Marco Vitruvio Pollione: “Architettura” (Rizzoli, trad. Silvio Ferri), di Sonia Di Furia

Quando Marco Vitruvio Pollione, architetto romano del I sec. a.C., scrisse e dedicò il trattato “De Architectura” all’imperatore Cesare Augusto, si stava ideando una nuova strutturazione urbana della città di Roma, che fosse adeguata ai suoi compiti di grande capitale, in un momento storico in cui la costruzione degli edifici di maggior rilievo dimostrava l’enorme disponibilità di denaro, materiali e manodopera di cui poteva disporre l’autorità pubblica.

Il testo viene qui proposto nella preziosa edizione BUR Rizzoli, classici greci e latini, anticipata da un’approfondita introduzione dell’insigne archeologo classico Stefano Maggi e presentata, tradotta e commentata dallo studioso del mondo antico e della storia dell’arte greca e romana Silvio Ferri. L’architettura e l’urbanistica sono tra le attività umane più legate alle strutture e agli organismi sociali e politici: lo sono state soprattutto nel mondo antico. Oggi tale legame tende a non essere più così stretto, pur rimanendo prioritaria la gestione del problema urbanistico – architettonico.  

Se si vogliono comprendere le società che ci hanno preceduto o persino il quadro della vita attuale, è necessaria una vera e propria archeologia dei tempi moderni e contemporanei. Non si tratta di ricostruire il passato in quanto tale, ma piuttosto di rinnovare una relazione tra forma e società. Nel mondo romano, più che nel mondo moderno, lo Stato modella lo spazio urbano secondo le proprie strutture ideologiche. Il potere è in grado di definire e dichiarare la propria ideologia politica anche attraverso architetture e complessi architettonici in cui si riconosca. Alla politica governativa, che enfatizza l’impegno nei servizi pubblici per creare un’impressione di solidità e ricchezza e di interesse e protezione nei confronti del cittadino, si associa in questo modo quella delle classi elevate che esprimono così il loro appoggio all’impero, in nome del mantenimento di un equilibrio da cui esse stesse traevano la sicurezza del loro ruolo.

 Non dobbiamo però pensare a un’immagine esclusivamente monumentale di Roma: i grandi complessi emergono entro il tessuto articolato e vario dell’edilizia residenziale, della complessità della rete viaria e dei servizi pubblici più minuti (botteghe, fontane, latrine). Il complesso dei fori imperiali rappresenta la massima emergenza urbanistica della capitale dell’impero, ma tutta Roma viene caratterizzata, nell’arco di tempo che vide la loro realizzazione, da edifici che per il loro alto valore rappresentativo ne definirono l’immagine grandiosa destinata a durare nei secoli.

Nel tentativo di sistematizzare una materia contraddittoria ed estremamente varia, Vitruvio tratta di templi e teatri, di piazze e ginnasi, di porti e case private; stabilisce relazioni tra le misure del corpo umano e le dimensioni degli edifici e le loro proporzioni; esamina la formazione e la cultura dell’architetto, facendovi confluire più tradizioni; espone la sua teoria urbanistica della formazione della città, con la costruzione delle mura, la disposizione delle strade in funzione dei venti, la distribuzione degli spazi e degli edifici pubblici; dedica un intero capitolo all’idrologia e all’idraulica e l’ultimo alla meccanica.

In un primo momento Vitruvio non osa pubblicare i suoi “prolissi ed astrusi scritti sull’architettura”, come egli stesso li definisce, nel timore di incontrare il disappunto dell’imperatore, vedendo poi che egli ha cura, non solo del bene di tutti e dello Stato, ma anche degli edifici pubblici, stima che sia arrivato il momento di pubblicare l’opera. Questo trattato rimane l’unico di architettura antica a noi pervenuto e conserva intatto il fascino del passato, insieme al dibattito su chi pensa che l’architettura debba possedere regole ben definite e chi crede che si possa fare tutto sotto l’ispirazione della pura fantasia. Rimane la convinzione che pensare storicamente porta al recupero della dimensione umana del vivere, che è poi quello di cui ha bisogno una cultura che rischia di inseguire troppo i tecnicismi.

