Intervista a Cristò per “Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa, 2026), di Loredana Cefalo

C’è un’immagine in questo lavoro di Cristò che agisce come un’incudine martellata nella memoria: la buccia di un mandarino tagliata in quadratini minuscoli, ossessivi. 

È il gesto di Caterina, figlia di Giovanni Bartolomeo, uno scrittore famoso che ora abita un presente senza passato. Attorno a loro il racconto del sud: una “guantiera” azzurra per portare il caffè fatto con la moca, il “poggiare” la testa sul cuscino e una tovaglia dal disegno geometrico di funghi, olive e pomodori nei rombi azzurri che si ripete all’infinito, proprio come le domande di Giovanni, prigioniero di una demenza che Caterina si rifiuta di chiamare col suo nome.

​”Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa) è un racconto delicato sulla malattia, ma anche una riflessione poetica su cosa resti di noi quando le parole smettono di legarci alla realtà. 

Cristò si conferma uno scrittore eclettico. Se in passato lo abbiamo conosciuto per il suo surrealismo, qui il reale diventa brutale più della fantasia: l’autore ci suggerisce che i veri mostri non abitano i boschi notturni o le leggende horror. Nessun lupo mannaro fa paura quanto lo sguardo perso di Giovanni. I fantasmi non infestano case abbandonate, ma hanno i volti stanchi e amorevoli di chi ti fa la doccia, ti sfama e ti porta a letto mentre tu non riesci più a decifrarne i lineamenti. L’Alzheimer è il vero mostro immondo, un predatore che non uccide il corpo, ma divora la storia e i ricordi delle persone.

​Al centro della trama c’è un paradosso che è un perfetto espediente narrativo: Giovanni legge e rilegge il suo romanzo più venduto. Lo definisce una schifezza, non ricordando di esserne l’autore. Accanto a lui Davide, il suo agente letterario, incarna l’archetipo maschile della ricerca della soluzione: crede nel potere magico delle parole, sperando che arrivando all’ultima pagina avvenga un miracolo, un incantesimo che restituisca a Giovanni la sua storia. Caterina, invece, è la forza della concretezza, la caregiver che non cerca magie ma vive nel terrore speculare a quello del padre: se lui ha paura di dimenticare nei rari momenti di lucidità, lei ha il terrore di essere dimenticata.

​Nonostante la struttura circolare e i rimandi colti, il libro compie una metamorfosi straordinaria. Quello che potrebbe sembrare un esercizio di stile postmoderno si scioglie in una carezza vecchia di quasi quarant’anni. È in quel contatto tra Davide e Caterina che i ricordi tornano a galla: la poltrona vinaccia, le rughe sul volto, la consapevolezza che gli scrittori sono solo uno dei tanti modi che il mondo ha per raccontare le storie.

​Nelle note finali, l’autore confessa con una punta di amara ironia che, nonostante i suoi sforzi strutturali e metanarrativi, per tutti questo resterà un libro sull’Alzheimer. Ma forse è proprio qui che risiede la bellezza dell’opera: nell’aver usato la costruzione della letteratura per proteggere un nucleo di fragilità. 

Cristò ci narra una vicenda normale che dura dal mattino alla sera, in una casa come tante, un romanzo dove non succede nulla di eclatante, perché come dice Davide, nella maggior parte del tempo della vita non succede niente. Eppure, in quel niente fatto di silenzi, c’è tutto l’amore che resta quando l’orizzonte degli eventi si chiude definitivamente.

Leggendo le pagine del tuo romanzo “Sull’orizzonte degli eventi”, si percepisce un’ossessione che pulsa in ogni capitolo. È una scelta narrativa precisa, una sorta di “basso continuo” che guida la narrazione, o è piuttosto il riflesso di una condizione medica che finisce per diventare ossessiva per chiunque ne entri in contatto? 


Diciamo che è entrambe le cose o, meglio, che quella ossessione è stata la conseguenza letteraria di un pensiero narrativo. Negli anni in cui ho scritto questa novella ero in una love story con lo scrittore americano John Barth e, oltre che leggerlo appassionatamente, ne spiavo le tecniche di scrittura: la struttura circolare, la destrutturazione della forma romanzo, la scrittura come rappresentazione non tanto della realtà ma della complessità del reale. Ero un giovane scrittore, in piena formazione, e stavo formando la mia personale poetica anche se non ne ero del tutto cosciente. John Barth era arrivato come un uragano e di lui ammiravo l’incredibile capacità, quasi un superpotere, di sperimentare riuscendo senza, per questo, perdere la bellezza e la forza della narrazione. Il pensiero ossessivo e ridondante non è stato una scelta di stile ma, piuttosto, una conseguenza dello stato del protagonista. Come mi insegnava John Barth, la scrittura doveva scaturire dal personaggio e dalla storia e non viceversa.

Nel libro incontriamo due figure emblematiche: l’archetipo femminile della caregiver e quello maschile alla ricerca costante di una soluzione. Come è nata l’ispirazione per Caterina e Davide e come hai lavorato sulla loro caratterizzazione? 

Anche qui, non ho lavorato alla loro caratterizzazione come personaggi o funzioni narrative, ma come persone. Li ho messi in quella casa, in quella situazione e ho, in qualche modo, osservato cosa poteva succedere. Questo modo di far vivere i personaggi è, probabilmente, la costante più ferma nel mio modo di scrivere. Con loro faccio un gioco di ruolo, me li immagino, ne individuo il carattere, la personalità, e poi lascio che si comportino di conseguenza. Forse anche per questo entrambi sono più complessi e anche contraddittori rispetto al ruolo che hanno nel romanzo. Caterina non rappresenta del tutto il femminile e Davide non rappresenta del tutto il maschile, anche perché credo molto fermamente che ognuno di noi, in fondo, rappresenti sempre solo se stesso.

Questo libro nasce da un momento estremamente delicato della tua vita: la malattia di tuo padre. Quanto pesa, per uno scrittore, il compito di narrare una fragilità così profonda e complessa come l’Alzheimer di un genitore e la paura di dimenticare e di essere dimenticati?

