Miklós Mészöly (1921 – 2001) è stato un importante scrittore ungherese che ha segnato significativamente la narrativa internazionale e non solo quella ungherese. Non a caso è stato considerato dalla generazione successiva di scrittori uno dei più importanti maestri.
Egli ha sempre gelosamente conservato una indipendenza intellettuale dal regime comunista. Ha fatto parte di quella generazione che visse in giovane età la Seconda guerra mondiale e la variante ungherese dello stalinismo, subendo a lungo la censura. Fu relegato al margine e costretto alla situazione forzata di dover coltivare generi letterari di sussistenza.
Ma questo non gli ha impedito di scrivere degli autentici capolavori, tra cui “La morte dell’ atleta”. In realtà, Mészöly giunse tardi a costruirsi un nome, solo negli anni sessanta. Tra l’ altro, di lui fu molto apprezzato il fatto che, come già accennato, non scese mai ad imbarazzanti compromessi con il regime comunista nemmeno dopo il 1956.
Il romanzo di cui sto scrivendo (tradotto da Mariarosaria Sciglitano), terminato nel 1961, vide le stampe solo nel 1966 e soltanto perché era stato già pubblicato in francese.
Questo convinse le autorità ungheresi che sarebbe stato più un danno vietarne la pubblicazione che permetterla.
Alla fine, il libro risulta tradotto in ben dieci Paesi.
Il libro racconta della morte di un famoso atleta avvenuta in circostanze misteriose. Una morte preceduta da eventi strani che contribuiscono, ed è una caratteristica dell’ intero libro, a creare una atmosfera satura di ambiguità che dà al lettore la precisa sensazione che di tutto quello che si dicono i protagonisti, in realtà, c’è sempre qualcosa che non viene fino in fondo esplicitato.
A questo proposito, è il caso di precisare che la storia è parte integrante di un soffocante clima postbellico sfociato in una dittatura.
Pertanto, si rendono protagonisti anche coloro che leggono il libro. Li si invita, implicitamente, a immaginare cosa c’è dietro al non detto.
La voce narrante del libro è Hildi, la compagna innamorata di Bálint Őze, il corridore che viene trovato morto e del quale Hildi ripercorre tutta la sua vita anche nel disperato tentativo, nel raccontarla, di scoprire le circostanze vere che hanno causato la morte.
Hildi, infatti, è stata incaricata da una casa editrice di scrivere un mémoire e anche nelle modalità di questo incarico traspaiono delle zone d’ombra, delle reticenze da parte di chi affida questo compito letterario.
Hildi dimostra fin dall’ inizio di avere una ammirabile capacità di comprensione dell’ altro conquistando il lettore. Lei dice: “…questo non è ancora il libro che vorrei scrivere su di lui. È piuttosto una raccolta dati esitante per conoscere finalmente colui con il quale ho convissuto dieci anni… gli uomini non si staccano mai definitivamente da un periodo della loro vita o da un altro. Si portano dietro tutto come se per qualche motivo ne dovessero aver bisogno di continuo…”
Il testo, a conferma di ciò, restituisce al lettore una giustapposizione di diversi piani temporali costruita anche in modo inquietante.
Un testo non lineare che decostruisce e ricostruisce, nel senso che offre una storia senza preamboli, senza un inizio, uno sviluppo e una conclusione, un vero e proprio smantellamento della forma narrativa unitaria.
Anche qui sta la genialità dello scrittore in questo libro, nella sua capacità di scrivere l’ essenziale accettando la frammentarietà e l’ oscurità che ne consegue.
La lettura consente di entrare in pieno nel contesto ambientale descritto, senza alcun infingimento. Fa assaporare, non facendo sconti di sorta e non sconfinando nella retorica, l’ assetto pumbleo e asfittico in cui vivono i protagonisti del romanzo.
Credo che questa scelta stilistica sia dipesa molto dal rifiuto del cosiddetto realismo socialista che voleva dettare le scelte artistiche e che ha dominato per tanti anni l’ Ungheria.
Parte fondamentale del libro è il gruppo di amici di Bálint. Una amicizia nata da quando erano poco più che bambini, la cui natura e intensità furono tali da aver segnato in modo significativo quello che diventerà un famoso atleta.
Amici accomunati da un imprescindibile desiderio: raggiungere un primato nella vita, ma questo, paradossalmente, fece maturare in Bálint un carattere solitario.
Un corridore di successo che era sostanzialmente un uomo che affrontava senza riguardi le domande fondamentali della vita.
