Intervista a Antonella Orefice per “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editrice) , di Lavinia Capogna

Eleonora de Fonseca Pimentel, un ritratto veritierorecensione e intervista di Lavinia Capogna

“Abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato” disse Georges Jacques Danton nel 1794 a Parigi nel suo discorso pronunciato nel severo Tribunale che, nella lotta furibonda tra le fazioni, lo aveva condannato a morte. 

La rivoluzione francese fu l’evento storico durato dieci anni (1789/1799) che cambiò la storia d’Europa e portò il mondo occidentale nella modernità. 

Era stata preceduta da un’altra rivoluzione e una guerra avvenuta nel lontano continente americano. 

Sulla Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta da quegli inglesi americani che si erano ribellati alla monarchia di Londra, aveva avuto una notevole influenza, grazie ad un contatto epistolare con Benjamin Franklin, un giovane ed intelligente filosofo e legislatore partenopeo Gaetano Filangieri (nato a San Sebastiano al Vesuvio nel 1752), autore de “La Scienza della Legislazione”, un testo fondamentale del 1700. 

Nello stesso anno era nata a Roma Eleonora De Fonseca Pimentel. Entrambi avrebbero avuto un grande peso nella terza rivoluzione del secolo che sarebbe scoppiata a Napoli nel 1799 e che, si può dire con ragionevolezza, se non fosse durata solo cinque mesi avrebbe cambiato la storia del sud e dell’Italia intera. 

Filangieri la influenzò solo con il suo pensiero perché purtroppo era deceduto prima, appena trentacinquenne nel 1788 e Pimentel con la redazione dei 35 numeri de “Il Monitore Napoletano”, preziosa rivista in cui commentò gli eventi della rivoluzione con accorate e vibranti parole. 

Di Eleonora (come la chiameremo da qui in poi) si sono occupati nel tempo Benedetto Croce, vari cronisti, Maria Antonietta Macciocchi, partigiana, scrittrice, giornalista, cineasti e Enzo Striano, autore de “Il resto di niente”, un bel romanzo ma in cui la sua figura è più una creazione letteraria che un ritratto storico. 

Antonella Orefice, storica napoletana, autrice di varie opere, esperta del Settecento partenopeo (nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli), ha pubblicato nel 2019 un saggio intitolato: “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editore) anch’esso vincitore di alcuni premi letterari. 

È un testo importante perché finalmente riesce, attraverso una meticolosa e rigorosa ricerca storica, a restituirci Eleonora al di là del mito e delle licenze poetiche di alcuni predecessori. 

Ne esce un ritratto commovente, intenso ma mai retorico. Eleonora fu una persona poliedrica. Nata in una nobile famiglia portoghese nell’elegante via di Ripetta come abbiamo detto a Roma (dove una targa la ricorda) si era poi trasferita a Napoli, che divenne di fatto la sua città. C’è anche una targa a Napoli nella Piazza Mercato, all’ingresso della Chiesa del Carmine Maggiore, dove venne impiccata il 20 agosto 1799 a 47 anni.

Antonella Orefice ricostruisce con passione la storia e l’atmosfera della capitale del Regno delle Due Sicilie dandoci un quadro assai vivido e dettagliato di una città pittoresca piena di contrasti. Napoli era allora la città più importante e popolata d’Europa dopo Parigi. 

Era meta di viaggiatori illustri come Johann Wolfgang Goethe fuggito sotto falso nome da Weimar, appassionati d’arte, poeti, avventurieri. C’erano stridenti differenze sociali: dalla ultra lussuosa corte del re Ferdinando, chiamato “il re lazzarone” e della sua dispotica moglie, Maria Carolina (che aveva la stessa età di Eleonora) al potentissimo clero, dalla nascente “borghesia” fino al sottoproletariato, il popolo dei vicoli e dei bassi. 

La descrizione e la storia di Napoli risulta essenziale nel libro per comprendere le dinamiche della rivoluzione. 

C’era infatti a Napoli un gruppo di intellettuali Illuministi che vennero chiamati poi giacobini dalla reazione che si riunivano attorno a Domenico Cirillo, Mario Pagano, Vincenzo Cuoco ed altri, avvocati, studiosi, letterati, appassionati di scienza, alcuni religiosi e giovani di idee libertarie che provenivano da tutto il meridione. 

Orefice ricostruisce queste personalità facendo il ritratto di una gioventù emancipata e, a mio avviso, di maggior spessore morale dei capi rivoluzionari francesi. 

La madre di Eleonora aveva fatto impartire alla figlia un’educazione avanzata rispetto a quella delle altre ragazze della sua classe sociale che aveva sviluppato il suo talento naturale per la letteratura. La sua era una famiglia relativamente benestante: Eleonora poté studiare con dei precettori il latino, il francese e l’inglese (cosa assai rara allora). Divenne una poetessa ammirata, ebbe anche una corrispondenza epistolare con l’anziano Voltaire che le avrebbe dedicato un sonetto e con Metastasio, il grande autore di libretti d’opera e riformatore letterario. 

