Intervista a Lavinia Fonzi autrice di “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” (Vallecchi, 2026), di Lavinia Capogna

Lord Elgin, le traversie di uno scozzese

Il nome di Thomas Bruce, VII conte di Elgin forse sarà sconosciuto ai più ma invece è stato, tra la fine del 1700 e il 1800, un personaggio assai noto e tuttora ben conosciuto dagli storici e amanti dell’arte.

Lavinia Fonzi, giovane scrittrice romana residente a Milano, gli ha dedicato un romanzo storico interessante e molto ben scritto: “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” nelle librerie dal 20 marzo.

Lavinia Fonzi è già autrice di alcuni romanzi. In questa nuova opera mescolando un’accurata ricerca storica e una fertile immaginazione riesce a dare vita a questo Lord Elgin che ancora oggi è visto da alcuni come un grande amante dell’arte classica, da altri come un predatore. È infatti colui che ha fatto portare a Londra una parte delle decorazioni scultoree del Partenone greco (da tempo al British Museum), anche se inizialmente egli aveva solo ingaggiato un pittore italiano per copiarle.

Da decenni la Grecia ne chiede vanamente la restituzione.

Vi fu nel 1700 una passione smodata per l’arte classica (Elgin incontrò anche a Napoli l’anziano Lord Hamilton che acquistava opere d’arte, non si sa se sempre in modo lecito e Napoleone stesso sequestrò un gran numero di quadri e oggetti preziosi durante “la campagna d’Italia”). 

La contesa tra Atene e Londra non si è ancora risolta.

Io, detto per inciso, penso che la Grecia qualche ragione ce l’abbia ma Fonzi dimostra, attraverso testi autentici, che Elgin non fu un questionable man ma piuttosto un fedele suddito di Sua Maestà Giorgio III, un diplomatico leggermente malinconico che avrebbe voluto vivere tranquillo nella sua brumosa Scozia e che invece attraversò numerose traversie sullo sfondo di eventi epocali: la prigione, crisi asmatiche, una moglie intelligente ma innamorata di un affascinante, suadente bellimbusto e persino Lord Byron che scrisse versi sferzanti contro di lui. 

Elgin e Byron erano due opposti: tanto pacato, sognatore seppur determinato il primo, tanto ribelle, sulfureo e geniale il secondo. Tuttavia la byronmania che si diffuse allora fece sì che quei versi rovinarono Elgin.

La vita privata e sentimentale del diplomatico viene narrata da Lavinia Fonzi con maestria, la trama è avvincente senza mai diventare prolissa nonostante l’ampiezza del libro, 500 pagine che si leggono d’un fiato e le psicologie accurate, soprattutto quelle femminili abbastanza complesse.

Anche quando appare Napoleone, l’autrice mantiene il suo stile sobrio, mai sopra le righe – il che costituisce uno dei pregi di questo romanzo.

Il libro vuole ricostruire con affetto una vita, non lasciare che si smarrisca nei meandri del tempo. E in questo senso “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” è anche un’opera della memoria, di una misteriosa connessione tra la giovane scrittrice e lo scozzese che i ritratti, tra cui quello di copertina dell’accurata edizione, ritraggono con l’immancabile giubba rossa britannica, viso ovale e vivaci occhi castani.

Ma lasciamo la parola all’autrice:

Come mai hai scelto di dedicare un romanzo a questo personaggio singolare, lo scozzese Lord Elgin?

Mi sono imbattuta nella storia di Lord Elgin per caso, mentre leggevo un libro di archeologia che lo menzionava, e sono rimasta subito colpita dalla sua vicenda. Non solo perché ha cambiato per sempre il destino di opere immortali, ma anche perché è stato un uomo che ha perso tutto per inseguire un sogno, scontrandosi non solo con una sorte avversa (nel corso della sua vita gli è capitato di tutto!) ma anche con l’ostilità della gente. Il desiderio di raccontare la sua storia e, soprattutto, l’umanità dietro il simbolo a cui viene spesso ridotto, è stato fortissimo e mi ha spinta a scrivere questo romanzo. 

