Luciano Bianciardi: ‘’Garibaldi’’ (minimum fax), di Claudio Musso

Luciano Bianciardi è un irregolare nella cultura italiana, anarchico per scelta, non per convenienza, randagio a suo modo e legionario di quello scrivere che trivella le coscienze. Verso la fine degli Anni Sessanta egli, ciondolando tra Rapallo e Milano, abita, nell’approssimarsi del suo capolinea, luoghi arredati dal silenzio e pervasi da un’aria autodistruttiva, tra fumo e alcool, dove tutto è complicato.

Quando, come lui, si è soli con sé stessi e ci si sente per sbaglio parte di un mondo, quando quello che c’è intorno non è altro che la stanca ripetizione di un accumulo seriale di profitto spacciato per progresso, quando gli uomini, se osano un di più, sono sempre in fuorigioco per i benpensanti, che non è detto poi che siano quelli che pensano bene, quando vengono imposte regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio, è ora di abbandonare il presente e di rifugiarsi nell’infanzia e nelle prime letture che sono state fondative del proprio pensiero. Lì Bianciardi ritrova il suo nume.

È in questo contesto che prende forma il suo “Garibaldi”, pubblicato postumo nel 1972, un romanzo-pedinamento, che è disponibile nell’edizione minimum fax con un’intensa analisi bio-bibliografica di Fabio Stassi e una ammirata postfazione di Giancarlo De Cataldo. Un testo, questo, che da un lato si nutre di una scrupolosa ricostruzione storica e dall’altro segue le tante orme lungo lo Stivale di un idealista tradito. E vediamo Garibaldi, uomo di mare, che fiuta sempre come tira il vento e che scruta sia le increspature della superficie dell’acqua sia la calma piatta, conscio di essere circondato da creature ambigue e anfibie che si servono di lui con un contratto a chiamata.

Perché questo rappresenta il generale nei disegni dei potenti che sono spesso dei tiranni: un mezzo da usare quando serve. Lui che è osannato in tutto il mondo, sostenuto e finanziato da ogni dove, richiesto da quanti vogliono liberarsi dal giogo. Persino Abramo Lincoln richiede i suoi servigi. Lo si chiama quando si vorrebbe creare uno Stato unitario nel Nord Italia, liberandosi degli Austriaci. Lo si osserva dalla finestra, come a dire: vediamo come va a finire, quando, non autorizzato, parte da Quarto e sbarca a Marsala con i suoi Mille, tra cui figurano molti bergamaschi e liguri, intellettuali, giornalisti, medici, giovani utopisti, per liberare il Sud borbonico e magari arrivare fino a Roma.

Garibaldi, nato a Nizza prima italiana poi francese, ma profondamente ligure, è sempre stato il ragazzo dei posti di mare: non si tira indietro, offre da bere e conosce le canzoni che rallegrano e uniscono gli altri, si arrampica per primo in cima ad un albero o sulle sartie delle navi. Di più: tutti lo conoscono e lo chiamano per nome, i grandi gli perdonano più malefattte che ai suoi coetanei e i coetanei gli vanno dietro. Può darsi che metta la testa a posto oppure no. Ma questo eterno ragazzo diventa un capo non perché si impone sul suo prossimo ma perché il prossimo lo sceglie.

E Bianciardi l’ha scelto quando aveva otto anni e aveva divorato in pochi giorni “I mille” di Giuseppe Bandi e ora torna a parlargli. In questo testo Garibaldi, lontano da una commemorazione stantia e unilaterale, è uno di casa, è un uomo in mezzo ad altri uomini. Il tono della ricostruzione, di questa marcatura a uomo, è colloquiale, rigogliosa e mordace, capace di catturare, tra una sparatoria e una fuga, l’essenza dell’uomo in camicia rossa (rossa perché per vestire rapidamente i patrioti sulla costa ligure non si trovò altro che le camice dei macellai) che ama l’Italia prima ancora che esista.

Quello che immagina e per il quale lotta, coagulando intorno a sé molte persone, è un paese che deve essere un albero capace di mantenere le proprie solide radici e germogliare in una terra che sia la propria e non di altri, nonostante i nodi discordanti e spuri che ne compongono il tronco. E quando la immagina non pensa a Dante o Machiavelli ma all’Antica Roma, con le dovute differenze e nonostante i prestiti impropri, per non dire espropri, ad opera di altre camicie in tempi recenti.

