Didier Eribon: “Ritorno a Reims” (Bompiani, trad. Annalisa Romani), di Gigi Agnano

Nei romanzi di Édouard Louis, di cui il Randagio si è occupato recentemente (leggi l’articolo), viene più volte citato come mentore e fonte d’ispirazione il sociologo Didier Eribon, in particolare per la sua opera più famosa che è “Ritorno a Reims”, uscita in Francia nel 2009 e pubblicata in Italia da Bompiani con la traduzione di Annalisa Romani. 

In un lavoro che è per metà autobiografia e per metà saggio sociologico, Eribon racconta il ritorno nella città natale a seguito della morte del padre. È l’occasione per rituffarsi con la memoria nell’ambiente d’origine da cui si era separato trent’anni prima. Sfogliando con la madre l’album fotografico, ricorda l’infanzia e l’adolescenza nel quartiere operaio della cittadina di provincia, i litigi incessanti in famiglia, l’odio per il padre, gli insulti e la vergogna per la propria omosessualità e il distacco definitivo dai parenti, da Reims e dalla sua classe sociale.

Per affermare una nuova identità, Eribon si trasferisce a Parigi, dove conosce Bourdieu e Foucault, intervista Claude Lévi-Strauss, scrive articoli per riviste e giornali, saggi tra cui “Riflessioni sulla questione gay”, intraprende la carriera accademica e comincia a godere di una discreta notorietà. Sono gli anni in cui prevale una forma di vergogna per l’umiltà delle sue origini, come fosse qualcosa da nascondere nel nuovo contesto intellettuale e borghese nel quale è ormai introdotto. Vergogna mista ad un’istintiva volontà di separarsi del tutto da un ambiente omofobo, limitato e violento e di esistere in un altro mondo, diverso da quello cui il destino sociale l’avrebbe condannato. Un mondo in cui è possibile far emergere la propria soggettività gay e affermare il gusto per l’arte e la letteratura. 

E’ un ritorno dell’autore a se stesso, una riflessione per definirsi, per ripercorrere le traiettorie e le contraddizioni del proprio percorso, le scelte spesso dolorose, gli sforzi per inventare e ricreare un sé nuovo e migliore. Siamo lontani da qualsiasi autocelebrazione o compiacimento, non c’è alcuna esibizione narcisistica – come accade in tanta autofiction così in voga negli ultimi anni con risultati spesso discutibili -, ma piuttosto la realizzazione di un’opera stimolante, fortemente “rivolta agli altri”, nata dall’esigenza impellente di mostrare che altre vite sono realizzabili e che ci possono essere prospettive alternative a quelle che una società opprimente tende ad importi (“la terribile ingiustizia di una distribuzione ineguale di opportunità e di possibilità”). 

E il ritorno alle origini, allo stesso tempo, poiché il processo di emancipazione aveva comportato un taglio netto col passato (“per inventarmi mi occorreva, prima di tutto, dissociarmi”), cicatrizza le ferite e produce una ricomposizione, una sintesi e ha un effetto terapeutico. La vergogna può trasformarsi in orgoglio:

“… questo viaggio, o piuttosto questo processo di ritorno, mi ha permesso di ritrovare questa “regione di me stesso”, come avrebbe detto Genet, da cui avevo così tanto cercato di evadere. Uno spazio sociale che avevo allontanato e uno spazio mentale in opposizione al quale mi ero ricostruito, ma che continuava ugualmente a costituire una parte essenziale di me. Così sono andato a trovare mia madre ed è stato l’inizio di una riconciliazione con lei. O, più esattamente, di una riconciliazione con me stesso, con tutta una parte di me che avevo rifiutato, respinto, rinnegato.”

Ma “Ritorno a Reims” non è solo un lavoro di autoanalisi, la testimonianza di un figlio di operai in un determinato contesto sociale e culturale. L’esperienza personale è il pretesto per proporre un’analisi più ampia sull’evoluzione della società e della politica francesi. 

Uno dei pregi del libro sta proprio in quest’intrecciarsi di storie intime e commoventi con stimolanti analisi teoriche. Uno degli obiettivi di Eribon, infatti, è quello di riportare alla ribalta una riflessione sulla classe operaia, di cui più nulla si dice nel discorso pubblico e politico, vittima di molteplici forme di violenza, tradita dal Partito Comunista e sempre più attratta dall’estrema destra. 

Egli stesso si rende conto, nel dialogo con la madre, di questa disattenzione anche nel proprio lavoro, di aver scritto molto fino a quel momento delle questioni relative all’omosessualità (del “verdetto sessuale”) e per niente dei rapporti di classe (della “vergogna sociale”); di aver cancellato ogni riferimento alle classi popolari, agli stili di vita e di pensiero della classe operaia.

