“L’ultimo treno della sera”, di Roberta Russo Vizzino

Ho conosciuto il mio stupratore in treno.

Avevo i sogni lontani e nessuna idea di come raggiungerli. Solo una certezza: dovevo fuggire. Un giorno. Prima possibile. Al mio paese si fermavano tutti i treni: Milano, Firenze, Torino, Roma, Venezia… E ognuno sembrava inchinarsi a quel borgo di sedicimila anime, contando anche la mia. Caronte che passava a prendere un’orda di disperati. Ma per traghettarli in un buon altrove, dove soldi e libertà non sarebbero più mancati. 

Evitavo il regionale che faceva capolinea al paese. Io corteggiavo i treni che andavano lontano. Prendevo posto nelle carrozze per città che non avevo mai visto, e scendevo dopo pochi minuti, nel solito nulla. Ma per quel quarto d’ora mi sentivo un’altra. Una in partenza. Una che stava andando via. Una con mille ipotesi di vita nuova, in attesa. Minuto per minuto, respiravo la possibilità di non scendere. Di non farmi trovare. Di esistere in un luogo dove nessuno sapesse chi ero. Da che famiglia venivo. A cosa mi avevano destinata. Quella volta mi ero sistemata in una cuccetta. Guardavo fuori. Il buio sembrava liquido. Denso come catrame. L’ultimo treno della sera, ai piedi di un Sud che si auto-dimentica. Poi, una voce.

«Sei seduta lì? Forse ho sbagliato carrozza.»

«No. Io faccio solo una fermata. Mi sono messa in un posto a caso. Vado di là.»

«Resta. Il vagone è tutto vuoto. Mi fai compagnia».

Si era seduto davanti a me. Zaino da trekking, capelli neri, pelle dorata. I suoi occhi color ghiaccio passavano da me alla melma ululante che sembravano i campi dal finestrino. Aveva ventun’anni. Io, “quasi sedici”.

«Quasi… Tra quanto li fai?»

«Otto mesi.»

«E come mai prendi il treno da sola a quest’ora? Che ne sai chi ci trovi?»

Avevo cambiato discorso. Volevo sapere dove andava.  

«Adesso a Roma. Poi da lì prendo l’aereo per Ibiza. Vado a fare il cuoco per la stagione».

Il più bel ragazzo che avessi mai visto. Sembrava sceso da uno schermo del cinema. Quando parlavo si mordeva un labbro o si passava una mano tra i capelli. Gentile. Simpatico. Perfetto.

«E insomma, tu viaggi per finta?»

«Per adesso.»

«E com’è parlare con chi va dove tu non puoi?»

«Te lo dico se mi dai una sigaretta.»

Con uno sguardo complice, aveva chiuso a chiave la porta della cuccetta e tirato le tendine, mentre io aprivo il finestrino. Avevamo acceso insieme dalla fiamma del Bic.

La risposta che serbavo, era banale: mi faceva sentire bene, quel quarto d’ora in treno. Era già una libertà. Fino all’anno prima non potevo neanche attraversare la strada da sola. Scuola femminile, chiesa e casa. 

«Praticamente reclusa.»

«Infatti,» avevo detto sputando il fumo. «Da cellulare, mi mettevo a fare numeri a caso, perché non conoscevo nessuno da chiamare. Se beccavo un ragazzo più o meno della mia età gli chiedevo dove viveva e continuavamo a sentirci per mesi.»

«E quando vi vedevate?» 

La sua voce era vicinissima al mio viso. 

«Mai. Ma qualche volta mi fidanzavo al telefono.»

«Come si fa a fidanzarsi con qualcuno che non vedi?»

«Innamorandosi delle voci e delle storie di posti che non hai mai visto.»

«E non lo fai più?»

«Quante domande…»

Mi aspettavo che mi baciasse. E invece niente. L’annuncio vocale ci aveva richiamati all’ordine. Bisognava prepararsi: stavamo entrando in stazione. Avevamo buttato i mozziconi dal finestrino. Ci eravamo salutati in fretta. Con un cenno della mano. Scendendo in banchina, pensavo: 

“Che peccato”.

Le anime in partenza caricavano sul treno abiti e salami. Latte d’olio buono. Caciotte. Origano. Conserve. Maglioni fatti ai ferri dalle stesse mamme che piangevano accanto ai binari. Chissà come ci si sentiva, a essere amati in quel modo.