Garibaldi non lo sa, o forse sì, e si compiace, è come Cincinnato. Quest’ultimo, cittadino-soldato, già console, viene chiamato – strappato dal Senato dalla sua vita frugale nel lavoro dei campi – due volte a Roma per diventare dittatore, una sorta di magistratura con pieni poteri, e per salvare l’Urbe in momenti di grave difficoltà prima contro nemici esterni e poi interni. Agisce in fretta e con decisione, recluta tutto il reclutabile, vince, ma rifiuta gli onori e i clamori e dal campo di battaglia torna al proprio campicello dopo avere dato esempio di una sublime dedizione alla causa pubblica, a dispetto di interesse personale, attaccamento al potere e dissoluzione del senso civico.

Di Cincinnato Garibaldi è una versione moderna e più complessa. Sono entrambi leader che servono il popolo e non sé stessi. Il primo parla e agisce da cittadino che si sente parte di una comunità più grande, Roma. Il secondo da patriota che, spinto da ideali di libertà universale, gli Equi e i Volsci li ha in casa e decide di scacciarli dedicando tutto sé stesso per un’Italia libera. E, terminate le sue imprese, gli danno il ben servito ed è costretto a tornarsene nella sua Caprera, tra le sue api, i suoi campi, la propria famiglia, pure rimanendo sempre all’erta nella vita politica.

Bianciardi ce lo racconta come farebbe di un vecchio amico ad una cena di Natale con i parenti, lo dipinge non come il corsaro o il poco di buono che molti si ostinano a vedere, non nasconde il fatto che il suo curriculum non è immacolato, è l’outsider che ottiene i suoi risultati riscrivendo le regole e che muove una guerra di popolo a dispetto del ‘si è sempre fatto così’ dei generali professionisti. 

Garibaldi inoltre non è solo un guerriero audace, geniale e anche fortunato ma è anche capace di vincere una battaglia, come sul Volturno, con una campagna studiata in piena regola. È l’uomo che ci dice: si può pensare altrimenti, lontano dal già detto e dal facile compromesso, è un rivoluzionario che prende decisioni difficili da solo, sempre vigile contro il tradimento e l’incompetenza. È l’uomo che va in Parlamento con il poncho e prende la parola, anche quando non è consentito, in mezzo a manichini nelle mani di chi manichino è già, per dire la sua verità facendo venire un travaso di bile a Cavour e puntando il dito contro i mai spariti latifondisti che si nascondono dietro le marsine.

Per Bianciardi, che lascia la vacua retorica ad altri, Garibaldi è uno di noi, pieno di sogni e fragilità, di concretezza e propensione per il gesto decisivo, di quello che resta, mai eclatante. È colui che ha bisogno di dedicarsi ad una causa coerente ai propri valori, investendo tutto sé stesso e ipotecando il proprio presente, anche quando lo fanno straniero in patria e lo mandano in prepensionamento. 

E non c’è forse, in questo esilio volontario di Bianciardi dal presente, la ricerca di una possibile via d’uscita, con un ultimo atto controcorrente sventolando la bandiera dell’uomo Garibaldi in faccia agli scetticismi e ai revisionismi che come fiumi carsici investono la narrazione anche oggi?

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025), di Claudio Musso

Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025) di Claudio Musso

“Disertare” e “dissertare” sono le due parole che pervadono la narrazione dell’ultimo romanzo di Mathias Enard, una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea, pubblicato da poche settimane dalle Edizioni e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah.

La diserzione, prescindendo dal sinonimo di tradimento in uso nella semantica militaristica, assume spesso il significato, certo più ampio, di un passo indietro rispetto ad una situazione o una appartenenza precedente, di un sottrarsi a qualcosa che ora ci appare estraneo e straniante. Ma, a ben guardare, è anche un passo in avanti verso una nuova e diversa percezione di sé stessi, è un’aggiunta alla visione delle cose, un nuovo modo di osservare il nostro mutato posto nel mondo. E, una volta che abbiamo disertato, possiamo dissertare su ciò che ci siamo lasciati alle spalle, trovare nuove parole per il lessico con cui ci diremo domani oppure presentarci davanti a quello stesso domani afoni?