Così come già detto, per l’architettura e l’urbanistica, due facce della stessa realtà, non si tratta di riesumare l’esempio dell’antico, ma di considerare storicamente e criticamente una lezione che gli antichi sono ancora in grado di trasmetterci. Questo ha fatto un grande spirito moderno dell’architettura del secolo scorso, Le Corbusier, che visitando la città di Pompei guardò, fotografò, disegnò, annotò, ma soprattutto misurò. E poi scrisse: – Le misure sono la causa di questa bellezza – aggiungendo che la rilettura antiaccademica dell’antico gli aveva svelato i principi basilari della modernità. 

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Tsitsi Dangarembga: “Nevrosi” (trad. Stefano Pirone – Pidgin Edizioni), di Rita Mele

La soluzione è annullare il modo di pensare razzializzato e altri modi gerarchici basati su dati demografici come genere, sesso, religione, nazionalità e classe. E qualsiasi altra cosa che è stata e continua a essere gli elementi costitutivi dell’impero nel corso della storia e in tutto il mondo“.

Con il tuo lavoro, hai lottato contro ogni previsione, l’abbiamo visto, sei stata fermata, con ogni mezzo possibile, scrivendo, facendo film, facendo rumore per chi non ha voce e per la libertà di espressione nel tuo paese, lo Zimbabwe. Per favore, leggete la letteratura africana! Guardate oltre il vostro orizzonte. Siamo qui, siamo forti. Leggete cosa viene scritto nel continente. Non lasciate che questo rimanga un incidente isolato. Leggete libri africani”.

Ottobre 2021. Fiera del Libro di Francoforte. Consegna del Premio per la Pace. Scambio di battute ufficiali tra la scrittrice Tsitsi Dangarembga e la sua amica sociologa e scrittrice Auma Obama (sì, la sorellastra di Barack), che le ha consegnato il premio.

Scrittrice, regista, politica, Tsitsi Dangarembga è un personaggio straordinario. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina a Cambridge, nel 1983 si sperimenta con successo in gruppi teatrali universitari e nel 1985, subito dopo la laurea in psicologia ad Harare, intraprende la sua carriera di scrittrice con la prima pubblicazione di una raccolta di racconti, per poi andare a studiare cinema a Berlino.

Ritornata in Zimbabwe ad Harare nel 2000, pochi anni dopo, entra in politica. Da allora ha continuato a denunciare la situazione nel suo Paese, nel 2020 è stata arrestata nel corso di una protesta antigovernativa perché ‘armata’ di un cartello We want better reform our Institutions, condannata e dopo sei mesi assolta in appello. 

Seguendo Tsitsi nei suoi andirivieni biografici, tipici degli stati nevrotici, scopriamo che quando taglia il nastro dei suoi 28 anni, compie quel passo sensazionale, dissidente, trasgressivo che, oggi, la riporta sino a noi nella traduzione di Stefano Pirone: debutta nel mondo come autrice di “Nervous Conditions, il primo romanzo scritto in inglese da una donna nera dello Zimbabwe, che ancora dopo 30 anni dalla prima edizione, nel 2018, la BBC, nomina come uno dei 100 migliori libri che hanno plasmato il mondo. 

Che cosa fa accadere Tsitsi, narrando in “Io”, in quel suo primo libro di una altrettanto appassionata e prismatica trilogia a cui, per il momento, ha messo un punto nel 2020 con “This Mournable Body“?

Due decenni prima che lo Zimbabwe ottenesse l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il 18 aprile 1980, e mettesse fine al governo della minoranza bianca, quando ancora quello Stato dell’Africa orientale, senza mare, era Rhodesia meridionale, semplicemente Rhodesia, la tredicenne Tambudzai Sigauke inizia le scuole superiori. Sulle sue spalle riposano le speranze economiche dei suoi genitori, fratelli e sorelle e della famiglia allargata, e dentro di lei arde il desiderio di indipendenza. Una cronistoria di formazione con andate e ritorni nel tempo, in una terra oramai fuori dal tempo politico, eppure, con le radici culturali mai eradicate dal colonialismo e dall’imperialismo culturale. 

