Un tempo di mezzo secolo di Cristiana Buccarelli: raccontarsi tra due millenni di Gigi Agnano

“Questo è il resoconto di quando tutto era ancora silenzioso e placido.

Tutto è silenzioso e calmo. Silenzioso e vuoto è il grembo del cielo”

Popol Vuh, antico testo Quiché, uno dei popoli Maya 

Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il bisogno di raccontare le proprie storie, meglio al singolare, la propria storia di vita. Questo avviene in special modo a chi ha una certa frequentazione con le parole. Più che per un uditorio ci si racconta per proprie esigenze: per mettere ordine dentro di sé o per rievocare emozioni, per esorcizzare una perdita, per sapere chi siamo diventati o per ringraziare chi ha contribuito a farci diventare così come siamo (almeno per gli aspetti di noi stessi che riteniamo migliori o in qualche modo tollerabili). E in genere quel bisogno ci sorprende nei momenti di svolta della nostra vita. Accade qualcosa (per esempio il raggiungimento di un obiettivo agognato o la dipartita di una figura cara) per cui vogliamo ricordarci di quello che abbiamo fatto, dove siamo stati, chi abbiamo amato, per cosa abbiamo sofferto.

Un tempo di mezzo secolo è un libro di memorie autobiografiche di Cristiana Buccarelli, pubblicato a novembre 2023 dalle Edizioni IOD, una scrittrice e un editore che amo. Racconta, come si evince dal titolo, i primi cinquant’anni di vita dell’Autrice, dalla nascita fino alla recente scomparsa del padre, al quale è dedicato:

A mio padre,

al cedro del Libano, 

alle mie radici.

E’ la ricostruzione del proprio percorso esistenziale (Cristiana è nata alla fine del ’73 a Vibo Valentia), in “un arco temporale a cavallo tra due secoli e due millenni”, attraverso foto, diari, appunti, post di Facebook, ma anche rievocando storie di famiglia, dialoghi avuti con persone care, accadimenti impressi nella memoria.

Un’autobiografia con la particolarità che nel romanzo non c’è come ci si aspetterebbe un io narrante, ma a vestire i panni di Cristiana c’è una Letizia, cioè l’autrice stessa con il suo terzo nome di battesimo, che in un giorno dell’agosto del 2023 torna a Vibo nella casa della sua infanzia. La vediamo scendere le scale che dal terrazzo portano al giardino e uscire per strada. È una passeggiata in cui si immerge in una sequenza di ricordi: la macelleria dove la nonna faceva la spesa, la scuola elementare, il negozio di giocattoli, il panettiere, il mercato coperto dove arrivavano dalle campagne le contadine vestite di nero. 

“Letizia ogni volta che va a Vibo torna carica di ricordi, come se diventasse una nuvola densa di pioggia. I ricordi li ha scoperti per anni nelle parole di suo padre, nelle strade, nei vicoli, nelle pietre, negli alberi del suo giardino. Laggiù c’è anche lei, una se stessa a volte dimenticata, ma che l’accompagna sempre. Non sa se è il tempo ad attraversarla, oppure se è lei che attraversa il tempo, ma è certa che non può afferrarlo, che non può fermarlo, che può solo custodirlo dentro di sé. Vuole attraversare quel tempo vissuto, tutto quel mondo scolpito e, attraverso la sua memoria individuale, ritrovare una memoria collettiva. Il fluire del tempo e della Storia.”

Nella prima parte (intitolata Nel secolo scorso), Letizia ricorda la casa in cui la famiglia va a vivere con lei neonata e i primi anni di vita a partire dal ’74 (un piccolo inciso per segnalare una coincidenza che mi è sembrata interessante: sono sicuro che la Buccarelli avrà notato che il 1974, l’anno dal quale si muove il suo racconto, è l’anno di pubblicazione di Care memorie di Marguerite Yourcenar, uno dei romanzi autobiografici più importanti della letteratura mondiale, primo volume della trilogia I labirinti del mondo, citata dalla protagonista tra le sue tante letture); poi ci sono le vacanze a Tropea, la scuola, la maestra, le prime compagne di banco, le figurine Panini, le biglie multicolori, i cuoricini di Das che un bimbo delle elementari, Angelo, le porge timidamente:

“Dopo moltissimi anni capirà che attraverso quel gesto innocente di Angelo le veniva detto per la prima volta che un giorno sarebbe stata una donna. Ciò le provocava rabbia era quella spinta al sentirsi per la prima volta parte dell’universo con un’identità precisa, femminile: era troppo presto per lei, non le piaceva, ci fiutava una trappola e voleva solo divincolarsi.” 