Enard in queste pagine innesta due storie parallele raccontate con due stili contrapposti. Priva di riferimenti temporali e spaziali, senza nomi di protagonisti e luoghi, amante dell’ombra e dei non detti, vergata da parole nette, quasi brusche, con una punteggiatura volutamente libera di posarsi su pagina a suo piacimento, la prima; puntualmente datata, riferibile a eventi della seconda metà del Novecento e fino ai giorni nostri, rigogliosa e intima nel raccontare gli eventi della Storia e le storie che restituiscono il quotidiano, con una narrazione documentale che si nutre di dialoghi, lettere, aneddoti, la seconda.

Da un lato c’è un uomo in fuga da quello che è stato, un soldato, ora un disertore, che, incalzato dall’angoscia e dal fiato del sangue delle vittime che si è lasciato alle spalle, percorre zone boschive non lontane dal mare come se fosse l’ultimo uomo rimasto sulla terra. La sua è una lunga via dell’eremitaggio per sfuggire alla sofferenza di chi sente ora la divisa stretta, quasi un sudario, per farla finita con quella lunga quaresima che è la guerra che l’ha trasfigurato. I luoghi che attraversa, dominati dal silenzio, sono quelli sommersi dell’infanzia, i ricordi si rincorrono, gli occhi ritrovano paesaggi familiari, ma deve nascondersi perché in paese sanno chi è, come lo sa il branco di cui faceva parte.

Egli respira a fondo il profumo di quelle terre e si concede un momento di requie: a poco a poco si libera del peso della memoria, si riappropria dell’uomo che ancora potrebbe essere. Nell’osservare poi che i frutti della natura sono ancora rigogliosi nonostante la guerra abbia creato solo ceneri, buio e assenza di presente, si rafforza sempre più in lui l’ipotesi di futuro e la possibilità, chissà come e quando, di ricominciare. Nella sua fuga incontra una donna con la testa rasata accompagnata da un asino piuttosto mal ridotto, due superstiti, in fondo, che la violenza degli uomini ha violato nella loro natura. I due non si parlano, si osservano con diffidenza, forse stavano su barricate opposte, sono due solitudini, marchiate nella carne, che si uniscono per raggiungere, entrambe, la frontiera.

Dall’altro lato c’è una figlia che ricostruisce la biografia personale e politica del padre, uno dei più celebri matematici della DDR che rimane fedele all’utopia socialista fino alla fine. Un uomo, ostinato come un assioma, che ha dato del ‘tu’ alla recente storia tedesca. Ha vissuto infatti sei anni di prigionia a Buchenwald sotto il nazismo, periodo nel quale ha composto un’opera tra disperazione storica e speranza nella matematica, è stato membro dell’apparato della DDR, pur non condividendone diversi risvolti, ha visto sfilacciarsi la famiglia con una moglie che sceglie l’Ovest e la partecipazione politica attiva nella socialdemocrazia di Willy Brandt, fino al crollo del Muro di Berlino e alla sparizione del proprio paese dalle cartine geografiche. Poi ci sono state le guerre jugoslave in una vertigine e in un’alternanza nella sua storia personale di guerre fredde e calde. Non ha tuttavia fatto in tempo a vedere l’invasione russa dell’Ucraina, chissà cosa avrebbe detto.

Per lui l’11 settembre 2001 si organizza, ma verrà bruscamente interrotta, una conferenza commemorativa che raccoglie i ricordi e le testimonianze di chi è stato suo compagno di prigionia, suo allievo e collega nella professione matematica. Un incontro che rivela un senso di precarietà, che fa riaffiorare detto e non detto su un uomo che, ad un certo punto della sua vita, diserta dal mondo prima rifugiandosi nell’astrazione della matematica poi, mentre torna la guerra e prende in una morsa l’Est Europa, decide di fuggire. Fallito il sogno socialista in un mondo migliore e constatata la facilità degli uomini a imbracciare le armi rivelando, in modo definitivo, che la pace è sempre uno stato di eccezione, si isola sulla costa catalana lasciando che il mare lo sommerga con le sue onde e i suoi oblii. 

Il soldato e il matematico sono, a loro modo, dei disertori che dissertano sul pensarsi altrimenti. Il primo fino all’ultimo non si separa dal proprio fucile in un tempo rapace fino a quando non si convince a diventare, per così dire, un contrabbandiere, a portare oltre il confine una nuova idea di sé stesso e di mondo. E il ragionare sulle nuove possibilità del proprio io è un dialogo che avviene nella sua mente, con un finale aperto. Il secondo vive prima le diserzioni degli altri, della DDR che deforma gli ideali socialisti nel ghigno del regime, della presenza della moglie che, nonostante l’affetto, sceglie l’Ovest, e poi, legato a doppio filo alla sua matematica, stanco di congetture decide si sottrarsi al consesso umano in cui si sente un paria perché le verità assolute non sono di casa in questo mondo.