Nervous conditions“, oggi “Nevrosi“, traccia il viaggio di Tambu verso la sua individuazione femminile e la crescita della sua personalità in una nazione che si ritrova anch’essa ad individuarsi socialmente e politicamente, nello sforzo di cambiare ed emergere sulla scena internazionale. Tambu si presta, nel divenire della storia, a rispecchiare i tormenti intimi e familiari originati e accentuati dalla colonizzazione. Fin da piccola, Tambu è fatta sentire diversa dalla sua famiglia, tanto che la discriminazione razzista e sessista innestata dai colonizzatori con i loro modi da bianchi ha plasmato, corrotto, il modo in cui vede il mondo e sé stessa, e il modo in cui la sua gente (famiglia, amici, colleghi) la vede. I temi dell’alterità, della perdita del senso di sé, della sofferenza da migrazione di ritorno, della cesura culturale e sociale ancorché spaziale e temporale e del razzismo radicato formano la costellazione che prende forma nel racconto scandito, minuzioso e potente di Tsitsi Dangarembga, alias Tambu.

Le figure femminili che popolano le scene e i ritratti di famiglia che percorrono il racconto sono numerose e dai densi profili che lasciamo scoprire ai lettori di Nevrosi. Due le protagoniste, forse l’una l’altra faccia dell’altra: Tambu, appunto, che incarna il desiderio di migliorare la propria condizione di ragazza del villaggio e di donna, attraverso l’istruzione ‘bianca’ che tutto consente solo se vuole, di cui presto ne vedrà le crepe che le daranno una sensazione crescente di soffocamento, sino a pensare con sospetto che, forse c’è qualcosa che non va in quella dinamica colonizzatori-colonizzati. 

Nyasha, la cugina ‘bianchizzata’ di Tambu, è la ragazza che soffre per la migrazione di ritorno. Ha difficoltà a reintegrarsi in quella società rhodesiana così diversa da quella che aveva sperimentato in Inghilterra dove i genitori si sono trasferiti per molti anni. La terra africana delle radici ritrovata da Nyasha diventa traumatica a tal punto da scontrarsi duramente con il padre e porre in essere strategie di evitamento, estraneamento e allontanamento sino a trovare rifugio fatale nell’anoressia.

Qui il mal d’Africa è tutt’altro che quello degli esotici viaggiatori. Corrisponde piuttosto al senso del titolo Nervous Conditions preso in prestito dall’introduzione di Jean-Paul Sartre a I dannati della terra di Frantz Fanon: 

La ‘condizione nervosa’ del nativo è una funzione di atteggiamenti che si rafforzano a vicenda tra colonizzatori e colonizzati che condannano i colonizzati a ciò che equivale a un disturbo psicologico.

Nevrosi, che torna in Italia grazie all’editore napoletano PIDGIN, è un libro semibiografico che descrive e anticipa i moti psichici che accompagneranno l’autrice lungo il corso della sua vita, in un caleidoscopio di affetti, nostalgia, isolamento, desiderio, bisogno di riscatto e tensione verso la libertà, non già solo liberazione.

Il talento di Dangarembga è proprio quello di aver preso la sua autobiografia e averla trasformata in un romanzo tanto poliedrico quanto altamente realistico, popolato di personaggi e di altrettanti profili psicologici, maschili e femminili, ognuno a proprio modo ‘danneggiati’ dall’interferenza straniera e dal sessismo. Sebbene le sue donne non sfidino apertamente e non rovescino i sistemi repressivi, non incidano una volta per tutte sui modi di pensare prevalenti, la loro forza e il loro successo sembrano essere radicati nel desiderio incrollabile di avere successo dove altri hanno fallito.

Al punto che neanche la morte di una persona cara può fermarle, anzi apre per loro passaggi nuovi seppur contraddittori…ma questo lo lasciamo scoprire ai lettori e alle lettrici di Nevrosi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Laura Acero: “Donne della nebbia” (Ventanas Edizioni, trad. Serena Bianchi), di Valeria Jacobacci

“Ci sistemiamo nelle sala da pranzo della casa, una grande tavola di legno su cui dispongo il materiale, e ci sediamo sulle panche, assi di legno in bilico su alcuni mattoni e casse di birra.”

Dopo un lungo percorso in auto un gruppo di donne, attraversata una parte del Pàramo di Sumapaz, in Colombia, arriva nel luogo deputato per un laboratorio di scrittura molto particolare. Sono donne avvolte nella nebbia, donne della nebbia, come recita il titolo del romanzo.

Il Pàramo di Sumapaz è infatti una regione pianeggiante in mezzo alle Ande, a venti chilometri da Santa Fé, semi inesplorata, ricca di un fascino di sacralità, dovuta anche a un clima dominato dalle escursioni termiche, gelo e pioggia con improvvise schiarite, sullo scenario di una laguna ritagliata nell’azzurro abbacinante, in alto, a mille metri sul livello del mare, in  mezzo alle montagne. Chi sono queste donne?

Il titolo originale del romanzo è “La paramera”. La donna che abita questo paesaggio è figlia della natura selvaggia che la circonda, ma figlia sofferente e ribelle, ansiosa di scavalcare il limite e darsela a gambe. Non è nella psiche di tutti la voglia di varcare il confine alla ricerca della libertà? Se lo è per tutti, in questo romanzo si tocca con mano l’allarme che sa di disperazione, uno stato di allerta. Senza contare la situazione politica –  immersa da sempre nelle guerre civili che strappano i figli alle madri, che scaraventano i corpi di rivoluzionari di infinite rivoluzioni  (memorabile quella del non lontano 2005),  nell’Iconanzo, un suggestivo burrone dentro un canyon senza fondo – qui è soprattutto l’isolamento del territorio a creare il clima claustrofobico che riempie gli uomini di follia. L’immenso spazio è circoscritto, la vastità non serve a niente se non si scorge la via di fuga. Non sono però gli uomini ad accorgersi di tutto questo ma le donne. Perché?

Probabilmente è l’essere madri, corpi addetti al ciclo della riproduzione, a rendere le donne più esasperate e quindi consapevoli, determinate. La maternità è trappola e salvezza contemporaneamente. Lo sente la protagonista della storia, una giovane professoressa, laureata all’università di Bogotà, altruisticamente protesa verso le sorelle, contadine, offuscate dalla nebbia di una vita isolata, nella realtà primordiale della solitudine. Lo sentono tutte, protese più o meno consapevolmente alla conoscenza, perché della conoscenza si tratta.

L’originale laboratorio di scrittura costringe la prof a percorrere parecchi chilometri per realizzare il progetto, affidando il figlio di appena sette mesi al marito, affettuoso e comprensivo, ben diverso dai compagni delle altre donne del gruppo. Il proprio corpo le ricorda ogni paio d’ore di essere madre, le esigenze del neonato le riempiono il seno di latte. Il rapporto con il corpo è difficilissimo per lei, non per le sue allieve, anni luce lontane dai problemi delle donne occidentali degli Stati Uniti o della vecchia Europa,  immerse nel mondo del lavoro, al quale hanno dato la precedenza assoluta su tutto, in particolare sulla maternità. L’assurdo è nel fatto che questa ostacolante maternità  è l’unico bene prezioso. Questo le donne del laboratorio di scrittura non lo sanno e forse non lo sapranno mai.

La più simile alla prof è Adriana, spregiudicata, tenace, pronta a cogliere la prima occasione per fuggire all’incubo del compagno ottuso e assillante con il suo bisogno di sesso. Adriana fa il bagno nella laguna durante una breve sosta del tragitto in macchina verso il luogo della riunione letteraria.  Un bagno fisico e allegorico. La prof ammira il corpo nudo stillante acqua gelida, il groviglio dei capelli bagnati e le gambe robuste e forti. Niente di esile in questi corpi di donne andine, niente personaggi eterei.

L’unica astrazione è la scuola di scrittura che dovrà servire come psicanalisi per indurre a raccontare l’indicibile e il mai raccontato: esercizio psicanalitico alla ricerca almeno della consapevolezza di sé. La libertà nasce appunto da questo. Il torbido di quello che Freud definisce “inconscio” sta nella condizione originaria della creatura umana, che tutto riconduce al sesso. Nelle civiltà occidentali un tortuoso cammino ha portato a dissotterrare quell’ascia di guerra che in mezzo alle Ande è ben in chiaro. Qui fra le montagne gli uomini sono dei bruti. Sono rozzi e ignari,  non possono nascondersi perché non immaginano di doverlo fare. Per questi uomini quasi non c’è differenza fra donne ed esemplari femminili di altre specie: servono a sfogare l’impellenza dell’istinto. Non essendo completamente allo stato primitivo, a volte cantano ballate romantiche, ispirate ai fuorilegge o a chi tale è considerato, chi può saperlo.