E in quegli anni, i genitori, da comunisti convinti sono diventati elettori del Fronte Nazionale; i fratelli, che non hanno conosciuto alcun successo, lo sono sempre stati dal raggiungimento della maggiore età. Quella che un tempo era un’affiliazione “naturale” delle classi popolari al Partito Comunista si è tramutata negli anni ’80 in un progressivo spostamento verso l’estrema destra, a partire, sostiene Eribon, dalle elezioni del 1981 che vedono l’affermazione dei Socialisti e la partecipazione al governo del PCF. A suo parere, l’abbandono delle politiche di classe da parte dei partiti di sinistra a favore di politiche neoliberali e la disattenzione per le questioni economiche e sociali che colpiscono i lavoratori (disoccupazione, bassi salari, condizioni di lavoro precarie, minori tutele, disuguaglianze crescenti) ne hanno determinato la progressiva disaffezione. L’abbandono delle classi popolari da parte della sinistra ha avuto l’effetto di lasciare uno spazio vacante che il Fronte Nazionale è riuscito ad occupare con un inganno, ovvero valorizzando il francese (contro lo straniero) piuttosto che l’operaio (contro la classe dominante capitalista). 

L’intreccio di introspezione autobiografica e di critica sociale, di personale e di politico, non può non rimandare ad un’altra voce fondamentale della letteratura contemporanea francese, sia per tratti biografici, che per tematiche e stile, ovvero ad Annie Ernaux, con la quale Eribon condivide in primo luogo le origini operaie. Entrambi hanno scritto ampiamente della loro formazione, degli sforzi per migliorare la propria condizione sociale e, nel contempo, dello spaesamento e dei sensi di colpa per il tradimento delle proprie radici. Sia Eribon che Ernaux (in particolare ne “La vergogna”, “Il posto”, “Gli anni”) hanno analizzato il contesto storico e sociale a partire dalla propria esperienza; ambedue affrontano riflessioni teoriche e sociologiche con uno stile sobrio, essenziale, rigoroso, rendendo in tal modo i propri ragionamenti alla portata di ogni tipo di lettore.

Didier Eribon, Annie Ernaux e Édouard Louis

Un altro scrittore cui Eribon dichiara in “Ritorno a Reims” di far riferimento è James Baldwin (1924-1987), che, da nero e omosessuale, ha raccontato il razzismo e l’omofobia della società americana. Uno dei numerosi punti in comune è l’odio nei confronti del padre, incarnazione di un mondo da cui entrambi hanno preso le distanze, spiegato non tanto dal punto di vista psicologico, bensì storico e sociale. Eribon cita Baldwin più volte per rappresentare la similitudine delle loro esperienze, in questo caso a proposito della reazione al lutto:

Avevo detto a mia madre che non lo volevo vedere perché lo odiavo. Ma questo non era vero. Era solo che lo avevo odiato. Non volevo vederlo come un relitto: non era un relitto quello che avevo odiato.”

O ancora:

Credo che una delle ragioni per cui le persone rimangono aggrappate così tenacemente ai loro odi sia perché intuiscono che, una volta sparito l’odio, saranno costrette ad affrontare il dolore.

Ma “Ritorno a Reims” è un’opera estremamente ricca e complessa, che riprende – rinnovandole e attualizzandole – molte tematiche della letteratura del secolo scorso (l’identità sessuale, le dinamiche sociali, la memoria, la critica alle classi dominanti) e che ha significativi legami con la tradizione naturalista e realista dell’Ottocento (la povertà, l’ingiustizia sociale). D’altro lato, essendo anche un saggio sociologico e politico, il libro dialoga col pensiero critico in particolare di Sartre e Bourdieu.

E il lettore non potrà non rallegrarsi del valore complessivo di un libro toccante nei suoi capitoli più “intimi” e letterari alternati a riflessioni politiche e sociologiche stimolanti e profonde.

Di Didier Eribon L’Orma Editore ha recentemente pubblicato “Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo” con la traduzione sempre di Annalisa Romani.

Gigi Agnano

Luigi Natoli: “I Beati Paoli” (Sellerio), di Bernardina Moriconi

Ogni tanto ne sentivo parlare, di questo romanzo, o meglio del titolo, I Beati Paoli: per la verità, non ne  conoscevo né l’autore né l’epoca di scrittura. Poi me ne dimenticavo. Insomma, per anni appariva e scompariva, proprio come i misteriosi (leggendari?) adepti della società segreta da cui prende titolo il romanzo. Quando per caso ho letto che anche Umberto Eco si era interessato all’opera agli inizi degli anni Settanta, curandone  la prefazione per le edizioni Flaccovio, ho deciso che era giunto il  momento di leggerlo. Mi sono procurata il libro e mi sono ritrovata nel bel mezzo di un romanzone d’appendice (così nacque in effetti), composto dallo scrittore siciliano Luigi Natoli che, con lo pseudonimo di William Galt, lo pubblicò in 239 puntate  sul ‹‹Giornale di Sicilia›› tra il maggio del 1909 e  il gennaio del 1910.

 

L’opera è ambientata tra la fine del’ 600 e il primo quindicennio del XVIll  secolo, in particolare in quel brevissimo periodo in cui la Sicilia, dopo la pace di Utrecht, passò nelle mani dei Savoia,  di Vittorio Amedeo lI, per la precisione: un assaggio o una prova generale di un qualcosa che sarebbe giunto a compimento cento e passa anni dopo, ma con già tutte le premesse di quello che avrebbe comportato il processo di piemontizzazione di un territorio con una storia, un’economia e un ambiente umano e naturale assai diverso e lontano, non solo geograficamente, dalle terre sabaude. 