Se a Buchenwald immergersi nella matematica gli aveva permesso di salvarsi la mente, quando intorno c’erano solo reclusione e una specie di lungo dolore dell’assenza, oggi i numeri sono sempre più quella di una roulette arbitraria dove siamo noi la pallina che gira. E allora il disertore è colui che, travolto dai destini della Storia, dice di no di fronte ad un mondo che si sgretola e lascia che sia l’immaginazione a guarire gli uomini, oltrepassa il Rubicone, consapevole che la frontiera non è altro che una riga tra due forme di dolore.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Dahlia de la Cerda: “Bastarde disperate” (trad. Sara Cavarero – Solferino), di Gigi Agnano

In Messico la vita per le donne è perfino più difficile che altrove. “Ogni tre ore e venticinque minuti, una donna muore squartata, soffocata, violentata, picchiata a morte, bruciata viva, mutilata, crivellata dalle coltellate, con le ossa rotte e la pelle livida”.  Le violenze sono perpetrate da organizzazioni criminali  ma anche da bracci armati dello Stato e il 98% dei femminicidi resta impunito. “Essere donne è uno stato d’emergenza”. Il virgolettato è di Dahlia de la Cerda, l’autrice di Bastarde disperate (pubblicato in Italia da Solferino con la traduzione di Sara Cavarero), una raccolta di tredici racconti narrati in prima persona da una varietà di voci femminili accomunate dalla lotta quotidiana per sopravvivere. 

Sono donne di età e orientamenti sessuali diversi, provenienti da contesti sociali e culturali differenti, personaggi fragili ma combattivi che affrontano violenze domestiche, aborti, femminicidi, pregiudizi di classe. L’autrice di Aguascalientes, attivista femminista oltre che scrittrice e giornalista, con un linguaggio incisivo mette a nudo l’umanità di un universo femminile tormentato, alternando momenti di violenza a passaggi di struggente lirismo.

Nel racconto d’apertura, “Prezzemolo e Coca-Cola“, una ragazza sta seduta sulla tazza del water e ha appena orinato sul test di gravidanza che risulta positivo. Studentessa universitaria, orfana e sola in un paese cattolico dove l’aborto è illegale in 20 dei 32 stati, si mette alla ricerca su Google di metodi casalinghi per interrompere la gravidanza: prezzemolo nella vagina, lavande con Coca-Cola, aspirina, zapote nero, tè di ruta, di origano, di anice stellato. Navigando nel web le compare il video di un feto che grida “Ehi! Ehi! La mia gambetta!”. Anziché pungersi l’utero con una gruccia, si procurerà l’aborto da sola, in casa, con pastiglie di misoprostolo, tra tremori, vomito, diarrea e fiotti di sangue. 

I racconti successivi offrono angolazioni diverse della condizione femminile. Yuliana, figlia di un boss del narcotraffico, si ritrova erede di un impero criminale. Constanza, figlia di un deputato, è vittima di un femminicidio che tutti preferiscono mascherare come suicidio. Stefi, minorenne, viene abbandonata con un messaggio WhatsApp da Yandel “il coglione”, col quale ha avuto un figlio.

Giacché queste donne non hanno avuto la possibilità di parlare da vive, molte delle voci di “Bastarde disperate” raccontano le loro storie dall’oltretomba, in una sorta di Spoon River latinoamericano. “Mi sono svegliata molto confusa senza sapere cosa cazzo stesse succedendo. Ho guardato da una parte all’altra e ho emesso un urlo tremendo nel vedere il mio corpo buttato lì in mezzo a un mucchio di spazzatura. Mi sono avvicinata lentamente e ho avuto la conferma ai miei sospetti: ero morta. Quei puttanieri del cazzo mi avevano ammazzata. Ho preso la mia mano insanguinata e ho pianto un po’ per me.”

I racconti sono ricchissimi di rimandi alla musica pop messicana: canzoni tex-mex, ballate, cumbia, rap. Al ritmo di questa colonna sonora le protagoniste bevono, ballano, afferrano l’attimo, anche se le baldorie coincidono sempre con il momento che precede la tragedia. Due amiche vanno a una festa e non sanno, quando si salutano, che quella sarà l’ultima volta che si vedono. In “Regina”, una liceale di buona famiglia balla reggaeton e twerka sognando un fidanzato narcos, ignara che il suo destino è segnato da un proiettile tra gli occhi. 