«Lucia!» mi aveva chiamata lui. 

Ero tornata indietro di corsa. Il capotreno aveva già fischiato. Il ragazzo mi porgeva un biglietto dal finestrino. “Preso!” Era sicuramente il suo numero. Per sentirci. Per innamorarci al telefono. Lo stringevo forte in un pugno e con l’altra mano ricambiavo il suo saluto. Così, finché il convoglio si era fatto piccolo piccolo, sparendo dietro la montagna. Solo allora avevo aperto il biglietto. Delusa. C’era scritto solo: 

“Sei bellissima, buona fortuna per tutto!”

Nei successivi tre anni mi era capitato spesso di pensare a lui. Mi chiedevo se avesse realizzato i suoi sogni e immaginavo che non mi avesse lasciato il numero per rispetto della mia età. Un bravo ragazzo. La mia anima gemella sfiorata. 

Poi, una sera, una conoscente me l’aveva portato a casa. 

«È in difficoltà, può dormire da te? Solo per oggi.» 

L’avevo riconosciuto subito. Il sorriso, la pelle, gli occhi. Uguali. Perfetti. Avevo detto sì. Mi sembrava che il destino ci avesse fatti ritrovare.

La cosa peggiore che mi ha fatto nel mio letto, non è stato lo stupro, ma togliermi la fiducia che si possa riconoscere chi ci farà del male. Che il male abbia una faccia. Un segnale. Qualcosa. Mi ha tolto la fiducia negli uomini buoni. E, in cambio, mi ha inculcato il pensiero atroce che chi non lo fa, semplicemente non ne ha avuto occasione.

Roberta Russo Vizzino

Roberta Russo Vizzino è nata a Salerno e cresciuta a Villa San Giovanni. Dopo una formazione come attrice, ha progressivamente scelto di privilegiare altri linguaggi espressivi, concentrandosi sulla scrittura e sull’attività di modella d’arte.

Ha vissuto in diverse città, in Italia e all’estero. Attualmente abita a Torino. È laureanda in Arti e scienze dello spettacolo all’Università La Sapienza di Roma.

Pubblicazioni (libri):
2023 raccolta di racconti Io sono onda di mare (Edizioni Dialoghi);
2024 racconto Le chiavi di casa nell’antologia Lingua Madre Duemilaventiquattro, storie di donne non più straniere in Italia (Edizioni SEB27);
2025 raccolta di racconti Di carne e parole (Edizioni Dialoghi), con prefazione di Giuseppe
Manfridi.

Pubblicazioni (riviste letterarie):
2025 racconto Randagi sulla rivista Il Randagio;
2025 racconto Oltremadre sulla rivista Sottopelle.
2025 racconto Oltremadre in traduzione francese, con il titolo Outre-mère sulla rivista L’Épiderme.

Dal 2023 collabora con la rivista femminista Vitamine vaganti, per la quale scrive articoli-saggi su arte e società.

Napoletano in pillole: Lezione 1, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

Il napoletano è una lingua, ma purtroppo non s’insegna a scuola. Si parla a orecchio: quasi nessuno anche all’ombra del Vesuvio sa scriverlo correttamente. C’è un patrimonio di parole, di detti, di saggezze che col tempo sta scomparendo. Simona Iaccio e Stefano Russo hanno recentemente pubblicato un libretto adorabile dal titolo “Il tesoro della lingua napoletana”, che, lungi dall’avere “pretese filologiche o etimologiche”, ci propone con leggerezza una piccola antologia di cento tra espressioni, modi di dire, proverbi, con tanto di traduzione in italiano. Il volumetto ha inoltre il grande pregio di avere una grafica deliziosa e soprattutto di fornire le situazioni concrete in cui quelle frasi possono essere usate. In molte voci gli indigeni riconosceranno, tra un sorriso e un pizzico di nostalgia, la lingua dei genitori e dei nonni; i forestieri, dal canto loro, apprezzandone la ricchezza e la musicalità, avranno tanto da imparare su Napoli e la sua cultura. Personalmente l’ho regalato ai miei consuoceri comaschi, che credo abbiano apprezzato, visto che ogni tanto, nel corso di una telefonata o di una videochiamata, provano a ripeterne qualche battuta. Noi del Randagio, per darvi un’idea, abbiamo quindi deciso di proporvi una prima scheda, nella speranza che gli autori ci consentano in futuro di proporvene altre. Per dirla con Iaccio e Russo: “so’ cicere si se coceno” (sono ceci se si cuociono), ovvero “se son rose fioriranno”.  