Il tuo libro non è solo una biografia romanzata ma anche il ritratto di un’epoca (fine 1700/Inizio 1800) particolarmente attraente per i rapidi e contrastanti eventi storici. Che cosa ti appassiona di questa epoca?

Il periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento è in assoluto il mio preferito: non a caso tutti i miei romanzi hanno questa ambientazione. Amo quest’epoca perché è stata densa di avvenimenti fondamentali per la storia europea, come la Rivoluzione francese e l’età Napoleonica, ma anche perché è stata segnata da grandi cambiamenti e ideali. Mi appare quindi come la cornice perfetta per storie avventurose ed emozionanti e, al tempo stesso, un “serbatoio” di vicende umane ancora attuali.

Oltre all’accurata ricerca storica c’è stata anche una ricerca psicologica nell’immaginare caratteri di cui sappiamo poco, ad esempio, il personaggio fondamentale di Mary?

Assolutamente sì. Ho cercato, sulla base delle fonti a disposizione, di rappresentare nel modo più accurato e realistico possibile i personaggi che compaiono in questo romanzo. È vero, il personaggio di Mary (prima moglie di Lord Elgin) non è particolarmente noto, ma per fortuna ci ha lasciato delle lettere che sono state poi pubblicate in diversi saggi storici. Da questi scritti emerge il ritratto di una donna vivace e curiosa, pragmatica e amante della vita sociale. Ho cercato di ricostruirne il carattere così come io l’ho inteso, di mostrare le insicurezze che deve aver provato di fronte a un impegno tanto importante come la missione diplomatica e di raccontare con delicatezza la complessa evoluzione del suo rapporto con il marito.

Vuoi parlarci brevemente delle tue opere letterarie precedenti? Mi sembra che ci sia un fil rouge tra loro e questo nuovo romanzo.

Tra i miei altri scritti vorrei menzionare “Nel nome del Giglio“, un romanzo storico che racconta una storia d’amore e avventura ambientata tra Firenze e Parigi durante la Rivoluzione francese e la saga “Tra le pieghe del tempo“, una tetralogia che segue le vicende di una ragazza dei giorni nostri in diverse città dell’Europa del 1789. Oltre ad avere in comune con “Per amore dell’antico” il periodo storico, condividono con questo romanzo anche il gusto per l’avventura e l’importanza degli ideali.

Quali sono le scrittrici e gli scrittori (o poeti) che leggi o rileggi più volentieri?

Nella narrativa sicuramente Alexandre Dumas, che per mia fortuna ha lasciato moltissimi romanzi storici. Non mi stancherei mai di leggere le sue storie, sono così avvincenti che si ha davvero la sensazione di essere ‘dentro’ il passato. Tra i poeti, invece, mi piace molto Giosuè Carducci, per lo stile e i contenuti delle sue liriche.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Stultifera Navis. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Silent Reading: breve storia di lettori r-esistenti, di Luciana Amato

I partecipanti ancora non sono arrivati. Le sedie, a seconda del luogo che ospiterà il Silent Reading sono disposte in cerchio, o in file ordinate, oppure restano al loro posto, intorno ai tavoli ancora caldi di chiacchiere e tazzine di caffè. I clienti abituali del locale entrano e si fermano un poco disorientati. Le locandine all’ingresso non le legge quasi più nessuno: oggi sono le notifiche a fare da bussola alla vita sociale. Eppure uno o due allungano il collo, incuriositi da un armeggiare inaspettato: segnalibri che si fanno segnaposti, lavagna a fogli mobili in bella vista, post-it colorati, penne, pile di libri, la musica più bassa del solito.

Un primo iscritto alla serata si affaccia timido sulla soglia. Non sa bene chi salutare, si limita a un cenno di cortesia. È la sua prima volta a un silent reading. Arriva preparato e infatti porta con sé l’unico oggetto necessario: un libro. Lo tiene in mano come fosse un lasciapassare.

Il lettore solitario per una sera ha deciso di unirsi a dei perfetti sconosciuti e “compiere atti di lettura in luogo pubblico”, come recitava la pubblicità su instagram dell’organizzatore. Cosa ci guadagnerà ancora non gli è chiaro, ma il nostro lettore solitario è animato da un certo grado di curiosità e per ora gli basta. Si siede e aspetta guardandosi intorno, si rituffa tra le pagine del suo libro. Piano piano arrivano gli altri iscritti e la stanza si riempie di voci, qualcuno scrive il titolo del libro che leggerà su alcuni post-it messi a disposizione, qualcuno si riconosce, un saluto, un «Anche tu qui?», sguardi complici di chi ha rubato un attimo per sé.

Alle 18.00 in punto si comincia. Gli orologi si sincronizzano: i corpi si sistemano sulle sedie, i telefoni vengono lasciati nelle borse, le dita scorrono sulle pagine. Da quel momento si legge in silenzio per un’ora. L’unica regola è questa, ma basta a generare un clima insolito: nessuno controlla le notifiche, nessuno scrolla lo schermo, nessuno usa la pausa per lavorare di nascosto. Che lo facciano per pudore o per atto di resistenza poco importa, tutti si concentrano solo sulle parole. Per sessanta minuti la stanza diventa una capsula del tempo intrisa di concentrazione condivisa.

A dominare è il rumore lieve della carta sfogliata. Ogni tanto un sospiro, un cambio di posizione, un’occhiata rapida al resto del gruppo: una collettività temporanea che non ha bisogno di parlare per sentirsi tale. Chi passa accanto alla sala rallenta il passo, colpito dalla calma inusuale di un gruppo che, pur riunito, non interagisce secondo nessun modello abituale.

Quando l’ora si conclude, i libri si chiudono lentamente. Lo scioglimento della quiete non è immediato: qualche secondo di sospensione, forse timidezza, poi i primi commenti — «Com’è andata?», «Lo avevo cominciato stamattina», «Mi serviva proprio», — e così per altri sessanta minuti che scorrono rapidamente fino all’orario pattuito. Infine la dispersione naturale verso l’uscita. Gruppetti  si intrattengono per una chiacchiera, altri corrono ad acchiappare un autobus. La promessa di ritrovarsi in quel momento condiviso che nella sua semplicità ha stupito, rallegrato, ha saputo generare un’aspettativa e un desiderio, quelle che si possono raccogliere e vivere solo tra le pagine dei libri, ma con qualcosa di più, qualcosa dettato dalla presenza, dalla condivisione off line. 

Perché sempre più persone scelgono di leggere insieme, in silenzio, anziché farlo da sole?

È una domanda semplice, ma al centro di un cambiamento sociale più ampio, che riguarda il bisogno di spazi condivisi in cui sia possibile concentrarsi senza distrazioni, rallentare il ritmo e recuperare una forma di presenza collettiva non mediata da una schermata.

Parlando con Manuela, sessant’anni, appena entrata in pensione, si capisce quanto questi incontri abbiano inciso su di lei. «Avevo smesso di leggere», racconta, «ma qui riesco a ritagliarmi un’ora tutta per me». Da quando partecipa ai silent reading di Trieste ha portato a termine un progetto personale: leggere tutta l’opera di Gabriel García Márquez. «Non pensavo di farcela. Invece, pagina dopo pagina, è successo. E un merito va anche a questi incontri: rubati agli impegni che fagocitano le giornate.» 

E così continuano Elena, Elisa, Cristina, Tiziana, Alberto, Andrea che potrebbero essere lettori di Trieste come di Milano, Zero Branco o Cosenza. C’è voglia di presenza reale, fuori dagli schermi dei social, voglia di vita vera e di appartenenza: i libri creano comunità tolleranti, dove leggere è una spinta interiore, individuale ma è la condivisione che ne amplifica il valore.

silent reading, le letture silenziose, da dove nascono? Ovviamente dagli Stati Uniti dove tutto sembra accadere sempre in anticipo e la gente è dotata di formidabili antenne per le nuove tendenze, le creano, le captano e le trasformano in fenomeni di costume. Ma non sarebbe onesto liquidare queste iniziative come delle vacue americanate, o degli incontri all’insegna della leggerezza, banali e senza l’approfondimento tipico di un gruppo di lettura o di una conferenza. In effetti i silent nascono da piccoli gruppo di amici, molto similmente ai gruppi di lettura nati nell’Ottocento presso salotti e case private. 