Mio padre è stato un attore teatrale per tutta la vita, una persona che aveva fatto della memoria un mestiere. Da piccolo spesso lo aiutavo a ripetere i copioni teatrali, Pirandello e Čhecov soprattutto, e mi stupivo sempre, quando lo vedevo sul palcoscenico, che riuscisse a ricordare tutte quelle parole con tanta precisione. Sembrerà bizzarro, ma quando ho cominciato a scrivere Sull’orizzonte degli eventi non pensavo a lui, anche se la malattia era già in corso. Probabilmente il mio inconscio lavorava non tanto nel campo dell’amore, quanto su quello dell’ironia della sorte: un uomo che aveva lavorato con la memoria adesso la stava perdendo, un uomo che aveva letto, compreso e interpretato la storia della drammaturgia, adesso non riusciva a seguire la trama di una puntata dei Simpsons. Era un cortocircuito narrativo molto interessante. Solo più tardi, come dico nella postfazione del libro, ho capito che stavo parlando anche di una questione così profondamente personale.

Il romanzo vive una trasformazione affascinante: in un primo momento lo consideri un metaromanzo per poi comprendere che è una storia sull’amore familiare. È lo scorrere del tempo che ha cambiato il tuo modo di vedere la letteratura, portandoti verso questa nuova prospettiva? ​

Probabilmente sì. Il mio percorso di narratore credo stia percorrendo una strada che prevede una riduzione della complessità, un ritorno al centro della narrativa: la storia. Sempre di più sento di aver voglia di raccontare semplicemente delle storie e che il lavoro sulla scrittura sia orientato verso la precisione più che verso la complessità formale. Amo molto gli scrittori che scompaiono, che semplicemente cercano il modo più efficace per raccontarci un fatto, un evento e che non giudicano ma semplicemente mettono in mostra.

Il finale tocca il rapporto tra arte e vita quotidiana, citando artisti che meriterebbero di essere riconosciuti molto più di altri famosi. Credi che il riconoscimento esterno sia essenziale per un artista, o è solo una parte del tutto e si può vivere e creare anche senza di esso? ​

Teoricamente no, non credo che sia importante essere riconosciuti, che l’importante sia l’opera e non chi l’ha scritta, però poi è umano il desiderio di essere apprezzati e di venirlo a sapere. Però, ecco, sono convinto che scrivere per quello, per il riconoscimento, sia il miglior modo che abbiamo per scrivere male. 

Lavori spesso con i più giovani in sessioni dedicate alla libera espressione creativa. In base alla tua esperienza, credi che l’arte sia qualcosa di “imparabile” o è necessario che ci sia già una fiammella d’artista in chi si avvicina ad essa?

È una questione antica e irrisolta. 

Il punto, secondo me, è che qualsiasi arte ha bisogno della fiammella di cui parli, ma per far venir fuori un bel fuoco bisogna sapere come alimentarla. Ecco, questo si può insegnare o imparare autonomamente, nel caso della scrittura, soprattutto attraverso la lettura. Mi piace molto lavorare coi ragazzi e usare con loro la scrittura per giocare e, sinceramente, non mi è mai capitato di incontrare un bambino o un ragazzo sprovvisto di quella fiammella. Quindi credo che ce l’abbiamo tutti ma poi, crescendo, alcuni la lasciano spegnersi e altri no.

La parte finale strappa un sorriso nel raccontare l’utilizzo dell’AI e l’adattamento alle esigenze di chi non è più giovanissimo. Tu utilizzi l’Intelligenza Artificiale per le tue esigenze di scrittura o di ricerca? ​

Sono molto interessato a questa cosa che chiamiamo impropriamente Intelligenza Artificiale e che, sicuramente, cambierà molto le regole sia del mondo sia, di conseguenza, dell’arte. Credo anche che, in questo momento, abbiamo l’opportunità di usarla in modo ancora “artigianale” e che, quindi, sia stupido non sperimentare. Ne ho studiato abbastanza bene il funzionamento, la logica e sono abbastanza certo che possa certamente migliorare molto, ma che difficilmente potrà arrivare a fare tutto quello che hanno fatto grandi e geniali cervelli umani. È un discorso davvero lungo e complesso che riguarda anche questioni come il rapporto tra l’uso del linguaggio e l’intelligenza: noi diamo per scontato il fatto che parlare correttamente sia una prova di intelligenza, ma forse, questa macchina di linguaggio che stiamo usando sempre di più ci sta dimostrando che non è proprio così.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Amélie Nothomb per “Meglio così” (Voland, 2026, trad.Federica Di Lella), di Loredana Cefalo

Lo chiamano “effetto Nothomb” quello che nel lettore risulta come l’impossibilità di chiudere il libro mentre si va avanti con la storia. C’est bien ainsi (“Meglio così”Voland, traduzione di Federica Di Lella), l’ultimo lavoro di Amélie Nothomb ci conferma che esiste un’aura magica intorno ai suoi romanzi che le attribuisce ancora una volta il ruolo di “sacerdotessa” della letteratura contemporanea. 

Con oltre trenta romanzi all’attivo, il Grand Prix du roman de l’Académie française e il Premio Renaudot, la scrittrice belga continua a raccontare di memoria familiare, restituendoci un’opera che ha il passo della fiaba e il respiro gelido del noir.

Il romanzo si muove su un crinale sottile tra realtà e favola. Al centro della narrazione troviamo Adrienne, la protagonista che tenta di navigare le acque torbide di una famiglia segnata da bellezze taglienti come armi, indifferenze che creano vuoti e violenza. La figura della madre, Astrid, emerge come un’antagonista fiabesca: una donna la cui estetica e pretesa di ricchezza sono strumenti di tortura psicologica, capace di accudire la figlia non per amore, ma come espediente per ferire, scatenare invidie e dividere le sorelle Jacqueline, Adrienne e la piccola Charlotte.

​L’autrice descrive un mondo dove la nonnina di Gand e la nonnina di Bruges incarnano archetipi femminili tipici dei racconti per l’infanzia, l’una vecchia, cupa e dedita alle torture come la Strega Cattiva e l’altra giusta, luminosa e elegante, la buona fata. Si tratta di una dicotomia fra bene e male dove però il lieto fine classico, la sconfitta dell’oscurità non c’è, ma lascia il posto al sospeso, a un’ambientazione cupa che si svela piano piano tra i vicoli e le case di Bruxelles e delle città fiamminghe. 