gigi agnano

C’è una Napoli che canta pure quando piange, che balla anche se ha le tasche vuote, che ride di sé stessa prima che lo facciano gli altri. È in quella Napoli, che nasce il detto “Core cuntento â Loggia”, una delle espressioni più musicali e affettuose del repertorio partenopeo.

Ma chi è, davvero, questo cuore contento alla Loggia?

La Loggia di Genova era una zona franca del porto, concessa dalla città di Napoli alla Repubblica Marinara di Genova, dove commercianti, marinai e facchini si mescolavano ogni giorno.

In quel crocevia affollato e rumoroso, secondo la tradizione popolare, viveva un uomo sempre allegro, un facchino che non si lamentava mai, anche quando caricava sacchi pesanti o si trovava senza lavoro. La gente cominciò a chiamarlo così: “core cuntento â Loggia”, il cuore contento della Loggia. E da lì, la frase si diffuse.

Con il tempo, il detto ha assunto un significato più ampio: indica chi affronta la vita con leggerezza e buon umore, anche quando le condizioni non sono ideali. Non è superficialità, ma uno stile di sopravvivenza: l’arte napoletana di alleggerire il peso delle cose con un sorriso.

Dire che qualcuno è “core cuntento â Loggia” può essere anche una presa in giro, bonaria o pungente, se la persona in questione è un po’ troppo spensierata, magari fuori contesto, leggera fino all’ingenuità.

Come spesso accade nella lingua napoletana, la frase contiene un sorriso e una stoccata insieme. Perché il napoletano non giudica mai solo con le parole: ci mette dentro un tono, uno sguardo, un gesto. È lingua viva, che vibra sul confine tra ironia e affetto.

Nel cuore di questo detto – come di molti altri raccolti nel libro Il Tesoro della Lingua Napoletana – c’è un’eredità viva e affettuosa: quella di due donne chiamate Teresa, la mamma di Simona e la nonna di Stefano. Due figlie del popolo che “per ogni situazione avevano un detto, una frase, un’espressione che calzava alla perfezione”.

Simona Iaccio e Stefano Russo

Per acquistare il libro: https://amzn.to/4p6rF1U 

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Buon divertimento!

Florin Lăzărescu: “Camminata al mattino nel villaggio”, traduzione per il Randagio di Giada Chetti

Florin Lăzărescu è un autore romeno contemporaneo che racconta la quotidianità con attenzione ai rapporti familiari, ai piccoli conflitti emotivi e ai silenzi che abitano la vita di provincia. La sua narrativa è semplice, diretta, ma capace di cogliere dettagli profondi attraverso scene intime e dialoghi essenziali.

Propongo qui un breve estratto da una narrazione che segue un padre e una figlia durante una camminata mattutina nel villaggio.

Giada Chetti

I due si incamminano lungo la stradina lunga e sconnessa, attraversando banchi di nebbia che rendono la strada ancora più buia.
– Come si è scaldato tutto di colpo! Al risveglio nevicava così tanto che dicevi: ne verrà un metro!
Salta un fosso, per poco non gli scivola la chitarra dalle spalle. Arrivano davanti a un cancello e lo aprono. Tornano sulla strada.

– Quello scemo di Dorin non ci ha nemmeno aspettato.
– Come sai che non è in casa?
– Non vedo il chiavistello all’interno. Doveva esserci.

– Almeno non andiamo da soli… Facciamo due chiacchiere, no?
– Non voglio annoiarti con i miei problemi, come dice tua madre.
– Lascia in pace la mamma. Che problema hai con lei? Perché litigate così tanto?
– Io? Lei inizia a litigare.
– Papà, per litigare servono due persone.

– Eh, è una vita che lavoro come uno schiavo. Mi alzo alle quattro, lavoro tutto il giorno, poi torno a casa alle otto di sera… Parlo al vento con voi. Che ne sapete voi?! Io esco di notte e di notte rientro.
– Lei non lavora?
– Sì, ma non quanto me.

