Davide Morganti: “Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), di Edoardo Pisani

E un bambino li condurrà – su Non è qui, di Davide Morganti 

Hans Christian Andersen insegna che è sempre un bambino a gridare che il re è nudo. Analogamente, forse soltanto un bambino può credere davvero nelle meraviglie e nei miracoli che la religione e gli scritti sacri promettono essere autentici. Infatti, nonostante molte tiritere teologiche, di rado gli adulti si abbandonano alla fede con la disarmata ingenuità che essa richiede. L’adulto è scettico dinanzi all’impossibile, il bambino no. Così in Non è qui – pubblicato questo mese da Editoriale Scientifica – Davide Morganti si approccia ai temi di Dio e della Resurrezione con uno sguardo infantile, il proprio, rimembrando le sue perplessità al riguardo ma anche i suoi incanti per qualcosa che può anche essere possibile e dunque vero. 

Non è qui è un memoir sulla fede che si legge come un romanzo o forse, meglio, è una lunga divagazione intorno ai temi di Dio e della memoria che si svolge però in forma prettamente narrativa. Il titolo proviene dal Vangelo di Luca: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.” O dal Vangelo di Matteo, citato nell’epigrafe: “Ma l’angelo disse alle donne: ‘Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove è deposto.’” Dunque il titolo si riferisce al cadavere di Cristo, che il bambino protagonista, Davide, animato da un “desiderio crudele di Dio”, sa essere veramente risuscitato e quindi altrove, non nella tomba in cui gli adulti lo cercano, loro che stentano a credere nell’impossibile. Ma quindi la morte cos’è? E la vita? Dove finirà ognuno di noi dopo la morte? “Dove ci metteremo tutti?” si chiede il bambino. “Saremo come meduse nel mare?” E ancora: cos’è l’aldilà? È forse una “discarica celeste”? 

Davide Morganti è un irregolare delle lettere italiane. In un suo libro precedente, l’ultimo volume del mastodontico Atlante della fine del mondo (Marotta&Cafiero, 2022), faceva scrivere a Emanuela Cocco – ma era probabilmente lui stesso a scrivere – che “Morganti si faceva volere bene ma era anche un presuntuoso […], la buona volontà non gli è mai mancata ma quel carattere difficile gli ha bruciato mille occasioni e la sua scrittura ne risente di questo fallimento”, come a dire che nei suoi libri c’è sempre qualcosa che si ribella non tanto allo scrivere quanto al saper scrivere, ossia che cerca non l’esattezza dello stile bensì la velocità dell’istinto che si fa parola e quindi narrazione, racconto.

Così negli anni Morganti si è andato forgiando uno stile a tratti anche orale che risente di un Céline forse mal digerito ma che raggiunge pure notevoli momenti di pathos e di esaltazione. Ha saputo giocare con la forma del romanzo, come in Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek, 2019), che potrebbe essere definito l’impossibile romanzo di un critico impazzito, o nel già citato Atlante della fine del mondo, che visita ogni Paese al mondo in compagnia dell’impacciato picaro moderno Casimiro Boboski, oppure in un romanzo che ha non poche cose in comune con Non è qui e che fu molto amato da un giovanissimo Roberto Saviano, il quale scrisse che aveva “il sapore di un classico”, cioè Moremò (Avagliano, 2006), un libro colorito e spericolato in cui il protagonista è a sua volta preda di ossessioni religiose, come il Davide di Non è qui

Non è qui è un romanzo che vive di alti e bassi, come sempre nella scrittura di Morganti. Ci si diverte spesso, talora ci si commuove, a tratti si imparano cose nuove. La lettura offre sempre un punto di vista inedito e originale sulla fede e di conseguenza su Dio, su cos’è Dio per noi mortali, per noi che siamo ossessionati dalla morte e che non possiamo credere che essa riguardi anche Dio, o Cristo, o persino noi stessi, noi che dunque abbiamo inventato i miracoli dell’aldilà e della vita eterna per nascondere la certezza paradossale di dover abitare il mondo anche da morti. Però i bambini lo sanno. E lo scrittore, se è tale, sa di dover tornare bambino per raccontarlo, per raffrontarsi a se stesso e a Dio, specchio dell’impossibile, un impossibile che soltanto un bambino, il bambino che è stato Davide Morganti e che anche noi siamo stati, può rendere credibile e infine reale.   