Questo registro oscuro si consuma soprattutto fra le mura domestiche, attraverso il suono di colpi violenti e una padella brandita come una spada magica contro il drago invisibile di un’infanzia negata, durante la quale la protagonista teme costantemente che tutto possa spezzarsi.

Nonostante la freddezza materna e le ombre dei lutti, il testo tocca vette di commovente umanità nella paura di Adrienne. È un timore che si fa tenerezza: il sospetto e la scoperta che la madre possa essere un’assassina si mescola a un amore viscerale e inspiegabile. La protagonista ama il mostro, e in questo paradosso risiede la maestria della scrittrice nel dipingere le complessità dell’animo umano.

​Il cuore filosofico dell’opera risiede nella riscoperta dell’indipendenza e nella frase, che dà il titolo al romanzo, usata come formula magica. “Meglio così” è il segreto per non farsi trascinare a fondo dalle catastrofi altrui, anche di coloro che amiamo alla follia. Nothomb suggerisce che l’unico modo per essere in armonia con i misteri del mondo sia coltivare il proprio orticello, recuperando quell’autonomia ancestrale che appartiene solo ai bambini. 

Proprio da questa ritrovata libertà nasce la parte più luminosa del racconto: la storia d’amore tra Adrienne e l’uomo che diventerà suo marito. Il loro legame si sviluppa come una sorta di Cyrano de Bergerac moderno, nutrito di immaginazione e di un amore celato che sboccia con la delicatezza di due ragazzi. È una passione che si scopre inaspettatamente attraverso l’uso del “lei”, una formalità che invece di allontanare avvicina, rivelando un sentimento profondo e improvviso.

​L’opera porta con sé tutte le particolarità che hanno reso Amélie Nothomb un culto, a partire dall’urgenza della scrittura a mano su quaderni scolastici alle quattro del mattino. Il tema dell’alterità emerge nel successo della sorella Jacqueline, osteggiato dall’invidia materna, riflettendo la capacità di fiorire nonostante tutto. 

La parte finale del romanzo abbandona il tono della narrazione e spazia fra le confessioni dell’autrice: dai nomi utilizzati, alle pennellate di ricordi, al dolore dei rimpianti, fino al racconto della perdita dei genitori, tutto è racchiuso nella scelta di dedicare questo racconto alla storia di sua madre. 

Un contenuto che libera chi scrive e chi legge del dubbio sull’amore provato, su quello ricevuto e su quanto si abbia bisogno sempre di uno scudo infantile per sopravvivere nel mondo degli adulti.

Approfittando delle tappe italiane del booktour dell’autrice, le abbiamo rivolto alcune domande, scoprendo una persona ironica e disponibile.

Il tuo ultimo libro ha il tono di una fiaba, ma con sfumature molto noir. Perché hai scelto questa narrazione magica e oscura per raccontare la crudeltà del mondo moderno?

È vero che questo mio ultimo libro può sembrare una fiaba, ma non ho dovuto attingere a chissà quale fantasia per scriverlo: mia madre, da piccola, ha veramente vissuto l’infanzia che ho descritto, me l’ha raccontata lei stessa.

L’infanzia nei tuoi libri è descritta come un’età divina, l’adolescenza come un conflitto. Come definiresti invece l’età adulta?  

L’età adulta è il risultato di ciò che si è vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, quindi luci e ombre.

I tuoi lettori sanno che per ogni lettera c’è una risposta curata, scritta di pugno, quasi a descrivere la nascita dell’amore dei tuoi genitori. C’è una ricerca emotiva in questa pratica antica?

È vero può sembrare una pratica antica, in un mondo ormai estremamente tecnologico, ma per me è semplicemente l’unico modo che ho per scrivere. La parola scritta ha sicuramente avuto un ruolo importante nella nascita dell’amore tra mio padre e mia madre, come la parola ha avuto un ruolo fondamentale nella vita da diplomatico di mio padre, come emerge dal mio romanzo Primo sangue, quindi più che una ricerca vera e propria, probabilmente io sono il frutto di questi elementi combinati tra loro.

Sono famosi i tuoi riti di scrittura: la sveglia alle quattro del mattino e litri di tè nero. La disciplina è una scelta di benessere o a volte ti pesa?

Svegliarsi tutte le mattine alle 4, e sono veramente tutte le mattine, che io sia a Parigi o che io sia in viaggio come in questi giorni in Italia, può sembrare faticoso ma per me è il giusto momento della giornata per iniziare a scrivere. La disciplina sicuramente mi appartiene ma la scrittura per me è soprattutto il mio modo di vivere, non potrei non scrivere.

Figlia di un diplomatico, sei cresciuta in giro per il mondo. Qual è il posto che consideri casa e perché? 

Per molto tempo ho pensato che il Giappone potesse essere la mia casa, perchè è il mio luogo di nascita. Con questa convinzione sono tornata in Giappone poco più che ventenne e quel periodo è descritto sia nel romanzo Stupore e tremori sia in Né di Eva né di Adamo e diciamo che non è andata bene. Allora sono tornata in Europa, poi sono tornata in viaggio in Giappone a 45 anni e poi pochi anni fa, perché quel luogo per me è un richiamo, ma ho compreso che il Giappone per me rappresenta un impossibile ritorno…vivo a Parigi da più di 30 anni e mi piace ma comunque non è casa nel senso tradizionale del termine.

Il tuo stile — il rossetto, il nero, i cappelli — è una firma inconfondibile. La cura dell’estetica per te è più una maschera per nascondersi o per liberarsi?