Infatti, era una persona che non si crogiolava nel successo sportivo ottenuto, mantenendo uno sguardo sui rapporti interpersonali e sull’ ambiente sociale che questo generava.
Una persona che aspirava alla purezza, se non addirittura all’ assoluto e, conseguenzialmente, cozzava con le impurità degli esseri umani che incontrava.
Lo stile di scrittura affascinante e coinvolgente di Mészöly è tale che non tratteggia lo stato d’animo, l’ umore di un personaggio, bensì lo scrittore lo proietta sull’ ambiente circostante e, mediante questa modalità di narrazione, il personaggio viene caratterizzato indirettamente dalla descrizione di ciò che si vede confermando, quindi, che ci si affida alla capacità interpretativa del lettore.
Leggere “La morte dell’ atleta” diventa una imperdibile occasione per riscoprire Miklós Mészöly. Temo che in Italia sia per lo più sconosciuto.
È un vero peccato, perché dalla lettura di questo libro si percepisce nettamente la sua grandezza letteraria e aver impedito da parte del regime ungherese dell’ epoca la libera espressione artistica di Mészöly per molti anni ha sottratto a tutti i suoi lettori, per tutto quel periodo, di nutrirsi di un pezzo importante della letteratura mondiale.
È giunto il tempo di recuperare anche perché, a mio avviso, se si tiene conto del rapporto tra passato e presente, “La morte dell’ atleta ” può fornirci altresì qualche elemento di riflessione sulla odierna illiberale situazione ungherese.
In una meravigliosa villa nelle Isole Hawaii di proprietà di un batterista di fama internazionale, in un agosto “ustionato” dove ogni giorno è un capitolo come nel diario di un’adolescente, si svolge “Setole”, il secondo romanzo di Hilary Tiscione, edito da Polidoro nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate.
Un romanzo duro, claustrofobico, doloroso, con una forza sconvolgente fin dalle prime pagine; un libro che parla del vuoto, dell’assenza e dell’attesa. Che esplora le vite di personaggi afflitti e disastrati che si muovono tutti – a parte che in un paio di sporadiche e più o meno brevi feste in spiaggia – tra le stanze, la piscina, il giardino, il bar, il viale e la dependance della lussuosa casa in collina da cui si vede in lontananza l’Oceano.
Potrebbe essere un luogo incantevole, foriero di serenità e rilassatezza, un presagio di bella vita, ma tutt’intorno alla villa anche la natura è sofferente – in questo l’autrice è quasi ossessivamente “leopardiana” -, come a rispecchiare il disagio esistenziale dei suoi abitanti: si sentono gli animali “litigare”, i gatti azzuffarsi, i cani “hanno pochi denti e disfano il cibo premendo la lingua contro il palato”, gli insetti e le rane vanno a morire in piscina, i pipistrelli in cerca del buio sono “come schizzati mossi da qualche rabbia”, le falene “volteggiano cadendo sull’erba come foglie sconvolte in fin di vita”.
Protagonista e voce narrante per gran parte del romanzo è la diciassettenne Lena alle prese con le tortuosità dell’adolescenza, una via di mezzo tra Lolita e la Liv Tyler di “Io ballo da sola”. Dice:
“Sento nello stomaco una specie di ventosa che crea una depressione sotto l’esofago, ho fame, ma non c’è nulla che mangerei. Penso di tirarmi su dal letto e resto ferma come un avanzo di torta indurito. L’aria calda mi prende la fronte come avessi l’influenza. Mi ficca nella mente una sensazione di minaccia.”
Mira, la madre di Lena, ex modella quarantacinquenne, sta generalmente nella sua stanza. Dorme o si crogiola nella sua depressione, nella “galleria del dispiacere”. Di tanto in tanto si affaccia alla finestra “regalando miseria all’aria” e, nelle rare volte in cui compare, crea imbarazzo alla ragazza, fino a determinare l’episodio centrale della trama che preferiamo sia il lettore a scoprire. Basti dire che alla voglia di vita e al desiderio di “normalità” dell’adolescente fa da contraltare il disordine morale della madre che come un dispenser naturale di disagio farà irruzione nella storia e nella vita della figlia con la sua melodrammatica inquietudine.
Va detto che entrambe le donne stanno vivendo con sofferenza, rimorsi e sensi di colpa l’abbandono, più precisamente la scomparsa di Al, padre e marito, una presenza invisibile che tutti aspettano consapevoli dell’inutilità dell’attesa.