Sono storie di donne reali, generalmente vittime, ma capaci a loro volta di essere cattive, moralmente grigie. Donne cui la vita non offre altre opzioni, che imbrogliano, ingannano, rubano e uccidono per sopravvivere. Sono forti e bastarde come “La China”, con un passato di violenza domestica, che uccide per soldi, per provvedere alla figlia, e che dice di non fare la puttana solo perché non sa “che prezzo dare alle chiappe”. O come la ragazza che va al Nord  per lavorare nelle “maquilas”, stabilimenti industriali che adoperano manodopera femminile sottopagata, che viene stuprata e uccisa nel deserto da una banda di cinque balordi. È una scena straziante che grida vendetta: “Mi hanno violentata tutti e cinque. Facevano i turni per violentarmi. Mi hanno legato mani e piedi. Mi hanno bruciato con le sigarette, mi hanno colpita finché non si sono stufati. Mi liberavano e poi si divertivano a darmi la caccia. Mi hanno morso i seni. Mi lasciavano andare, io correvo con tutte le mie forze, ma loro erano più veloci e più forti di me. Non appena uno mi raggiungeva, mi afferrava per i capelli, mi buttava sulla sabbia e mi prendeva a calci in faccia, sul petto, con furia.” Il fantasma della ragazza stuprata incastrerà in un autobus gli aggressori che l’hanno uccisa. Per ipotizzare un riscatto contro l’impunità, bisogna ricorrere al sovrannaturale e al fantastico. Il racconto è “Il sorriso”, quello che più di tutti gli altri fa l’occhiolino al genere horror e al gotico messicano. 

Vittime di una violenza e di un’ingiustizia spropositate sono anche le donne trans. Nel caso dei transfemminicidi il tasso di impunità è ancora più elevato, in Messico come altrove. Sono crimini in cui la misoginia si mescola al machismo e le vittime, invece di trovare giustizia, vengono criminalizzate e stigmatizzate. In “Paillettes” una trans, cacciata di casa, si prostituisce e viene violentata e assassinata: “Quando il mio cadavere è stato ritrovato, nessuno mi ha chiamata Julia, è stato come se un pezzetto di plastica con una fotografia valesse più di una vita di trasformazioni.” 

La raccolta si conclude con “La Huesera”, una lettera d’addio, scritta su consiglio dello psicologo, a un’amica vittima di femminicidio: “eccomi qui a scriverti com’è e come è stata la vita senza di te. Dopo la tua improvvisa scomparsa da questo mondo.” Il ricordo è straziante: “Ho la mia top ten delle tue risposte del cazzo. Ancora penso a quella data al tizio che ti aveva detto «Che belle gambe, a che ora aprono?», e tu: «Alla stessa ora di quelle di tua madre, coglione».”

Con uno stile provocatorio e seducente, una scrittura trasgressiva, anarchica e selvaggia, la de la Cerda ci propone un Decamerone adattato ai nostri tempi malati, con il grande pregio di scuotere le coscienze creando un rapporto empatico tra i suoi personaggi e il lettore, che non può restare indifferente all’ascolto.

Libro “politico”, di critica sociale filtrata dalla letteratura, commedia nera che si fa leggere informando, che suscita lacrime divertendo, Bastarde disperate è un debutto grintoso, inquietante e necessario di uno dei più emozionanti nuovi scrittori latinoamericani. E non sorprende che, dopo aver vinto numerosi premi, sia stato inserito nella longlist dei candidati all’International Booker Prize 2025, di cui conosceremo i finalisti il prossimo 8 aprile.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

Marilù Oliva: ‘’La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre’’ (Solferino, 2025), di Claudio Musso

Proviamo a considerare la Bibbia letteratura e non dogma. In fondo essa è un insieme di racconti orali che prendono forma nel vicino Oriente Antico e abitano un momento storico in cui tutto deve essere ancora deciso. Vi ritroveremo figure che abbiamo conosciuto nelle ore di religione, che sono state protagoniste di film e di serie tv, che la storia dell’arte, di ieri e di oggi, ha dipinto per sempre su tela, eternizzato sul marmo, rendendole vive e palpitanti di osservazioni e riletture. E non sono mancate trasposizioni teatrali e chiamate in causa di alcune figure bibliche per spiegare il nostro presente. Insomma una libreria di vite, lontane nel tempo ma croniste di un certo modo di stare al mondo, sempre a portata di mano e che in molti hanno sentito il bisogno di riannodarne i fili. E qui troviamo Marilù Oliva e il suo La Bibbia edito da poche settimane da Solferino Editore.