Non è una vera e propria cura ho scoperto che i cappelli e il rossetto fanno parte di me…molto semplicemente.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Raffaele Passerini per “Love bombing” (Castelvecchi, 2026), di Loredana Cefalo

Il sogno americano non esiste più. 
Non esiste più la terra delle opportunità, della libertà, della democrazia, della meritocrazia.
Raffaele Passerini, regista, per otto anni ha inseguito il sogno americano. Era giovane, talentuoso e per un attimo la New York dei film di Woody Allen lo aveva catturato, fino a farlo innamorare.
Il suo primo romanzo, Love Bombing (Castelvecchi) non è solo la narrazione di un amore malato e che consuma, ma è proprio il racconto di chi, alla ricerca della felicità, insegue qualcosa che gli sfugge e sfuggendo lo attanaglia, lo mastica e poi lo risputa senza pietà.
Love Bombing si distacca dalla narrativa tradizionale per assumere i connotati di una sceneggiatura di vita. L’esordio letterario del regista documentarista de Il principe di Ostia Bronx, che fra il 2017 e il 2019 ha collezionato svariati premi, ripercorre la sua parentesi newyorchese, mettendo a nudo una parabola che va dall’ascesa professionale al burnout psicofisico. 

​Il testo si distingue per un’autenticità priva di fronzoli, sia nel linguaggio che nella struttura del racconto. Al centro della vicenda non c’è solo il successo nella giungla di New York, ma l’analisi di una serie di legami tossici, basati sul narcisismo. 
Passerini descrive con lucidità la perdita di controllo e il mascheramento emotivo necessari a sopravvivere in una relazione manipolatoria, un’esperienza che, pur essendo personale, tocca temi universali e purtroppo comuni. 

​Invece di cercare il lieto fine, il libro si concentra sulla presa di coscienza post-traumatica: un resoconto onesto su quanto sia doloroso, ma necessario, affrontare le proprie fragilità per riappropriarsi della propria identità. 

Il libro di Raffaele Passerini mi ha molto incuriosita, perché il Love Bombing in questo caso non è soltanto relativo alla storia d’amore raccontata, ma soprattutto viene da un ambiente, che ti utilizza, ti controlla, ti sfianca, ti risucchia e la maggior parte delle persone che ne vengono attratte fanno molta fatica ad uscirne.

Così ho incontrato virtualmente Raffaele e, come mia consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda.

Perché hai sentito l’esigenza di affidare questo racconto alla scrittura invece che a un documentario? Cosa ti ha permesso di dire la parola che l’immagine non poteva esprimere?

Ho fatto corti, documentari, video, podcast e, ora, per la prima volta, un romanzo. Un romanzo che assomiglia un po’ a una serie di piani sequenza in soggettiva, un po’ a un inseguimento e forse, un po’ al documentario. La forma di scrittura-romanzo mi ha però permesso di entrare direttamente nella testa, nel cuore e nel corpo del personaggio-me-stesso più giovane, come in una sorta di flusso di coscienza e maratona fisica. L’unica strada che mi sembrava possibile per raccontare questa storia era quella del pozzo emotivo: la scrittura è stata la corda con cui scenderci e rivivere, di volta in volta, i sentimenti e il corpo di quel trentenne che ho abitato. Una specie di viaggio nello spazio e nel tempo, come se avessi messo una telecamera dietro ai miei occhi e un sondino vicino al mio cuore, tipo speleologo. È un viaggio faticoso, fisicamente, e la scrittura, con i suoi tempi dilatati, mi offriva sempre zone di ristoro. E poi la sovrapposizione tra il me autore e l’io personaggio non era per me sostenibile attraverso un racconto audio-video: non sarei riuscito a essere sia regista che narratore che, per di più, protagonista. Troppi io da gestire.

Nel libro descrivi il crollo nervoso come una scala in discesa, sempre più ripida e sempre più grave. Come si concilia la necessità di mantenere una carriera di successo a New York con il progressivo sgretolamento del proprio equilibrio mentale?

Si dice che a New York, “you make it or break it”. “Se ce la fai lì, ce la puoi fare ovunque”, cantava Sinatra. Le regole del gioco dichiarate sono chiare: l’arena è aperta a tutti, chi è più sveglio, preparato, scaltro, informato, talentuoso, veloce vince. Dipende da come ti giochi le tue carte. Se fallisci, in altre parole, è solo colpa tua. Le vere dinamiche però, lo sappiamo, sono ben altre. Premetto che per me l’America è stata una grande occasione di crescita e esplorazione: sono stato accolto, formato, incoraggiato e ne sarò sempre grato. Ma questo scollamento tra le regole dichiarate e la realtà può essere molto pericoloso a livello emotivo e psicologico. 

Sono stato uno dei pochissimi, forse l’unico non statunitense del mio corso di filmmaking ad avere una borsa e a riuscire a lavorare e rimanere a New York. Questo ha creato in me un forte senso di responsabilità verso le aspettative mie e degli altri. La collisione tra il desiderio di farcela, il bisogno di dimostrare di farcela e la concreta possibilità di resistere e sopravvivere in una città estremamente competitiva e costosa, a volte ti toglie l’aria, la luce, il silenzio, lo spazio, il respiro, il pensiero. 

Spesso chi affronta un’esperienza come la tua prova vergogna nel parlare della propria fragilità. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la tua vulnerabilità senza filtri protettivi?

Nel libro parlo di un me che non ha saputo proteggersi per mancanza di amor proprio, cercando di esplorare un’anatomia tutta personale di questo tipo d’incrinatura. Quando scrivevo pensavo solo ad essere lì e a non farmi domande, tipo: cosa penseranno ora di me? Mi sono esposto troppo? Mi sono messo di nuovo in una posizione di fragilità? L’unica mia preoccupazione in fase di scrittura era di non fare uno sfogo, una vendetta o un’autoanalisi fine a sé stessa. Sono stato coraggioso e  dissociato insieme? Non lo so. È stato per me essenziale lavorare con la mia editor, Maria Carmela Leto. La sua accoglienza mi ha fatto sentire in un luogo mentale sicuro e rigoroso, e mi ha dato molto coraggio. Ora per me la sfida più grande è lasciarlo andare, il libro. Ormai è fatta. Spero solo che possa accompagnare il lettore come uno specchio dove potersi guardare, nudo, in un luogo intimo e protetto che solo la scrittura sa offrire. 

Credi che il contesto di una metropoli così competitiva e spietata e la pressione che ne deriva, abbia favorito l’insorgere della dinamica tossica che descrivi, o si è trattato di un caso isolato?