Tuttavia la civiltà, se così vogliamo definirla, si fa sentire nonostante, in qualche modo si è sempre fatta sentire: la cultura è il passaporto per una vita diversa. Non tutto quello che è ferino lo è fino in fondo, tutto e tutti possono cambiare, benché essere scaraventati nel burrone sia davvero orribile. L’autista Albeiro trasporta le donne con il suo mezzo sgangherato verso il laboratorio, e loro arrivano, e cominciano a raccontare le loro storie. Raccontano di gravidanze a tredici anni, di botte, di soprusi, di amplessi sopportati. L’istinto è potente. L’essere donna è la carta vincente. Le donne sono abituate ad avere figli che alleveranno da sole, perché gli uomini le abbandonano invariabilmente, secondo la loro natura. L’amore materno spalanca gli orizzonti e mette in chiaro la strada da seguire. La cultura legata al cibo, la coltivazione e la sua preparazione sono il segno della vita che continua. La voglia di vivere viene da lì. E’ forse per questo che due forze uguali e contrarie si sfidano in questo mondo primitivo. La corsa verso la conquista della libertà, oltre i confini delle montagne – scuola, università, altre lingue e altri mondi – da una parte, e bellezza di paesaggi, odori e sapori di una terra fantastica, istinti travolgenti,  la sacralità della madre e del suo corpo, dall’altra. Se il maschio nel suo istinto è bestiale anche la femmina lo è. Se la natura selvatica del Pàramo è crudele, la sua bellezza è sacra, affascinante e indimenticabile, come un paesaggio magico o stregonesco. Allontanarsene porta la nostalgia ancor prima di partire. Chi passerà le montagne? Lo faranno i libri. Come afferma l’autrice colombiana,  Laura Acero, dalla non lontana Università: “la letteratura non deve essere un saggio con note a pié di pagina” .

Le storie di donne sono tutt’altro che rare nel nostro attuale panorama letterario,  gli scaffali delle librerie ne sono pieni. La lotta per affermare diritti delle donne sempre negati s’imbatte oggi nell’incredibile realtà dei continui femminicidi, proprio nel moderno mondo occidentale, e proprio nel nostro avanzato paese. In più, i fantasmi del passato risorgono nel mondo arabo, gli uomini coprono le donne con spessi drappi di stoffa, terrorizzati all’idea che possano sfuggire al controllo. Non è un problema geografico. Forse è un problema antropologico? Religioso? Psicanalitico? La prima cosa che s’impedisce alle donne in quel tipo di mondo è l’istruzione. Proibito alle donne andare a scuola. Nel Pàramo nasce invece un laboratorio di scrittura. Va bene. E’ da qui che si parte e si riparte. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Gertrude Stein: “Picasso”, (Adelphi, trad. Vivianne Di Maio), di Maria Rosaria Paolella

“Nell’Ottocento i pittori scoprirono il bisogno di avere sempre un modello da guardare;

nel Novecento scoprirono che l’unica cosa da non fare era guardare un modello.”

Gertrude Stein

Nel corso di una ricerca, mi sono imbattuta in un interessante volumetto, pubblicato per la prima volta nel 1938 e proposto, in Italia, da Adelphi nel 1973.

In poche pagine e con una scrittura rapida, ma incisiva, la scrittrice statunitense Gertrude Stein offre un vivacissimo ritratto del pittore spagnolo Pablo Picasso e ne delinea l’evoluzione artistica e umana dalle prime fasi della sua nuova vita parigina fino al 1937, l’anno del celebre dipinto “Guernica”. E lo fa da una speciale prospettiva: quella di chi ha conosciuto e frequentato l’artista, fin dal suo arrivo nella capitale francese, e di chi ha condiviso con lui un’intensa e parallela ricerca stilistica. 

Nel 1903 Gertrude Stein si trasferisce a Parigi, assieme al fratello Leo; dà vita a un celebre salotto, frequentato da artisti e letterati, e si dedica a un’intensa attività di collezionista e mecenate. I due fratelli acquistano opere di Cézanne, di Renoir ma anche quelle di artisti non ancora famosi. Tra gli altri c’è Pablo Picasso, da poco arrivato nella capitale francese. La scrittrice d’avanguardia ne diventa presto amica e sostenitrice; il suo primo acquisto è la Fanciulla con cesto di fiori.