– Papà, chi ti lava i vestiti? Chi lava a terra? Chi ti fa da mangiare?
– Tua madre. In questo caso hai ragione tu.

– E quindi perché non ti comporti bene con lei?
– Quando che non ho tempo?
– Non scherzare. Quando è stata l’ultima volta che le hai fatto un regalo?
– Tre anni fa, per l’8 marzo.

– E lei non ha apprezzato?
– Ha steso le calze e mi ha detto che sono buone come corda per impiccarsi, e spray per non puzzare nella bara.
– Eh, scherzava.
– Ti pare uno scherzo?

Elena scoppia a ridere.

Florin Lăzărescu  

Florin Lăzărescu, scrittore e sceneggiatore, nasce a Doroșcani (Iași) il 28 marzo 1974. È uno dei fondatori del FILIT (Festival Internazionale di letteratura e traduzione) che si svolge annualmente a Iași. Nel 2003 viene pubblicato da Polirom il suo primo romanzo Ce se știe despre ursul panda (Che cosa si sa del panda gigante), ma solo nel 2005 l’autore diventa conosciuto grazie al suo romanzo Trimisul nostru special (Il nostro inviato speciale). L’ultimo suo romanzo, uscito nel 2021 sempre per Polirom, è Noaptea plec, noaptea mă-ntorc (Di notte esco, di notte rientro).

Giada Chetti, torinese, laureata all’Università degli Studi di Torino in Traduzione con specializzazione in polacco e romeno. Ha vissuto sia in Polonia che in Romania dove torna ogni volta che può grazie anche alle borse di studio, come la FILIT per traduttori offerta dal Museo Nazionale di Letteratura di Iași o quella dell’Istituto Culturale Romeno. Ha all’attivo traduzioni di Emilia Ivancu, Mihai Eminescu e Radu Florescu.

Daniela Marra: “Le spine del Rosa. Una storia di passione e d’arte nella Napoli del Seicento” (Colonnese, 2025), di Cristiana Buccarelli

Il Salvator Rosa di Daniela Marra.

Cara Daniela,

il ‘tuo’ Salvator Rosa o Salvatoriello è così urgente, potente e vivo che mi è sembrato di poterlo toccare. 

Quando chi scrive sceglie oppure è scelto da un essere umano realmente esistito perché freme per essere rimesso al mondo attraverso la scrittura, quando ti immergi nel suo vissuto e ti ispira tenerezza, rimpianto e una sorta di nostalgia indefinibile, quando attraversi la sua unicità umana, questa personalità sono convinta che venga davvero a trovarti. Ti si presenta come una visione sia notte che di giorno mentre sei immersa nella tua quotidianità, può capitare che arrivi verso sera o nelle prime ore del mattino, in certi momenti di vuoto o di silenzio e che ti mormori qualcosa di sé, ti sussurri delle parole in un linguaggio da decifrare, ti consegni senza requie il suo mistero personale da districare, e che arrivi ad urlarti imperiosamente:<< restituiscimi una vita con la tua scrittura!>>.

Come tu stessa scrivi nella nota finale della tua opera: ‘’Il romanzo non vuole essere una biografia perciò in alcuni tratti è la verosimiglianza che fa da traccia narrativa’’, una scelta che condivido e che considero uno dei motivi, ma non l’unico, per il quale il tuo romanzo è prezioso, in quanto in una narrazione storica l’invenzione si mescola sempre alla storia, c’è una licenza romanzesca a cui non si può rinunciare perché fa parte della libertà di poter afferire alla sfera dell’immaginifico, quella forma di libertà e quell’approccio che distingue sempre una romanziera da una saggista (lo dico al femminile volutamente), la quale invece si attiene in maniera esclusiva alle fonti e ai dati documentati. E in questa mescolanza tra il vero, il verosimile e l’immaginifico sei riuscita a catapultarmi, come lettrice, totalmente nel Seicento; ne ho sentito gli odori, i suoni, la bellezza, la ferocia, i fanatismi, l’ingiustizia della giustizia e gli angoli più oscuri, e voglio dirti che trovo tutto questo spaventosamente attuale e per questo motivo mi permetto di definire la tua opera come un romanzo assolutamente moderno di un’autrice che non ha paura, scrivendo, di sporcarsi le mani, di penetrare negli anfratti più tortuosi dell’animo umano. 