Il romanzo è avvincente, intrigante, appassionante addirittura. Ovviamente con debiti smisurati verso autori canonici del genere, in primis il buon  Dumas (in particolare quello dei Tre moschettieri con qualcosa del Conte di Montecristo), e poi non poteva mancare l’impronta dei maggiori rappresentanti del romanzo sociale: lo Hugo dei Miserabili e il Dickens (in particolare penso a Le due città e più in generale alla dicotomia dickensiana  tra personaggi buonibuonissimi e cattivicattivissimi).

Poco o nulla, invece, dei grandi autori conterranei, precedenti o successivi, che hanno raccontato con sapienza e passione la Sicilia. Non c’è per esempio, l’ironia raffinata e a tratti quasi impercettibile che Tomasi di Lampedusa quarantotto anni dopo (e quindi quando già il Natoli era passato a miglior vita) avrebbe disseminato con elegante e innata perizia nel Gattopardo (ironia che in gran parte si è persa  anche nel patinato e pur sempre splendido film di Visconti) e manca il lucido e spietato affresco epocale dei Viceré di De Roberto.

C’è da dire che il Natoli di società segrete se ne intendeva, essendo stato egli stesso massone e provenendo da una famiglia di ardente spirito mazziniano e risorgimentale, al punto che nel 1860 – Luigino era nato da soli tre anni – tutta la famiglia venne arrestata dai soldati borbonici avendo indossato la camicia rossa per festeggiare il prossimo arrivo di Garibaldi coi suoi uomini.

Dato il successo di pubblico, Natoli scrisse anche una continuazione che credo, a fiuto, costituisca più una sorta di spin off ante litteram e che si intitola Coriolano della Floresta ovvero il segreto del romito. Per la cronaca, dal romanzo I beati Paoli nel 1947 è stato tratto anche un film, dall’accattivante titolo I cavalieri dalle maschere nere, diretto da Pino Mercanti, regista di film di cappa e spada, di musicarelli e di drammoni sentimentali.  Esiste inoltre una versione a fumetti del romanzo realizzata nella metà degli anni Settanta da Nino Calabrò in 192 tavole che uscirono poi negli anni Ottanta in forma di inserti allegati al ‹‹Giornale di Sicilia››.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Barbara Kingsolver: “Demon Copperhead” (Neri Pozza, trad. Laura Prandino), di Valeria Jacobacci

Voluta e dichiarata l’allusione al David Copperfield di Dickens, in questo lungo romanzo, con l’ovvia differenza stilistica. E  guerra, anch’essa dichiarata, ai preconcetti, agli snobismi, alle incomprensioni, a ingiustizie e ostilità, più ancora che all’indifferenza, nei confronti di chi è debole in partenza, perché povero, oppure appartenente a una minoranza etnica o culturale o, anche (il caso del protagonista) un po’ tutte le cose insieme ed altre ancora, mali tipici dei nostri giorni. E al suo personaggio la Kingsolver, che con questo romanzo ha vinto il Premio Pulitzer 2023, non fa mancare proprio niente delle umane disgrazie. 

Un nome, quello dell’autrice, che a noi, non anglofoni e abituati alle traduzioni letterali e scolastiche, fa pensare a qualcuno che il “re” lo “scioglie” nell’acido. Ha un senso se il riferimento a un re ci porta a pensare a sudditi senza diritti o quasi. Sui nomi l’autrice indugia parecchio, il suo protagonista si chiama Copperhead, che vuol dire Testa di rame, il nome di un serpente, temibile ma tanto raro da essere leggendario.

    

A parte ciò, questo Pulitzer tocca temi attuali  e scottanti della società americana dei nostri tempi. 

La storia è ambientata nei Monti Appalachi, nella zona orientale dell’America del nord, che attraversano molti stati americani, e in parte anche il Canada, dalla Pennsylvania fino alla Georgia. Il nome Appalachi venne dato per la prima volta nel ‘500 dagli esploratori spagnoli, che da un villaggio indiano in Florida lo estesero all’intera zona montuosa, la tribù era Alpachen. 

Moltissimi film sono stati girati fra queste montagne, cosa che non ha reso la zona più ricca o turisticamente fortunata. Quello che la contraddistingue è un certo isolamento dalle grandi città e condizioni di vita piuttosto precarie. Ne fa le spese Damon, che racconta se stesso fin dal momento in cui è venuto al mondo.

La caratteristica di Demon (“demonio”) è di avere i capelli rossi e fluenti e incredibili occhi verdi, caratteristiche che ha ereditato dal giovane padre, morto per un incidente sulle rocce di un fiume in piena, mesi prima della sua nascita. Sono le particolari caratteristiche dei Melungeon, gruppo meticcio probabilmente formatosi da una colonia bianca mescolatasi con una tribù nativa, con successivi contributi afroamericani. Il motivo per cui  tali caratteristiche sono rimaste costanti  è l’isolamento delle regioni montuose, poco abitate e favorevoli a matrimoni fra parenti.