Di conseguenza il ricordo (parola che contiene la sillaba cor ed è quindi un ritorno alle intermittenze del cuore) diventa non soltanto racconto ma anche memoria e a tratti autobiografia, ed è qui che abbiamo le pagine più felici del libro, quando Morganti scrive, per esempio, di Ciro il Pellicano, fortissimo a pallone ma destinato a morire di overdose, o di altri suoi amici mai dimenticati, o della morte di mastro-don Gesualdo nel romanzo di Verga, o della signora Anna, una barbona miope con gli occhiali doppi attaccati con lo scotch, “sempre con molte buste della spesa rigonfie non so di cosa, la bocca incavata per i pochi denti rimasti, si diceva fosse stata una prostituta durante la guerra e che andasse in giro con i marinai americani, a me pareva strano immaginarla visto come era brutta, vecchia, malandata, di lei ricordo la puzza e la buona educazione, parlava a bassa voce, mia mamma per lei aveva piatto, bicchiere e posate a parte, le dava da mangiare e anche da dormire certe volte, la notte io sentivo la sua puzza ma nessuno di noi si lamentava, era normale fare queste cose, la signora Anna era come se non ti guardasse mai e parlava un italiano dolce, la voce affabile, ogni tanto spiccava qualche parola inglese, che mia mamma…” 

Il periodo della signora Anna va avanti per una pagina intera ed è esemplificativo di ciò che Morganti ha fatto con il proprio stile e con la lingua, spalancando ogni proposizione alla successiva, come in una matrioska russa, evitando però strutture composite o arzigogolate e rifacendosi all’oralità piuttosto che alla complessità. I grandi novecentisti ci insegnano che uno stile proprio si paga caro, che può essere a un tempo un limite e una forza, e così è per Davide Morganti, il quale in Non è qui affabula come solo un bambino sa fare, precipitandosi lungo le frasi con passione e meraviglia, nell’indomabilità stilistica e emozionale del ricordo, che da sempre – in letteratura e nella vita – ci insegna che siamo anche ciò che siamo stati: il bambino che ci osserva, il bambino che ci guida. 

“E un bambino li condurrà” dice il profeta Isaia, nella Bibbia ebraica. In questi tempi neri forse dovremmo davvero ritornare alle nostre infanzie e ai testi sacri, alla meraviglia di poter immaginare Dio. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Francesco Fiorentino: “Balzac” (Laterza, 2025), di Fulvia Palmentura

Vita e opere di un genio. La biografia di Balzac di Francesco Fiorentino

Solo Balzac. Un nome basta a intitolare uno studio tra biografia e analisi letteraria, la vita di un grande scrittore che si fa tra metamorfosi di dolore e passione, determinazione e disciplina. Edito per Laterza, il nuovo libro di Francesco Fiorentino, francesista, professore emerito dell’Università degli Studi di Bari e romanziere è la storia di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, come fu riconosciuto da Victor Hugo nel discorso pronunciato alla sua morte: «Il nome di Balzac si mescolerà alla traccia luminosa che la nostra epoca lascerà nell’avvenire». 