È una crisi di gelosia di Mira contro l’invisibile marito che dà il titolo al libro ed è lo snodo delle vicende più drammatiche del racconto: le setole dello spazzolino di Al le generano una tale rabbia mista a disgusto da farle scagliare il contenitore d’argento contro lo specchio del bagno che va in frantumi ferendola.
Un altro personaggio chiave del romanzo è Cino dallo “sguardo velato”, il factotum della villa, di una saggezza che viene dal suo vissuto tanto misterioso quanto doloroso. Tutti lo trattano con deferenza perché è il solo “in famiglia” ad avere un comportamento comprensivo e affettuoso, l’unico che tenta di favorire un contesto amorevole. L’unico forse ad avere una qualche autorevolezza.
“Da quando lo conosco porta il pizzo, anni fa era corvino, adesso è rigato da una specie di madreperla che gli calza con euforia quella sua faccia scaltra. I capelli che si dividono nel centro gli fanno due onde sommesse ai lati delle tempie. Seguono l’arco cedevole del volto che guarda distante in luoghi appartati. Ha le labbra sedute in un’espressione che ha dimestichezza con la vita. Sembrano beffarsi di noi tutti con perenne educazione.”
Infine, come in ogni villa lussuosa un po’ fabbrica di San Pietro, c’è un cantiere e degli operai. E tra gli operai c’è il giovane ed avvenente Rocco, che presto diventerà il fidanzato di Lena, quello col quale consumerà la sua prima volta nel ventre cavo di un grande albero.
La Tiscione fa indiscutibilmente un ottimo lavoro stilistico nell’enfatizzare la sofferenza personale dei protagonisti, nel mettere su carta le loro vite interiori, le fragilità e le solitudini, anche se si tratta, d’altronde come succede nella realtà, di rebus irrisolvibili; nel disegnare le atmosfere di tensione e di attesa di una sciagura imminente, di una “calamità alle porte”; nel descrivere, grazie a una lingua e a un ritmo molto interessanti, rumori e odori, restituendo al lettore un’esperienza sensoriale a volte anche disturbante, in un romanzo cui è difficile non attribuire, anche per la qualità dei dialoghi, una grande forza cinematografica. Nella quarta di copertina si parla correttamente de “Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola (tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides), ma a me ha fatto anche pensare – quasi fosse una naturale conseguenza della lettura – alla famosa scena finale di Zabriskie Point in cui Daria immagina che la villa esploda a ralenti con tutte le sue suppellettili nella luce del tramonto.
“C’era folla, il 4 agosto 1862, alle quattro, davanti alla famosa Conversationhaus di Baden Baden. Il tempo era magnifico, gli alberi verdi, le case bianche della città civettuola, le montagne che la circondano, tutto spirava aria di festa e fioriva ai raggi di uno splendido sole; tutto sorrideva, ed un riflesso di quel vago piacevole sorriso errava sui volti, vecchi e giovani, belli e brutti.”
Un’anima slava, quella di Grigorij Litvinov, si aggira nella cittadina termale di Baden Baden, assorta nella percezione di ogni sensazione, attenta a ogni sfumatura di colore che cala in prospettiva su abiti e acconciature, vincendo su ogni possibile imperfezione dello spirito o della materia. Una folla elegante passeggia in attesa del concerto. Ma l’incanto dura pochi istanti, l’immagine svapora, una nota falsa s’insinua nel mezzo della rappresentazione e non abbandona più la scena. Uno spirito critico, non più un’anima, muove il protagonista, da ora fino alla conclusione del romanzo. Che cosa tormenta questo raffinato, giovane gentiluomo? Una delusione. Forse la stessa del suo creatore, l’autore del libro, Ivan Sergeevic Turgenev ( 1818-1883).
“Madame Bovary c’est moi”, dice Gustave Flaubert (1821-1880), suo contemporaneo. Che cosa ci sfugge di questo malessere che intorbida la società del tempo? O, invece, che cosa illumina il passato alla luce del presente o viceversa? Se Ivan Sergeevic “è” il suo personaggio, lo troviamo senz’altro immerso in una profonda malinconia, in un momento della sua vita in cui nessun successo letterario lo convince o soddisfa e un acre sentimento di sconfitta lo spinge nelle braccia di un personaggio intrinsecamente fragile, che gli procurerà il biasimo dei lettori, soprattutto in patria. Ma procediamo con ordine, come scrivono nel suo secolo. L’edizione di “Fumo” qui presa in considerazione è quella di Sonzogno del 1918. Perché?
Il libro che è in mio possesso, scovato per caso un pomeriggio uggioso, in uno scaffale della libreria (quando l’ultimo romanzo era stato letto, il cellulare era scarico e non potevo leggere su kindle) è appartenuto al mio zio materno, Luigi Medina. E’ segnato a penna il suo nome sul frontespizio della prima pagina, come si usava all’epoca, ed è annotata la data: “novembre – anno 2 dell’era fascista”. Le iniziali del nome appaiono con lettera minuscola: “gino medina”, come “novembre”, al rigo di sotto. Deduco che siamo nel 1924 e che mio zio è un ginnasiale fra i quattordici e i quindici anni. Non mi stupisce l’età precoce, anch’io leggevo i classici a quell’età, noto altre cose in questa pagina ingiallita dal tempo. Innanzitutto, il nome dell’autore, stampato come si pronuncia in italiano: “Turghenieff”, più rilevante è il nome proprio: una G. Una G. ? Il nome completo dell’autore è Ivan Sergeevic^ Turgenev. Non mi riesce di trovarne altri, da dove viene “G. Turghenieff”? Il libro è evidentemente una ristampa dell’edizione Sonzogno del ’18, oppure la data indica semplicemente l’acquisto, la prima edizione italiana risale infatti al 1889, ed è per Treves, Milano. Nel testo di mio zio la casa editrice Sonzogno non pone data. Sul dorso, molto rovinato, si legge, in verticale, Linea CC, IL MONDO, Pampar. La traduzione è di G. Bisi. Dunque, un errore? La G. del traduttore è passata all’autore? Non è dato sapere. Intervengono però altre considerazioni. Il romanzo è stato composto a Baden Baden nel 1865, completato nel 1867, pubblicato a San Pietroburgo, solo in seguito tradotto in altre lingue.
Quali erano nel 1924 i rapporti fra il regime fascista e la letteratura russa? Perché mio zio si firma con le iniziali minuscole?
Quando quell’anno fu rimandato in Greco, quel ginnasiale lettore di romanzi vestiva alla marinara e con quell’abito di lana fu costretto a studiare in città per tutta l’estate, mentre la famiglia era a Castellammare per la villeggiatura. L’aura romantica restava in qualche modo nell’aria, ancora vivi certi ideali risorgimentali, molta severità negli studi; dall’altra parte, un’avanzata dei modi della propaganda fascista. Quell’uso della minuscola si può spiegare come una ribellione futurista. E quella data? Anno 2 dell’era fascista… era così che scrivevano a scuola? Nonostante l’antibolscevismo della politica mussoliniana, tutta presa nel combattere il comunismo, nei primi decenni del ‘900 i rapporti fra la Russia e l’Italia erano di collaborazione economica e diplomatica, nella speranza di un appoggio sovietico nell’occupazione dei Balcani. La letteratura russa, e quella straniera in genere, erano accettate, la censura nell’editoria era piuttosto blanda. Per vari motivi la restrizione arrivò più tardi, quando i romanzi russi, grazie anche alla loro traduzione in italiano dal francese, erano già stati diffusi con discreto successo. L’anima slava aveva avuto il tempo di essere conosciuta. Alcuni editori andavano controcorrente, nonostante il divieto per i giornali di pubblicare letteratura straniera in terza pagina. Ovviamente i motivi delle restrizioni avevano diverse motivazioni e andavano dai modelli dei personaggi femminili, contrari agli ideali fascisti, alle ideologie politiche di autori seguaci di Lenin o Trotsky, fino a ragioni di natura razziale con il diffondersi dell’antisemitismo. Tuttavia, l’editore Polledro esaltava “Il genio russo” , la casa editrice Slavia valorizzava il testo di partenza contro il “principio di italianità”. Proprio in virtù di questo principio infatti i nomi stranieri erano italianizzati o scritti come sono pronunciati, come appunto “Turghenieff” nel libro di mio zio. Resisteva, comunque, una certa considerazione, fino a quando la rivista “Il popolo di Roma” pubblicò un articolo titolato “Che c’importa del genio slavo”?
Torniamo così a Grigorij Litvinov, il protagonista di FUMO, e alla crisi sentimentale, psicologica e morale che travolge il giovane uomo nell’inebriante aria primaverile della cittadina termale di Baden Baden, nella Foresta Nera, al confine fra la Germania e la vicinissima Francia, affollata soprattutto dall’alta società pietroburghese. La descrizione dei personaggi che popolano le scene del romanzo richiama i dipinti dei pittori impressionisti. Come in quei dipinti, la leggiadria e l’eleganza delle signore sono in perfetta armonia con la bellezza della stagione e del paesaggio; queste donne appaiono molto lontane da una perfezione di maniera, sembrano però fluide, in evanescente movimento di sentimenti destinati a svaporare. Accanto alla purezza della forma si fa subito strada la presenza di elementi discordanti: “… le facce imbellettate ed incipriate delle mondane parigine riuscivano a distruggere quest’impressione generale d’allegrezza… gli accenti striduli del loro gergo francese nulla avevano di comune col cinguettio degli uccelli.” Questa descrizione ci riporta immediatamente al tema del disinganno, oltre che a una dichiarazione d’insofferenza verso i modi e le mode specificamente “occidentali”, in particolare verso l’ineludibile dipendenza dalla cultura francese. Al di là di questa istintiva avversione per le apparenze, Grigorij cade nel più comune degli inganni che il potere femminile e le tentazioni del garbo e della bellezza possano riservare. Non resiste al fascino di una donna.
Accade che in attesa della cugina Tatiana, che dovrebbe sposare, Grigorij incontra Irina Paulovna, sua fidanzata dieci anni prima. Il fidanzamento era andato in fumo perché la fanciulla, alla vigilia delle nozze, gli aveva preferito un generale fornito di un ottimo patrimonio, in grado di riscattare la sua pur nobile famiglia dal dissesto finanziario e garantire a lei una vita piena di agi nel cuore della buona società. La scelta era avvenuta non senza lacrime e sofferenze anche da parte della ragazza, costretta a scegliere secondo “ragione” calpestando il “sentimento” (parafrasando Austen, che si muove in un ben diverso contesto sociale e ambientale). La fascinazione che travolge i due a Baden Baden è potente, in grado di trasformare le loro vite. Grigorij è pronto a cedere pur sentendosi estraneo a qualunque influenza romantica: “Byronismo, romanticismo del 1830!” esclama in una conversazione, mentre dichiara il suo scetticismo in ogni campo, e mentre osserva con disgusto la sala da gioco, i personaggi corrotti, vuoti e falsi che l’affollano. Il casinò era stato costruito a imitazione di Versailles, troppa ostentazione di lusso! Da autentico romantico e malgrado l’ironico distacco, Grigorij si abbandona a una storia d’amore “degna di Anna Karenina” come osserverà Piero Citati ai nostri giorni, quando lo spirito slavo, a fondo studiato da Ettore Lo Gatto, titolare fino al 1965 di letteratura russa all’Università di Roma, è stato finalmente rivalutato nella sua pienezza. Citati, sensibile alla lettura diretta dei testi molto di più che all’esegesi, coglie il senso attualizzante dell’autore.
Grigorij e Irina si amano di nascosto, all’insaputa del marito di lei, fin quando non progettano di fuggire insieme. Per andare dove? A Grigorij non importa, ma a Irina, sì! Sul binario del treno che dovrebbe portarli lontano, la donna è immobile, attonita e affranta, seduta sulla panchina desolata della stazione. A lui non resta che recuperare la cugina, sposarla e ricominciare la vita borghese nella “madre Russia”, momentaneamente abbandonata per un’indimenticabile stagione a Baden Baden.
Questo finale non piacque a nessuno. Chissà, poteva forse piacere proprio a quell’ideale fascista che voleva la donna angelo del focolare domestico. L’impeto e la passione romantici avrebbero voluto un’eroina suicida e un amante disperato. Neanche l’ideale patriottico ottocentesco si salva in quest’opera che vede solo “Fumo” nelle prospettive umane. C’è chi vi ha visto perfino la satira di Herzen, l’intellettuale russo che si era opposto all’autoritarismo della Russia zarista ed era stato seguace di Bakunin.
Torno alla torrida estate del 1924, quando un ginnasiale leggeva “FUMO” fra una traduzione dal greco e una lista di verbi irregolari da mandare a memoria. Che idea si fece dell’amore? E della patria? Il fascismo accompagnò la sua giovinezza. Riuscì a influenzarlo? Per quanto ne so, fu capitano nella seconda guerra mondiale, tornò con una gamba invalida. La fidanzata non l’aveva aspettato, essendo molto bella, sposò durante la guerra un uomo ricco più anziano di lei di parecchi anni. Lui svolazzò da una relazione all’altra. Non si sposò. Forse perché pensava che il suo patrimonio, o meglio, i guadagni della professione di avvocato, non sarebbero stati sufficienti, non potevano bastare per mantenere quella posizione agiata che una moglie degna delle sue aspettative avrebbe meritato.
Su Amazon sono in vendita libri usati. Fra questi ho visto anche un’antica edizione di “FUMO”. Costa sei euro! Che vergogna! Chi può desiderare di venderla? Le anime non sono in vendita. Esistono edizioni nuove in ottimo stato, la vera letteratura non smette di essere pubblicata! Io pertanto vado a conservare il mio vecchio e buon esemplare!
p. s. Dovevo immaginarlo che G. era Giovanni! Ivan è Giovanni, ecco spiegata la G. davanti a Turghenieff. Eppure Ivan era tutt’altro che insolito! All’epoca in Italia il nome Ivan era di moda, il ragazzino, in villeggiatura a Castellammare, che piaceva moltissimo a mia madre, si chiamava Ivan. Mia madre aveva sette o otto anni, il nonno prendeva per l’estate una bella villa in collina, nel verde. Al mare si andava giù in carrozza (anche se le auto erano in uso) nel pomeriggio andavano a fare passeggiate nei boschi. Passarono alcuni anni, ogni estate erano lì. Una volta i ragazzi andarono giù su un calessino, un gruppetto di quattro o cinque, a una svolta il calesse sbandò e finirono gli uni sugli altri, Ivan ne approfittò e baciò mia madre. Primo bacio. Era l’ultima estate, l’anno dopo Ivan non venne e neanche i seguenti, forse veniva da una città del nord. Mio zio andò all’Università e mia madre incominciò il ginnasio.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Giacomo Matteotti per una serie di buone ragioni è diventato l’ icona per eccellenza tra le conseguenze che la profonda natura criminale del fascismo italiano ha prodotto. Ucciso nel 1924 da sicari fascisti a seguito del suo noto discorso in Parlamento con il quale denunciò i brogli, le minacce, le aggressioni che dominarono ampiamente le elezioni politiche nazionali che avvennero conseguenzialmente alla approvazione della nuova legge elettorale nota come “legge Acerbo” dal nome del proponente della stessa.
Con tale meccanismo elettorale la lista che avesse raggiunto il 25% dei voti avrebbe automaticamente acquisito un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei parlamentari. Ma Mussolini non voleva correre alcun rischio e, quindi, le squadracce fasciste imperversarono durante le operazioni di voto.
Matteotti, dando ancora una volta prova della sua determinazione, non si fece alcun scrupolo a denunciare tutto ciò nonostante che fosse ben consapevole dei gravissimi rischi a cui andava incontro.
Già nel parlarne nella Camera dei deputati fu continuamente interrotto e minacciato pesantemente.
Il bel libro di Massimo Congiu “Giacomo Matteotti – l’ assassinio, il processo farsa e la cancellazione della memoria” fornisce al lettore una articolata ricostruzione storica della biografia personale e politica di questo martire della libertà e della democrazia.
Grazie alla scorrevolezza della scrittura di Congiu, il libro offre un importante contributo alla ricerca storica sia per “gli addetti ai lavori” sia per chi si approccia per la prima volta ad acquisire una certa conoscenza degli eventi menzionati.
È certamente il caso di sottolineare, tra l’ altro, come l’ autore narra l’ Italia uscita dalla prima guerra mondiale. Una guerra che il nostro Paese aveva vinto, ma che era costata diverse centinaia di migliaia di morti, nonché un numero impressionante di mutilati e di persone devastate psicologicamente.
A tutto ciò si aggiungense un quadro economico disastroso che non permise, e in buona parte non si volle, attuare concretamente le promesse che furono fatte per giustificare l’ ingresso in guerra dell’ Italia: un lavoro per tutti, ma soprattutto un pezzo di terra da garantire ai contadini.
Naturalmente, questo creò una rabbia diffusa accompagnata pericolosamente dallo sdoganamento della violenza avvenuta negli anni del conflitto bellico.
In questa situazione va inclusa la mitizzazione della Rivoluzione d’ ottobre avvenuta in Russia. Facciamo “come in Russia ” fu uno degli slogan di maggior presa durante il cosiddetto biennio rosso e terrorizzò le classi dirigenti a tal punto che si avvalsero delle squadre fasciste sia per opporsi violentemente alle variegate manifestazioni di protesta avvenute in quei due anni (1919 – 1920) ma anche per soffocare qualsiasi espressione di democrazia negli anni successivi.
I ceti liberali, incapaci di gestire i nuovi e drammatici problemi venutisi a creare con la fine della prima guerra mondiale, si illusero di poter utilizzare i fascisti solo per riportare l’ ordine. Non capirono, ma non lo capirono neanche le forze socialiste e democratiche, e tanto più i comunisti che nel ’21 fondarono il nuovo partito, cosa stesse nascendo e sempre più rafforzandosi: un movimento reazionario di massa che aveva come fine imprescindibile la costruzione di uno Stato totalitario.
Pochi intuirono questo aspetto e Matteotti era tra questi. Lo intuì grazie alla sua finezza intellettuale ma anche perché vide di persona nel suo Polesine cosa facevano effettivamente i fascisti: minacciare, aggredire, uccidere.
Una violenza, anche omicida, predicata e praticata sistematicamente.
Matteotti diventò un leader amato e rispettato nella sua zona d’ origine perché diresse quotidianamente le lotte finalizzate all’ ottenimento di diritti per i contadini e gli operai e, allorquando fece il suo ingresso in Parlamento, non perse la sua passione e la sua forte determinazione.
Infatti non si lasciò intimorire da leader più anziani di lui e intervenne in Aula ogni volta che gli si diede la possibilità, dimostrando che la sua combattività non trovò sosta.
Il libro di Congiu ripercorre molto bene questo percorso politico di Matteotti come anche il lascito morale di questo glorioso socialista riformista.
Il termine “riformista” diede adito allora come adesso a una serie di equivoci e contestazioni, e spesso a vere e proprie abiurie. Ma per “riformista” Matteotti intendeva che il raggiungimento del socialismo dovesse avvenire mediante una graduale, ma tenace costruzione di ampliamento della democrazia a tutti i livelli. Non puntare, quindi, verso una palingenesi di rottura dell’ esistente, ma introdurre nella vita istituzionale, politica e sociale sempre maggiori diritti e libertà.
Nonostante il silenzio imposto dal regime fascista su Matteotti, il cui nome non si potè neanche pronunciare, quando Roma fu liberata egli, dopo pochi giorni, fu subito celebrato da una moltitudine di persone. Come non ricordare, inoltre, che diverse bande partigiane vollero denominarsi “Brigate Matteotti”.
In realtà, Giacomo Matteotti è stata una figura etica e politica poliedrica, non riducibile alla sola, terribile e ingiusta fine della sua vita.
Congiu, con il suo libro, contribuisce a svelare il valore del leader socialista ucciso dal fascismo perché le sue idee, se lette con l’ opportuna sensibilità, possono contribuire alla partecipazione politica odierna.
Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista – scrive per Il Manifesto, MicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli -, è studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale e svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4 Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza.
Libri ancora libri sempre libri. È per un libro che inizia la ricerca ossia Il periplo di Baldassarre.
Si tratta di un libro speciale, quello che contiene il “centesimo” nome. Il nome di chi? Di Dio. Da premettere che Baldassarre è un libraio, l’anno è il 1666, da molti a suo tempo indicato come l’anno della “bestia”, quello in cui dovrebbe verificarsi l’apocalisse e arrivare la fine del mondo. Sono molteplici le chiavi di lettura, tutto si riduce a un immenso libro, grande almeno quanto l’universo, tutto va letto e interpretato ma prima ancora scritto: se chi ha scritto per primo è dio stesso, bisogna dire che ha usato molti pseudonimi, almeno novantanove, mentre il centesimo ci sfugge, perciò “fuori l’autore!” Sarà quell’inconoscibile nome a salvare l’umanità dall’anno della bestia!
Questo è almeno quello che pensa Baldassarre allontanandosi dalla borgata di Gibelleto.
Qui sono approdati i crociati genovesi della sua famiglia e qui hanno prosperato senza mai far ritorno a Genova, neanche quando è ormai l’impero ottomano a possedere terre e uomini, schiavi o liberi. Nessuno ama Genova quanto i genovesi d’oriente! Non è per far ritorno a Genova che inizia il viaggio e Baldassarre non viaggia da solo. Con lui partono due nipoti, figli di sua sorella, il suo segretario e una donna! Di lei si è innamorato quando aveva undici anni e si aggirava leggiadra nella bottega di suo padre, il barbiere. Non è destinata a Baldassarre ma a un bruto che l’abbandona dopo le nozze e le impedisce così di avere una famiglia e una vita.
Tuttavia la ragazza è sveglia e pur di non restare prigioniera della famiglia del marito, che aspetta lo sposo fuggito chissà dove, decide di partire per la sua personale ricerca del coniuge, che sospetta, e spera, morto. Baldassarre non esita a portarsela con sé per deserti e per mari, incontro a mille avventure.
Viaggio anche metaforico alla ricerca di dio, della salvezza, dell’amore e della morte, o solo del destino che contiene tutto: un viaggio obbligato che tocca anche a chi non vuole partire. Ovvio che i due diventano amanti, ovvio che il marito non si trova.
Intanto il 1666 davvero sembra l’anno dell’anticristo, o dell’infedele, dipende dai punti di vista e dalle diverse fedi, che si somigliano tutte, nella paura dell’incognito, della catastrofe imminente.
Così le catastrofi non tardano a verificarsi. Molti incendi, a Istanbul come a Londra, dove nel panico della fuga tutti scappano da tutto e lottano ciecamente nelle mischie dove i nemici sono quelli diversi perché vestono panni diversi, parlano lingue diverse e pregano preghiere diverse.
Però parlano anche molte lingue, si aiutano, si blandiscono, si ricoprono di gentilezze e si avviluppano negli inganni. Di fuga in fuga baldassarre perde il suo seguito, a ogni imbarco per una meta diversa, dietro il “centesimo nome”, scompaiono i nipoti, il segretario e la sua donna con in grembo suo figlio. Un marito, fantomatico e malfidato, assassino e furfante, è pur sempre un marito, una moglie gli appartiene, è la legge. Baldassarre non si oppone. Un capitano folle lo trascina per tutti i mari fino a Genova.
Ecco la terra dei padri, dove tutti lo riconoscono perché è un Embriaco, appartenente a una delle più importanti famiglie genovesi, partito qualche secolo prima alla conquista della Terra Santa. Di questa famiglia e del suo nome resta una torre, ed è quanto basta. Il genovese veste finalmente i panni giusti e parla la lingua giusta, che non ha mai abbandonato. Un ricco commerciante lo ospita, lo salva, gli offre in sposa la figlia tredicenne.
Tutto perfetto ma Baldassarre non crede di aver trovato quello che cercava, il libro contenente il “centesimo nome” è finalmente nelle sue mani, ma la donna che ama è rimasta prigioniera e con lei il suo stesso figlio, perciò riparte. Dove lo porteranno le tempeste e il capitano pazzo?
A Londra, è lì che deve andare. In tempo per incontrare Bess, la locandiera (non quella di Goldoni) e per assistere da protagonista al grande incendio che distrugge la città con i suoi pub e i suoi teatri. Quanto è diversa questa locandiera dalla figlia del barbiere! Lei gli serve birra, lo abbraccia, gli parla e lo salva guidandolo verso il Tamigi da dove riprenderà il suo viaggio. Bess, libera, generosa e padrona di sé. L’onore prevale su tutto, sulle malattie, sulla paura stessa e anche sul “centesimo nome”.
Ogni volta che Baldassarre ( fortunosamente venuto in possesso del volume, che si trova nelle mani di persone che ne ignorano il contenuto e il valore) prova a leggerne le pagine per riferire il suo segreto, la cecità scende sui suoi occhi costringendolo a inventare ogni parola.
L’amore vince tutto, come si sa, l’unica cosa da fare è raggiungere e mettere finalmente in salvo la donna che ama e il bambino. Non è destino che il periplo finisca qui. La donna ritrovata in modo pericoloso e drammatico sceglie di restare con il marito e dichiara che non c’è mai stato un bambino: tutto inventato. Crederle? Pensare che menta per salvare il figlio in qualche modo in pericolo? Non è dato sapere.
Il periplo si chiude, Baldassarre torna a Genova da dove secoli prima la sua famiglia era partita, Gibelleto resterà, come Bess, uno splendido ricordo. Il Mediterraneo ha offerto le sue avventure, da est a ovest e da nord a sud. E viceversa. Come succede anche oggi, in mezzo alle guerre, alle politiche e alle religioni. Il 1666, l’anno della bestia, è finito. La storia di Baldassarre è nei diari di bordo della sua vita. E la chiave? Per lui come per noi : il “centesimo nome”.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.