Aveva ragione Dostoevskij quando era solito ricordare che questo insieme di testi appartengono a tutti, fanno parte del nostro patrimonio culturale, perché è un libro per e dell’umanità. Come non possiamo dare torto a chi, vedendo nuove traduzioni, aggiunte e revisioni, sottolinei come la Bibbia sia una sorta di testo in fieri nel senso che in quelle pagine molto si racconta ma molto si sottace.  

Ma, lasciando gli esegeti al loro importante lavoro, un elemento risulta lampante ma storicamente spiegabile senza scomodare nelle nostre riflessioni facili femminismi: se la Bibbia è un palco, il ruolo di primo attore è quasi esclusivamente dato agli uomini che sono i protagonisti di avventure e disavventure e devono vedersela con un Dio regista esigente, per non dire autoritario. Le donne, salvo rarissimi casi, stanno nel dietro le quinte e spesso non compaiono neanche come interpreti nel cartellone. La loro assenza di voce, parole e significati, e anche inferiorità è un dato di fatto per la mentalità di quelle popolazioni che nel loro nomadismo non hanno ancora trovato un posto per le proprie donne, se non come strumento di procreazione e di garanzia di discendenza.

«Nessuna situazione preserva una ragazza. L’onta del serpente ci accompagna, come se ci meritassimo un destino sfavorevole. Se una di noi non si sposa, la sua esistenza non ha senso per la comunità. Se si sposa, può essere sfortunata e trovare un marito stolto. Se non resta incinta, viene disprezzata. Se questo avviene, teme il giorno del parto, poiché ha visto tante donne morire mettendo alla luce un figlio. Se il marito la maltratta, deve tacere e prenderle in silenzio. Se la rispetta, lei soffre all’idea che potrebbe perderlo in guerra, in un agguato, per una malattia. Se si ammoglia con un sovrano, deve accettare che lui giaccia anche con altre»

Così osserva con acume e rassegnazione Micol, una delle tante mogli del bello e sfuggente David che vince sul gigante Golia e una delle protagoniste, voci narranti e soliste di questo libro. Perché cosa fa Marilù Oliva dopo avere dato prova in passato di rileggere da prospettiva femminile le grandi opere dell’epica classica? Confeziona un libro essenzialmente ad intarsio, mantiene come stella polare la versione ufficiale delle scritture e, pur concedendosi qualche virata e approdando a lidi narrativamente sconosciuti in onore all’arte del romanzo, dà voce alle donne della Bibbia.

Nel suo viaggio le pone infatti alla prua e non alla poppa della barca con cui attraversa le vicende che vanno dall’Eden ai patriarchi del Regno di Israele rendendole narratrici di fatti che hanno sotto i loro occhi e intrama le sue pagine con cosa avrebbero potuto dire nella contingenza di quegli eventi, quando il mare è in burrasca, quando soffiano venti contrari o quando il nemico è lì che ti aspetta sull’altra riva e, in generale, quando si è immersi in situazioni che anticipano l’Apocalisse.

In sostanza ci offre la possibilità di immaginare pensieri, opere e emissioni di alcune figure che comunque sono rimaste nel ricordo del lettore per via di letture o rifrazioni pregresse. Non ci offre una nuova versione dei fatti perché non avrebbe senso cambiare la Bibbia (del resto di Vangeli secondo Tizio o secondo Caio con nuove sensazionali scoperte inedite le librerie abbandonano, fatta eccezione per la versione di Saramago che vale l’esperienza di lettura) ma uno sguardo in più, che è portatore di una sensibilità diversa, su quanto sappiamo dalla Bibbia e dal suo senso.