In uno stile sobrio, l’autore riempie le pagine raffinate di questa biografia in cui lo studioso dialoga con l’amante appassionato senza mai abbandonarsi a virtuosismi patetici o digressioni erudite. Non si diventa Balzac senza aver fallito innumerevoli volte, ma anche senza che ci si sia rialzati altrettante volte; per diventare Balzac non basta un semplice desiderio di affermazione, occorre fare della scrittura una ragione di vita; occorre avere una visione più ampia e profonda della vita. Nella lettera riportata da Fiorentino la fame d’amore materno mai saziata emerge con durezza: «La freddezza delle sue maniere frenò lo slancio delle mie tenerezze. […] cercai di commuoverla con l’eloquenza di un’arringa affamata d’amore, i cui accenti avrebbero scosso una matrigna. Mia madre mi rispose che stavo recitando una commedia». Figlio rifiutato dall’amore materno, Balzac sarà sempre debitore, prima d’affetto e riconoscimento, poi di denaro. Non solo deve vivere della sua penna, ma dimostrare ai genitori e soprattutto a sé stesso di esserne capace: non resta che diventare un genio. Lo sguardo acuminato che indaga e penetra ogni piega dell’umano e del tessuto sociale attraversa la realtà di cui nulla rimane ai margini: tutto può essere raccontato in uno stile serio,quanto è sublime e quanto è più basso e degradato, come sostiene Auerbach. Ne La Comédie humaine c’è spazio per tutti e per tutto: compromessi, amore, passione, successo, fallimento, perdita, giovani che cercano un posto nel mondo, ultimi e primi amori di donne, volgarità della provincia, insondabilità di Parigi, il dramma di una paternità ferita. In questa preziosa opera monumentale dove gli incontri orientano e determinano le scelte e i destini deipersonaggi, le vite dei protagonisti si estendono ed evolvono di romanzo in romanzo, facendo ciascuno ritorno nella storia dell’altro e saziando la curiosità del lettore. Il costante debito di Balzac diventa credito per chi attraversa la Comédie e ne riceve storie, contraddizioni, riflessioni profonde, inviti a mettersi in gioco, a ripensare a sé stessi e al proprio posto nel mondo. 

Non solo vita, non solo opere. La scelta di Fiorentino di tessere questi elementi è ben riuscita. Nutrito da curiosità e aneddoti, il libro ha le preziose fondamenta di uno studio scientifico e l’ardore di una passione che guida il suo autore da molti anni. Quello fra Fiorentino e Balzac è un incontro felice, come quello tra Fiorentino e Francesco Orlando, suo maestro, al quale la biografia è dedicata. Numerosi sono anche gli incontri riportati nel testo:quelli letterari con Baudelaire, Manzoni, Flaubert, Hugo o quelli con le figure amanti femminili che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vita dello scrittore, da Mme de Berny a Mme Hanska, il primo e l’ultimo amore. Sono gli incontri a essere decisivi nella vita delle persone, come Fiorentino racconta in un’intervista. Riportando la cronaca dei funerali di Balzac,l’autore racconta che il Primo Ministro, rivolgendosi a Victor Hugo, chiese se si trattasse di un uomo notevole: «No, è un genio!» rispose lo scrittore. E un genio lo era davvero…

Fulvia Palmentura

Francesco Fiorentino, napoletano, ha studiato alla Federico II con Francesco Orlando. Dopo Venezia, ha insegnato letteratura francese all’Università di Bari, dove è professore emerito. Tra i suoi saggi pubblicati in Italia e in Francia, si segnalano le monografie su Balzac (Laterza), su Molière (Einaudi) e sul teatro del Seicento (Laterza). Ha curato l’edizione italiana del teatro di Molière (Bompiani). Per Marsilio ha diretto la collana di classici francesi «I fiori blu», e, insieme a Carlo Mastelloni, ha pubblicato due romanzi polizieschi: Il filo del male e Il sintomo. Sempre per Marsilio, sono apparsi i romanzi “Futilità” nel 2021 e “Cinque giorni fra trent’anni” nel 2023.

Fulvia Palmentura ha studiato Lettere e poi Scienze dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Attualmente frequenta il Corso di Dottorato in Lettere, Lingue e Arti a Bari, e ha lavorato a un progetto di ricerca dal titolo “Il romanzo di formazione francese al femminile tra XIX e XX secolo”.