Lungi dall’essere un semplice esercizio di stile, il silent reading agisce come una palestra per l’attenzione: un ecosistema protetto dal rumore delle notifiche dove la capacità analitica ritrova spazio vitale e lo stress si scioglie nella pagina. Immergersi nella lettura senza distrazioni non significa solo allenare la mente o stimolare la creatività, ma riscoprire un legame profondo con le storie e, per osmosi, contagiare chi ci sta accanto con la stessa, silenziosa, urgenza di leggere. 

La genesi del fenomeno, come spesso accade per i movimenti culturali della contemporaneità, non è spettacolare ma quasi domestica. Negli anni Dieci del Duemila, in una Silicon Valley satura di schermi, nasce il Silent Book Club di San Francisco, fondato da Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich: un luogo in cui leggere insieme senza dover dimostrare nulla, primo segnale di stanchezza digitale in un’epoca che iniziava a misurare le relazioni in una notifica.

Ma è nella frenetica New York che quell’intuizione si trasforma in movimento. Qui, il bisogno di quiete prende forma nel Silent Reading Party. L’atto fondativo è sorprendentemente semplice: giugno 2023, quattro amici salgono su un rooftop cercano calma e dichiarano guerra, almeno per un’ora, alla gabbia dello smartphone. Da quella micro-rivolta nasce Reading Rhythms, una comunità internazionale capace di generare liste d’attesa e di trasformare bar, biblioteche e terrazze in veri e propri raduni di disintossicazione digitale.

Questa è l’occasione per costruire una nuova comunità, un luogo dove l’assenza di parole diventa infrastruttura sociale: un collante che permette a sconosciuti di condividere uno spazio senza dover performare una versione brillante di sé, in quella che è in definitiva una riscoperta necessaria del piacere della lettura.

Una sorta di micro-ritiro urbano dove ci si siede gomito a gomito uniti da un tacito accordo di concentrazione condivisa. È una risposta culturale raffinata a un paradosso del nostro tempo: la solitudine digitale può essere curata attraverso una vicinanza fisica che valorizza l’interiorità, non l’esposizione.

Il successo dei Silent Reading non può essere pienamente compreso senza un confronto con i tradizionali gruppi di lettura. Mentre il gruppo di lettura classico è centrato sulla prestazione intellettuale – la necessità di aver letto lo stesso libro, di analizzarlo, di argomentare e sostenere la propria interpretazione – il silent reading si fonda sulla non-prestazione. Non c’è un testo comune né l’obbligo di conversare; l’unico requisito è la presenza e la concentrazione. Questo rende il silent reading molto più accessibile e meno intimidatorio, abbassando la soglia di accesso che spesso tiene lontani i lettori meno sicuri ma che, con il passare del tempo, diventano chiacchieroni e assidui frequentatori degli eventi. Questa forma di socialità si accosta, per certi versi, al modello degli speed date letterari o degli eventi di bookcrossing, che enfatizzano lo scambio rapido e leggero. Tuttavia, a differenza di questi, il silent non richiede l’esposizione immediata di sé o delle proprie idee. La lettura agisce come un filtro, permettendo alla comunità di formarsi non attraverso il chiasso delle opinioni, ma attraverso la mutazione in rito collettivo dell’atto intimo del leggere. È, in definitiva, una forma di attivismo passivo, una protesta silenziosa contro la pressione a essere visti e sentiti costantemente.

Attraversato l’Atlantico, il fenomeno trova in Italia un terreno fertile sviluppando però una traiettoria autonoma, soprattutto nelle città con una forte identità letteraria. Trieste, ad esempio, non poteva che accogliere questa novità. Il Trieste Book Party, nato nel febbraio del 2025 con l’obiettivo dichiarato di creare una nuova comunità di lettori, radica l’esperienza con un’identità itinerante: il Museo della Letteratura LETS, la libreria Minerva, lo storico Caffè San Marco o la birreria Taverna Ai Mastri D’Arme, per citare alcuni partner che accolgono mensilmente la comunità. Luoghi che non sono solo cornici, ma dispositivi di significato: qui la quiete condivisa ha un’eco culturale. Il format triestino replica la formula internazionale – lettura individuale, facoltativo scambio finale – ma ne accentua la dimensione conviviale, propone esperienze di contatto e dialogo con editori (come previsto nel 2026 a gennaio con Vita Activa Nuova e Utopia Editore).