Venne quindi ammessa nella prestigiosa Arcadia, la nota accademia di artisti e poeti che usavano bizzarri pseudonimi e che era aperta anche alle donne; e, nello stesso periodo, fu accolta a corte e stimata dalla regina austriaca che la nominò sua bibliotecaria. 

Tuttavia la sua vita cambiò drasticamente quando venne a mancare la madre e venne combinato un matrimonio con un militare. Un pessimo marito, violento, prepotente, mendace. Eleonora perdette anche un figlio di pochi mesi, a cui avrebbe dedicato toccanti poesie, a causa del vaiolo che nel secolo aveva procurato gravissime epidemie. 

Orefice ci accompagna nel ritratto veritiero di questa donna che divenne una delle figure di spicco della rivoluzione e anche la prima giornalista italiana. Eleonora credeva nell’uguaglianza, nella libertà, nella giustizia sociale. Manterrà una fede cristiana interiore e non di apparenza. 

La Rivoluzione Napoletana del 1799 è considerata l’unico esempio di rivoluzione pre-socialista riuscita nel secolo in Italia. 

La cosa affascinante è che un gruppo relativamente piccolo di rivoluzionari riuscì a tener testa ad una potentissima monarchia. 

Sostenuta abbastanza ma non troppo dai francesi, riuscì ad approvare alcune riforme ma venne spietatamente repressa da un’armata di briganti e contadini capitanata da un potente vescovo, dall’ammiraglio Nelson, partner della bellissima Emma Lyon che aveva fatto innamorare non solo lui ma, sembra, anche la regina. La tragica repressione non riguarderà solo Napoli ma anche molti paesi del sud e del centro che avevano aderito ai moti. Orefice ci racconta le efferatezze di questa armata che ebbe la spudoratezza di chiamarsi della Santa Fede al servizio dei reali fuggiti in Sicilia e che distrusse il sogno umanitario di una generazione. Non riuscì però a distruggere i loro ideali. 

Il libro ha il grande pregio di essere scritto in modo scorrevole, avvincente, e quindi non è solo un’opera per gli addetti ai lavori ma risulta assai gradevole e comprensibile anche per quei lettori meno ferrati in storia. Fa anche parte di quella ricerca incominciata negli anni ’70 che riguarda le donne per troppo tempo assenti o escluse dai manuali. 

Chiediamo a Antonella Orefice di raccontarci qualcosa di questo lavoro:

Che cosa ti ha spinta a scrivere su Eleonora?  

Eleonora è entrata nella mia vita da quando ne scoprii il nome per la prima volta in un libro del liceo e da allora non l’ho più dimenticata. Sono quelle cose che appartengono ai misteri della vita e di cui col tempo ne divengono parte. Una volta acquisiti gli strumenti dello storico ho iniziato a fare ricerche su di lei, prima quelle bibliografiche poi quelle archivistiche. Col tempo mi è divenuta cara come un’antica persona di famiglia che mi veniva in soccorso soprattutto nei momenti difficili. Il suo esempio di donna mi ha dato la forza di superare tante avversità. Cercarla e scrivere per lei è divenuta una missione da compiere.

Quando Eleonora chiese la separazione dal marito portando però la sua vita privata in tribunale fece un’azione che, mi sembra, ha qualcosa da insegnare anche alle donne di oggi. Che cosa ne pensi? 

Fu un atto di forte coraggio, il prezzo della libertà. Allora il divorzio per una donna appariva un’azione vergognosa, ma lei riuscì a superare quei malevoli giudizi e le conseguenze con una fermezza di spirito che le era propria. È un atto di coraggio che tutte le donne sopraffatte dagli uomini dovrebbero emulare per rompere le catene e non finire vittime di uomini violenti. La forza non è una prerogativa maschile. Il mondo è pieno di uomini narcisisti che trascinano le donne in legami tossici. Cercano di sminuirle, indebolirle, disarmarle, e che di fronte all’abbandono reagiscono con violenza, fino ad ucciderle. Il più delle volte è l’autonomia economica che manca alle donne per riscattarsi, ma non è solo questo. Il continuo logorio fisico e mentale attecchisce nella mente e nell’anima delle vittime caratterialmente più deboli e recuperare l’autostima non è facile. Ma non è impossibile. La forza va cercata innanzitutto in se stesse e soprattutto al di fuori di certi contesti che non lasciano vedere vie d’uscita. Eleonora lo fece allora e cercò di offrire la sua riconquistata libertà a tutto un popolo. Ma allora i tempi non erano ancora pronti. Ora si. Ora si deve.