Thorkild Hansen: “Arabia Felix” (Iperborea, trad. Doriana Unfer), di Claudio Musso

“Arabia Felix di Thorkild Hansen – pubblicato in una nuova edizione da Iperborea nella limpida traduzione di Doriana Unfer – racconta la prima spedizione danese verso l’Arabia del Sud, l’attuale Yemen, un’impresa che unisce come un intarsio scoperta geografica, esperienza scientifica e avventura umana. Fortemente voluta dal re di Danimarca, l’impresa cattura l’attenzione di tutta l’Europa colta del Settecento: una combinazione di curiosità erudita e desiderio di prestigio in un’epoca in cui la conoscenza è considerata il più alto strumento per comprendere il mondo e lasciare un segno duraturo nella storia.

Hansen costruisce un affresco corale in cui emergono figure conturbanti e emblematiche. Carsten Niebuhr, figlio di contadini della Frisia, è l’uomo della razionalità e della resistenza: metodico, parsimonioso, instancabile, sopravvive a tutti e diventa il testimone e il garante della spedizione. Peter Forsskål, accademico svedese, botanico e naturalista, rappresenta il genio ribelle, curioso fino all’ossessione, instancabile e talvolta in conflitto con i compagni, ma la cui energia ed erudizione lasciano un’impronta scientifica straordinaria. Frederik Christian von Haven, titolato filologo danese e unico umanista del gruppo, si trova spesso in minoranza rispetto ai pragmatici compagni: la sua ricerca necessita di manoscritti e biblioteche e il viaggio lo mette davanti alla difficoltà di applicare la propria competenza in un contesto così lontano dal suo mondo, su cui pesa una sua mai celata indolenza. Hansen mostra così le diverse modalità di interazione con la conoscenza: il sapere empirico dei naturalisti, la resistenza pratica di Niebuhr, l’introspezione, a volte saccente, di Von Haven. Kramer e Baurenfeind compaiono come cornici, figure secondarie che contribuiscono a restituire la complessità del gruppo, pur senza sottrarre centralità alle tre figure principali.

La lettura di Arabia Felix diventa un viaggio partecipato: il lettore cammina accanto a uomini che non si sono scelti, condividendo tensioni, rivalità, momenti di fragilità e meraviglia dal sapore platonico. Hansen alterna sapientemente scene drammatiche, ironiche e poetiche: la navigazione tra le insidie del mare e il rischio di navi nemiche, le carovane di cammelli che attraversano deserti polverosi, i mercati affollati e silenziosi dei villaggi yemeniti. Si percepiscono sulle pagine la fatica fisica e psicologica, le scoperte scientifiche e il fascino dell’ignoto, ma anche l’umanità dei protagonisti, le loro vanità e la sorprendente solidarietà che nasce dalla condivisione di un destino comune.

L’Arabia felice, scopriamo presto, non è un luogo fisico, ma un mito che muove gli uomini e li mette alla prova. L’autore ci ricorda che ci sono paesi in cui siamo stati felici, ma non ci sono paesi felici: la felicità non si trova nel territorio esplorato ma nella capacità, che non dovremmo mai perdere, di resistere, osservare, comprendere e confrontarsi con gli altri e con sé stessi. E mentre il lettore percorre con questi singolari compagni di viaggio le strade polverose con un sole minaccioso, vive le tensioni tra caratteri opposti, le sfide del clima e delle malattie, le rivalità scientifiche e le scoperte improvvise, diventa parte integrante della spedizione, osservando il mondo attraverso occhi che non sono i propri.