Se mentre corri una maratona ti fai una brutta ferita alla gamba e non la medichi subito, perché devi correre, devi farcela, devi vincere, quella ferita rischia di infettarsi, a meta è probabile che non ci arriverai comunque, e i danni potrebbero perdurare. Le dinamiche tossiche nelle relazioni proliferano in una metropoli come New York dove tutto è accelerato, amplificato e tu devi sempre correre. Se esci dalla maratona per prendere fiato o medicarti, ne esci per sempre. In un posto così competitivo, sono tutti nella tua stessa situazione: è difficile prendersi cura gli uni degli altri. Nel caso dei due protagonisti del romanzo, entrambi vivono la pressione della città e le aspettative delle rispettive famiglie in Europa, ma uno reagisce, diciamo, con “violenza e prevaricazione”, l’altro, forse, con il vittimismo. Entrambi, però, partono dalle stesse paure: quella di soccombere e quella di non essere amati. Non credo che questa sia una combinazione tossica rara.

Sono rimasta molto colpita dalla tua autenticità stilistica. È stato difficile resistere alla tentazione di romanzare i fatti per renderli meno amari?

Il tempo della memoria ottunde, il ricordo deforma, la scrittura imbriglia, taglia, sposta, ricodifica. L’unica cosa che si cristallizza e non muta, per me, è il ganglio emotivo soggettivo. Settata l’arena e le dinamiche tra i personaggi secondo rimandi reali, l’unica aderenza assoluta al reale che mi interessava mantenere era quella della dimensione emotiva, e l’autofiction questo lo permette. Questo mi ha dato la libertà di non concedere deroghe al dolore e all’amarezza. Mio padre ha letto gran parte di questo libro e mi ha detto: daglielo uno zuccherino al lettore, è molto amaro. Ci teneva che fosse accolto bene dal pubblico, che io ne uscissi bene. Ne abbiamo parlato e ha capito: il libro doveva essere sincero rispetto alle mie fragilità. Ci teneva che lo pubblicassi: ogni volta che tornavo a casa o mi chiamava, mi chiedeva se avessi trovato una casa editrice. Non sono riuscito a pubblicarlo prima della sua morte. Per tutto questo ho voluto dedicarglielo.

Love Bombing termina con una consapevolezza sofferta. Oggi che per te come per molti altri il sogno americano è finito, cosa vorresti che il tuo futuro ti riservasse?

Il sogno americano è stato per oltre un secolo un potente magnete. Sicuramente grazie al soft power esercitato dal cinema, ma anche perché si basava sulla premessa del merito, una chimera in grado di attirare chiunque. Purtroppo, il merito, negli U.S.A. come ovunque, è innanzitutto frutto del privilegio. Le declinazioni del sogno americano sono tante: per un cittadino messicano che attraversa il confine senza documenti, il sogno è un golden ticket che tutto salva e risolve. Ben diverso da quello di un trentenne europeo, bianco, della medio-alta borghesia, che arriva lì grazie a una borsa di studio post-laurea. Per me che ci ho vissuto a cavallo del primo decennio degli anni duemila, era il sogno del cinema. Ma c’è un tipo di sogno americano che è forse più difficile da decifrare: il sogno di chi resta, di chi quel confine non è mai riuscito o non ha mai voluto varcarlo. Se tu vai in America e ce la fai, certifichi a chi resta che se vuole, anche lui può farcela e che, se dove è rimasto ha fallito, non è per colpa sua. Ora, pare, il sogno americano si sta sgretolando. Ma quando decisi di andarmene, ricordo le conversazioni accorate con alcuni miei amici europei che vivevano come me negli U.S.A. e che mi dicevano: “Ma davvero vuoi rinunciare alla tua doppia identità? Qui sei speciale perché sei europeo, in Europa sei figo perché vivi in America. Ma io non mi sentivo né l’uno, né l’altro, e ho deciso di tornare. Tradire un sogno, si sa, è imperdonabile. 

Sono tornato in Italia ormai dieci anni fa e qui sto costruendo il mio futuro. In definitiva faccio quello che facevo negli U.S.A. ma con il bagaglio di quell’esperienza che mi ha aiutato tanto: insegno, scrivo, creo audio-video. Ma ora, dopo il Covid, anche da qui posso parlare al resto del mondo (le piattaforme di streaming e i social ce lo permettono). Da qui posso cercare di contribuire alla vita sociale e culturale del mio paese, qui posso sentire un senso di appartenenza radicato nel passato. Qui sono stato vicino ai miei genitori. In definitiva, il mio sogno lo sto vivendo. E ne sono grato. Ora sogno un’Europa pacifica e coesa.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Antonella Orefice per “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editrice) , di Lavinia Capogna

Eleonora de Fonseca Pimentel, un ritratto veritierorecensione e intervista di Lavinia Capogna

“Abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato” disse Georges Jacques Danton nel 1794 a Parigi nel suo discorso pronunciato nel severo Tribunale che, nella lotta furibonda tra le fazioni, lo aveva condannato a morte. 

La rivoluzione francese fu l’evento storico durato dieci anni (1789/1799) che cambiò la storia d’Europa e portò il mondo occidentale nella modernità. 

Era stata preceduta da un’altra rivoluzione e una guerra avvenuta nel lontano continente americano. 

Sulla Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta da quegli inglesi americani che si erano ribellati alla monarchia di Londra, aveva avuto una notevole influenza, grazie ad un contatto epistolare con Benjamin Franklin, un giovane ed intelligente filosofo e legislatore partenopeo Gaetano Filangieri (nato a San Sebastiano al Vesuvio nel 1752), autore de “La Scienza della Legislazione”, un testo fondamentale del 1700. 

Nello stesso anno era nata a Roma Eleonora De Fonseca Pimentel. Entrambi avrebbero avuto un grande peso nella terza rivoluzione del secolo che sarebbe scoppiata a Napoli nel 1799 e che, si può dire con ragionevolezza, se non fosse durata solo cinque mesi avrebbe cambiato la storia del sud e dell’Italia intera. 

Filangieri la influenzò solo con il suo pensiero perché purtroppo era deceduto prima, appena trentacinquenne nel 1788 e Pimentel con la redazione dei 35 numeri de “Il Monitore Napoletano”, preziosa rivista in cui commentò gli eventi della rivoluzione con accorate e vibranti parole. 