Con rapide pennellate e da diverse angolazioni, la Stein dà conto di tutte le fasi della produzione di Picasso, facendoci seguire i cambiamenti che avvengono nell’animo e che si riflettono nelle opere del geniale pittore. Una profonda e continua lotta interiore alla ricerca del proprio linguaggio si accompagna, secondo la scrittrice, a un particolare meccanismo di assorbimento e di “svuotamento”

È la sua profonda sensibilità che lo porta ad accogliere sempre nuove suggestioni da cui, però, Picasso aspira progressivamente a liberarsi, a “vuotarsi” per tornare all’espressione del proprio sguardo sulla realtà. 

Così, in occasione di una prima, breve permanenza a Parigi, il giovane artista è attratto dalla pittura di Toulouse-Lautrec, dal cui influsso si libera molto presto dando inizio al cosiddetto “periodo blu”. 

Dal 1904, quando si trasferisce definitivamente nella capitale francese, viene travolto dal fascino e dalla “gaiezza” dell’ambiente parigino dove i suoi amici sono “scrittori più che pittori […] Max Jacob, Guillaume Apollinaire, André Salmon, Jean Cocteau, i surrealisti”. È qui che prende vita il “periodo rosa o degli arlecchini”, periodo di immensa attività che termina con il  ritratto della Stein. La letterata americana posa per lui nel corso di un intero anno ma alla fine Picasso, come in altre occasioni, sente il bisogno di dipingere senza modello. Non soddisfatto dal risultato, cancella il viso della scrittrice per ridipingerlo poi, a memoria, al rientro da un nuovo viaggio in Spagna. Rompendo con le convenzioni artistiche del tempo, riesce a cogliere l’essenza della personalità dell’amica, che dichiara di vedersi perfettamente ritratta nel quadro. “Picasso era l’unico, nella pittura, a vedere il Novecento con i suoi occhi, a vedere la sua realtà.”

Vuotatosi” ancora una volta dell’influsso francese, il pittore si accosta alla scultura africana, grazie a Matisse, e da questa esperienza nascono gli studi che lo porteranno a creare Les Demoiselles d’Avignon

È di questi anni il rapporto con Derain e Braque.

Dopo un breve viaggio in Spagna, nel 1909, il pittore torna a Montmartre con i primi paesaggi cubisti. Ma, essendo interessato principalmente alla figura umana, decide di utilizzare la nuova visione per rappresentare le persone. Ha inizio “l’era felice del Cubismo”. Con il nuovo decennio, arrivano il successo e la fama. 

L’Europa, però, vive anni complessi, di lì a poco scompare la “gaiezza “ che aveva contraddistinto il periodo precedente. Nel 1914 “tutto [è] guerra”: gli amici partono, o perché richiamati o perché volontari, e Picasso si accosta a Erik Satie e a Jean Cocteau. Risultato di tali frequentazioni è l’approdo al teatro: ”il cubismo stava per essere messo in scena”. Per lavorare ai costumi e alle scene di Parade, nel 1917, Picasso si dirige verso Sud. Benché non ami viaggiare, questa volta è contento di visitare l’Italia. 

Nuova terra, nuova seduzione: prende il via un nuovo periodo rosa che ha inizio col ritratto della moglie e termina con il ritratto del figlio in costume di arlecchino. In Francia Picasso dipinge altri quadri e disegna  nuovi Arlecchini, in una fase realista, a cui fa seguito una di soggetti classici e di donne con drappeggi. La pittura naturalista lascia il passo a quella delle “grandi donne”. 

Si susseguono nuove sperimentazioni: lo stile calligrafico, poi un ritorno al colore intenso finché, nel 1935, l’artista non smette di dipingere e di disegnare per ben due anni. 

Liberarsi dall’influsso francese o da quello italiano, una volta accolte le rispettive suggestioni, è relativamente facile per l’artista, molto  più difficile è affrancarsi da quello russo, nato in precedenza e rafforzato dalla  collaborazione con i Ballets Russes di Sergej Diaghilev. La lotta interiore si presenta più dura a causa di un forte contatto tra la sensibilità spagnola e quella russa. Ma poi tutto ha termine. 