Demon è quindi Copperhead, Testa di rame, per il colore della sua chioma, ma anche per la somiglianza con l’astuto e invisibile serpente, è dotato infatti di una straordinaria forza di carattere che gli consentirà di sopravvivere a difficoltà e ingiustizie di ogni genere. La sua mamma è una diciottenne biondissima, timida e fragile, e irrimediabilmente drogata, che vive in una casa mobile ai limiti di un bosco.

I vicini di casa, e in qualche modo la sua unica e affettuosa famiglia, che lo accompagnerà nei pericolosi anni di un’infanzia da orfano, sono i Peggot, proprietari della casa mobile che ospita Damon e sua madre nei suoi primi sei anni di vita. Sono Mr e Mrs Peggot a raccogliere il neonato nel suo sacco amniotico, mentre la madre giace a terra incosciente, fra una bottiglia di vodka e i resti dell’Oxy, un medicinale che viene dato quasi gratuitamente per lenire il dolore ma ha tutti gli effetti di una droga.

A Demon sono accordati giorni felici fra i boschi, in compagnia dei figli e nipoti dei Peggot, Maggot, in particolare, uno strano ragazzino dai capelli lunghi, destinato a diventare sempre più strano crescendo, e zia June, che lo proteggerà per tutta la sua esistenza. Fin quando nella sua vita appare Stoner, il nuovo compagno della mamma che lo tormenta psicologicamente e lo malmena fisicamente.

Il dato saliente di questa narrazione è la voce narrante: Demon. Tutto passa attraverso di lui come un flusso di coscienza in uno slang che non deve essere stato facile tradurre. E’ un modo per entrare in un mondo saltando le descrizioni, il lettore vede, ascolta e riflette con la testa del protagonista, come se avesse una telecamera impiantata nel suo cervello. Da questa prospettiva assiste al funerale della madre, sfilano davanti ai suoi occhi le assistenti sociali che devono decidere della sua vita. E poi, fra alterne vicende, la grande delusione: i Peggot non possono adottarlo.

Incominciano le dickensiane avventure del piccolo orfano, da una fattoria dove è costretto a lavorare come un mulo, insieme a ragazzini dati in affidamento, in attesa di adozioni che non arriveranno mai, alla famiglia con quattro figli che spende i soldi del suo mantenimento facendogli patire la fame e costringendolo a lavorare. Alla fine, l’avventura delle avventure. Con una scatola di latta, contenente i risparmi messi faticosamente da parte, nascondendoli alle brame degli affidatari, scappa, una sera, diretto ad un paese vicino, dove sa che vive sua nonna paterna, mai conosciuta. Verrebbe  in mente il racconto di De Amicis, “Dagli Appennini alle Ande”, salvo che ormai alla crudeltà ottocentesca si è sostituito un cinismo contemporaneo, fatto di droghe e speculazioni moderne.

    

E’ un deciso cambio di prospettive quello che attende Demon alla fine di questo viaggio. Dopo essere stato derubato della preziosa scatola da una vecchia prostituta, riesce a trovare la casa di suo padre e, grazie alla somiglianza con lui, ad essere riconosciuto. Deve ringraziare la sua testa rossa e i suoi occhi verdi.

Non è tutto. La nonna lo affida a un vecchio amico, il coach di football della scuola dove il nipote sarà iscritto. La sua diventa la vita di uno studente americano delle scuole medie, abita in una grande casa, ha cibo, abiti e un’amica: Angus. Colmo del lieto fine, diventa un idolo del football della scuola, assicurando alla sua squadra una vittoria dietro l’altra. 

Ma stiamo parlando di un romanzo di seicentocinquanta pagine e la storia non finisce qui. Un giorno un giocatore della squadra avversaria lo atterra e lo riempie di botte, sotto la massa di corpi che lo sovrasta Demon sente spezzarsi un ginocchio, che non potrà più guarire. 

La musica cambia e la fortuna fa un’altra giravolta.

Proprio quando tutto va meglio tutto va anche peggio. E’ la storia delle droghe immesse fra i montanari in modo subdolo da chi le produce.

Zia June è infermiera e sa come vanno queste cose: nella valle non c’è lavoro, la gente disperata ha poco da fare, sono montanari, presi in giro per il loro accento nelle città, nipoti di minatori che lavoravano in miniere ormai chiuse da tempo, gente che non ha più un’identità. La droga costa poco, gli affari si fanno con lo spaccio facile perché tutti i giovani si drogano e diventano a loro volta spacciatori. Il primo passo si fa negli ospedali, con ricette facili che provocano assuefazione agli antidolorifici.

Non sto raccontando tutta la trama. C’è altro. 

Dory, una ragazzetta esile, affaccendata nel curare un padre di cui è unica figlia non è da meno. 

Il ginocchio dolorante e inguaribile, la perdita del ruolo di star nella squadra di football e Dory segneranno la vita di Demon. Chi legge scoprirà come.

     

Sono evidenti le tematiche di fondo di questo libro premiato per la sua attualità.