Questo esempio locale, sommato alla diffusione nelle altre regioni italiane, conferma che i Silent Reading non sono un trend esotico, ma una risposta culturale all’inquietudine contemporanea. In Italia, il silent viene interpretato come un atto di resistenza urbana: un modo per riprendersi la città attraverso un gesto collettivo di quieta ostinazione. La scelta di chiostri, librerie storiche e caffè letterari sottolinea questa volontà: mettere il libro al centro di una rinnovata socialità.

Far vedere che i lettori esistono, resistono, si informano e scelgono non è un dettaglio marginale. È un segnale. Dopo anni di polemiche sullo stato dell’editoria, spesso concentrate sull’assenza o sulla presunta disattenzione del pubblico, qualcosa sembra essersi incrinato più in profondità: il patto. Quello implicito tra chi pubblica e chi legge.

Come osserva Francesco Quatraro in un recente e lucidissimo intervento, il sistema editoriale contemporaneo appare sempre più schiacciato da una dinamica distributiva che incentiva la sovrapproduzione e indebolisce il ruolo storico dell’editore come filtro e selezionatore. In questo scenario, anche il lettore si trova strangolato: sommerso da titoli, chiamato a orientarsi da solo, spesso accusato di non saper scegliere.

Ma forse proprio qui si apre uno spazio inatteso. Se il patto si è incrinato, resta un diritto fondamentale da esercitare: quello di scegliere i propri interlocutori. Non i libri “giusti”, ma le relazioni giuste. I progetti coerenti nel tempo, le idee editoriali riconoscibili, le persone dietro ai cataloghi.

silent reading, allora, non sono solo un modo per leggere insieme. Sono una risposta pacata ma concreta a un rumore di fondo che ha saturato il sistema. Un gesto minimo, ripetuto, che afferma una possibilità: ricostruire comunità di senso a partire dalla scelta, dalla presenza, dall’attenzione. E forse, proprio da lì, ricominciare a immaginare un altro modo di fare editoria: partendo da chi legge, da chi può fare la differenza.

 Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Monica Florio “Il mondo del vicolo – Identità e rappresentazione” (Guida), di Vincenzo Vacca

Monica Florio con questo interessantissimo libro ha voluto evidenziare, innanzitutto, il fatto che nella nostra città il vicolo non ha rappresentato e non rappresenta uno scenario secondario, ma un vitale territorio dell’ umano. In particolare, costituisce un deposito della memoria di un popolo e delle sue contraddizioni.

Nel vicolo si mettono in atto dei meccanismi sociali specchio dell’ intera società partenopea, realizzando una estetica popolare dominante l’intero contesto.

Con questo libro viene svelata, attraverso una ricognizione toponomastica, una sintesi delle attività lavorative fondamentali svolte nel passato che, pur avendo delle propaggini nel presente, ci ricorda un mondo quasi del tutto scomparso.

Basti pensare che tante strade e/o stradine dei vicoli riprendevano e riprendono i mestieri che lì stesso si svolgevano o per indicare dei fenomeni negativi: via Pulci, via Pidocchi, Vico Marioli etc..

È indubbio che Napoli è fatta di una storia di vicoli e da vicoli. Questi possono essere dritti e storti. I primi nascono mediante una progettazione urbanistica, mentre i secondi si originano spontaneamente. 

L’ autrice ci ricorda che i vicoli sono presenti ovunque, pertanto, sono parte integrante sia delle zone popolari che di quelle agiate.

Il vicolo ha un significato originario di “luogo di vicinanza o dell’ anima”. È stato un microcosmo autosufficiente, fondato su una economia di sussistenza, fatta di antichi mestieri e di attività illecite: contrabbando, lotto, prostituzione e, successivamente, di spaccio di sostanze stupefacenti.