Ben diverso è, per tutta la vita, il rapporto con la Spagna: la  vera sensibilità di Picasso è tutta spagnola e così è la sua visione. Della Spagna non potrà mai “liberarsi perché la Spagna è lui, è lui stesso”.

Dopo il 1935 il pittore arriva a smettere di adoperare il linguaggio che gli è proprio, quello del disegno e della pittura, e a dedicarsi ad altre forme espressive, tra cui anche la poesia. È un lungo periodo di riposo.

Ma quando la guerra travolge la Spagna, Picasso si risveglia, sente che la sua terra è viva, che lui stesso è vivo; è allora che  ricomincia “a parlare come ha parlato tutta la vita, parlando con disegno e colori…”. E nel 1937 partecipa alla grande Esposizione internazionale di Parigi, avendo a disposizione un’intera parete del padiglione spagnolo.

 L’artista torna a dipingere e lo fa con una raggiunta consapevolezza, con un uso perfetto dei colori e con una visione tutta personale, libera da qualsiasi influsso: “Picasso, è certo, ha trovato ora il suo colore, il suo vero colore, nel 1937”.

L’agile libretto è corredato di venti illustrazioni in bianco e nero che riproducono opere, menzionate nel libro, e realizzate dall’artista spagnolo tra il 1895 e il 1937. 

L’intenso rapporto di amicizia e di collaborazione tra Gertrude Stein e Pablo Picasso, a lungo indagato da critici e studiosi, è stato recentemente ripreso in un’interessante mostra allestita, tra il 13 settembre 2023 e il 28 gennaio 2024, dal Musée du Luxembourg di Parigi. L’esposizione, intitolata Gertrude Stein et Pablo Picasso – L’invention du langage, si è incentrata sull’influsso che i due artisti hanno avuto sui loro contemporanei e sulle prime avanguardie americane della seconda metà del Novecento. Per chi fosse interessato, le curatrici della mostra  Cécile Debray, Presidente del Musée National Picasso – Paris e Assia Quesnel, specialista di storia dell’arte moderna e contemporanea, hanno pubblicato, per Gallimard, un Carnet d’Expo, disponibile in lingua francese.   

Maria Rosaria Paolella

Maria Rosaria Paolella, napoletana, di formazione classica, ha molte passioni tra cui la letteratura, la danza, il teatro e la storia della sua città. È stata docente di ruolo nei Licei e negli Istituti di istruzione secondaria e poi cultore della materia e docente a contratto presso la cattedra di Letteratura per l’infanzia dell’Unisob. 

È autrice di articoli e recensioni su temi di letteratura latina e di letteratura giovanile, nonché di diversi libri per ragazzi, editi dalle case editrici Loescher, Marco Derva, Emme Erre. 

Tra le sue ultime pubblicazioni, per le Edizioni Apeiron, figurano Una storia: un balletto – L’Uccello di fuoco (2019), primo volume di una collana incentrata su letteratura e danza nel Balletto narrativo del Novecento e Itinerari leggendari partenopei (2023), un libro-guida che, attraverso la narrazione di antiche leggende, conduce il lettore nei luoghi più suggestivi della città. Nello stesso anno ha inoltre collaborato alla realizzazione del volume I fari dell’anima.

Murata Sayaka: “Parti e omicidi” (trad. Gianluca Coci – E/O), di Antonella Scagliola

PARTI E OMICIDI DI MURATA SAYAKA: DISTOPIA O PRELUDIO DEL FUTURO?

Parti e omicidi” è una raccolta di quattro racconti dell’autrice giapponese Murata Sayaka. Ho cercato Sayaka su google per dare un volto alla voce che mi accingevo ad ascoltare: ho visto una donna composta, elegante e sorridente, immagine che stride decisamente con le idee e il mondo folle e grottesco di cui racconta.  

Parti e omicidi” è il racconto che dà il titolo alla raccolta ed occupa una buona metà libro. In un futuro non ben precisato, in Giappone si è risolto il problema del calo demografico attraverso l’introduzione del “Sistema Parti e Omicidi” che consente a tutti, uomini e donne, la possibilità di diventare gestanti. Chi sceglie di diventare gestante si dedica esclusivamente al concepimento di dieci nuove vite, ottenendo, come premio per tanti travagli, la possibilità di uccidere una persona a propria scelta, senza avere alcuna ripercussione dal punto di vista legale. 