Ma la Buccarelli disegna anche il ritratto di un’epoca e di una società. Ricorda Moro, via Fani, gli anni di piombo, l’elezione di Giovanni Paolo II e l’attentato ad opera di Ali Agca, la strage della stazione di Bologna, – dove si trova a passare con la mamma poche settimane dopo l’attentato -, Vermicino, i mondiali dell’‘82.

Foto tratta da Un tempo di mezzo di Cristiana Buccarelli

E questa sarà una delle caratteristiche di tutto il libro: oltre ad essere un album di famiglia con una serie di foto familiari e di scatti sui ricordi più “intimi”, Un tempo di mezzo secolo è anche cronaca sociale. Esiste un dialogo permanente e ben equilibrato tra gli avvenimenti privati e l’evoluzione dell’Italia e del mondo nei cinque decenni raccontati, senza che il romanzo abbia pretese storiografiche o si appesantisca con elementi di saggistica. 

Dall’ ‘82, Letizia va a vivere in una nuova casa affianco a quella dei nonni. Saranno molti i traslochi raccontati e viene da dire, ricordando il bel libro di Bajani, che questo è anche un “libro di case”: la Buccarelli ci racconta quelle in cui ha vissuto, il loro carico di segreti, di cianfrusaglie, di odori, di musica. In quello stesso anno arriva improvvisamente la telefonata con la notizia della morte del nonno:

“L’unico che, passando veloce nel turbine di quegli attimi, si accorge di lei, rannicchiata sulla poltrona, è suo padre. La raggiunge, le fa una carezza sulla guancia, senza dirle nulla, ma lei, anche se è ancora piccola, intuisce che in quel gesto c’è tutto; il senso del passaggio della vita e della morte tra le generazioni, il senso del tempo che corre, il senso della famiglia e dell’essere insieme su questa terra.”

Passano le stagioni e per Letizia c’è il ginnasio e il liceo (con relativa gita scolastica dell’ultimo anno), sullo sfondo Gorbaciov e Reagan, Chernobyl e Siani. E nell’adolescenza si consolidano le prime passioni: i film d’autore, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e soprattutto la lettura, Calvino, Pavese, Bassani, Cassola, Bulgakov, la letteratura anglosassone… “i libri non le bastano mai”.

Per ciascun decennio Cristiana elenca con grande attenzione, oltre ai libri letti e alla musica ascoltata, i prodotti, i vestiti di moda, gli oggetti dell’epoca, in una sorta di malinconico dizionario delle cose perdute, quelle che emozionano il lettore suo coetaneo o più grandicello (attenzione che la parola “tinello” potrebbe commuovervi!).

Segue l’Università frequentata lontano dalla Calabria, a Napoli, i primi flirt e, col riferimento al millennium bug, si chiudono secolo e millennio.

Col Nuovo secolo si apre la seconda parte del romanzo, con soddisfazioni e delusioni, la tesi di laurea, i primi viaggi fuori Italia, ulteriori traslochi, i primi amori e l’“approdo” a Guido:

“Si accorge che lui possiede qualcosa di ancestrale e solitario, che rispetta quel patto tacito di silenzio fra loro e che riesce a captarla senza dover necessariamente sapere che cosa le passi per la testa: qualcosa di viscerale li unisce, senza l’intralcio delle parole.”

Ma col passare degli anni c’è un’esigenza che Cristiana, alias Letizia, avverte sempre più forte: scrivere. La Buccarelli trasforma in scrittura tutto quello che tocca. Scrivere e vivere cominciano a diventare due esperienze indissolubilmente legate, senza prescindere dall’impegno etico e dall’assunzione di responsabilità: le prime manifestazioni, la pace, l’ambiente, i temi sociali; argomenti però trattati senza la vanagloria del reduce, posti in un modo che trovo lucido e coerente.

Infine la perdita del padre, che una volta di più la indurrà a scrivere per lasciarne viva la memoria:

“Suo padre è dovunque, lo respira tra le mura, la sua aura continua a esistere e diventa per lei un riparo dal tempo.” 

Si è detto fin dall’inizio che Buccarelli con questo romanzo sperimenta l’autobiografia, un esercizio che richiede coraggio e metodo, che comporta benessere ma, nel contempo, anche qualche tormento. Lo fa con delicatezza e questa è, in breve, la qualità che permea tutto il suo libro. Un libro che invita il lettore a passeggiare insieme tra i luoghi cari, a sognare a occhi aperti il futuro, a condividere la meraviglia nell’aprire gli archivi della memoria. Un libro che ama le soste, quelle che ti ritemprano e ti riconciliano col mondo, su una panchina sotto un albero per guardarsi indietro e compiacersi del lungo cammino fatto; con i ricordi che riaffiorano e i nomi di vecchi amici e le confidenze che pensavamo dimenticati che come bolle vengono a galla. E il modo in cui Cristiana ci racconta la storia della sua vita, disponendo di tutto un repertorio di immagini che non si sa se solo rievocate o anche inventate, potrebbe sembrare apparentemente frammentario, ma, se ci riflettiamo, questo non è quello che succede quando si frequentano i ricordi?