La Florio cita una serie di lavori, quali il vaccaro, l’ erbivendolo, il suonatore di pianino, il caffettiere, ma sottolinea la caratteristica delle voci che impervesavano tra i vicoli e per l’ intera città.

Quando arriva il fascismo, la plebe del centro storico viene fatta spostare nelle periferie, però senza risolvere il degrado.

L’ autrice indica, inoltre, un cambiamento profondo nel senso comune dei napoletani a partire dal secondo dopoguerra. Infatti, prenderà piede un accentuato individualismo che sostituisce progressivamente il senso di solidarietà.

A questo proposito, è il caso di ricordare che il vicolo ha rappresentato anche un elemento di coesione sociale, compensando spesso la mancanza di un vero nucleo famigliare.

Nel libro vengono visti molto da vicino una serie di quartieri di Napoli e, quindi, si sofferma anche sui Quartieri spagnoli; parte integrante della stessa è via Toledo, fatta costruire nel 500 da Pedro de Toledo ed intitolata a lui stesso, ma ideata come via di fuga dalla città in caso di rivolta.

Florio fa una distinzione tra gli abitanti dei vicoli, e precisamente, tra coloro che avvertono un senso di estraneità e quelli che provano un senso di appartenenza. I primi tentano di migliorare il proprio stile di vita, mentre i secondi si fanno completamente plasmare.

Il vicolo viene vissuto anche come una forma di famiglia estesa, creando un clima confidenziale e questo è dimostrato dall’ uso, nel rivolgersi a persone che non sono famigliari o parenti, di appellativi quali “zio”, frà (fratello).

Nel vicolo la distinzione tra pubblico e privato è minimale e, spesso, inesistente. Si cucina e si mangia in strada ed ecco perchè molto frequentemente nelle abitazioni mancano fornelli e cucine.

Tutto questo ha un forte impatto sui bambini che acquisiscono una maggiore spontaneità e indipendenza che non è da confondere con maggiore felicità.

Anzi, sviluppa un atteggiamento individualistico e opportunistico nei confronti degli altri. 

Credo che sia molto interessante, tra l’ altro, la sottolineatura che viene fatta nel libro in ordine alla condizione delle donne all’ interno del vicolo, le quali svolgono quasi esclusivamente delle attività domestiche, ma sono anche accanite giocatrici del lotto e del lotto clandestino, definito dalla Serao “l’ acquavite di Napoli”.

Naturalmente, la povertà favorisce la sottomissione femminile fin dalla nascita, perchè la donna deve sacrificare in pieno le proprie esigenze a quelle della famiglia e, conseguenzialmente, subisce la violenza maschile.

Il libro si sofferma specificamente su alcuni personaggi tipici del vicolo come il “femminiello” e il “guappo” che non deve essere confuso con il camorrista, ma, soprattutto, quest’ ultimo non si deve considerare come una sorta di evoluzione moderna del guappo. I guappi e i camorristi hanno avuto delle traiettorie storiche parallele che l’ autrice indica molto bene.

Come viene ben delineata la figura del “femminiello” che è ben voluto nel vicolo anche perchè considerato foriero di fortuna. Egli è in bilico tra il maschile e il femminile. Si occupava delle faccende domestiche e il fatto che provvedeva ad accudire i figli dei vicini sta a dimostrare la fiducia che si riponeva nel femminiello.

Nella storia di Napoli, il vicolo è stato, ed in parte lo è ancora, il luogo principe della forte presenza della plebe. Una plebe che anche attualmente, a causa della incapacità e della  mancanza di volontà delle classi dirigenti, non ha vissuto una vera integrazione nella vita ordinaria ed ordinata della città. Conseguenzialmente, i “plebei” hanno dovuto letteralmente inventare innumerevoli modalità esistenziali per garantirsi una sopravvivenza.

Nel corso degli ultimi secoli, questo ha sedimentato  nella plebe, che oggi potremmo chiamarlo sottoproletariato urbano, forme di sudditanza nei confronti dei ceti agiati alternati a esplosioni di rabbia.