Di Eleonora (come la chiameremo da qui in poi) si sono occupati nel tempo Benedetto Croce, vari cronisti, Maria Antonietta Macciocchi, partigiana, scrittrice, giornalista, cineasti e Enzo Striano, autore de “Il resto di niente”, un bel romanzo ma in cui la sua figura è più una creazione letteraria che un ritratto storico. 

Antonella Orefice, storica napoletana, autrice di varie opere, esperta del Settecento partenopeo (nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli), ha pubblicato nel 2019 un saggio intitolato: “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editore) anch’esso vincitore di alcuni premi letterari. 

È un testo importante perché finalmente riesce, attraverso una meticolosa e rigorosa ricerca storica, a restituirci Eleonora al di là del mito e delle licenze poetiche di alcuni predecessori. 

Ne esce un ritratto commovente, intenso ma mai retorico. Eleonora fu una persona poliedrica. Nata in una nobile famiglia portoghese nell’elegante via di Ripetta come abbiamo detto a Roma (dove una targa la ricorda) si era poi trasferita a Napoli, che divenne di fatto la sua città. C’è anche una targa a Napoli nella Piazza Mercato, all’ingresso della Chiesa del Carmine Maggiore, dove venne impiccata il 20 agosto 1799 a 47 anni.

Antonella Orefice ricostruisce con passione la storia e l’atmosfera della capitale del Regno delle Due Sicilie dandoci un quadro assai vivido e dettagliato di una città pittoresca piena di contrasti. Napoli era allora la città più importante e popolata d’Europa dopo Parigi. 

Era meta di viaggiatori illustri come Johann Wolfgang Goethe fuggito sotto falso nome da Weimar, appassionati d’arte, poeti, avventurieri. C’erano stridenti differenze sociali: dalla ultra lussuosa corte del re Ferdinando, chiamato “il re lazzarone” e della sua dispotica moglie, Maria Carolina (che aveva la stessa età di Eleonora) al potentissimo clero, dalla nascente “borghesia” fino al sottoproletariato, il popolo dei vicoli e dei bassi. 

La descrizione e la storia di Napoli risulta essenziale nel libro per comprendere le dinamiche della rivoluzione. 

C’era infatti a Napoli un gruppo di intellettuali Illuministi che vennero chiamati poi giacobini dalla reazione che si riunivano attorno a Domenico Cirillo, Mario Pagano, Vincenzo Cuoco ed altri, avvocati, studiosi, letterati, appassionati di scienza, alcuni religiosi e giovani di idee libertarie che provenivano da tutto il meridione. 

Orefice ricostruisce queste personalità facendo il ritratto di una gioventù emancipata e, a mio avviso, di maggior spessore morale dei capi rivoluzionari francesi. 

La madre di Eleonora aveva fatto impartire alla figlia un’educazione avanzata rispetto a quella delle altre ragazze della sua classe sociale che aveva sviluppato il suo talento naturale per la letteratura. La sua era una famiglia relativamente benestante: Eleonora poté studiare con dei precettori il latino, il francese e l’inglese (cosa assai rara allora). Divenne una poetessa ammirata, ebbe anche una corrispondenza epistolare con l’anziano Voltaire che le avrebbe dedicato un sonetto e con Metastasio, il grande autore di libretti d’opera e riformatore letterario. 

Venne quindi ammessa nella prestigiosa Arcadia, la nota accademia di artisti e poeti che usavano bizzarri pseudonimi e che era aperta anche alle donne; e, nello stesso periodo, fu accolta a corte e stimata dalla regina austriaca che la nominò sua bibliotecaria. 

Tuttavia la sua vita cambiò drasticamente quando venne a mancare la madre e venne combinato un matrimonio con un militare. Un pessimo marito, violento, prepotente, mendace. Eleonora perdette anche un figlio di pochi mesi, a cui avrebbe dedicato toccanti poesie, a causa del vaiolo che nel secolo aveva procurato gravissime epidemie. 

Orefice ci accompagna nel ritratto veritiero di questa donna che divenne una delle figure di spicco della rivoluzione e anche la prima giornalista italiana. Eleonora credeva nell’uguaglianza, nella libertà, nella giustizia sociale. Manterrà una fede cristiana interiore e non di apparenza. 

La Rivoluzione Napoletana del 1799 è considerata l’unico esempio di rivoluzione pre-socialista riuscita nel secolo in Italia. 

La cosa affascinante è che un gruppo relativamente piccolo di rivoluzionari riuscì a tener testa ad una potentissima monarchia. 

Sostenuta abbastanza ma non troppo dai francesi, riuscì ad approvare alcune riforme ma venne spietatamente repressa da un’armata di briganti e contadini capitanata da un potente vescovo, dall’ammiraglio Nelson, partner della bellissima Emma Lyon che aveva fatto innamorare non solo lui ma, sembra, anche la regina. La tragica repressione non riguarderà solo Napoli ma anche molti paesi del sud e del centro che avevano aderito ai moti. Orefice ci racconta le efferatezze di questa armata che ebbe la spudoratezza di chiamarsi della Santa Fede al servizio dei reali fuggiti in Sicilia e che distrusse il sogno umanitario di una generazione. Non riuscì però a distruggere i loro ideali. 

Il libro ha il grande pregio di essere scritto in modo scorrevole, avvincente, e quindi non è solo un’opera per gli addetti ai lavori ma risulta assai gradevole e comprensibile anche per quei lettori meno ferrati in storia. Fa anche parte di quella ricerca incominciata negli anni ’70 che riguarda le donne per troppo tempo assenti o escluse dai manuali. 

Chiediamo a Antonella Orefice di raccontarci qualcosa di questo lavoro:

Che cosa ti ha spinta a scrivere su Eleonora?  

Eleonora è entrata nella mia vita da quando ne scoprii il nome per la prima volta in un libro del liceo e da allora non l’ho più dimenticata. Sono quelle cose che appartengono ai misteri della vita e di cui col tempo ne divengono parte. Una volta acquisiti gli strumenti dello storico ho iniziato a fare ricerche su di lei, prima quelle bibliografiche poi quelle archivistiche. Col tempo mi è divenuta cara come un’antica persona di famiglia che mi veniva in soccorso soprattutto nei momenti difficili. Il suo esempio di donna mi ha dato la forza di superare tante avversità. Cercarla e scrivere per lei è divenuta una missione da compiere.