Anche se ci sono pochi elementi storici cosa pensi del rapporto umano tra Eleonora e la regina Maria Carolina che sembrano due personaggi opposti? 

Credo non ci sia mai stato un rapporto umano tra loro. Eleonora fu la sua bibliotecaria, sperò di vedere attuate delle riforme sociali, sperò tanto, ma invano perché la sua idea di libertà e democrazia richiedeva dei presupposti completamente diversi. Un monarca crede di essere un dio in terra e mai potrebbe accettare una sovranità popolare.

Nel 2011 hai fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui sei direttrice. Quali sono gli intenti della rivista? 

La finalità è essenzialmente quella di diffondere cultura, l’unica arma capace di rendere le persone libere.

Antonella Orefice, storica, nata a Napoli. Laureatasi in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, si occupa di ricerche storiche relative al 1700 e 1800 napoletano. Tali studi hanno ricevuto il premio per la ricerca storica con la pubblicazione del lavoro da parte dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, conferito per le opere “La Penna e la Spada” del 2009 ed “Il Pantheon dei Martiri del 1799” del 2012. Nel 2011 ha fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui è direttrice. Per i suoi studi nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli. Ha pubblicato molti studi ed articoli importanti che non possiamo citare tutti per ragioni di spazio ma tra i quali segnaliamo: Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno Editrice, 2019; Le Austriache. Maria Antonietta e Maria Carolina, sorelle regine tra Napoli e Parigi, Roma, Salerno Editrice, 2022; Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Vicerè ai Savoia (1536-1862), Napoli, Editoriale Scientifica, 2023; Le regole dell’Accademia degli Oziosi e il Fondo Libri proibiti dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXLIII, 2025. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Matteo Paoloni per “Le impercettibili oscillazioni” (Hacca, 2025), di Gabriele Torchetti

E’ uscito il 28 novembre scorso l’ultimo romanzo di Matteo Paoloni – classe 1986, editor, ghostwriter, fondatore e direttore editoriale di Revolver Edizioni – e il nostro amato libraio, Gabriele Torchetti del Panda sulla Luna, sempre attento a segnalarci nuove chicche, ha voluto intervistare l’autore de “Le impercettibili oscillazioni” per gli amici del Randagio.

Un libro non si giudica dalla copertina, lo sappiamo. Ma guardando quella di Le impercettibili oscillazioni sembra di essere già dentro il libro. Quanto il lavoro grafico di Maurizio Ceccato è corrispondente alla trama e a quello che accade nel romanzo?

Quando ho visto per la prima volta la copertina di Maurizio Ceccato è successo qualcosa di bizzarro. Ho avuto la sensazione di aver capito davvero, finalmente, il libro che avevo scritto. L’immagine di una casa sospesa, isolata, da cui l’acqua scorre via come se stesse cedendo una diga, restituisce visivamente uno dei nuclei centrali del romanzo: l’idea di isola, di separazione. L’essere tagliati fuori dal resto del mondo pur restandoci fisicamente dentro. Il lavoro di Maurizio mi ha fatto scoprire che nel libro c’è lo stesso concetto di filtrazione, di sgocciolamento. Quel non riuscire a mantenere qualcosa al proprio posto provocando senza volerlo un effetto enorme come una cascata. La forza evocativa sta anche nel contrasto tra il titolo e l’immagine, credo. Le impercettibili oscillazioni rimanda a movimenti minimi, quasi invisibili, mentre la cascata è un elemento di potenza dirompente. A mio avviso è proprio in questa frizione che la copertina diventa efficace e riesce a raccontare quello che accade nel libro. Dietro moti interiori apparentemente lievi, si nascondono crepe enormi.

Nel tuo romanzo il protagonista saluta genitori, amici, nemici e Marta, la ragazza che ha amato, come se tracciasse mappa di addii prima di una partenza importante. Quanto ti interessava esplorare questa fase di separazione e come hai reso ciascun rapporto unico e significativo?

Il romanzo nasce dall’idea per cui, prima di ogni cambiamento radicale, ci sia una specie di inventario affettivo. Il protagonista senza nome di questa storia infatti non parte subito, anche se, dato che comunque stiamo parlando di una fuga, per lui sarebbe indubbiamente più facile. In fondo potrebbe sparire e basta, un po’ come ha fatto Massi, il personaggio misterioso che lo ha preceduto. Lui invece decide che prima dello squarcio definitivo deve attraversare una serie di incontri che sono, di fatto, degli addii in piena regola. Addii mai solenni, mai risolutivi, questo sì, e anzi spesso sbilenchi e interrotti, frustranti. Ma comunque necessari per andarsene in pace. Anche se poi non c’è nulla di davvero pacificato in questi saluti, perché i rapporti che raccontano non lo sono mai stati fino in fondo. Inoltre, se ci fai caso, gli incontri avvengono sempre a due, senza testimoni. Questo per me era l’aspetto più importante mentre scrivevo, perché così facendo si eliminava ogni possibilità di uno sguardo esterno che potesse contraddire ciò che il protagonista vedeva e sentiva. Per lui infatti è essenziale che la realtà passi attraverso la sua interpretazione, anche quando è instabile o irrimediabilmente compromessa. È questo che sta cercando, dopotutto: una versione del mondo che gli appartenga. 