Gigi Agnano

Adania Shibli: Un dettaglio minore (trad. Monica Ruocco, La nave di Teseo), di Gigi Agnano

La scrittrice e saggista palestinese Adania Shibli, che vive tra Berlino e Gerusalemme, avrebbe dovuto ricevere il 20 ottobre scorso, nell’ambito della Fiera del Libro di Francoforte, il LiBeraturpreis 2023, un premio annuale assegnato a scrittrici provenienti da Africa, Asia, America Latina e mondo arabo, con la seguente motivazione: “un’opera d’arte rigorosamente composta che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone“.

Il giorno stesso della premiazione, però, l’associazione LitProm che consegna il premio ha annunciato che avrebbe rinviato la cerimonia “a causa della guerra iniziata da Hamas, di cui soffrono milioni di persone in Israele e Palestina“.

Una lettera aperta – firmata da più di 350 autori, tra cui i premi Nobel per la letteratura Annie Ernaux, Abdulrazak Gurnah e Olga Tokarczuk, i vincitori del Booker Prize Anne Enright, Richard Flanagan e Ian McEwan; il romanziere irlandese Colm Tóibín, il libico Hisham Matar (vincitore del Pulitzer 2017), e la scrittrice britannico-pakistana Kamila Shamsie – ammonisce gli organizzatori della fiera, affermando che “è loro responsabilità creare spazi aperti in cui gli scrittori palestinesi possano condividere pensieri, sentimenti e riflessioni sulla letteratura attraverso questi tempi terribili e crudeli“. 

Questo episodio ha sollevato importanti questioni sul ruolo della letteratura in tempi di conflitto e sulla necessità di mantenere aperti gli spazi culturali come luoghi di dialogo e comprensione reciproca.

Il romanzo in questione è Un dettaglio minore, pubblicato in Italia nel 2021 da La nave di Teseo per la traduzione di Monica Ruocco. Si compone di due storie correlate: la prima – realmente accaduta – è quella dello stupro e dell’omicidio di una ragazza beduina nel 1949 per mano di un’unità dell’esercito israeliano, raccontata da un ufficiale responsabile dell’azione; l’altra, conseguenza della prima, è quella – immaginaria – di una giornalista palestinese di Ramallah che, diversi decenni dopo, per indagare sul crimine, intraprende un viaggio verso il sud del Paese, sfidando i limiti consentiti dalla legge israeliana per la sua carta d’identità. 

Il primo racconto inizia con un plotone israeliano che si accampa nel Negev, al confine desertico con l’Egitto. Siamo tra il 9 e il 13 agosto 1949, un anno dopo la Nakba (700 mila palestinesi espulsi dalle loro case e allontanati dalle proprie terre), e quei soldati hanno il compito di rastrellare la zona e di ripulirla dagli arabi rimasti. Le giornate trascorrono lente e monotone – “Tutto era immobile, tranne i miraggi” -, ma durante un pattugliamento di routine, alcuni militari si imbattono in un gruppo di nomadi che viene immediatamente sterminato. L’unica sopravvissuta è una giovane donna che, presa prigioniera, è portata al campo. Sarà l’ufficiale stesso a violentarla e a ordinarne l’uccisione. Ed è lui a raccontare ai lettori sconcertati gli stupri e le violenze con un linguaggio freddo, giornalistico, concreto, che non denota alcun tipo di emozione. La scelta stilistica è particolarmente significativa: il distacco emotivo del primo narratore amplifica l’orrore degli eventi narrati. La sua prosa burocratica riflette una disumanizzazione che va oltre il singolo episodio, diventando metafora di una violenza generalizzata e “necessaria”.

Il romanzo poi si sposta nello spazio e nel tempo. A Ramallah, una donna palestinese, ossessionata da un articolo di giornale che rievoca quell’omicidio avvenuto anni prima, vuole avviare un’indagine per ricostruire gli avvenimenti assumendo il punto di vista della vittima. Da qui il viaggio verso sud, attraverso villaggi devastati, in direzione di un sito nei dintorni di Rafah. Anche in questa seconda parte la narratrice (come l’ufficiale della prima) resta impassibile di fronte al fallimento della sua ricerca. Emerge però il desiderio e, quindi, l’ostinazione di voler correggere i torti storici attraverso la scrittura. E affiora sempre più incalzante il desiderio di restituire libertà rappresentando la brutalità della vita quotidiana in un Paese occupato. La paralisi della narratrice di fronte all’impossibilità di ricostruire la verità storica diventa essa stessa una potente metafora della condizione palestinese contemporanea: la ricerca di giustizia si scontra continuamente con barriere fisiche e metaforiche, negazioni e cancellazioni.

La strada che, fino a qualche anno fa, mi era familiare era più stretta e con più curve, mentre questa è abbastanza larga e diritta. Su entrambi i lati sono state erette pareti alte cinque metri, oltre le quali ci sono molti edifici nuovi, raggruppati in insediamenti che prima non esistevano oppure non erano facilmente visibili, mentre la maggior parte dei villaggi palestinesi che si trovavano qui è scomparsa. Alzo lo sguardo, spalancando bene gli occhi alla ricerca di una traccia di quei villaggi con le loro case, che ricordo disseminati qua e là come rocce sulle basse colline, collegati tra loro da strade strette e tortuose che si diramavano in molteplici deviazioni, ma è inutile. Non riesco a scorgere nulla. Più guido, meno riesco a capire dove sono! Finché, a sinistra, mi accorgo di un’altra strada secondaria che è stata chiusa. A questo punto mi rendo conto che in passato avevo davvero percorso quella strada decine di volte, e quella che ora è interrotta da un cumulo di terra e da massicci blocchi di cemento era la strada che portava al villaggio di al-Jib.

La prosa di Un dettaglio minore descrive minuziosamente ogni movimento compiuto da entrambi i protagonisti: nella prima parte l’ufficiale si lava, si cambia i vestiti, cerca insetti, si scalda col corpo della giovane beduina; nella seconda parte la donna scende dall’auto, apre il cancello, torna in macchina. Ma, mentre l’ufficiale si muove sicuro, senza particolari ansie, i movimenti della donna sono costantemente dettati dalla paura. Questa attenzione ossessiva al dettaglio fisico ha un duplice scopo narrativo: da un lato accentua il realismo del racconto, dall’altro evidenzia il contrasto tra la libertà dell’oppressore e la precarietà dell’oppresso. La Shibli mostra come il calvario di un popolo possa essere fatto di innumerevoli insostenibili “dettagli minori”. Il titolo del romanzo sottende una penosa ironia: ciò che viene presentato come “dettaglio minore” è in realtà il cuore della tragedia, per cui ogni singolo atto di violenza, apparentemente isolato, si rivela parte di un più ampio, sistematico “memoricidio”. E’ infatti proprio in quello spazio apparentemente marginale della Storia con la “S” maiuscola che la Letteratura trova la sua ragion d’essere più profonda. Mentre gli archivi custodiscono i “grandi eventi”, i documenti ufficiali, le date e i nomi della narrazione dominante, la Letteratura si insinua negli interstizi, recuperando ciò che la Storia ha ritenuto di tralasciare. La violenza sulla giovane beduina – un episodio assente negli archivi militari, che non è stato registrato nelle cronache del tempo – diventa attraverso la scrittura della Shibli non solo un atto di resistenza alla rimozione, ma anche una potente metafora della capacità della Letteratura di lasciare una traccia di ciò che è stato silenziato.

Gigi Agnano

 

Confini fisici e mentali nell’opera di Esmé Weijun Wang di Viviana Calabria

Una prigione diventa casa se possiedi la chiave.
 George Sterling

Non volevo farla finita vicino a casa, dove avrebbe potuto trovarmi mia moglie, oppure, ed è ancora più terribile pensarci, i miei figli. […]. Non ho fatto altro che causare problemi a tutti e tre, e la cosa peggiore è che mi amavano lo stesso; e quindi non so proprio come questo possa essere altro che un tradimento e un’ingiustizia.

Siamo di fronte a una certezza, quella che caratterizza tutti noi: la morte. Il confine del paradiso di Esmé Weijung Wang comincia dagli ultimi attimi di vita di David, dal suo biglietto d’addio, a dimostrazione di come quell’evento sia un punto fondamentale della storia, di quanto lui sia uno spartiacque tra due vite.
Primo romanzo della scrittrice statunitense nata da genitori taiwanesi, consta di quattro parti e segue la cronologia degli avvenimenti ma alterna i punti di vista: tranne per la prima in cui a raccontare è David, nelle altre i capitoli vengono alternati tra i diversi personaggi principali di quel lasso di tempo e questo permette di indagare a fondo pensieri e azioni.
Tutto ha inizio con i Novak, una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America in cerca di fortuna. La fortuna la trovano, il sogno americano si avvera: fondano la Novak Piano Company che prima della guerra conosce una grande fortuna, pari ai celebri pianoforti Steinway. Con la guerra e la conseguente instabilità la musica cambia per gli affari, ma la loro apparente tranquillità non muta. Presto David inizia a dare sfogo a quelle che si rivelano nevrosi: attribuiva ai suoi pupazzi un’anima e quando uno di questi subiva deterioramento, lui arrivava ad avere attacchi di panico.

Racconta che il suo primo incontro con il suicidio risale alla lettura di L’uomo che amava i lupi di William P. Harding, gesto che “non riusciva proprio a capire”; fatto sta che la lettura avrà effetti sulla sua formazione. Sopraggiungeranno nel frattempo altre nevrosi come la dismorfofobia e quella che l’autrice ha definito, inventandola, vitafobia. Le voci sul suo conto iniziano a circolare, il peso di questa situazione e del nome, della reputazione della famiglia diventano un fardello troppo grande per due spalle gracili: essendo lui l’erede, verrà presto catapultato nel mondo dei pianoforti per imparare il mestiere e si ritroverà ancora molto giovane a capo dell’azienda di famiglia, alla morte del padre. Una parentesi felice di questa adolescenza travagliata è l’incontro con Marianne, figlia di alcuni vicini: entrambi innamorati l’uno dell’altro, nonostante Marianne si riveli molto devota ed esprima il desiderio di entrare in convento, saranno costretti a separarsi quando David deciderà di vendere l’azienda al braccio destro del padre: che vita può offrire a una giovane donna un uomo che non è capace di reggere le redini di un’azienda?
L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.

Compiuti i diciotto anni David vola a Taiwan, e qui comincia un’altra storia. L’incontro con una cultura diversa dalla nostra avviene con la comparsa di Jia-Hui, figlia di una mama-san (capo di un bordello) e di un boss della criminalità organizzata, che si occupa di trovare ragazze da far lavorare nel locale della madre. Ha potere Jia-Hui nel suo mondo, ha il potere di far cambiare vita a giovani donne che spesso, molto spesso, scappavano da situazioni peggiori. I due si innamorano e tornano in America. Lei diventa Daisy, il suo agnellino orientale. Ma è amore? Proprio David scrive di essere stato ammaliato dall’esoticità di colei che diventa presto sua moglie; quell’attrazione per l’esotico, il lontano. La porta con sé come si fa con un souvenir. L’impatto con la Grande Mela viene reso perfettamente attraverso il rifiuto del cibo tipico americano di hamburger e patatine per esempio, che l’autrice non riesce a mandar giù tanto da cibarsi per alcuni giorni di solo latte anche per nutrire il bambino che porta in grembo; ancora, notiamo un grande cambiamento di una ragazza nata e vissuta con due tagliagole trasformarsi in una donna bisognosa quasi d’amore, di attenzioni. C’è però un altro tema molto importante che caratterizza questa parte e il rapporto tra i due ed è la lingua: nel capitolo in cui Daisy incontra la madre di David ci sono alcune linee al posto delle parole, un po’ come si usa fare nel gioco dell’impiccato; qui la differenza sta nella linea continua e non nei trattini. Non è un gioco a indovinare. Si svela in tutta la sua forza una mancanza difficile da colmare, quella dell’impossibilità di dialogo e quindi di comprensione che non è solo comprensione tra due persone, ma della realtà in cui vivi. I due non comunicano, fondano il loro rapporto su sensazioni, su vuoti da riempire, sulla fisicità. Come comprendere i bisogni dell’altro, come incontrarsi negli intenti, come scontrarsi nelle idee! Come può un luogo indecifrabile diventare casa! I pensieri si attorcigliano su se stessi e rimangono tali.
L’amore terreno non è un baluardo contro la solitudine.

Le nevrosi di David non sono mai sparite ma Daisy, di fronte alle ferite auto inferte e alla confusione, non abbandona suo marito. Dopo aver vissuto in albergo si trasferiscono a Polk Valley, California. Il desiderio di solitudine di David, lontano da bisbigli, sguardi di compassione e da altri addii, non è mai scomparso. Il trasferimento in una casa nel bosco sarà una scelta naturale, ma anche la casa e la famiglia non riescono a placarlo, salvo alcuni rari momenti. Nasce William e dopo poco tempo arriva Gillian, figlia di David ma non di Daisy, così simile al padre. La vita prosegue nell’isolamento del loro covo, nella paura che il peggio possa accadere e così chiede al marito di insegnarle a guidare nel caso dovesse servire.

Mi distruggeva dover stare sempre all’erta, non dire mai una parola che potesse essere interpretata come scortese, fare tutto quello che voleva lui, che mi andasse o meno, incoraggiarlo, proteggere i nostri bambini dalla sua follia eppure non riuscire nei miei patetici tentativi, sentirmi inutile, vivere con lui, amarlo, essere una moglie coscienziosa e sapere che non faceva alcuna differenza.

Fino a che. Ritorniamo così al principio ma questa volta non è David a raccontarsi. Daisy si ritrova da sola, a ripensare alle volte in cui avrebbe potuto andare via, tornare a Taiwan e lasciarsi la malattia alle spalle, la solitudine che l’amore non può cancellare, una vita che ha avuto solo pochi sprazzi di felicità, ma a senso unico. Lasciare quella famiglia allargata che non è più sua. Eppure era stata avvisata: David è pazzo. Ora è lei a dover prendere le redini, a dover andare in paese per comprare il cibo. Ricomincia a parlare la sua lingua con i bambini, cosa che David non voleva perché sono bambini americani e lui il mandarino non lo capisce. Qualcosa scatta in lei: Gillian deve diventare la tongyangxi di William. Questa pratica, tipica della Cina, è stata dichiarata fuori legge nel 1949 ma ha resistito a Taiwan più a lungo e può esser vista come un matrimonio combinato in cui una famiglia con un figlio maschio preadolescente adotta una figlia femmina di pari età o un po’ più piccola, allo scopo di farli crescere insieme, con la stessa disciplina e gli stessi ideali. Una volta pronti, i due si uniscono sessualmente e convolano a nozze per garantire la prosecuzione della stirpe. La giovane donna è destinata inoltre alla cura dei genitori adottivi. È il ruolo che di solito spetta alle figlie femmine, con l’aggravante di essere costretta a una vita non voluta, ma spesso l’unica possibile. Trasuda egoismo dal romanzo, possesso per paura di rimanere soli. Rinchiusi in un paradiso che diventa inferno, costruito su misura, da cui è impossibile fuggire per l’incapacità di vivere in un mondo che non si conosce, con regole e spazi e persone e. Il confine della loro casa non è solo fisico ma è diventato mentale, l’unico esistente e possibile. Ma non per Gillian, a cui vengono imposte regole molto dure. William accetta invece questo destino, desideroso di amarla. Che la follia sia ereditaria? Io credo che, come dice Marianne, ogni azione ha delle ripercussioni e quelle di David, volute o meno, hanno avuto delle conseguenze sulle scelte della famiglia, anche indirettamente vista la sua scomparsa quando i figli erano piccoli. L’isolamento, la costrizione entro certi confini mentali e fisici, le regole, la privazione di libertà che in Gillian si trasforma in sofferenza perché certa che ci siano altre realtà, il sentirsi lei destinata a un compito scelto da altri ne hanno minato la psiche. Si vuol parlare di follia? Nel confine di una casa che è diventata una prigione, la chiave è soltanto una.

Viviana Calabria

Tra logica e morale, a partire da un funerale di Viviana Calabria

Non capirò mai perché, ai funerali, cercano sempre di farci credere che c’è una vita dopo la morte e che il defunto, da vivo, non aveva difetti. Se esistesse davvero un Dio misericordioso, sarebbe lecito domandarsi in virtù di quale capriccio ci lasci ad aspettare per decenni in questa valle di lacrime prima di concederci la vita eterna; e se davvero gli uomini si comportassero in modo così virtuoso come ci viene detto a posteriori, allora l’umanità non conoscerebbe né le guerre né le ingiustizie che affliggono gli animi sensibili.

Vi sarà capitato di immedesimarvi in qualche personaggio di un libro come è successo a me, sin dalle prime righe, con il narratore di Fila dritto, gira in tondo di Emmanuel Venet, scrittore e psichiatra francese.
A raccontare è un uomo di oltre quarantacinque anni e la vicenda si svolge interamente nella sua testa. No, non c’entra niente la follia. È sì affetto da una sindrome, ma quella di Asperger che non comporta ritardi linguistici o intellettivi. Lo troviamo, lui, seduto su una panca di una chiesa durante un funerale, quello di sua nonna Marguerite.
Proprio su questa panca comincia la sua lunga riflessione silenziosa che ha esattamente la durata del funerale ed è lo stratagemma scelto dall’autore per raccontare la storia di una famiglia, “né peggiore né migliore di qualsiasi altra” scrive Éric Chevillard nella prefazione, ma su questo punto mi permetto di dissentire.

Il nostro narratore ama la verità, anche se non è un fanatico del vero, infatti comprende la scelta di truccare una salma per renderla presentabile, ma da qui a far passare i defunti per persone completamente diverse da ciò che sono stati in vita lo scarto è inaccettabile. Segue la logica nel ragionamento ed è asociognosico, incapace di piegarsi ai compromessi, alle convenzioni sociali e all’arbitrarietà dell’onestà. La sua non è una scelta ma qualcosa di imposto, per fortuna o sfortuna, e sono sicura che sul piano teorico siamo tutti concordi nel dire che la verità è meglio di una menzogna, che non bisogna scendere a compromessi nella vita e non interessarsi del giudizio altrui, ma nei fatti cadiamo nell’irrazionale, nelle convenzioni sociali per evitare pettegolezzi o perché troppo immersi in questa società, e tendiamo a essere magnanimi e inclini alla bugia “a fin di bene”. Ma per il bene di chi?

Per tornare alla mia identificazione con il narratore, io mi colloco nella parte del “tutti” con qualche virata verso il narratore. Sono allergica ai funerali, ai sermoni e alla solita solfa del “il nostro viaggio sulla terra ha come obiettivo quello di arrivare a Dio dopo la morte” per mie personali convinzioni sulla Chiesa e i riti collegati alla religione.
Non ho mai partecipato a un funerale di quelli che si vedono nei film americani in cui parenti e amici preparano discorsi sul defunto, ma sono certa che mi ripugnerebbero esattamente come accade nel libro. Immaginate di sentir parlare di vostra nonna da un’officiante pagata per piangere e tessere le lodi di una persona che in vita non ha portato altro che sofferenza! Un affronto per chi, invece, avrebbe meritato una vita felice e almeno una celebrazione di tutto rispetto, come il nonno del protagonista, uno dei più grandi ingegneri del Genio Civile al mondo. Ma la storia della nonna è solo una piccola parte di questo “gioco al massacro” del narratore, il punto di partenza di una storia familiare ricca di sotterfugi, silenzi, errori, dolori e ipocrisia.

Negli ultimi cinque anni sono andata a trovarla solo per farle gli auguri il primo gennaio, un gesto ipocrita che mi ripugnava ma riguardo al quale mio padre era assolutamente inflessibile, e sono sollevato che sia morta una settimana prima del suo centesimo compleanno, perché altrimenti sarei stato costretto a partecipare al banchetto programmato in suo onore.

Non riesco a immaginare un mondo privo di bugie e omissioni. La verità sempre è complicata da sostenere. O forse, a lungo andare, migliorerebbe la vita di ognuno di noi sapere di poter dire tutto quello che pensiamo senza ritorsioni e ricevere uguale trattamento così da evitare inutili ansie e pensieri distorti e lontani dalla realtà. Pensiamo anche a cosa comporterebbe un mondo senza ipocrisia. Certo, qui il narratore tenero non è, ma non posso nascondere che eviterei anche io inutili pranzi annuali colmi di finzione con persone che per 364 giorni non senti e non vedi.

Mi piacciono i disastri aerei perché obbediscono sempre a una logica ben precisa che si può comprendere a partire da indizi a volte molto esili; e mi piace lo Scrabble perché sposta in secondo piano la questione del significato delle parole e permette di ottenere praticamente lo stesso punteggio con “soffocare” o “ventilare”.

Sorretto dalla logica, il narratore ha una vera ossessione per i disastri aerei di cui conosce ogni dettaglio, una mole di informazioni per noi superflue e un’intelligenza mal spesa. I disastri aerei hanno tutti una spiegazione, una mancanza evitabile che porta logicamente a un finale tragico. Un po’ come la sua vita, costellata di fallimenti relazionali per piccole mancanze o errori non voluti. Succede così con Sophie, unica donna che ha mai amato dal primo incontro al liceo.
Un amore assoluto ma sempre e solo sognato. Un loro avvicinamento tardivo ha portato a un finale impensabile: Sophie ha un figlio affetto da fibrosi cistica, un divorzio alle spalle e una carriera cinematografica interrotta troppo presto. Dalle poche mail di scambio il narratore comprende la sofferenza di questa donna e le dà un consiglio su come affrontare la malattia del figlio. Da qui ci saranno inevitabili conseguenze. Ecco a cosa porta la verità e la mancanza di tatto e di capacità di rapportarsi agli altri nel mondo di oggi.
Anche lo Scrabble funziona allo stesso modo: le parole diventano meri strumenti per accumulare punteggio, sono svuotate di ogni significato. Mentre il narratore segue schemi e percorsi logici anche nel linguaggio e nei rapporti con gli altri che lo portano quindi a scontrarsi con la morale, la difficoltà di affrontare la realtà, noi ci accorgiamo di quanto il nostro linguaggio sia limitante perché siamo noi a dargli significati, interpretazioni, sfumature oltre a non essere abbastanza per descrivere il mondo, le sensazioni, i sentimenti e le idee.
Lascio ai lettori il divertimento di scoprire la storia di questa famiglia insieme agli interrogativi che l’autore pone in questo breve romanzo: siamo il risultato di azioni concrete o un insieme di interpretazioni interne ed esterne?

Viviana Calabria

Essere Vyvyan Holland: storia inedita della famiglia Wilde di Lucia Matano

Perché tradurre in Italiano e pubblicare nel 2023 un libro inglese datato 1954? Perché si tratta di un libro fondamentale, di un tassello che mancava nel grande mosaico delle pubblicazioni Italiane dedicate a Wilde e che permette una lettura della sua vicenda personale e familiare da una prospettiva di assoluto rilievo. Sto parlando di Son of Oscar Wilde di Vyvyan Holland, secondogenito del celebre genio, dallo scorso aprile disponibile in tutte le librerie con il titolo Essere Figlio di Oscar Wilde (La Lepre Edizioni). Curata con devozione ed entusiasmo dal figlio di Vyvyan, Merlin Holland, questa biografia finalmente restituisce a un pubblico di studiosi, appassionati e curiosi uno spaccato di vita raramente preso in esame e che pullula di emozioni, dettagli e aneddoti che tengono il lettore incollato al libro fino all’ultima parola.

Oscar Wilde, gigante della letteratura e personalità esuberante, diventa protagonista di questa storia nella misura in cui suo figlio Vyvyan ne racconta le straordinarie doti di padre, non convenzionali per l’epoca vittoriana, regalando a lui e a suo fratello maggiore una parte di infanzia davvero felice. La serenità di casa Wilde viene raccontata in tanti aneddoti e descrizioni che riportano il lettore al lato affascinante del mondo vittoriano, fino al momento in cui la medaglia si capovolge per mostrare l’altra faccia, quella più controversa. All’improvviso esplode lo scandalo che si abbatte su Oscar e che costringe il resto della famiglia a prendere una serie di decisioni sofferte che avranno grosse ripercussioni sulla loro vita futura. Il profilo privato e il profilo pubblico di Wilde vanno a intersecarsi come due rette incidenti, mantenute parallele fino a un attimo prima, provocando una deflagrazione da cui non si tornerà più indietro. Quello che ne segue è un turbinio di situazioni in continuo mutamento, di emozioni taciute, di momenti di tristezza e di grande forza d’animo, filtrati attraverso un pensiero sempre lucido e riversati in una prosa asciutta e diretta che a volte diventa ironia pungente e, a volte, critica senza veli. Il racconto di Vyvyan, che parte dai suoi primi ricordi per giungere all’età adulta, diventa un viaggio catartico attraversato da dolore e solitudine, ma che, nel suo step finale, svela la vera grandezza d’animo di questo ragazzo ormai fatto uomo che decide di osservare dall’alto l’intera tragedia di suo padre e della sua famiglia come un unico immenso quadro in cui nessuno è colpevole e tutti sono vittime di un disegno sociale ipocrita e malato. Una sola persona non riceve il suo perdono, ma l’eleganza di Vyvyan non cede mai a invettive o denigrazioni.

Oscar Wilde torna protagonista nella seconda parte del libro, in cui Vyvyan decide di pubblicare una selezione delle sue lettere giovanili, a cui Merlin in un secondo momento sceglie di aggiungerne altre, mirate a scardinare quell’idea di Wilde, ancora imperante negli anni ‘50, legata solo al suo orientamento sessuale e al processo da cui fu sopraffatto, svelando invece un eclettismo e una vivacità di pensiero difficilmente riducibili a qualsiasi etichetta. Non avendo mai digerito l’ostracismo, gli insulti e la soppressione delle opere subiti da suo padre, Vyvyan abbraccia la causa della riabilitazione del suo nome tra quelli riconosciuti come più influenti della cultura inglese, affinché riprendesse il posto che gli era stato sottratto nell’Olimpo degli dei della letteratura.
Ma è la parte finale del libro a riservare la sorpresa più inattesa: quattro racconti brevi di Wilde mai apparsi in lingua italiana, arrivati fino a noi grazie a una serie fortunata di eventi, anch’essi narrati nel cospicuo apparato di note che va a corredare il testo.

Consideriamo questa riflessione come risposta esauriente al quesito in apertura; un altro ne viene di conseguenza: come mai un testo di tale peso storico, lungi dall’essere sconosciuto nell’ambiente culturale vicino alla figura di Wilde, non era ancora stato tradotto nel nostro paese?
Questa domanda mi ha accompagnato lungo tutto il lavoro di traduzione, insieme alla convinzione che Vyvyan meritava di raccontare la sua versione dei fatti anche in italiano. Come egli stesso spiega a conclusione della Prefazione alla biografia: “Ogni vicenda presenta almeno due aspetti, spesso anche una mezza dozzina. La storia di Wilde è stata scritta da coloro che lo amarono, da coloro che lo odiarono e da coloro che non lo conobbero mai. Così penso che non sia del tutto inappropriato che a raccontarne le conseguenze sia chi, sebbene innocente, ha sofferto in modo incomprensibile, chiedendosi perché non sia stato trattato come le altre persone.”

Lucia Matano