Quando Eleonora chiese la separazione dal marito portando però la sua vita privata in tribunale fece un’azione che, mi sembra, ha qualcosa da insegnare anche alle donne di oggi. Che cosa ne pensi? 

Fu un atto di forte coraggio, il prezzo della libertà. Allora il divorzio per una donna appariva un’azione vergognosa, ma lei riuscì a superare quei malevoli giudizi e le conseguenze con una fermezza di spirito che le era propria. È un atto di coraggio che tutte le donne sopraffatte dagli uomini dovrebbero emulare per rompere le catene e non finire vittime di uomini violenti. La forza non è una prerogativa maschile. Il mondo è pieno di uomini narcisisti che trascinano le donne in legami tossici. Cercano di sminuirle, indebolirle, disarmarle, e che di fronte all’abbandono reagiscono con violenza, fino ad ucciderle. Il più delle volte è l’autonomia economica che manca alle donne per riscattarsi, ma non è solo questo. Il continuo logorio fisico e mentale attecchisce nella mente e nell’anima delle vittime caratterialmente più deboli e recuperare l’autostima non è facile. Ma non è impossibile. La forza va cercata innanzitutto in se stesse e soprattutto al di fuori di certi contesti che non lasciano vedere vie d’uscita. Eleonora lo fece allora e cercò di offrire la sua riconquistata libertà a tutto un popolo. Ma allora i tempi non erano ancora pronti. Ora si. Ora si deve.

Anche se ci sono pochi elementi storici cosa pensi del rapporto umano tra Eleonora e la regina Maria Carolina che sembrano due personaggi opposti? 

Credo non ci sia mai stato un rapporto umano tra loro. Eleonora fu la sua bibliotecaria, sperò di vedere attuate delle riforme sociali, sperò tanto, ma invano perché la sua idea di libertà e democrazia richiedeva dei presupposti completamente diversi. Un monarca crede di essere un dio in terra e mai potrebbe accettare una sovranità popolare.

Nel 2011 hai fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui sei direttrice. Quali sono gli intenti della rivista? 

La finalità è essenzialmente quella di diffondere cultura, l’unica arma capace di rendere le persone libere.

Antonella Orefice, storica, nata a Napoli. Laureatasi in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, si occupa di ricerche storiche relative al 1700 e 1800 napoletano. Tali studi hanno ricevuto il premio per la ricerca storica con la pubblicazione del lavoro da parte dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, conferito per le opere “La Penna e la Spada” del 2009 ed “Il Pantheon dei Martiri del 1799” del 2012. Nel 2011 ha fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui è direttrice. Per i suoi studi nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli. Ha pubblicato molti studi ed articoli importanti che non possiamo citare tutti per ragioni di spazio ma tra i quali segnaliamo: Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno Editrice, 2019; Le Austriache. Maria Antonietta e Maria Carolina, sorelle regine tra Napoli e Parigi, Roma, Salerno Editrice, 2022; Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Vicerè ai Savoia (1536-1862), Napoli, Editoriale Scientifica, 2023; Le regole dell’Accademia degli Oziosi e il Fondo Libri proibiti dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXLIII, 2025. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Matteo Paoloni per “Le impercettibili oscillazioni” (Hacca, 2025), di Gabriele Torchetti

E’ uscito il 28 novembre scorso l’ultimo romanzo di Matteo Paoloni – classe 1986, editor, ghostwriter, fondatore e direttore editoriale di Revolver Edizioni – e il nostro amato libraio, Gabriele Torchetti del Panda sulla Luna, sempre attento a segnalarci nuove chicche, ha voluto intervistare l’autore de “Le impercettibili oscillazioni” per gli amici del Randagio.

Un libro non si giudica dalla copertina, lo sappiamo. Ma guardando quella di Le impercettibili oscillazioni sembra di essere già dentro il libro. Quanto il lavoro grafico di Maurizio Ceccato è corrispondente alla trama e a quello che accade nel romanzo?

Quando ho visto per la prima volta la copertina di Maurizio Ceccato è successo qualcosa di bizzarro. Ho avuto la sensazione di aver capito davvero, finalmente, il libro che avevo scritto. L’immagine di una casa sospesa, isolata, da cui l’acqua scorre via come se stesse cedendo una diga, restituisce visivamente uno dei nuclei centrali del romanzo: l’idea di isola, di separazione. L’essere tagliati fuori dal resto del mondo pur restandoci fisicamente dentro. Il lavoro di Maurizio mi ha fatto scoprire che nel libro c’è lo stesso concetto di filtrazione, di sgocciolamento. Quel non riuscire a mantenere qualcosa al proprio posto provocando senza volerlo un effetto enorme come una cascata. La forza evocativa sta anche nel contrasto tra il titolo e l’immagine, credo. Le impercettibili oscillazioni rimanda a movimenti minimi, quasi invisibili, mentre la cascata è un elemento di potenza dirompente. A mio avviso è proprio in questa frizione che la copertina diventa efficace e riesce a raccontare quello che accade nel libro. Dietro moti interiori apparentemente lievi, si nascondono crepe enormi.

Nel tuo romanzo il protagonista saluta genitori, amici, nemici e Marta, la ragazza che ha amato, come se tracciasse mappa di addii prima di una partenza importante. Quanto ti interessava esplorare questa fase di separazione e come hai reso ciascun rapporto unico e significativo?