Tutto è perfettamente regolamentato: il morente riceve un telegramma d’avviso trenta giorni prima della sua morte, a cui non può sottrarsi, e il giorno dell’esecuzione viene anestetizzato e lasciato alla mercé del suo assassino. 

I gestanti sembrano quasi dei martiri, ma serve a ben poco elogiarli facendo leva sul loro desiderio di dare alla luce dieci bambini solamente per incrementare le nascite del paese, la verità è un’altra: ogni gestante decide di diventare tale perché vuole uccidere, non perché desideri procreare. 

L’idea di fondo del racconto, infatti, è che ogni essere umano ha impulsi omicidi, ma la maggior parte si ferma per paura delle ripercussioni legali, dunque Sayaka pensa bene di raccontare di una società in cui si possa aggirare l’ostacolo attraverso il sacrificio dei tanti travagli. 

Quanto possono essere scabrosi e crudeli gli esseri umani quando gli vengono date delle libertà, prima di allora, impensabili? 

In Triade viene affrontato il tema del poliamore: le nuove generazioni preferiscono sempre più il rapporto di “troppia” a discapito del classico rapporto di coppia che appartiene quasi esclusivamente alle generazioni passate e, dunque, viene visto come un modo antiquato di vivere l’amore, da sfigati. 

Leggere di una storia a tre è normale, il poliamore è ormai sdoganato, ma il modo in cui vivono la relazione e il sesso le troppie di Sayaka è molto distante da ciò che siamo abituati a immaginare. 

Al centro del racconto c’è il pregiudizio su come gli altri vivono l’amore, il giudicare chi ha un modo di amare diverso dal proprio, focus che rende il racconto quanto mai attuale. 

Un matrimonio pulito racconta di una coppia sposata che decide di non avere rapporti sessuali. Il problema sorge quando i due decidono di avere un bambino, desiderio che, però, non supererà la repulsione che entrambi provano all’idea dell’atto sessuale con l’altro. Fortuna vuole che esista una clinica che aiuta coppie come la loro ad esaudire il desiderio di avere un figlio con metodi abbastanza… bislacchi. 

Sayaka smantella il concetto di matrimonio che abbiamo, senza facili moralismi, mettendoci costantemente il dubbio se la coppia di cui si racconta sia realmente una coppia, sul tipo di famiglia che vogliono costruire e su tante altre convenzioni sociali che diamo per assodate, sbagliando. 

Ultimi momenti di vita è l’ultimo racconto che chiude la raccolta riprendendo il tema della morte ampiamente trattato nel primo racconto. Veniamo catapultati in un futuro dove la morte è stata sconfitta e la moderna tecnologia permette di resuscitare chiunque. Il risultato è che, non potendo più morire, la gente perde d’interesse nei confronti della propria vita e desidera sempre più frequentemente morire ricorrendo al suicidio, ampiamente sdoganato e regolato burocraticamente. Sono appena quattro pagine, ma personalmente è stato il racconto che ho apprezzato maggiormente dopo Parti e omicidi, mi ha lasciato un senso di angoscia che mi ha smosso, un vero pugno nello stomaco. E a lettura ultimata non puoi fare altro che chiederti: qual è il valore della vita umana? 

Finito il libro, abbastanza turbata, anche un po’ disgustata, mi sono chiesta: la società descritta da Sayaka è così lontana dalla nostra? Viviamo in un mondo in cui il poliamore non è più uno scandalo, esistono moltissimi matrimoni bianchi, il suicidio non fa quasi più notizia e la gente uccide per il semplice gusto di sapere cosa si prova. 

Quel che è certo è che Sayaka non vuole darci risposte, anzi, ma farci mettere in discussione le nostre stesse convinzioni su argomenti che diamo per scontati e su cui con abbiamo ripensamenti, ci mette una pulce nell’orecchio: se accadessero realmente certe cose, noi come ci comporteremmo? Conviene rifletterci su. 

Antonella Scagliola

Antonella Scagliola: Studentessa, fa una cosa che solitamente gli studenti di lettere non fanno: legge davvero i libri! Appassionata di film, musica e letteratura, con una particolare propensione e passione per gli artisti americani. Il suo ideale di serata è: copertina, tisanina e libro.