Ormai  i veri derelitti ed emarginati in America non sono gli afroamericani, o i messicani che premono ai confini, non sono quegli immigrati che, appena integrati, fanno scudo contro gli altri che tentano di fare altrettanto, non sono gli antichi abitanti, i nativi americani, ancora nelle riserve o resi invisibili, assimilati o neutralizzati. Non sono questi oggetto di razzismo. Il politically correct protegge molte categorie. Quelli veramente emarginati sono i “bianchi poveri non laureati”.

Fra questi ci sono le minoranze non protette da nessuno, soprattutto fra le montagne degli Appalachi, dove la modernità delle istituzioni di assistenza sociale è fittizia: gli assistenti sociali e gli insegnanti sono pagati pochissimo, le famiglie affidatarie di bambini in attesa di adozione sfruttano i sussidi, del resto esigui. 

Dopo la chiusura delle miniere di carbone non c’è  possibilità di lavoro e le vecchie abitudini rurali sono in pericolo. La solidarietà fra poveri è una delle caratteristiche di una società montanara, snaturata dalla modernità, principalmente da droghe e corruzione. Una società che era abituata a condividere tutto, nella quale il vicino di casa era uno di famiglia, come Demon per i Peggot.   

La realtà delle piccole città adiacenti alle montagne porta i nuovi modi per essere liberi: la conoscenza dei propri diritti, la cultura, unica finestra sul mondo.

Fuggire e restare. Restare per cambiare.

La Kingsolver vive col marito e i figli nel sud degli Appalachi, in una fattoria.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Ivan Sergeevic Turgenev: “Fumo” (Casa Editrice Sonzogno, 1918, trad. G.Bisi), di Valeria Jacobacci

“C’era folla, il 4 agosto 1862, alle quattro, davanti alla famosa Conversationhaus di Baden Baden. Il tempo era magnifico, gli alberi verdi, le case bianche della città civettuola, le montagne che la circondano, tutto spirava aria di festa e fioriva ai raggi di uno splendido sole; tutto sorrideva, ed un riflesso di quel vago piacevole sorriso errava sui volti, vecchi e giovani, belli e brutti.”

Un’anima slava, quella di Grigorij Litvinov, si aggira nella cittadina termale di Baden Baden, assorta nella percezione di ogni sensazione, attenta a ogni sfumatura di colore che cala in prospettiva su abiti e acconciature, vincendo su ogni possibile imperfezione dello spirito o della materia. Una folla elegante passeggia in attesa del concerto. Ma l’incanto dura pochi istanti, l’immagine svapora, una nota falsa s’insinua nel mezzo della rappresentazione e non abbandona più la scena. Uno spirito critico, non più un’anima, muove il protagonista, da ora fino alla conclusione del romanzo. Che cosa tormenta questo raffinato, giovane gentiluomo? Una delusione. Forse la stessa del suo creatore, l’autore del libro, Ivan Sergeevic Turgenev ( 1818-1883). 

“Madame Bovary c’est moi”, dice Gustave Flaubert (1821-1880), suo contemporaneo. Che cosa ci sfugge di questo malessere che intorbida la società del tempo? O, invece, che cosa illumina il passato alla luce del presente o viceversa? Se Ivan Sergeevic “è” il suo personaggio, lo troviamo senz’altro immerso in una profonda malinconia, in un momento della sua vita in cui nessun successo letterario lo convince o soddisfa e un acre sentimento di sconfitta lo spinge nelle braccia di un personaggio intrinsecamente fragile, che gli procurerà il biasimo dei lettori, soprattutto in patria. Ma procediamo con ordine, come scrivono nel suo secolo.  L’edizione di “Fumo” qui presa in considerazione è quella di Sonzogno del 1918. Perché? 

Il libro che è in mio possesso, scovato per caso un pomeriggio uggioso, in uno scaffale della libreria (quando l’ultimo romanzo era stato letto, il cellulare era scarico e non potevo leggere su kindle) è appartenuto al mio zio materno, Luigi Medina. E’ segnato a penna il suo nome sul frontespizio della prima pagina, come si usava all’epoca, ed è annotata la data: “novembre – anno 2 dell’era fascista”. Le iniziali del nome appaiono con lettera minuscola:  “gino medina”, come “novembre”, al rigo di sotto. Deduco che siamo nel 1924 e che mio zio è un ginnasiale fra i quattordici e i quindici anni.  Non mi stupisce l’età precoce, anch’io leggevo i classici a quell’età, noto altre cose in questa pagina ingiallita dal tempo. Innanzitutto, il nome dell’autore, stampato come si pronuncia in italiano: “Turghenieff”, più rilevante è il nome proprio: una G. Una G. ? Il nome completo dell’autore è Ivan Sergeevic^ Turgenev. Non mi riesce di trovarne altri, da dove viene “G. Turghenieff”?  Il libro è evidentemente una ristampa dell’edizione Sonzogno del ’18, oppure la data indica semplicemente l’acquisto, la prima edizione italiana risale infatti al 1889, ed è per Treves, Milano. Nel testo di mio zio la casa editrice Sonzogno non pone data. Sul dorso, molto rovinato, si legge, in verticale, Linea CC, IL MONDO, Pampar. La traduzione è di G. Bisi. Dunque, un errore? La G. del traduttore è passata all’autore? Non è dato sapere. Intervengono però altre considerazioni. Il romanzo è stato composto a Baden Baden nel 1865, completato nel 1867, pubblicato a San Pietroburgo, solo in seguito tradotto in altre lingue. 