Il romanzo nasce dall’idea per cui, prima di ogni cambiamento radicale, ci sia una specie di inventario affettivo. Il protagonista senza nome di questa storia infatti non parte subito, anche se, dato che comunque stiamo parlando di una fuga, per lui sarebbe indubbiamente più facile. In fondo potrebbe sparire e basta, un po’ come ha fatto Massi, il personaggio misterioso che lo ha preceduto. Lui invece decide che prima dello squarcio definitivo deve attraversare una serie di incontri che sono, di fatto, degli addii in piena regola. Addii mai solenni, mai risolutivi, questo sì, e anzi spesso sbilenchi e interrotti, frustranti. Ma comunque necessari per andarsene in pace. Anche se poi non c’è nulla di davvero pacificato in questi saluti, perché i rapporti che raccontano non lo sono mai stati fino in fondo. Inoltre, se ci fai caso, gli incontri avvengono sempre a due, senza testimoni. Questo per me era l’aspetto più importante mentre scrivevo, perché così facendo si eliminava ogni possibilità di uno sguardo esterno che potesse contraddire ciò che il protagonista vedeva e sentiva. Per lui infatti è essenziale che la realtà passi attraverso la sua interpretazione, anche quando è instabile o irrimediabilmente compromessa. È questo che sta cercando, dopotutto: una versione del mondo che gli appartenga. 

Quali eventi o ricordi contribuiscono al senso di inquietudine e disagio interiore del protagonista, e queste oscillazioni emotive riflettono più una fuga dalla realtà o una spinta verso un riscatto personale?

L’inquietudine del protagonista nasce da una stratificazione di ricordi e di eventi (il proiettore che ha sempre dentro alla testa): l’amicizia con Massi, un ricovero coatto in un reparto psichiatrico, la solitudine della madre, l’allontanamento del padre, il rapporto disfunzionale con la sua ragazza, il senso di fallimento che accompagna l’età adulta quando le promesse della giovinezza non vengono mantenute. Le oscillazioni emotive non sono né una fuga dalla realtà, né un percorso lineare verso il riscatto. Per come la vedo io, sono piuttosto una condizione permanente. Il protagonista è sospeso tra il desiderio di sparire e quello di essere visto, tra la tentazione di mollare tutto e la necessità di restare. Vive in questo limbo, e questo limbo non è passeggero. In tal senso, il romanzo non offre una soluzione, ma una presa di coscienza.

Matteo, puoi parlarci del ruolo che hanno i suoi genitori in questa storia, la loro separazione ha distorto in qualche modo i ricordi dell’infanzia e la sua percezione di “casa”?

I genitori in questa storia (ma forse in tutte le storie) sono centrali perché rappresentano due modi diversi di abitare il passato. La loro separazione ha inevitabilmente deformato i ricordi dell’infanzia, rendendo la casa un luogo instabile, mai del tutto sicuro. La madre è associata a una dimensione più emotiva, fragile, spesso soffocante. Il padre a una presenza intermittente, più distante ma non per questo meno ingombrante (dopotutto, è lui ad averlo introdotto alla musica, che è forse l’elemento più significativo della sua vita). Il protagonista, nella sua confusione emotiva, non sa più dove collocare i ricordi, e spesso non capisce più se appartengano a un tempo felice o se siano stati riscritti dal dolore. È questa ambiguità, senza dubbio, uno dei cuori pulsanti del libro.

Apparentemente Marta è la figura meno conciliante nella tua narrazione, mette il protagonista con le spalle al muro. In che modo il suo ruolo influenza o determina le sue scelte?

Marta è la figura meno conciliante perché è l’unica che non concede al protagonista alibi. Non lo rassicura, non lo protegge, non lo assolve. In questo senso è una presenza scomoda, ma è anche il suo unico, vero contatto con la realtà. Per il resto lui è disancorato. Un’isola alla deriva. Il ruolo di Marta è quello di metterlo davanti alle conseguenze delle proprie scelte o delle proprie non-scelte. Per lei infatti la sua malattia mentale non è mai una scusa, uno scudo protettivo dietro il quale nascondersi. Mi sembrava un punto di vista interessante da esplorare. La normalizzazione estrema del disagio psichico, l’assenza assoluta di paternalismo medico, in un certo senso. E poi mi piaceva l’idea di questa ragazza estremamente fragile che davanti a lui diventa forte, quasi come una statua. Anche se poi è soltanto una statua di sabbia.

Questa è una domanda mia personale, legata ai miei gusti da lettore. Se non ci fosse stato Pier Vittorio Tondelli probabilmente non ci sarebbe stata la gioventù cannibale. Durante una notte di un ricovero del protagonista, Marta legge nella sala d’attesa di un ospedale “Fluo – storie di giovani a Riccione” di Isabella Santacroce. Come mai hai scelto proprio questo libro? Cosa ha significato per te inserirlo in quel frangente narrativo?

La scelta di Fluo non è casuale. Quel libro, e più in generale l’immaginario legato a Isabella Santacroce, rappresentano un’idea di giovinezza estrema, esposta, iperemotiva, che per me è stata importante come lettore. Inserirlo in una sala d’attesa di un ospedale, durante un momento di sospensione e fragilità, significava creare un corto circuito: un testo che parla di eccesso vitale letto in un luogo dove il corpo è vulnerabile, fermo, in attesa. È anche un omaggio a una stagione letteraria che ha segnato profondamente il mio modo di leggere e di pensare la scrittura. Insomma, mi andava di inserirlo, in qualche modo.

Hai pubblicato con Hacca Edizioni e sei direttore editoriale di Revolver, una realtà editoriale giovane e indipendente. Pur con approcci diversi, quali punti in comune vedi tra le due realtà in termini di focus editoriale. Come affrontare la sfida di far scoprire nuovi lettori a case editrici lontane dai circuiti del mainstream? 

Hacca e Revolver sono due realtà piuttosto diverse – per storia, struttura e ambizioni – ma che condividono un’attenzione (e un’ossessione) molto simile verso la scrittura e i testi. In entrambi i casi il focus non è sull’inseguimento del mercato, ma sulla costruzione di un catalogo coerente, riconoscibile, con un progetto di ricerca linguistica che nel tempo possa generare fiducia nei lettori. Per le case editrici indipendenti la sfida è tutta qui: prima di tutto farsi scoprire, dopodiché, e forse questa è la parte più difficile, sopravvivere senza snaturarsi. È un lavoro fatto di cura, di continuità, di passaparola, spesso di tentativi a vuoto. I nuovi lettori non si conquistano con un singolo titolo forte, ma mostrando una visione e un’idea di letteratura che, libro dopo libro, riesca a creare una comunità. È un lavoro lento e spesso invisibile (e sicuramente mal pagato), ma a mio avviso è anche l’unico che abbia davvero un senso.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.