Quali eventi o ricordi contribuiscono al senso di inquietudine e disagio interiore del protagonista, e queste oscillazioni emotive riflettono più una fuga dalla realtà o una spinta verso un riscatto personale?

L’inquietudine del protagonista nasce da una stratificazione di ricordi e di eventi (il proiettore che ha sempre dentro alla testa): l’amicizia con Massi, un ricovero coatto in un reparto psichiatrico, la solitudine della madre, l’allontanamento del padre, il rapporto disfunzionale con la sua ragazza, il senso di fallimento che accompagna l’età adulta quando le promesse della giovinezza non vengono mantenute. Le oscillazioni emotive non sono né una fuga dalla realtà, né un percorso lineare verso il riscatto. Per come la vedo io, sono piuttosto una condizione permanente. Il protagonista è sospeso tra il desiderio di sparire e quello di essere visto, tra la tentazione di mollare tutto e la necessità di restare. Vive in questo limbo, e questo limbo non è passeggero. In tal senso, il romanzo non offre una soluzione, ma una presa di coscienza.

Matteo, puoi parlarci del ruolo che hanno i suoi genitori in questa storia, la loro separazione ha distorto in qualche modo i ricordi dell’infanzia e la sua percezione di “casa”?

I genitori in questa storia (ma forse in tutte le storie) sono centrali perché rappresentano due modi diversi di abitare il passato. La loro separazione ha inevitabilmente deformato i ricordi dell’infanzia, rendendo la casa un luogo instabile, mai del tutto sicuro. La madre è associata a una dimensione più emotiva, fragile, spesso soffocante. Il padre a una presenza intermittente, più distante ma non per questo meno ingombrante (dopotutto, è lui ad averlo introdotto alla musica, che è forse l’elemento più significativo della sua vita). Il protagonista, nella sua confusione emotiva, non sa più dove collocare i ricordi, e spesso non capisce più se appartengano a un tempo felice o se siano stati riscritti dal dolore. È questa ambiguità, senza dubbio, uno dei cuori pulsanti del libro.

Apparentemente Marta è la figura meno conciliante nella tua narrazione, mette il protagonista con le spalle al muro. In che modo il suo ruolo influenza o determina le sue scelte?

Marta è la figura meno conciliante perché è l’unica che non concede al protagonista alibi. Non lo rassicura, non lo protegge, non lo assolve. In questo senso è una presenza scomoda, ma è anche il suo unico, vero contatto con la realtà. Per il resto lui è disancorato. Un’isola alla deriva. Il ruolo di Marta è quello di metterlo davanti alle conseguenze delle proprie scelte o delle proprie non-scelte. Per lei infatti la sua malattia mentale non è mai una scusa, uno scudo protettivo dietro il quale nascondersi. Mi sembrava un punto di vista interessante da esplorare. La normalizzazione estrema del disagio psichico, l’assenza assoluta di paternalismo medico, in un certo senso. E poi mi piaceva l’idea di questa ragazza estremamente fragile che davanti a lui diventa forte, quasi come una statua. Anche se poi è soltanto una statua di sabbia.

Questa è una domanda mia personale, legata ai miei gusti da lettore. Se non ci fosse stato Pier Vittorio Tondelli probabilmente non ci sarebbe stata la gioventù cannibale. Durante una notte di un ricovero del protagonista, Marta legge nella sala d’attesa di un ospedale “Fluo – storie di giovani a Riccione” di Isabella Santacroce. Come mai hai scelto proprio questo libro? Cosa ha significato per te inserirlo in quel frangente narrativo?

La scelta di Fluo non è casuale. Quel libro, e più in generale l’immaginario legato a Isabella Santacroce, rappresentano un’idea di giovinezza estrema, esposta, iperemotiva, che per me è stata importante come lettore. Inserirlo in una sala d’attesa di un ospedale, durante un momento di sospensione e fragilità, significava creare un corto circuito: un testo che parla di eccesso vitale letto in un luogo dove il corpo è vulnerabile, fermo, in attesa. È anche un omaggio a una stagione letteraria che ha segnato profondamente il mio modo di leggere e di pensare la scrittura. Insomma, mi andava di inserirlo, in qualche modo.