Quali erano nel 1924 i rapporti fra il regime fascista e la letteratura russa? Perché mio zio si firma con le iniziali minuscole? 

Quando quell’anno fu rimandato in Greco, quel ginnasiale lettore di romanzi vestiva alla marinara e con quell’abito di lana fu costretto a studiare in città per tutta l’estate, mentre la famiglia era a Castellammare per la villeggiatura. L’aura romantica restava in qualche modo  nell’aria, ancora vivi certi ideali risorgimentali, molta severità negli studi; dall’altra parte, un’avanzata dei modi della propaganda fascista. Quell’uso della minuscola si può spiegare come una ribellione futurista. E quella data? Anno 2 dell’era fascista… era così che scrivevano a scuola? Nonostante l’antibolscevismo della politica mussoliniana, tutta presa nel combattere il comunismo, nei primi decenni del ‘900 i rapporti fra la Russia e l’Italia  erano di collaborazione economica e diplomatica, nella speranza di un appoggio sovietico nell’occupazione dei Balcani. La letteratura russa, e quella straniera in genere, erano accettate, la censura nell’editoria era piuttosto blanda. Per vari motivi la restrizione arrivò più tardi, quando i romanzi russi, grazie anche alla loro traduzione in italiano dal francese, erano già stati diffusi con discreto successo. L’anima slava aveva avuto il tempo di essere conosciuta. Alcuni editori andavano controcorrente, nonostante il divieto per i giornali di pubblicare letteratura straniera in terza pagina. Ovviamente i motivi delle restrizioni avevano diverse motivazioni e andavano dai modelli dei personaggi femminili, contrari agli ideali fascisti, alle ideologie politiche di autori seguaci di Lenin o Trotsky, fino a ragioni di natura razziale con il diffondersi dell’antisemitismo.  Tuttavia, l’editore Polledro esaltava “Il genio russo” , la casa editrice Slavia valorizzava il testo di partenza contro il “principio di italianità”.  Proprio in virtù di questo principio infatti i nomi stranieri erano italianizzati o scritti come sono pronunciati, come appunto “Turghenieff” nel libro di mio zio. Resisteva, comunque, una certa considerazione, fino a quando la rivista “Il popolo di Roma” pubblicò un articolo titolato  “Che c’importa del genio slavo”? 

Torniamo così a Grigorij Litvinov, il protagonista di FUMO, e alla crisi sentimentale, psicologica e morale  che travolge il giovane uomo nell’inebriante aria primaverile della cittadina termale di Baden Baden, nella Foresta Nera, al confine fra la Germania e la vicinissima Francia, affollata soprattutto dall’alta società pietroburghese. La descrizione dei personaggi che popolano le scene del romanzo richiama i dipinti dei pittori impressionisti. Come in quei dipinti, la leggiadria e l’eleganza delle signore sono in perfetta armonia con la bellezza della stagione e del paesaggio; queste donne appaiono molto lontane da una perfezione di maniera, sembrano però fluide, in evanescente movimento di sentimenti destinati a svaporare.  Accanto alla purezza della forma si fa subito strada la presenza di elementi discordanti: “… le facce imbellettate ed incipriate delle mondane parigine  riuscivano a distruggere quest’impressione generale d’allegrezza… gli accenti striduli del loro gergo francese nulla avevano di comune col cinguettio degli uccelli.”   Questa descrizione ci riporta immediatamente al tema del disinganno, oltre che a una dichiarazione d’insofferenza verso i modi e le mode specificamente “occidentali”, in particolare verso l’ineludibile dipendenza dalla cultura francese.  Al di là di questa istintiva avversione per le apparenze, Grigorij cade nel più comune degli inganni che il potere femminile e le tentazioni del garbo e della bellezza possano riservare. Non resiste al fascino di una donna.

Accade  che in attesa della cugina Tatiana, che dovrebbe sposare, Grigorij incontra Irina Paulovna, sua fidanzata dieci anni prima.  Il fidanzamento era andato in fumo perché la fanciulla, alla vigilia delle nozze, gli aveva preferito un generale fornito di un ottimo patrimonio, in grado di riscattare la sua pur nobile famiglia dal dissesto finanziario e garantire a lei una vita piena di agi nel cuore della buona società. La scelta era avvenuta non senza lacrime e sofferenze anche da parte della ragazza, costretta a scegliere secondo “ragione” calpestando il “sentimento” (parafrasando Austen, che si muove in un ben diverso contesto sociale e ambientale). La fascinazione che travolge i due a Baden Baden è potente, in grado di trasformare le loro vite. Grigorij è pronto a cedere pur sentendosi estraneo a qualunque influenza romantica: “Byronismo, romanticismo del 1830!” esclama in una conversazione, mentre dichiara il suo scetticismo in ogni campo, e mentre osserva con disgusto la sala da gioco, i personaggi corrotti, vuoti e falsi che l’affollano. Il casinò era stato costruito a imitazione di Versailles, troppa ostentazione di lusso! Da autentico romantico e malgrado l’ironico distacco, Grigorij si abbandona a una storia d’amore “degna di Anna Karenina” come osserverà Piero Citati ai nostri giorni, quando lo spirito slavo, a fondo studiato da Ettore Lo Gatto, titolare fino al 1965 di letteratura russa all’Università di Roma, è stato finalmente rivalutato nella sua pienezza. Citati, sensibile alla lettura diretta dei testi molto di più che all’esegesi,  coglie il senso attualizzante dell’autore. 