Il viaggio narrato da Hansen, pur nel contesto storico del XVIII secolo, parla ancora oggi: delle tensioni tra uomini, della forza del sapere condiviso e della fragilità umana. Ci ricorda che il desiderio di comprendere, di convivere con gli altri e di guardare in faccia l’ignoto è un filo che attraversa secoli e continenti. E alla fine resta una domanda quasi provocatoria: se dovessimo partire oggi per un viaggio simile, chi vorremmo avere al nostro fianco? Forse il compagno più importante non è un altro uomo o donna, ma il nostro ‘io’ profondo, silenzioso coinquilino che ci accompagna lungo ogni strada polverosa, ogni carovana lontana, ogni città sconosciuta, ogni alterità che intercettiamo. Chiediamo al nostro ‘io’, e non faremmo nulla di diverso dei protagonisti di questa storia, cosa lo fa stare bene, cosa accende nei suoi occhi quella scintilla, quali desideri custodisce, quali sogni vorrebbe seguire. Perché la vera “Arabia felice” non è un luogo da raggiungere, ma la capacità di vedere e nutrire quella luce dentro di noi che rende unico e vivo ogni nostro passo. Perché non è mai troppo tardi per cercare non nuove terre da esplorare ma il tentativo di misurare noi stessi. Con l’astrolabio di Niebuhr.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Fausta Cialente: “Cortile a Cleopatra” (La Tartaruga), di Cristiana Buccarelli

Scrivere un secolo fa dall’altra parte del Mediterraneo: Cortile a Cleopatra  

Fausta Cialente è un’altra grande scrittrice che può collocarsi tra le autrici della letteratura femminile dell’esilio, come le stesse Elisa Chimenti di cui si è scritto qualche tempo fa, come Agotha Kristov e molte altre ancora. Infatti pur essendo italiana, nata a Cagliari nel 1898, anche nel destino della Cialente c’è lo spostamento, prima in varie città italiane, negli anni Venti in Egitto per seguire il marito, Enrico Terni, compositore e agente di cambio della colonia italiana di Alessandria d’Egitto e infine, dopo moltissimi anni, il ritorno in Italia a Roma. 

Da tempo mi ripromettevo di rileggere il suo prezioso romanzo Cortile a Cleopatrascritto nel 1931, il quale dopo il primo rifiuto di Mondadori fu pubblicato per la prima volta nel 1936 dall’editore Corticelli, e poi nel corso del tempo da differenti case editrici, quali Garzanti (1962), Mondadori (1973), Dalai Editore (2004), La Tartaruga (2022).     

Finalmente sono riuscita a rileggere questo romanzo dalla scrittura viva, fluida, originale; la capacità narrativa della Cialente sfida il tempo e la rende una scrittrice assolutamente moderna. Lei stessa scrive :<< Un libro che si apre è come un sipario che si alza. I personaggi entrano in scena. La rappresentazione comincia>>.

E proprio di una sorta di rappresentazione teatrale si può parlare in seguito alla lettura di Cortile a Cleopatra. Si tratta infatti della narrazione di una scena che può definirsi corale, con al centro un personaggio tragico e scanzonato al tempo stesso, allegro e triste un po’ come la vita stessa; il bel Marco, figlio di una greca e di un italiano, un giovane irrequieto, che ama solo leggere e camminare ed è molto amato dalle donne.

’Nessuno, nessuno poteva tenerlo quel ragazzo irrequieto e leggero come gli aquiloni di carta che i bambini mandano su ai primi venti d’aprile’’

Il punto centrale della scena nel romanzo è il cortile di questo sobborgo di Alessandria d’Egitto, chiamato Cleopatra. E così il sipario dell’opera si alza e la prima scena, di grande visibilità, racconta di Marco che sonnecchia sotto un fico del cortile con vicino la sua scimmietta.

‘’ Seduta sul ramo basso del fico la scimmia sorvegliava Marco che dormiva lì sotto sdraiato all’ombra festosa e ondeggiante delle foglie; dormiva con la bocca aperta e aveva sul petto la camicia sbottonata e macchie di sole…’’. 