Pertanto, le diffuse forme di illegalità poste in essere dai ceti disagiati venivano e vengono tollerate a compensazione di un mancato vero sviluppo economico e sociale autopropulsivi.

La lettura del libro di Monica Florio permette di conoscere profondamente la vita che si conduceva nei vicoli e consente al lettore di trarre autonomamente una serie di riflessione in ordine alle cause della povertà economica ed esistenziale della nostra città.

Vincenzo Vacca

Intervista alla traduttrice Elvira Grassi, di Silvia Lanzi

Perdersi tra le pagine di un libro, farsi prendere da una storia, dai suoi personaggi e dalle vicende di cui sono protagonisti.

Di più. Assaporare il testo, parola per parola, seguirne il ritmo come fosse una musica di sottofondo, che ci accompagna pagina dopo pagina.

Credo che chi ama leggere mi capisca: sono le parole a raggrumarsi in frasi che ci accompagnano, capoverso dopo capoverso, fino all’ultimo atto, nel quale si scioglie la trama e i protagonisti ci lasciano andare.

E se queste parole e queste frasi, originariamente, non fossero nella nostra lingua? Chissà quanta bellezza andrebbe persa, quante emozioni ci sarebbero precluse.

Ed è qui che arriva, provvidenziale, il traduttore che, con la sua fatica, ci permette di aprire scrigni e scoprire innumerevoli tesori ai quali attingere a piene mani e che, a volte, ci accompagneranno per sempre, incidendo si nella nostra memoria e cambiando, perché no, anche la nostra vita.

Di questo, e di molto altro, parliamo con Elvira Grassi, traduttrice letteraria con una predilezione per la narrativa irlandese. Nata ad Ancona, Elvira si trasferisce a Roma dove, nel 2005 fonda, insieme a Leonardo G. Luccone, lo studio editoriale Oblique. Ma lasciamo a lei la parola.

Cosa l’ha portata alla traduzione?

L’amore per la lettura. Ho lavorato parecchi anni in editoria – in vari ruoli – prima di dedicarmi alla traduzione letteraria con una certa costanza. La mia palestra principale è stata la revisione delle traduzioni altrui, è lì che ho capito che la traduzione era l’ambito editoriale in cui avrei voluto dedicare gran parte delle mie giornate. Tradurre è la forma più profonda di lettura, quando traduci capisci com’è fatto veramente un testo, ne conosci alla perfezione ogni elemento, ti immergi e indugi in quella lingua e anche in tutto ciò che non è espresso. Sono partita dalla lettura e sono arrivata alla lettura.

Quali sono le sfide che affronta ad ogni pagina?

La sfida principale è rispettare la forza espressiva dell’autore. Restituire la stessa qualità di scrittura, rendere il timbro, il registro, la cadenza, la scorrevolezza o gli attriti, la musicalità o le stonature del testo originale; fare attenzione alle specificità linguistiche e culturali e alla coerenza interna. Poi ogni pagina presenta problemi puntuali – giochi di parole, scarti linguistici, espressioni gergali o dialettali, tecnicismi etc. – ma questi si risolvono più o meno facilmente, facendo ricerche, studiando, utilizzando i tantissimi strumenti che abbiamo a disposizione. La sfida è la resa globale.

Quanto è importante conoscere, oltre alla lingua, il milieu culturale dell’autore e il mondo in cui si trova a vivere?

La cultura e il mondo in cui vive l’autore ne plasmano la scrittura. In genere prima di iniziare a tradurre un’opera, dopo averla letta, faccio una serie di ricerche sull’autore, leggo interviste, la rassegna stampa estera, cerco di capire quali sono le sue influenze, le letture: tutto materiale che mi aiuta a capire l’universo linguistico e culturale dell’autore, la sua visione letteraria, e che mi permette di tradurre meglio. L’autrice più complessa che ho affrontato finora è Anna Burns, la prima nordirlandese a vincere il Booker Prize con “Milkman” (da noi uscito per Keller), e non avrei saputo tradurla se non mi fossi prima informata sul contesto politico e sociale che ha segnato la sua giovinezza, sull’impatto che hanno avuto i Troubles nella sua quotidianità. Il suo mondo è quello traumatico del conflitto politico-religioso, e la sua scrittura lo rispecchia.