Hai pubblicato con Hacca Edizioni e sei direttore editoriale di Revolver, una realtà editoriale giovane e indipendente. Pur con approcci diversi, quali punti in comune vedi tra le due realtà in termini di focus editoriale. Come affrontare la sfida di far scoprire nuovi lettori a case editrici lontane dai circuiti del mainstream? 

Hacca e Revolver sono due realtà piuttosto diverse – per storia, struttura e ambizioni – ma che condividono un’attenzione (e un’ossessione) molto simile verso la scrittura e i testi. In entrambi i casi il focus non è sull’inseguimento del mercato, ma sulla costruzione di un catalogo coerente, riconoscibile, con un progetto di ricerca linguistica che nel tempo possa generare fiducia nei lettori. Per le case editrici indipendenti la sfida è tutta qui: prima di tutto farsi scoprire, dopodiché, e forse questa è la parte più difficile, sopravvivere senza snaturarsi. È un lavoro fatto di cura, di continuità, di passaparola, spesso di tentativi a vuoto. I nuovi lettori non si conquistano con un singolo titolo forte, ma mostrando una visione e un’idea di letteratura che, libro dopo libro, riesca a creare una comunità. È un lavoro lento e spesso invisibile (e sicuramente mal pagato), ma a mio avviso è anche l’unico che abbia davvero un senso.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista ad Antonella Mollicone per “La femminanza” (Nord, 2025), di Amedeo Borzillo

“Noi femmine possiamo far fiorire il mondo, se lo vogliamo” racconta Antonella Mollicone nel suo “La femminanza”, un romanzo che è un viaggio a ritroso nel tempo che parla di donne che fanno nascere e fanno morire, che si dicono segreti, che subiscono violenza e ne sfuggono, che soffrono e che ridono. 

Buongiorno Antonella e benvenuta al Randagio. 

La Femminanza è un romanzo che parla di protofemminismo, di un femminismo come coscienza collettiva che si traduce nella “cerchia”, in cui le donne si riuniscono e che le aiuta a crescere, a sopravvivere e a rinascere. Nella “cerchia” le donne si aiutano, solidarizzano, non sono sole.

 È giusta questa lettura?

Certamente, la femminanza è qualcosa di trasversale. Un femminismo trasversale però, senza ideologie specifiche, per cui l’idea di queste donne, di queste “femmine” – intendendo per “femmine” coloro che nutrono loro stesse e gli altri – è qualcosa di ancestrale che attraversa i secoli, e arriva al presente, dove continua a rimescolare la sua memoria e le sue forze. 

Infatti, questo femminismo si ripropone anche nella figura dell’uomo-poetessa, dell’uomo sereno nei confronti della donna: è la figura di Aldino che è l’unico protagonista maschile…

Assolutamente sì, Aldino è l’uomo-poetessa perché è colui che riesce in qualche modo ad essere fecondo, esattamente come le donne lo sono nell’ambito della “cerchia” e nell’ambito della famiglia. In fecundus c’è l’idea della femminanza, ha la stessa radice; il fecundus latino lo ritroviamo sicuramente in Aldino, che è uno degli uomini che riesce a guardare sotto la tenda dell’anima-vita della sua donna e riesce a farsi ricoprire della natura di Camilla senza averne timore. E quindi davvero insieme riescono a gettare il seme per una nuova vita. 

Il romanzo si svolge a cavallo tra Ottocento e Novecento, attraversando un periodo storico molto lungo. Di quanta ricerca hai avuto bisogno per la realizzazione del romanzo? 

 E’ una ricerca che è durata trent’anni. Ho iniziato da quando avevo dieci anni a prendere nota dei pezzi di vita della storia della mia famiglia. Poi ci sono state delle ricerche d’archivio, ed infatti alla fine del libro c’è una bibliografia essenziale. Ma ho soprattutto fatto indagini sul campo: per esempio per scrivere del periodo tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta ho intervistato donne molto anziane, che hanno vissuto in quegli anni. Ho quindi rimaneggiato tutte le storie che avevo raccolto e ne è venuta fuori “La femminanza.”

La lettura del libro ripropone tematiche e situazioni sociali che il lettore ha incontrato in altri autori – mi viene in mente la Ferrante – , qual è il contesto di scrittori nel quale pensi di inserirti? 

Amo gli scrittori che affrontano la realtà, che indagano la società in cui vivono anche attraverso il linguaggio. Nel caso della Ferrante per esempio c’è una sintassi mimetica del parlato e una ricerca delle radici che ci sono anche in “La femminanza” e nelle quali mi ci ritrovo.

In tempi di femminicidi, la figura di Aldino è una figura esemplare che serve anche a far riflettere sulle possibilità di riscatto dell’uomo, con comportamenti più in linea con la parità di diritti uomo – donna.