Il cortile, su cui affacciano le varie abitazioni, è un coro di voci e di vite diverse, in cui tutti si danno da fare per sopravvivere; la prostituta, il pellicciaio, l’arrotino, la vecchia maga, una comunità multietnica e irrequieta. Laggiù abita anche la madre di Marco in una piccola casa ai confini di Alessandria d’Egitto; il ragazzo l’ha raggiunta dall’Italia, dove ha vissuto per molti anni con il padre pittore di appartamenti, morto da poco tempo e di cui ha subito disperso il poco danaro lasciato. In Marco appare indelebile il ricordo dell’infanzia e del padre:  

“…ma poi c’erano quegli altri ricordi, lontanissimi, ed egli vi s’attaccava
angosciosamente, ora come nei giorni della morte del padre, quando aveva sentito che il vivo dolore li respingeva e li sbandava, poi che urgevano soltanto lo sfogo del dolore presente e il problema dei giorni a venire. Ma già allora aveva deciso di non perderli, e nel cuore pieno di lacrime che la solitudine gli faceva ingoiare, erano rifioriti a stento: il sillabario, la tosse canina, un circo equestre fuori porta, l’apprendista ladro, la bottega chiusa per andare dal dottore e l’impressione che gli faceva la porta sprangata in un giorno di lavoro. Suo padre aveva quasi sempre due atteggiamenti che insistevano sugli altri: lo aiutava a compitare e gli teneva la mano che reggeva la penna, oppure, seduto vicino al letto, gli mutava una flanella, gli strofinava il petto, gli metteva un cataplasma sulla schiena. Durante le notti di febbre così lunghe e faticose il bambino si svegliava d’improvviso tutto in sudore e vedeva un gigante dormire in terra sopra i sacchi della calce, avvoltolato nella coperta.’’

Nel sobborgo di Cleopatra Marco viene accolto, oltre che dalla madre, una donna ormai logorata dalla vita, anche da una serie di personaggi da cui verrà a volte amato, a volte odiato e molto spesso giudicato e chiacchierato per la sua indolenza, per il fatto che non si cerchi un lavoro per vivere ma preferisca farsi mantenere dalla madre: in fondo il modo di concepire la vita di questo giovane straniero appare a loro incomprensibile. Tra i personaggi c’è Haiganush, piccola mangiatrice di pistacchi che spesso lo attacca e gli dà del vagabondo e del fannullone, c’è Abramino il pellicciaio che lavora sempre, aiutato da sua moglie Eva, c’è la loro figlia Dinah, da cui Marco è ammaliato, poi c’è anche Kikì (figlia di un caffettiere italiano e di un’araba), una creatura libera e deprivata, maltrattata dal padre, con cui Marco fa lunghe passeggiate sulle dune e che sente vicina a sé. Tuttavia Marco si fidanzerà con Dinah con il beneplacito del padre pellicciaio che gli proporrà di essere inserito nella ditta di famiglia, ma più il matrimonio si avvicinerà più il ragazzo non si sentirà felice, come qualcuno che deve adempiere a un obbligo, e infine sedurrà anche Eva, la madre di Dinah. Ad un certo punto il ragazzo deciderà di fuggire da tutti e tutto:

‘’Scese di corsa sulla spiaggia e quando fu in basso guardò su… ma fu abbagliato. (…) La luce non scendeva dalla luna ma balzava su dal cortile in un gran fascio tremolante, lanciata verso il cielo, e su, su, s’allargava, si divideva in altri raggi palpitanti di un rosa magico, liquido, di meraviglioso splendore, che poi ricadevano scivolando a ondate lungo la curva del cielo e gocciolavano bassi nel mare. (….)Era quello il centro del mondo, forse? Non l’aveva saputo lui.’’

In quello che può definirsi un romanzo di formazione, la scelta finale di Marco è di andare verso il mare, verso la libertà, in qualche modo di restare fedele a sé stesso: questo spirito irrequieto dall’identità irrisolta è in realtà un viandante nel mondo, che cerca sempre un altrove e in tal senso, potrebbe considerarsi, a mio avviso, un alter ego della stessa autrice, la quale riesce a esprimere attraverso il suo personaggio quel senso di sradicamento, di non appartenenza, quel suo sentirsi sempre una straniera che valica nuove terre. Il suo è un personaggio nuovo, ma che tuttavia appartiene ad ogni tempo e in cui forse molti di noi possono riconoscersi. C’è inoltre in questa narrazione la volontà, come scrive la stessa autrice, di raccontare anche quella terra d’Egitto in cui le era capitato di vivere per molti anni e che aveva conosciuto profondamente: <<La rappresentazione di Cortile a Cleopatra è quella in cui protagonisti sono anche i colori e le atmosfere di un mondo poco raccontato, l’Egitto che avvolge e coinvolge con i suoi odori e i suoi rumori>>.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Marguerite Duras: “Scrivere, una ragione di vita” (NN editore, trad. Chiara Manfrinato), di Edoardo Pisani

Lacrime di Marguerite Duras – su Scrivere 

L’atto di scrivere comprende pure la sua negazione, cioè l’atto di non poter o non saper più scrivere, perché anche non scrivere è un atto, benché mancato. L’atto di non scrivere ci riconduce quindi alla scrittura stessa, sia pure nel silenzio. Scrivere significa tentare di sapere cosa scriveremmo se scrivessimo, dice Marguerite Duras. 

È seduta su una poltroncina, davanti a un pianoforte e accanto a un termosifone. Indossa una gonna a scacchi grigia e un maglione blu scuro, e ha un cerchietto nero che le incornicia i lisci capelli grigio cenere. L’obiettivo della telecamera è fisso su di lei. 

Marguerite Duras ci parla con una voce leggermente arrochita dall’alcol, scandendo lentamente ogni parola. Il suo tono è malinconico. Stanco. Ma Duras è una donna piena di dignità e saggezza, e ha molto da raccontare. 

Nel 1993 uscirono due documentari-interviste di Benoît Jacquot su di lei, Êcrire La Mort du jeune aviateur anglais, entrambi rintracciabili su YouTube. Quello stesso anno le due interviste confluirono in un libriccino edito da Gallimard, Êcrire, che Laurent Adler, la sua maggiore biografa francese, ha definito il suo testamento letterario e umano. Oltre trent’anni dopo la prima edizione italiana del testo (Feltrinelli, 1994), l’editore Enne Enne lo ripropone in nuova traduzione, a firma di Chiara Manfrinato. 

Scrivere è un libro che mancava da tempo nelle nostre librerie e che ancora ci illumina e ci commuove. Contiene cinque testi brevi, fra i quali le due interviste-monologo tratte dai documentari di Benoît Jacquot, adeguatamente riviste per la pubblicazione. Marguerite Duras fa i conti con se stessa e con la propria opera, sapendo che non le resta molto da vivere. Parla – scrive – della scrittura, del silenzio, dei suoi libri, della morte, di politica, di amore, di alcol, di Roma (un’intera sezione del libro si svolge a Roma), di pittura e di purezza. Lo stile è quello che la accompagna ormai da diversi anni, con delle frasi brevi e coincise, dalla sintassi semplice, con qualche iterazione che dà più forza al suo periodare. È una sequenza di paragrafi o frasi separati da uno o più righi bianchi che può essere letta anche come una partitura. A momenti sembra che Duras procacci una forma inedita non di scrittura ma di espressione, una nuova forma espressiva che comprenda pure gli spazi bianchi, le pause, i lunghi silenzi fra un brano e l’altro – e i suoi silenzi dicono sempre qualcosa. 

A Duras restano tre anni di vita. Tuttavia il suo sguardo verso la morte è lucido, non spaventato, come quello degli stoici greci. A un certo punto osserva l’agonia di una mosca che è sul punto di morire, forse ricordando un racconto di Katherine Mansfield (La mosca, appunto). Scrive: “La morte di una mosca è la morte. È la morte in cammino verso una certa fine del mondo, che estende il campo dell’ultimo sonno. Vediamo morire un cane, vediamo morire un cavallo, e diciamo qualcosa, per esempio: povera bestia… ma se muore una mosca, non diciamo niente, non lo documentiamo.”

Come “la morte di una mosca è la morte”, il silenzio di uno scrittore è il silenzio, verrebbe da dire leggendo Duras, perché l’atto di scrivere contiene anche il suo contrario, cioè l’atto di tacere e di contemplare la possibilità di scrivere. “Uno scrittore è un essere bizzarro” chiosa infatti Duras. “È una contraddizione  e anche un’assurdità. Scrivere è anche non parlare. È tacere. È urlare senza fare rumore.” Scrivere è dunque una parola ossimorica che unisce i due atti, il parlare e il tacere. Marguerite Duras lo sa e ce lo dice. Ha scritto per tutta la vita, come le consigliava di fare Raymond Queneau (“Non faccia altro, scriva”), e lo rivendica. Scrivere è stato il suo destino. 

Poi c’è la morte, alla quale pure la scrittura – come il silenzio – deve raffrontarsi. C’è la morte di sé e c’è la morte degli altri, dove gli altri possono essere le persone che abbiamo più a cuore ma anche degli sconosciuti. Parlando della morte in guerra di un giovane aviatore inglese, per esempio, Marguerite Duras ricorda la morte del fratello nella Guerra del Pacifico, e a lui finisce per rivolgersi, al fratello, perché scrivere è anche un impossibile dialogo con i nostri morti, con i morti che abbiamo amato e amiamo ancora, e perché “la morte di chiunque è la morte intera”, come la morte di una mosca o di un soldato o – da ultimo – di noi stessi. La prossima morte di Marguerite Duras, scrittrice e essere umano. 

“C’è l’amore di mio fratello e c’era il nostro amore” continua Duras, con i suoi mormorii strascicati, “quello tra me e lui, un amore fortissimo, nascosto, colpevole, un amore senza fine. Incantevole, perfino dopo la tua morte. Il giovane inglese morto era chiunque ma era anche soltanto lui. Era chiunque ed era lui. Ma non si piange per chiunque.” 

La scrittrice quindi si raffronta con l’impossibilità di scrivere – e ne scrive – e ricorda la propria esistenza, la solitudine, gli amori, i morti propri e altrui, perfino la politica, immaginando una lista con tutti gli uomini e tutte le donne che hanno trascorso le loro esistenze in una fabbrica della Renault ormai sul punto di chiudere, una lista esaustiva, dice Duras, priva di commenti, che raggiungerebbe il numero di abitanti di una grande capitale: un “muro di proletari”, perfetto e significativo. 

Marguerite Duras era stata iscritta al Partito Comunista Francese e non se ne era mai pentita, sebbene fosse stata espulsa quale dissidente nel 1950. Al riguardo scrive, nella prima parte del libro: “Siamo malati di speranza, noi sessantottini, della speranza che riponiamo nel ruolo del proletariato. Quanto a noi, nessuna legge, niente, nessuno e niente ci guarirà da quella speranza. Vorrei perfino riscrivermi al Partito Comunista. Ma al tempo stesso so che non dovrei.” E ancora: “Non dobbiamo sottometterci a ordini, orari, capi, armi, multe, insulti, sbirri, capi e ancora capi. Né alle chiocce che covano i fascismi di domani.” 

Una scrittrice e un’intellettuale come Marguerite Duras oggi ci manca molto, ma per fortuna possiamo ritrovarla nei suoi libri. Nel suo stile a un tempo semplice e elaborato, che in Scrivere si muove fra lunghi silenzi e assiomi fulminanti. O nel suo sguardo fisso nell’obiettivo, mentre parla piano, seria, di morte e di scrittura e quindi di tutto ciò che conta, facendo del silenzio intorno a lei – intorno a noi – un tutt’uno con la sua voce. “Un libro aperto è anche la notte” mormora. E poi, dopo un rigo bianco: “Non so perché, ma le parole che ho appena detto mi fanno piangere.” In questi tempi di chiasso sfrenato e guerre insensate la voce e l’esempio di Marguerite Duras – le sue lacrime, il suo silenzio – ci fanno credere che per l’essere umano non tutto è ancora perduto. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.