Del resto qualcuno si sarà chiesto cosa pensasse Eva di quanto le è accaduto dopo la tentazione del serpente, lei che non si arresta al che delle cose ma cerca il perché? Di Lia, la seconda moglie di Giacobbe che è costretta a condividere il proprio uomo con la sorella e che, prolifiche o meno di figli, sono spettatrici passive degli accordi tra gli uomini e non hanno voce in capitolo? Di Miriam, la sorella di Aronne e Mosè, che insieme ai fratelli forma, licenza di Oliva, un formidabile trio guidato dal senso di giustizia per salvare il proprio popolo dalla schiavitù in Egitto, che ascolta sul Sinai le parole di un Dio che la ignora e che la punisce, dopo un diverbio con Mosè, perché una donna che dissente è più empia di un uomo che fa la stessa cosa? Dell’indomita Giuditta, l’eccezione in questo caleidoscopio di donne sempre un passo dietro gli uomini, che sfida Oloferne? Di Maria Maddalena che è presente in tutti i momenti cruciali della passione di Gesù mentre gli apostoli sono altrove?

Quanto sono credibili le versioni di Marilù Oliva in questa sua nuova impresa letteraria? In fondo non è tanto determinante quanto dicono – anche se è sempre suggestivo potere contare su nuove voci nella comprensione di un coro e affinare il nostro ascolto – ma chi sono coloro che dicono e che sono rimaste sempre ai margini del racconto biblico. Sono donne che per tutta la vita non si sono mai allontanate dalla strada maestra degli uomini, hanno ripercorso gli stessi spazi, senza mai sconfinare con lo sguardo in un mondo troppo concentrato a crearsi una credibilità e un futuro.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Fabio Stassi: “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

Sto riordinando le idee e le emozioni, preparandomi a trasformarle in parole capaci di trasmettere ai lettori de Il Randagio quello che si prova a leggere Bebelplatz. La notte dei libri bruciati di Fabio Stassi.

È proprio in questo momento che fa breccia in me la notizia della cerimonia di apertura della festa per la capitale europea della Cultura che, per il 2025, premia i comuni gemelli di Gorizia e Nova Gorica come esperienza senza precedenti di cultura transfrontaliera, nata nonostante i conflitti e i confini. Assaporando l’eccezionalità della scelta che mi parla di coraggio e di fiducia nella cultura nonostante le ombre, le incertezze e le paure che, in questi tempi, si addensano vicine e lontane da noi, comincio a scrivere. Ma ecco che – a voler cogliere una risonanza positiva – una news dal fronte di guerra di Gaza mi informa che le truppe dell’esercito israeliano si stanno ritirando dal corridoio militarizzato di Netzarim che ha diviso in due la Striscia di Gaza e che da oggi i palestinesi potranno tornare ad attraversare senza essere fermati dai militari israeliani. In rapido susseguirsi, e come se questi segni, già forti, non bastassero a incorniciare il mood in cui scrivo questa recensione, con una sincronicità perturbante con il nuovo libro di Stassi, scopro che la polizia israeliana ha sequestrato le tre librerie arabe a Gerusalemme est con l’accusa che vendevano volumi sovversivi. Proprio quelle Educational Bookshop, su Salah ed-Din, la via principale della Gerusalemme araba, che da anni sono conosciute come un’oasi di tolleranza e discussione.

Cornice tanto unica quanto reale questa, offerta dall’attualità, che si presta inaspettatamente a ripercorrere con voi lettori randagi, l’itinerario del viaggio spaziotemporale di Fabio Stassi, attraverso libri e autori, bruciati e esiliati, verbrannte und verbannte.

Il taccuino di viaggio che lo scrittore-lettore-bibliotecario Stassi annota pazientemente con andirivieni stilistici da un anno all’altro, da un autore all’altro, da un confine e una geografia all’altra, ci fa seguire una pista che sa di fuochi e di cenere, di ingiustizie abusi e sopraffazioni accesi da ideali e atti forti e simbolici da cui “nascano uomini di carattere, non più fatti di libri… L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere” (sic Joseph Goebbels, Berlino, 10 maggio 1933).

Bebelplatz, il titolo dell’opera pubblicata da Sellerio a ottobre 2024, è una dedica a ‘La notte dei libri bruciati’ la cui matrice, in una variabilità diacronica, si ripete dal rogo della biblioteca di Tebe del 1358 a.C. al più recente rogo con cui nel 2015, l’Isis, devastata la biblioteca di Mosul, dà fuoco a migliaia di libri ‘non conformi alla dottrina islamica’. A corollario del suo catalogo di fuochi librari, Stassi ci informa anche dei libri censurati e condannati alla distruzione o alla damnatio memoriae, da quelli di Lucrezio, Seneca e Tacito, passando per i fantasiosi Alice di Lewis Carroll, Winnie Puh di A.A. Milne e Il Mago di Oz, sino ad arrivare ‘in casa nostra’, a Venezia, dove, ancora nel 2015, il sindaco ordina il ritiro dalle scuole di 49 libri per l’infanzia perché lasciavano trasparire un’idea di famiglia non tradizionale.