Grigorij e Irina si amano di nascosto, all’insaputa del marito di lei, fin quando non progettano di fuggire insieme. Per andare dove? A Grigorij non importa, ma a Irina, sì! Sul binario del treno che dovrebbe portarli lontano, la donna è immobile, attonita e affranta, seduta sulla panchina desolata della stazione. A lui non resta che recuperare la cugina, sposarla e ricominciare la vita borghese nella “madre Russia”, momentaneamente abbandonata per un’indimenticabile stagione a Baden Baden. 

Questo finale non piacque a nessuno. Chissà, poteva forse piacere proprio a quell’ideale fascista che voleva la donna angelo del focolare domestico. L’impeto e la passione romantici avrebbero voluto un’eroina suicida e un amante disperato. Neanche l’ideale patriottico ottocentesco si salva in quest’opera che vede solo “Fumo” nelle prospettive umane. C’è chi vi ha visto perfino la satira di Herzen, l’intellettuale russo che si era opposto all’autoritarismo della Russia zarista ed era stato seguace di Bakunin.

Torno alla torrida estate del 1924, quando un ginnasiale leggeva “FUMO” fra una traduzione dal greco e una lista di verbi irregolari da mandare a memoria. Che idea si fece dell’amore? E della patria? Il fascismo accompagnò la sua giovinezza. Riuscì a influenzarlo? Per quanto ne so, fu capitano nella seconda guerra mondiale, tornò con una gamba invalida. La fidanzata non l’aveva aspettato, essendo molto bella, sposò durante la guerra un uomo ricco più anziano di lei di parecchi anni. Lui svolazzò da una relazione all’altra. Non si sposò. Forse perché pensava che il suo patrimonio, o meglio, i guadagni della professione di avvocato, non sarebbero stati sufficienti, non potevano bastare per mantenere quella posizione agiata che una moglie degna delle sue aspettative avrebbe meritato. 

Su Amazon sono in vendita libri usati. Fra questi ho visto anche un’antica edizione di “FUMO”. Costa sei euro!  Che vergogna! Chi può desiderare di venderla? Le anime non sono in vendita. Esistono edizioni nuove in ottimo stato, la vera letteratura non smette di essere pubblicata! Io pertanto vado a conservare il mio vecchio e buon esemplare!

p. s. Dovevo immaginarlo che G. era Giovanni! Ivan è Giovanni, ecco spiegata la G. davanti a Turghenieff. Eppure Ivan era tutt’altro che insolito! All’epoca in Italia il nome Ivan era di moda, il ragazzino, in villeggiatura a Castellammare, che piaceva moltissimo a mia madre, si chiamava Ivan. Mia madre aveva sette o otto anni, il nonno prendeva per l’estate una bella villa in collina, nel verde. Al mare si andava giù in carrozza (anche se le auto erano in uso) nel pomeriggio andavano a fare passeggiate nei boschi. Passarono alcuni anni, ogni estate erano lì. Una volta i ragazzi andarono giù su un calessino, un gruppetto di quattro o cinque, a una svolta il calesse sbandò e finirono gli uni sugli altri, Ivan ne approfittò e baciò mia madre. Primo bacio. Era l’ultima estate, l’anno dopo Ivan non venne e neanche i seguenti, forse veniva da una città del nord. Mio zio andò all’Università e mia madre incominciò il ginnasio.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Amin Maalouf: “Il periplo di Baldassarre” (La nave di Teseo, trad. Egi Volterrani), di Valeria Jacobacci

Libri ancora libri sempre libri. È per un libro che inizia la ricerca ossia Il periplo di Baldassarre.

Si tratta di un libro speciale, quello che contiene il “centesimo” nome. Il nome di chi? Di Dio. Da premettere che Baldassarre è un libraio, l’anno è il 1666, da molti a suo tempo indicato come l’anno della “bestia”, quello in cui dovrebbe verificarsi l’apocalisse e arrivare la fine del mondo. Sono molteplici le chiavi di lettura, tutto si riduce a un immenso libro, grande almeno quanto l’universo, tutto va letto e interpretato ma prima ancora scritto: se chi ha scritto per primo è dio stesso, bisogna dire che ha usato molti pseudonimi, almeno novantanove, mentre il centesimo ci sfugge, perciò “fuori l’autore!” Sarà  quell’inconoscibile nome a salvare l’umanità dall’anno della bestia! 

Questo è almeno quello che pensa Baldassarre allontanandosi dalla borgata di Gibelleto.    

Qui sono approdati i crociati genovesi della sua famiglia e qui hanno prosperato senza mai far ritorno a Genova, neanche quando è ormai l’impero ottomano a possedere terre e uomini, schiavi o liberi. Nessuno ama Genova quanto i genovesi d’oriente! Non è per far ritorno a Genova che inizia il viaggio e Baldassarre non viaggia da solo. Con lui partono due nipoti, figli di sua sorella, il suo segretario e una donna! Di lei si è innamorato quando aveva undici anni e si aggirava leggiadra nella bottega di suo padre, il barbiere. Non è destinata a Baldassarre ma a un bruto che l’abbandona dopo le nozze e le impedisce così di avere una famiglia e una vita.

Tuttavia la ragazza è sveglia e pur di non restare prigioniera  della famiglia del marito, che aspetta lo sposo fuggito chissà dove, decide di partire per la sua personale ricerca del coniuge, che sospetta, e spera, morto. Baldassarre non esita a portarsela con sé per deserti e per mari, incontro a mille avventure.

Viaggio anche metaforico alla ricerca di dio, della salvezza, dell’amore e della morte, o solo del destino che contiene tutto: un viaggio obbligato che tocca anche a chi non vuole partire. Ovvio che i due diventano amanti, ovvio che il marito non si trova.

Intanto il 1666 davvero sembra l’anno dell’anticristo, o dell’infedele, dipende dai punti di vista e dalle diverse fedi, che si somigliano tutte, nella paura dell’incognito, della catastrofe imminente.

Così le catastrofi non tardano a verificarsi. Molti incendi, a Istanbul come a Londra, dove nel panico della fuga tutti scappano da tutto e lottano ciecamente nelle mischie dove i nemici sono quelli diversi perché vestono panni diversi, parlano lingue diverse e pregano preghiere diverse.

Però parlano anche molte lingue, si aiutano, si blandiscono, si ricoprono di gentilezze e si avviluppano negli inganni.  Di fuga in fuga baldassarre perde il suo seguito, a ogni imbarco per una meta diversa, dietro il “centesimo nome”, scompaiono i nipoti, il segretario e la sua donna con in grembo suo figlio. Un marito, fantomatico e malfidato, assassino e furfante, è pur sempre un marito, una moglie gli appartiene, è la legge. Baldassarre non si oppone. Un capitano folle lo trascina per tutti i mari fino a Genova.

Ecco la terra dei padri, dove tutti lo riconoscono perché è un Embriaco, appartenente a una delle più importanti famiglie genovesi, partito qualche secolo prima alla conquista della Terra Santa. Di questa famiglia e del suo nome resta una torre, ed è quanto basta. Il genovese veste finalmente i panni giusti e parla la lingua giusta, che non ha mai abbandonato. Un ricco commerciante lo ospita, lo salva, gli offre in sposa la figlia tredicenne.

Tutto perfetto ma Baldassarre non crede di aver trovato quello che cercava, il libro contenente il “centesimo nome” è finalmente nelle sue mani, ma la donna che ama è rimasta prigioniera e con lei il suo stesso figlio, perciò riparte. Dove lo porteranno le tempeste e il capitano pazzo?

A Londra, è lì che deve andare.  In tempo per incontrare Bess, la locandiera (non quella di Goldoni) e per assistere da protagonista al grande incendio che distrugge la città con i suoi pub e i suoi teatri. Quanto è diversa questa locandiera dalla figlia del barbiere! Lei gli serve birra, lo abbraccia, gli parla e lo salva guidandolo verso il Tamigi da dove riprenderà il suo viaggio. Bess, libera, generosa e padrona di sé. L’onore prevale su tutto, sulle malattie, sulla paura stessa e anche sul “centesimo nome”.

Ogni volta che Baldassarre ( fortunosamente venuto in possesso del volume, che si trova nelle mani di persone che ne ignorano il contenuto e il valore) prova a leggerne le pagine per riferire il suo segreto, la cecità scende sui suoi occhi costringendolo a inventare ogni parola.

L’amore vince tutto, come si sa, l’unica cosa da fare è raggiungere e mettere finalmente in salvo la donna che ama e il bambino. Non è destino che il periplo finisca qui. La donna ritrovata in modo pericoloso e drammatico sceglie di restare con il marito e dichiara che non c’è mai stato un bambino: tutto inventato. Crederle? Pensare che menta per salvare il figlio in qualche modo in pericolo? Non è dato sapere.

Il periplo si chiude, Baldassarre torna a Genova da dove secoli prima la sua famiglia era partita, Gibelleto resterà, come Bess, uno splendido ricordo. Il Mediterraneo ha offerto le sue avventure, da est a ovest e da nord a sud. E viceversa. Come succede anche oggi, in mezzo alle guerre, alle politiche e alle religioni.  Il 1666, l’anno della bestia, è finito. La storia di Baldassarre è nei diari di bordo della sua vita. E la chiave? Per lui come per noi : il “centesimo nome”.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.