Come si comporta nella traduzione di una lingua che afferisce a contesti profondamente differenti l’uno dall’altro (penso, ad esempio, all’inglese che si parla in Inghilterra e a quello che si parla negli Stati Uniti, o al tedesco della Germania e a quello dell’Austria)?

L’italiano ha una complessità e vivacità linguistica che ci permette di rendere in maniera appropriata e credibile qualunque cosa. Mi è capitato spesso di tradurre il dialetto nordirlandese, che è quasi incomprensibile a una prima lettura, molto fisico, pieno di contrazioni, di strutture sintattiche inconsuete, di parole mai sentite, molto sonore, direi “carnose”, e in quei casi ho cercato di lavorare molto sul lessico italiano attingendo al parlato, ad alcuni regionalismi ormai entrati nell’uso (evitando comunque i dialetti) e di movimentare la prosa, il fraseggio, di sporcarlo. Stesso approccio – ma con risultati diversi ovviamente – ho usato quando ho dovuto tradurre l’inglese di un autore canadese nato a Trinidad, Ian Williams, o di una scrittrice americana nera, Angela Flournoy, che fa grande uso di slang. Credo sia il testo stesso – in qualunque tipo di lingua sia scritto – a dirti come tradurlo, a far uscire la parte di te più intonata a quella lingua.

E di quegli scrittori che scelgono una lingua di elezione e non quella nativa (ad esempio Nabokov), o che sono essi stessi traduttori (ad esempio Murakami)?

Ho tradotto un romanzo scritto in inglese da un’autrice romena, Sophie van Llewyn, e uno da un’autrice thailandese, Pim Wangtechawat. Due brave scrittrici contemporanee che hanno in comune uno stile particolare, evocativo ma spoglio, che costruiscono le frasi in maniera poco convenzionale, usano una punteggiatura non standard, e lavorano molto per immagini e metafore più che per ricerca e ricchezza lessicale. L’effetto è bello, perché si sentono tutti gli stridori della non lingua materna, e quello che ho cercato di fare è stato trovare nel mio bagaglio linguistico le stesse ruvidezze e di contenere le parole. Mi piace il miscuglio, mi piace leggere autori che scrivono per riprodurre la voce che hanno in testa e non per esibire una discutibile bella forma. Cosa ne penso degli autori-traduttori? Non si può generalizzare, ma il rischio di invasione di campo c’è sempre, e di esempi – passati e recenti – ne abbiamo a volontà, fatto sta che la traduzione rimane una eccellente palestra di misura e quindi di scrittura.

Cosa ne pensa del famoso detto di Bertrand: “Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle”?

Fedeltà è una parola abusata in traduzione e questa immagine mi piace poco. Le traduzioni infedeli sono davvero belle? La traduzione è sì un lavoro autoriale, ma non ci si può dimenticare che non abbiamo scritto noi quel testo.

Più che di fedeltà parlerei di adesione – espressiva, ritmica, culturale. Aderire al testo originale, rimanere dentro la misura della scrittura che si ha di fronte, qualunque essa sia (articolata e dirompente o minimale e frantumata), senza snaturarla o dire meglio o di più, per me è questa la bellezza. 

E per finire, qual è il libro più ostico che ha tradotto?

Probabilmente quello che sto traducendo ora, una novella di Anna Burns, surreale, allegorica, criptica, ironica, una parodia del mondo dei supereroi. Un contesto inedito per lei, e direi anche per me. Quello che mi aiuta è ancorarmi al suo stile ricorsivo, serpeggiante e battente che ormai mi è familiare.

Quando leggerete un libro straniero, date un’occhiata a chi l’ha tradotto, e ricordatevi l’immenso lavoro che c’è dietro: persone come Elvira Grassi, che ringraziamo per la sua disponibilità, che operano la magia di restituirci, in una lingua diversa dall’originale, le  atmosfere, i dialoghi, le vicende – in una parola il milieu – di una storia, proprio il suo autore come l’aveva pensata 

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).