Non a caso scrivi ancora nella nota finale: ‘’ È emerso prepotente lo smarrimento come sentimento che agitava lo spirito di Salvator Rosa, un sentire non così lontano da quello contemporaneo’’, ed io mi spingo oltre nell’immaginare che in questo senso di spaesamento si possa rinvenire anche un tuo personale interrogarti come scrittrice e come intellettuale sull’aridità, lo svuotamento e il momento tragico del nostro tempo presente.  

Le spine del Rosa è quindi un’immersione non solamente nel personaggio di Salvatoriello, ma una reale possibilità di riportare la sua esistenza nella dimensione della Storia, di capire la reciproca influenza fra la mentalità le condizioni di vita e la partecipazione degli esseri umani agli avvenimenti che li sovrastano, come ad esempio quando racconti dell’eruzione del Vesuvio iniziata all’alba del 16 dicembre del 1631 e della barbarie continua della dominazione spagnola.

‘’Fu anche il giorno in cui Napoli uscì dall’Apocalisse dell’eruzione per ripiombare nell’inferno spagnolo.’’

Allo stesso tempo nel romanzo emerge il tuo Salvatore già da bambino e da ragazzino con le sue visioni preromantiche e oniriche che in seguito diventeranno immagini pittoriche di paesaggi, come la visione della prima scena, alla marina, dove il ragazzino è giunto di corsa trafelato dall’Arenella con l’amico Tonino e il fratello Giuseppe.

 ‘’Il bambino accoglie il bacio del sole già alto, strizzando gli occhi, intanto che i riflessi tra le nuvole punteggiano il cielo di morbide sfumature e contrasti che, disciolti sul paesaggio, ne esaltano le forme. Squarci luminosi infrangono sul mare. Lo stupore blocca il respiro e la contemplazione cancella ogni pensiero nella mente del piccolo Salvator Rosa.’’

Alla stessa maniera avviene la visione quando il tuo Salvatore, già ragazzino al collegio degli Scolopi, prima della cerimonia del noviziato, alla quale lui e Tonino sono in ritardo, intravede scendere da una carrozza una fanciulla di rara bellezza: ‘’Sembra un rosa baciata all’alba’’. E dopo poco dirà a Tonino e al fratello Giuseppe pittore, che lui immagina di dipingerla come una veduta, con parole in cui si rinviene anche la vocazione per la poesia di Salvatoriello.    

  ‘’Una baluginante marina al crepuscolo sotto un cielo di nuvole, gonfie come sbuffi di raso, a incorniciare un roseto toccato da brezza leggera. Con la luce tiranna e regina che attende l’abisso della notte sfiorando le foglie pellegrine…’’

Inoltre procedi nella scrittura dell’opera in maniera al tempo stesso moderna e personale con svariati passaggi cronologici che vanno in avanti e indietro nella vita di Salvator Rosa, e che trascinano chi legge in una dimensione sospesa e vitale che richiama al tempo stesso l’affresco pittorico e il movimento teatrale. Così per esempio quando racconti della notte a Napoli del giovane pittore nella locanda dei Tre Re, quando si ritrova con gli amici Tonino, Marzio e Micco Spadaro (altro importante pittore del Seicento napoletano), e a un certo punto si scatenerà una rissa: allora sarà proprio Salvatoriello a subire una provocazione e ad accendere la miccia, ma il tutto verrà prontamente placato dall’intervento di Aniello Falcone, il grande maestro di pittura, che egli considera come un padre.

‘’Mentre tutto si calma, la furia della colluttazione scema, una lama bastarda si fa strada in direzione della spada di Salvatore. Prontamente viene deviata dalle lame della compagnia di Falcone, all’unisono.’’   

C’è poi in questi tuoi passaggi temporali il riferimento romanzato alle lettere che Augusto Rosa, figlio di Salvatore, scrisse all’amico del padre, il commediografo Giovan Battista Ricciardi, durante la sua agonia. Qui si avverte una visione del tuo Salvator Rosa da un altro punto di vista, quello di un figlio che sente la grandezza del padre e la sua difficoltà ad accettare la fine della sua stessa esistenza. Si tratta di una vicenda molto umana che accomuna tutti coloro che in ogni tempo hanno vissuto l’agonia, il lento morire di un proprio genitore o di entrambi.

‘’ Io invece sono consapevole, forse più di tutti, che sta per scomparire. Lo vedo rimpicciolire sempre di più nel suo sudario di lino bianco. A stento ne riconosco la voce, come se provenisse da un altro luogo. (…) È così lui, piccolo di fronte alla potenza della morte, come se provenisse da un altro luogo.’’

Infine c’è la tua lingua, morbida e sensuale, di una qualità sontuosa: c’è un lirismo descrittivo che è in piena armonia con l’elemento emotivo di Salvator Rosa e degli altri personaggi; questa voce d’autrice di grande visività e luminosità è nata silenziosamente negli anni, nello studio accurato e sorretto dalla passione, e questo rende ancora più prezioso questo tuo lavoro narrativo a cui, sono certa, ne seguiranno molti altri. 

Grazie di aver condiviso con me i momenti cruciali in cui ti occupavi della stesura del romanzo e di avermi citata per le mie coccole letterarie.

Con stima e affetto

Cristiana

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Lavinia Capogna: “Il giovane senza nome”, di Silvia Lanzi

Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta, regista romana, disabile da una quindicina d’anni che ha già pubblicato otto libri, tra cui alcune sillogi poetiche, un saggio e un romanzo immeritatamente passato in sordina intitolato “Il giovane senza nome”.

La storia è ambientata nel 1200 e si svolge in alcune località italiane: un paese di incerta localizzazione, Firenze, Bologna, Roma, l’Umbria, le Marche ma anche Toledo e non mancano riferimenti a Napoli e alla Provenza.

Il racconto è molto avvincente e pieno di colpi di scena ma, come dice l’autrice, “non è un fantasy né un romanzo storico”.

È un romanzo con una trama accattivante imprevedibile.

Non anticipiamo nulla: quello che possiamo dire è che i personaggi, dal simpatico ed intenso Gutierrez, al delicato ma determinato Giovanni, dalla bellissima Beatrix alla volubile Vereda, dalla maligna Violante alla commovente Judith sono tratteggiati a tutto tondo e sono pieni di sfaccettature. Ma è Isabella, il personaggio femminile, ad essere al centro della scena: stanca e delusa cambierà in modo incredibile la sua vita.

E così Agnolo e Antoniazzo, il feudatario.

E certamente non vanno dimenticati Matteo L’Alchimista e Gabriel l’Alemanno, le cui intricate vicende rendono la storia ancor più avvincente.

Al centro del romanzo c’è un grande segreto che ovviamente non sveleremo in queste poche righe: al lettore scoprirlo.

Lo stile di Lavinia è chiaro e scorrevole, semplice ma mai banale: i 42 capitoli in cui è divisa questa storia, che non esiterei a definire sontuosa, aiutano a non smarrirsi nei numerosi eventi di cui è costellato il libro.

Il Medioevo che l’autrice ci narra è ricostruito con grande accortezza ma senza pedanteria e ha una forte valenza sociale: nella vicenda non troverete donzelle, draghi o regine, cavalieri e duelli ma la vita reale che vi sorprenderà tenendovi incollati alla pagina. È anche per questo, oltre che per il suo innegabile valore artistico, che “Il giovane senza nome” si presenta come un’opera innovativa nell’odierno panorama letterario italiano.

Per poter dare vita alle vicende narrate in questo volume, Lavinia Capogna ha condotto un’ampia ricerca storica leggendo approfonditamente i lavori dei principali storici (prevalentemente italiani e francesi) che si occupano di questo periodo per certi versi ancora misterioso: nel romanzo vengono menzionati accuratamente ma senza prolissità, strumenti musicali e cibi, affreschi e testi letterari che contribuiscono a creare una cornice accurata e verosimile.

Il romanzo racconta anche di vicende amorose assai delicate, sia etero che omosessuali che l’autrice tratta in modo peculiare, inquadrandoli al di là dei frequenti luoghi comuni.

Nella storia si riscontra anche un’accurata ricerca psicologica che trova il suo culmine nella storia dei bambini tessitori che si dimostra un pezzo di alto livello letterario.

Concludo dicendo che vale davvero la pena di perdersi tra le pagine di questo libro che le case editrici si sono lasciate sfuggire in modo poco saggio.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).