La storia letteraria dei roghi dei libri giunge sino a noi con il titolo del prolifico autore Fabio Stassi. Romano, di origine siciliana, bibliotecario presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza, è un emblematico scrittore randagio on the railroad che predilige il setting ferroviario per raccogliere le idee e scrivere i suoi libri. La musica delle parole è la cosa più importante in letteratura, ha più volte detto nelle interviste: immaginiamo che per Stassi quella musica venga anche dal ritmo del viaggio e del camminare e in Bebelplatz ci concede di rinforzare questa idea. È infatti un libro con cui l’autore ci fa viaggiare nel tempo e nello spazio, sfogliando con noi libri della cui esistenza spesso non sapevamo o non possiamo più rinvenirne le tracce ridotte in cenere dal fuoco o occultate intenzionalmente dal potere di turno con il proposito di ‘costruire’ l’uomo, e perché no, la donna, nuovi.

Bebelplatz è uno di quei libri larghi, come piace dire a Stassi citando Manganelli che di Pinocchio, tanto caro al nostro autore, ha scritto ‘Nessun libro finisce. I libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina non è che una porta ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l’ultima porta, affinché nessuna porta si chiuda piú.’ Beh, è proprio questa l’esperienza letteraria e sensoriale che ci fa vivere Bebelplatz, quella per cui, attraversando i cerchi di fuoco che hanno bruciato millenni di libri, si siano aperte e si apriranno ancora porte che non saranno mai le ultime e che non si chiuderanno per sempre, ma sempre, come un libro, si apriranno ad abbracciare i lettori del mondo, oltre ogni geografia, al di là di ogni muro, nonostante nemici e sicari.

La damnatio memoriae, a cui sono stati condannati autori e libri bruciati e occultati e di cui Stassi rende un ricco e documentato catalogo, sta persino nel titolo di questo libro. Bebelplatz, infatti, è il luogo ma non il nome della piazza di Berlino teatro inglorioso dove, il 10 maggio del 1933, quarantamila persone ‘si scaldarono’ gli animi al monito e all’incitazione di Joseph Goebbels, obbedendo al suo ordine di compiere l’atto ‘forte e simbolico’ di bruciare i libri ‘decadenti e antitedeschi’ perché dalle loro ceneri rinascesse, come araba fenice, ‘l’uomo di carattere’ del nazionalsocialismo. Il nome della piazza di quella notte delle ceneri era originariamente Platz am Opernhaus, poi Kaiser-Franz-Joseph-Platz e solo nel 1947 le autorità della DDR la intitolarono all’operaio, politico e anch’egli scrittore, August Ferdinand Bebel, cofondatore del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori tedesco. Una sorta di rimozione storica, di capogiro o un timido tentativo di restitutio ad integrum, o entrambe le cose considerato l’imbarazzante drammatico evento? Sta di fatto che Bebelplatz, la piazza e il libro di Fabio Stassi e noi che lo leggiamo non dimentichiamo, anzi. Leggendo questo libro avremo una buona possibilità in più di affinare il nostro fiuto di lettori, oltre ogni odore di benzina e di cenere, per continuare a ‘farci di libri’, a raccontarci e a ri-raccontarci, a scrivere, leggere e ricordare oltre ogni porta, ogni muro, vegliando e alimentando il fuoco sacro della letteratura a cui sta a cuore tutto quanto accade.

E per non togliere il gusto della scoperta ai nostri lettori, ma per attrarli a navigare attraverso la mappa poliedrica, inedita e stupefacente, tracciata da Stassi nel suo libro-taccuino di viaggio, anticipo solo che ci dice molto di cinque scrittori italiani i cui libri furono praticamente o idealmente arsi durante il nazismo.

L’itinerario nello spazio letterario di casa nostra parte da Pietro Aretino, passa da Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Salgari, Ignazio Silone e arriva a Maria Assunta Giulia Volpi. 

Parola di Randagia: nessuna anticipazione su ciascuno di loro per lasciarvi tutto il gusto della scoperta dell’elogio della libertà che Stassi ci offre restituendoci il suo racconto della ‘letteratura dannosa e indesiderata’ che forma e non solo in-forma. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare