrà la propria fonte in un reame assai più vasto di quello che la sua mente cosciente può abbracciare, e sarà sempre una sorpresa maggiore per lui di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore’’.
Secondo la grande scrittrice statunitense la narrativa e quindi lo scrivere delle storie riguarda tutto ciò che è umano, e noi siamo fatti di polvere, quindi se si disdegna di impolverarsi non si può realizzare sul serio una narrazione.
Ciò significa che ogni persona che scrive deve entrare liberamentedentro una storia e lasciarsi immergere nei chiaroscuri, nelle bellezze e nelle mostruosità umane: essere in questa posizione di libertà significa avere il coraggio di sporcarsi le mani, e questo avviene solo se si è capaci di porsi in ascolto della realtà di ciò che ci circonda.
A Flannery O’Connor era inoltre assolutamente chiaro che le emozioni non devono mai essere descritte ma suscitate. E così l’autrice, con la sua capacità di far percepire direttamente al lettore e con il suo realismo preciso, che verosimilmente subisce l’influenza di William Faulkner, ci trascina nell’America del Sud, nella Bible belt degli Stati Uniti, nella cosiddetta fascia della Bibbia, in cui soprattutto verso la metà del Novecento, la religione aveva un ruolo di primo piano. E in questo contesto l’autrice ci narra di personaggi colti in una loro realtà spesso inesorabile e brutale, a volte spinti da veri e propri automatismi; si tratta quasi sempre storie di decadenza, di case fatiscenti, di esseri umani deprivati, di paesaggi scarni e desolati.
Per esempio nel bellissimo racconto La vita che salvi può essere la tua, all’interno della raccolta Il giorno del giudizio e altri racconti(Il sole 24 ore) si legge:
‘’Lo sguardo pallido e acuto del signor Shiflet aveva già passato in rivista tutto nel cortile – la pompa all’angolo della casa e il grosso fico sul quale tre o quattro galline si preparavano ad appollaiarsi per la notte – e si era spostato su un capanno dal quale spuntava la parte posteriore di un’automobile, quadrata e rugginosa. <<Le signore guidano?>> domandò, <<quella macchina non va da quindici anni >> rispose la vecchia, <<il giorno che mio marito è morto, ha smesso d’andare>>.
In questa storia Flannery O’Connor ci racconta una realtà nuda e cruda; il signor Shiftlet persuade una vecchia signora a sistemarlo nella sua stalla, a farlo dormire nella macchina che era stata di suo marito, a dargli in moglie la figlia ritardata, a dargli tutto ciò che ha e a farli partire con la macchina che ha rimesso a posto per il viaggio di nozze… in realtà vuole esclusivamente impossessarsi della vecchia automobile e trova il modo di abbandonare la ragazza, ma il racconto non finisce qui.
Un altro racconto della stessa raccolta che lascia, a mio avviso, un segno fortissimo è Incontro tardivo con il nemico, in cui ci sono i due personaggi del centenario generale Sash e di sua nipote Sally Poker Sash di sessantadue anni. Lui riesce a parlare solo di donne ed è una specie di essere umano mummificato dal tempo, lei è una donnetta noiosa e petulante, la quale aspetta solo di portare il vecchio agghindato per presenziare al suo diploma. Ma il giorno della festa, mentre il generale viene spinto in carrozzina da un nipote di Sally, verrà dimenticato sotto il sole da quest’ultimo per farsi una coca cola. In questa narrazione c’è tutto lo spirito sferzante e disincantato della O’ Connor nel descrivere alcuni aspetti della natura umana.
‘’lui se ne infischiava totalmente del suo diploma ma non aveva mai dubitato che sarebbe vissuto fino ad allora. Era talmente abituato a vivere da non riuscire a concepire un’alternativa’’
E infine: ‘’C’era un lungo dito di musica, nella testa del generale, e frugava in molti punti che erano parole, e vi lasciava cadere un po’ di luce, aiutandole a vivere. Le parole cominciarono ad avanzare verso di lui, e lui disse <<Che Dio vi fulmini, ve lo proibisco!>>’’
C’è molto spesso nei racconti della O’Connor una realtà quasi agghiacciante ma sempre pervasa da un senso del mistero e di rivelazione di uno stato di grazia; infatti lei stessa ha sostenuto: ‘’Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero, naturalmente può darsi che lo riveli a sé stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche darsi che non riesca a rivelarlo nemmeno a sé stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza’’.
Infatti Flannery O’Connor aveva ben chiaro come i due elementi della materia e del mistero non siano per nulla in contrasto: è proprio attraverso il suo realismo puntuale che la scrittrice pervade le sue storie della dimensione del mistero e così chiede indirettamente ma maniera decisa una predisposizione nell’accogliere questo mistero, attraverso lo svelamento della parola.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).
Nella mia ricerca costante di notizie sulla vita e sull’opera letteraria di Marguerite Yourcenar, ho avuto qualche tempo fa la fortuna di imbattermi nella preziosa ricostruzione di Dominique Gaborè-Guiselin ‘Alla ricerca di Adriano – Marguerite Yourcenar in Italia e a Capri’ (Edizioni La Conchiglia 2014), che si riferisce in particolare alla permanenza della scrittrice per due anni a Capri tra il ’37 e il ’38, con la sua compagna di vita Grace Frick. Si tratta di un saggio in cui Gaboret-Guiselin richiama in maniera assai dettagliata le influenze italiane e capresi nell’opera letteraria della grande scrittrice. Il rapporto della Yourcenar con l’Italia è stato infatti intenso e continuo, dalla gioventù fino agli ultimi anni della sua vita e le influenze letterarie italiane sono evidenti in varie sue opere, non solo in ‘Memorie di Adriano’ per il quale sono noti i ripetuti ritorni dell’autrice a Tivoli a Villa Adriana, ma anche ne ‘La moneta del sogno’ e in ‘Caprèe’ un’opera giovanile e forse poco conosciuta ispirata a Tiberio, e inoltre il romanzo ‘Il colpo di Grazia’ verràscritto proprio in quei due anni di soggiorno a Capri.
<<Su di un’isola si ha la sensazione di trovarsi su uno spazio di frontiera, in bilico tra l’universo e il mondo umano>> dice l’a. e a parte le isole greche è in particolare Capri ad attrarla, la considera diversa, speciale, anche per essere stata la residenza imperiale dell’imperatore Tiberio. Vive sull’isola in una casa in affitto chiamata La Casarella; una piccola dimora situata alla fine di una impervia salita, lungo la strada che conduce poi alle rovine di Villa Iovis dell’imperatore Tiberio. Quindi si può immaginare quanto tempo possa aver trascorso tra quelle rovine ad ascoltare i racconti sulla storia di Tiberio, nutriti non solo dalla tradizione latina (come i testi di Svetonio) ma anche dall’immaginario popolare degli isolani. Il suo poema giovanile Caprèe, pubblicato per la prima volta sulla rivista francese ‘’Revue Bleue’’ nel ’29, quindi nove anni prima del soggiorno a Capri (dove però era già stata con il padre nei suoi viaggi giovanili), si apre con un confronto tra la conformazione particolare dell’isola e la scelta di solitudine volontaria dell’Imperatore.
‘’Sulla cima più alta del più remoto dei promontori / Prostrato dall’angoscia, il disgusto, il furore, le vittorie/ Avvoltoio imperiale, da lontano, alla ricerca del suo nido/ Tiberio ha voluto vivere là dove finisce la roccia/ In alto aprendosi il cielo, in basso allagandosi l’onda/
Durante i due anni sull’isola, esattamente tra il maggio e l’agosto del ’38, l’autrice ha invece la ferma intenzione di scrivere un romanzo, e realizza in tempi molto brevi alla Casarella, una prima stesura de Il colpo di Grazia, ilquale tuttavia, come è noto, evoca un episodio di guerra civile in Curlandia tra il ’19 e il ’21 tra le forze armate tedesche e il regime bolscevico, con un dramma che si svolge tra tre personaggi, legati da vincoli di sangue, di amicizia e d’amore non corrisposto, ma non ci sono connessioni con personaggi o eventi italiani. Questo piccolo romanzo, che può considerarsi un capolavoro nel panorama della letteratura europea al pari di Opera al nero e di Memorie di Adriano, sarà concluso definitivamente in quella stessa estate a Sorrento, dove la scrittrice sarà costretta a spostarsi per qualche tempo per motivi di salute.
C’è poi un altro lavoro narrativo giovanile della Yourcenar (di molto precedente alla sua permanenza a Capri), ed è La moneta del sogno; quest’opera, forse troppo poco conosciuta, è totalmente ambientata in Italia, e a differenza delle sue più importanti opere successive in cui il proscenio è sempre di personaggi maschili, questi racconti sono tutti relativi a personaggi femminili: si tratta di un libro assolutamente politico, ambientato in epoca fascista e che rappresenta una sua critica molto forte a quello che sta avvenendo in Italia in quegli anni particolari con il trionfo di Mussolini.
Ma viene da chiedersi e se lo chiede anche Gaboret- Guiselinche cosa spinga l’autrice a vivere due anni a Capri con la sua compagna Grace fra il ’37 e il ’38. Verosimilmente il fatto che l’isola, come scrive lo stesso Gaboret-Guiselin: <<in quegli anni era alla fine di un periodo che aveva registrato vani i tentativi del fascismo di normalizzare una ‘località’, che dagli inizi del Novecento, si era trasformata in una babele di culture, di lingue…ma anche in uno straordinario laboratorio politico culturale>>, anche se, aggiungerei, è molto probabile che Marguerite Yourcenar conducesse una vita appartata.
<<Ho sempre amato le isole. Ho amato Egina e ho amato Capri che è assai meno turistica di quanto si pensi, quando la si vive in qualche angolo sperduto. Ogni isola è un microcosmo, un vero e proprio universo in miniatura>>, dice questa nostra grande scrittrice europea, a mio avviso una vera e propria stella polare nella letteratura dell’Occidente.
Per ripercorrere in una forma assai originale il suo vissuto e la sua opera può essere interessante leggere anche un romanzo molto recente, mi riferisco a ‘Marguerite è stata qui’ di Eugenio Murrali (Neri Pozza 2023) che permette di entrare in punta dei piedi nel mondo di Marguerite.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).
Margaret Atwood, autrice di culto, con Il canto di Penelope, il mito del ritorno di Odisseo (Ponte alle Grazie), il cui titolo originario è The Penelopiad, propone una rielaborazione del mito classico in una forma originale e anticonvenzionale.
La Atwood utilizza un particolare espediente letterario per cui Penelope ci racconta la sua storia dall’Ade, cioè dall’Aldilà, e con questa figura femminile l’autrice dà vita a un personaggio ironico, intelligente, irriverente e sferzante, riferendosi al maschilismo e alla misoginia presenti nella società antica così come, in forme differenti, nel nostro mondo contemporaneo.
Quella moglie fedele e passiva che ci viene tramandata dal mito classico e dall’Odissea, diventa dunque un personaggio con una voce forte e determinata, una donna leggendaria che non vuole più essere semplicemente narrata dagli altri, nel suo essere stata data in sposa ad Odisseo e poi nella lunga, nella lunghissima attesa del suo ritorno e nel suo essere assediata da pretendenti che l’hanno considerata solo un oggetto attraverso il quale ottenere potere e ricchezza, ma per le prima volta parla di sé e di ciò che accade dal suo punto di vista.
Quindi l’autrice riesce a farci riflettere su quale sia la rappresentazione dei personaggi femminili nella mitologia e anche in molta letteratura successiva in quanto spesso essi non hanno una voce propria. Invece ne Il canto la voce di Penelope diventa potente e forte nel raccontarci la sua vita e le sue scelte personali (nella narrazione della Atwood non si esclude nemmeno l’ipotesi che Penelope sia stata infedele ad Odisseo e abbia avuto come amante Anfinomo, il migliore dei Proci, l’unico fra loro dotato di kalokagathìa).
‘’Ora che tutti gli altri hanno parlato a perdifiato è giunto il mio turno. Lo devo a me stessa.Ci sono arrivata per gradi: narrare è un’arte minore, la esercitano donne anziane, mendicanti girovaghi, cantanti ciechi, ancelle, bambini- gente che ha tempo a disposizione. Una volta si sarebbe riso di me se mi fossi atteggiata a menestrello (…) ma adesso che valore ha l’opinione degli altri? Qui ci sono solo ombre, echi. Tesserò dunque la mia tela’’
Nella nota finale del romanzo l’autrice specifica che deve a The Greek Myths di Robert Graves l’ipotesi per cui Penelope – con le sue dodici ancelle, che verranno in seguito impiccate da Odisseo per essersi concesse ai Proci – potrebbe considerarsi anche la sacerdotessa del culto di una divinità femminile.
Infatti la Atwood, che intervalla ogni capitolo con il coro delle ancelle -un tributo alla presenza del coro greco e da sempre una versione burlesca dell’azione principale-, ad un tratto fa dire al coro ‘’le dodici fanciulle lunari, compagne di Artemide, la dea della luna, vergine e implacabile…’’. Le dodici ancelle di Penelope sono considerate colpevoli quando in realtà hanno subito una violenza dai Proci, e anche durante il processo immaginario che la Atwood imbastisce verso la fine del romanzo, la loro voce di vittime di Odisseo verrà abbastanza ignorata fino a quando non ricorreranno alle Erinni per farsi ascoltare. È interessante la scelta letteraria dell’omicidio per impiccagione delle ancelle di Penelope, infatti qui l’autrice si riferisce a uno dei mezzi con cui in seguito verranno assassinate dopo molti secoli le donne accusate di stregoneria.
In tutta l’opera della Atwood, attraverso uno stile fluido e ironico che cattura e diverte, c’è in realtà la denuncia di una serie di violenze subite dalla donna nella società patriarcale.
Esilarante e al tempo stesso amaro il capitolo Vita domestica nell’Ade, in cui lo spirito di Penelope racconta le sue brevi visite attraverso una medium nel nostro mondo contemporaneo.
‘’Chi è questa <<Marylin>> che piace tanto a tutti? E <<Adolf>> chi è? Parlare con certa gente non è altro che un esasperante spreco di energie. Ma è solo scrutando attraverso questi piccoli buchi della serratura che riesco a seguire le tracce di Odisseo, quando non è quaggiù, nel suo aspetto che mi è familiare’’
Infatti Odisseo, nella fantasia della Atwood, si abbevera di frequente nell’Ade alle Acque dell’Oblio per tornare nel mondo dei vivi, a differenza di Penelope che preferisce restarsene nel regno dei morti piuttosto che vivere nuove vite. E che sempre rimane in una perenne attesa del suo ritorno.
‘’Ho capito che i pericoli sono pari a quelli dei miei tempi, ma la miseria e la sofferenza sono molto più estese. Quanto alla natura umana è, come sempre, infame…Nessuno di questi argomenti può frenare Odisseo. Capita qui per un po’, si mostra felice di vedermi, afferma che stare a casa con me è l’unica cosa che abbia mai desiderato (….) e mi pare di riuscire a perdonargli tutto quello che mi ha fatto passare e di poterlo accettare così com’è, con i suoi difetti, ma quando inizio a credere che questa volta non stia mentendo, eccolo correre di nuovo verso la Fonte del Lete pe poter nascere un’altra volta.’’
Il canto di Penelope è una narrazione coinvolgenteche l’autrice realizza con maestria e creatività e che ha vari punti di connessione con il suo più famoso romanzo Il racconto dell’ancella, (The Handmaid’s Tale), perché in quest’ultimo, come ne Il canto di Penelope’, è centrale e originale il modo in cui viene affrontato il tema del potere e della subordinazione femminile nelle società di ogni tempo.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).
Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).
“La cuffia bianca chiusa nel pugno, i capelli che si irradiano intorno al mio viso come una rosa, sollevati dal vento dei molti mari”
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‘’Il Diavolo saltabecca tra le nubi d’autunno che sembrano lembi di pelle staccata. Il Diavolo ancheggia, il Diavolo danza. Danza come farebbe una fanciulla dai fianchi sottili, i capelli che le ricadono scarmigliati sulle spalle. Fiammeggiante. Ora che le notti si sono allungate, di sera potrebbe presentarsi di porta in porta assumendo le sembianze di un ambulante dalla carnagione scura, che apre il cappotto alle comari e alle donzelle stupefatte…’’
Con ‘Le streghe di Mannintree’ ci troviamo davanti a una narrazione d’esordio potentissima, quella di Amy Katrina Blakemore che ha realizzato uno dei migliori romanzi storici mai scritti da decenni e pubblicato di recente da Fazi.
In inglese la parola strega, witch, deriva dalla parola wicce, che vuol dire mago, veggente, sciamano. Ma può significare anche saggio. La strega è una donna saggia. A partire dal Rinascimento in Europa si scatenò una violenta persecuzione verso donne accusate di essere streghe, di unirsi carnalmente con il diavolo, di provocare tormente, di volare. Sulla base di queste assurde accuse, in tre secoli furono assassinate almeno tre milioni di donne, oltre a quelle esclusivamente incarcerate, interrogate e torturate per poi essere costrette all’abiura. È impossibile conoscere il numero esatto dei processi in quanto molti atti non sono conservati. È stato l’Olocausto delle donne, considerate le emissarie del diavolo. In realtà queste donne vivevano ai margini della società, ed erano spesso molto stimate nei borghi e nei paesi, anche se considerate strane, bizzarre; esse a volte svolgevano il mestiere di curatrici e levatrici, erano donne sagge che sapevano di erbe e di unguenti. Il mestiere di curare il corpo, e a volte anche l’anima, si trasmetteva di madre in figlia. A volte, come si racconta in questo romanzo, si trattava esclusivamente di donne povere, sole e con esistenze vissute ai margini della società.
Come è noto già nel 1484 una Bolla papale di Innocenzo VIII ha consegnato al furore del fuoco molte donne sospettate di adorare il Diavolo a cui è seguita la famosa opera scritta nel 1486 di due inquisitori domenicani chiamata, Malleus Maleficarum. In quest’opera viene detto che ‘’la stregoneria sorge dall’appetito carnale che nelle donne è insaziabile’’, che ‘’quando una donna pensa con la propria testa, pensa male’’ e così via. Dopo più di due secoli questo libro girava ancora per l’Europa, e attraverso le sue parole si poteva ancora perseguitare e uccidere. E questo appunto avviene nella storia de ‘Le streghe di Manningtree’, dove colpisce sia la particolarità della vicenda realmente accaduta che la descrizione analitica di alcuni personaggi davvero esistiti, tuttavia, come sempre avviene nel romanzo storico, l’invenzione, si mescola alle fonti ai dati documentati e in questo caso, a tratti, si intreccia anche ad elementi surreali di grande visività.
Come la stessa Blakemore precisa nella nota finale relativa alla caccia alle streghe in Inghilterra ‘’John Stearne e Matthew Hopkins negli anni che vanno dal 1644 al 1646 si stima abbiano contribuito alla condanna a morte per stregoneria di un numero di donne che oscilla tra le cento e le trecento, oltre ad alcuni uomini …la caccia alle streghe durante la guerra civile fu un periodo di persecuzione senza precedenti che gli storici hanno attribuito a una miriade di fattori sociali, religiosi economici e locali: il vuoto delle istituzioni e la carestia diffusa generati dalla guerra, un anticattolicesimo virulento…>>. L’evento si svolge nella contea dell’Essex, in cui un gruppo di donne, vedove o nubili, povere, spesso sboccate, dalla lingua tagliente e poco remissive, tra cui spicca la madre della protagonista Rebecca, la cosiddetta Beldam West (bella e dannata), -definita dalla stessa figlia ‘donnaccia, compagna di bevute, madre’– a causa di una circostanza tragica (l’improvvisa malattia e la morte inspiegabile di un bambino), verranno accusate di stregoneria. In questo contesto compare e agisce come un uccello del malaugurio il personaggio di Matthew Hopkins, figura poco chiara di nuovo locandiere, avvocato e soprattutto di sedicente Inquisitore generale. Con maestria la Blakemore ci descrive un uomo della cui vita storicamente si conosce poco, l’unica cosa certa è che sia morto molto giovane di tubercolosi, ma, come ella stessa specifica; ‘’non ci è dato sapere se veramente credeva alla sua causa aderendo al dogma puritano della narrazione e quindi alla necessaria estirpazione della stregoneria oppure se fosse solo un vile opportunista assetato di denaro’’. L’autrice ci racconta un uomo sfaccettato, contorto, assetato di potere, freddo e provvisto di una crudeltà sottile, che tuttavia si commuove e si invaghisce a suo modo di Rebecca West, decidendo in qualche maniera di salvarla; si instaura infatti fra i due un rapporto simile a quello tra una vittima e un carnefice, che tuttavia alla fine si ribalterà in maniera assolutamente inaspettata a favore della ragazza.
Colpisce inoltre moltissimo lo stile della Blakemore; innovativo, originale, lirico e fiabesco (si vuole ricordare anche l’ottima traduzione di Velia Februari), con il quale realizza una narrazione di grande visività in cui si uniscono immaginifico e reale, mistero e ferocia. Si tratta di un linguaggio a tratti lirico, sempre evocativo. Il personaggio di Rebecca West spicca in un sapiente amalgama di acume mentale, giovinezza e disincanto.Si tratta di un personaggio complesso con un suo microcosmo intimo e personale, con una spinta e un desiderio di vivere molteplici esperienze in varie direzioni; dall’esplorazione della natura, alla sperimentazione dell’amore, alla conoscenza del mistero e del sovrannaturale. Spinta dalla crudezza della realtà acquisterà il necessario disincanto per sopravvivere, sceglierà di mentire, ma al tempo stesso proverà rabbia, si vendicherà e infine la sua sarà una vera e propria ricerca di libertà. Blakemore le reinventa una vita perché nella realtà dei fatti storici documentati, come viene chiarito nella nota finale, il nome di Rebecca West, dopo la confessione, sparisce dagli atti processuali e di lei si perde ogni traccia, ma nell’invenzione letteraria dell’autrice la vita del suo personaggio continua in una forma assai originale.
Nonostante ‘Le streghe di Manningtree’ si riferisca a una vicenda storica realmente accaduta nel 600’ può definirsi un romanzo estremamente moderno per il modo in cui indaga sulle convenzioni e le regole di un sistema sociale molto rigido e ristretto, dove chi non è conforme, chi non è omologato, chi vive una qualsiasi forma di diversità può facilmente diventare il capro espiatorio di un’intera comunità. Inoltre è moderna e disincantata la maniera in cui l’autrice indaga nel rapporto tra madre e figlia. Tra la Beldam West e Rebecca West persiste fino alla fine una dinamica affettiva conflittuale di luci e ombre, rabbia e desiderio di annientamento reciproco, ma nello stesso tempo di grande complicità e vicinanza. Alla fine sarà la stessa Beldam West a incitare la figlia a prestare falsa testimonianza per salvarsi la vita. La Blakemore, immaginando un destino diverso per Rebecca West, attraverso una narrazione viscerale e magmatica, pone l’attenzione sull’istinto di sopravvivenza e su un’aspirazione alla libertà valida in qualsiasi tempo. Un libro potente e folgorante che ci parla con sincerità di libero arbitrio.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).
Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).