Nel romanzo ci sono degli uomini illuminati e uno di questi è proprio Aldino. Non ha paura della forza della sua donna e afferma, allo stesso tempo, la propria dignità e quella di Camilla in un processo di crescita comune. E’ consapevole inoltre che un gesto individuale o di coppia può essere un atto politico capace di determinare anche un significativo cambiamento politico. Sì, in tempi di femminicidi, Aldino è un esempio positivo.

Antonella Mollicone e Amedeo Borzillo

Le donne del tuo libro chiudono gli occhi ai morti e danno la vita. Qual è il rapporto delle protagoniste con la vita e la morte?

La vita e la morte non sono così distanti, anzi la morte per queste donne è un modello di creazione esemplare. Sanno che la vita si ravviva grazie anche alla cura della morte perché sono donne che sanno raccogliere sia il primo che l’ultimo respiro. 

Peppina a un certo punto dice:

“mi piace mettere le mani nella vita perché così mi sembra di rinascere, ma anche di metterle a disposizione della morte perché ogni volta mi sembra di sfiorare la verità che la morte si porta dietro”

Sono donne che devono morire ogni giorno, devono far morire ogni giorno qualcosa per rivivere, devono far morire le illusioni, le aspettative, le vergogne. Sanno che solo attraverso il dolore, ci può essere una rinascita vera. 

Ti aspettavi un successo come questo per il tuo libro? 

Naturalmente ci speravo, però non mi aspettavo un tale successo. Ovviamente ne sono contenta a livello personale, ma soprattutto mi ha fatto piacere dar voce a tutte queste donne e questi uomini che hanno rappresentato la mia memoria, che mi hanno dato fiducia e che mi hanno accompagnata sia nella realizzazione del romanzo, che nella mia crescita personale e dell’anima.

Amedeo Borzillo 

Antonella Mollicone sarà a Napoli, alla libreria Raffaello in via Kerbaker, giovedì 15 gennaio 2026 alle 17.30, per parlare de “La Femminanza” in un incontro organizzato dal Randagio. Dialogano con l’autrice Ginella Palmieri e Maria Rosaria Paolella, le letture sono di Federica Flocco.

Intervista a Maddalena Crepet per “Dall’anima in su” (Armando Editore, 2025), di Loredana Cefalo

Oggi, cari Randagi, vi presentiamo un’autrice che ci sta particolarmente a cuore, Maddalena Crepet

Laureata in Storia contemporanea, Maddalena sarà una delle nuove firme del Randagio, portando il suo contributo alla divulgazione culturale che ormai da più di due anni la rivista fa con successo e soddisfazione. 

Ho conosciuto Maddalena Crepet nella realtà social, le nostre curiosità si sono incrociate nello stesso momento e ci siamo immediatamente ritrovate sullo stesso filo narrativo, così eccoci qui. 

Prima di presentarvela, mi preme raccontarvi del suo secondo lavoro come autrice, Dall’anima in su (Armando Editore), una raccolta di otto racconti che hanno come fulcro una gioventù inquieta, colta in momenti di passaggio. Non è una narrazione che cerca il colpo di scena, ma piuttosto un’indagine atmosferica sui sentimenti. 

​Come nel suo romanzo d’esordio la Crepet utilizza un fondo storico che non sovrasta mai le vicende private. Fascismo, anni di piombo, realtà attuale restano nel retroscena, appena accennati, servendo più come coordinate emotive che come vincolo narrativo. Questo permette ai racconti di restare focalizzati sull’interiorità dei personaggi, pur essendo ben radicati nel loro tempo. 

La cifra stilistica più evidente è la fluidità tra narrazione e parlato. L’assenza di una demarcazione netta nei dialoghi crea un effetto di fusione: le voci dei personaggi si mescolano tra loro, rendendo la lettura un’esperienza dove i confini individuali tendono a sfumare. 

Anche la romanità emerge a tratti: si passa da pennellate delicate a un linguaggio più crudo e diretto, tipico della realtà urbana. I luoghi non sono semplici sfondi, ma spazi vissuti che il lettore ha l’impressione di attraversare realmente, sentendone il rumore e l’attrito. 

Il filo conduttore è spesso legato all’abbandono, al sentirsi inutili, alla ricerca di un posto nel mondo. È una scrittura che procede per sottrazione, lasciando molto spazio all’interpretazione di chi legge. 

​Nel complesso, il lavoro della Crepet si distingue per una voce originale che preferisce il sussurro al grido, costruendo un mosaico di vite che appaiono, per quanto brevi, estremamente concrete. 

Dopo averlo letto ho voluto farle qualche domanda, per conoscerla e farvela conoscere meglio.

La tua formazione accademica è radicata nella Linguistica e nelle Lettere Moderne. In che modo lo studio analitico della lingua ha influenzato la creazione dei tuoi lavori letterari? 

Intanto ci tengo a ringraziarvi per l’invito, sono entusiasta di poter far parte di questo gruppo di randagi! Venendo alla domanda, non è forse un caso che la parola che più vi caratterizza nel vostro progetto creativo, ossia, appunto, “randagio”, sia un termine a cui sono molto affezionata anche io. Questo per rispondere indirettamente alla questione posta, e, più direttamente, gli studi di Linguistica, e più in particolare, quelli di Antropologia linguistica, la disciplina in cui mi sono laureata, hanno influenzato tantissimo non solo il mio approccio alla parola, scritta e orale, ma anche a ciò che la parola, in quanto segno, porta con sé: l’aspetto semantico, quello culturale, perfino quello psicologico. Più a livello strutturale, sicuramente gli studi di Fonetica, Fonologia e Sintassi hanno formato proprio la rigida griglia entro la quale mi muovo anche quando scrivo.

Dopo gli studi universitari, hai frequentato il biennio alla Scuola Holden. Qual è l’insegnamento più prezioso che hai portato via e come ha trasformato l’approccio alla tua scrittura? 

Mai scrivere di sé stessi ahahah. Ho avuto il privilegio di avere un ottimo, e soprattutto molto schietto e diretto, maestro, Andrea Tarabbia. Ci diceva che nella maggior parte dei casi, quando raccontiamo gli affari nostri non interesseranno a nessuno… è una lezione che non ho mai dimenticato e che ha fatto sì che affinassi la penna per far trapelare il meno possibile l’autobiografismo insito nella scrittura… perché, diciamocelo, uno scrittore che non sia egoriferito è come una zebra senza strisce!

Oggi lavori come consulente editoriale e ufficio stampa. Abitare quotidianamente il mondo dell’editoria è più un aiuto per comprendere i meccanismi narrativi o un limite alla spontaneità creativa? 

Sarò sincera, quando ho iniziato a lavorare nel mondo editoriale come ufficio stampa, quindi esattamente dall’altra parte del tavolo, non l’ho vissuta sempre bene. Mi sentivo di avere una grande fortuna sì, lavorare a diretto contatto con grandi penne lo è, ma al contempo mi sentivo inadatta, come se non stessi ancora nel mio. Poi, quando ho ripreso a scrivere, le cose sono cambiate. Ho visto quel lavoro non come una privazione, come un giudizio, ma come un arricchimento anche per la mia di scrittura. E così ho finito di scrivere quello che poi è diventato il mio romanzo d’esordio, Ci siamo traditi tutti (Solferino, 2024). 

Oggi rivedo tutta quella esperienza, quella gavetta, come un pozzo a cui attingere costantemente. 

In Dall’anima in su, i racconti sono accompagnati dalle illustrazioni di Sergio Kalisiak. Come è nata questa collaborazione “a quattro mani” e in che modo le immagini riescono a dare corpo a quelle atmosfere che descrivi come a tratti forti e a tratti delicate? 

Io e Sergio ci siamo conosciuti all’interno della redazione di una rivista letteraria che pubblica racconti inediti di vari autori. Quel mese, io ero fra quelli, e Sergio aveva illustrato un altro racconto. Ci siamo studiati da lontano, e poi ci siamo messi in contatto. All’inizio l’idea era di fare un unico, nuovo racconto illustrato, poi abbiamo pensato in grande, ed è nata la raccolta di racconti. Ci siamo entrambi dati completamente carta bianca, lui non ha vincolato creativamente me, io non l’ho fatto con lui; una volta finita la stesura gli ho consegnato tutti i racconti, e lui si è lasciato ispirare. Ciò che è venuto fuori è stata una specie di fusione perfetta, le illustrazioni, con i loro tratti un po’ noir, restituivano benissimo l’atmosfera della mia scrittura. L’armonia è stata immediata e fortunata.

Quanto è stata importante l’osservazione del mondo giovanile per delineare i personaggi del tuo libro e quale ritieni più vicino a te? 

L’osservazione credo sia parte integrante e fondamentale del mio lavoro. Se non osservi, di cosa scrivi? 

Il mondo giovanile è da sempre per me una grande fonte d’ispirazione. Mi piace restituire un’immagine quanto più autentica degli stati d’animo dei giovani, dei loro turbamenti, delle loro inquietudini, dei loro sogni. È stato così anche nella scrittura del romanzo, lo è stato a maggior ragione per i racconti, e lo è ancora di più per il secondo romanzo a cui sto lavorando.

Il racconto a cui sono emotivamente più legata è Mon amour, une cigarette? Sicuramente i due protagonisti mi sono rimasti dentro.

So che stai ultimando il tuo prossimo lavoro letterario. Puoi anticipare qualcosa ai nostri lettori randagi? 

Proprio così. Si tratta, come in parte già detto, di un romanzo non più a base storica, come Ci siamo traditi tutti, ma sempre molto legato al mondo dei giovani. È un romanzo, se vogliamo, di formazione, che gioca con gli strumenti della metanarrazione, ed è anche sicuramente un romanzo corale, malgrado la voce narrante sia unica, quella di un ragazzo di ventisei anni. Ciò che ci racconta attraverso il suo sguardo però è una realtà complessa, fatta di più voci, di più visioni. È un romanzo che prova a raccontare il difficile passaggio, nel mondo contemporaneo, dall’età della giovinezza alla fase adulta della vita.

Grazie Maddalena per la tua disponibilità e la tua iniziativa e non vediamo l’ora di leggerti fra le pagine della rivista.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Due domande a Wanda Marasco per “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza, 2025), di Cristiana Buccarelli

La scrittrice napoletana Wanda Marasco con il romanzo Di spalle a questo mondo (Neri Pozza 2025) si è aggiudicata il Premio Campiello 2025.

Conosco Wanda Marasco da molti anni e immagino che vivendo in passato vicino alla Torre del Palasciano si sia sentita ad un certo punto attratta o forse anche trascinata, dalla vicenda umana del medico filantropo Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova, che lì abitarono; ritengo sia stato questo uno dei principali motori che l’ha spinta a richiamarli in vita attraverso la sua scrittura. 

Wanda Marasco anche in questo romanzo, così come in precedenza ne La compagnia delle anime finte e ne Il genio dell’abbandono (anch’essi pubblicati da Neri Pozza, rispettivamente nel 2015 e nel 2017), scava in profondità sul senso del dolore, interrogandosi sul bene e sul male da cui è pervasa l’umanità. Infatti anche Ferdinando Palasciano e Olga Pavlova Vavilova sono portatori della lacerante sofferenza o male del mondo, che vivono in maniera differente: lei attraverso una psico somatizzazione della sua zoppia, lui assorbendo come medico tutto il dolore degli altri e infine impazzendo. L’autrice in questo romanzo affronta con grande capacità il tema della follia, non considerandola mai qualcosa di lontano, ma una sorta di mistero della psiche umana.  

Ho voluto porre a Wanda due domande specifiche relative alla sua opera.

Cara Wanda, un elemento che mi interessa molto è il significato altissimo, visto da una prospettiva morale e medica della cura degli esseri umani, quello che spinge Ferdinando Palasciano a curare anche il nemico, pur essendo medico borbonico durante i rivolgimenti di Messina del ’47-’48 e la riconquista borbonica. In ciò mi è parso di trovare uno degli aspetti più grandi della missione di Palasciano, quando egli dice ‘’l’atto di curare non può fare differenza tra gli uomini’’. La medicina può essere dunque una missione sacra? Qualcosa che sfiora l’eternità?

La cura è l’ideale di Ferdinando Palasciano, è ciò che lo spinge a curare anche il nemico, perché a Messina, durante i moti del 48, comprende che l’atto di curare non può fare differenza fra gli uomini. Mentre era alfiere medico dell’esercito borbonico, sceglie di essere più medico che soldato. E la medicina è certamente una missione sacra. Palasciano può essere considerato un antesignano, un Gino Strada dei suoi tempi. Quanti medici e infermieri abbiamo visto anche morire, per esempio, nel periodo della nostra pandemia! Sì, è una missione sacra e credo che sia qualcosa che sfiora l’eternità, perché non c’è niente che debba permanere più dell’atto benefico verso la creatura umana. 

Leggendo i tuoi romanzi si ha la netta sensazione di una lingua nuova e antica, originalissima, di una lingua precisa ma al tempo stesso ricca e trasfigurata, attraverso la quale tu compi un lavoro abissale di scavo all’interno della psiche e dell’emotività dei personaggi. Qual è il tuo rapporto con la tua stessa lingua? 

La mia lingua è una lingua nuova e antica, nel senso che tiene conto della tradizione, ma, come sempre deve avvenire, la tradisce. E’ una lingua in cui si sono congiunte la istintualità poetica, la meditazione e la necessità di narrare. La lingua è forse il primo personaggio, per così dire, dei miei romanzi, che sono sempre caratterizzati da una alternanza di registri, dal comico al tragico. E qui, in Di spalle a questo mondo, con una prevalenza della prosa lirica, che mi consentiva il cosiddetto lavoro abissale e più profondo all’interno della psiche e della intensità dei vari personaggi. Il mio rapporto con la lingua è un rapporto di corpo a corpo, di mente a mente. Io stessa forse scrivo perché voglio essere scrittura, voglio diventare scrittura. Scrivo per questa indomabile necessità.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.