Katherine Mansfield, una neozelandese a Londra, di Lavinia Capogna

Intelligente, con grandi occhi scuri intensi, una personalità sfaccettata, Katherine Mansfield fu una scrittrice che nei suoi circa cento racconti riuscì a descrivere le donne in un modo nuovo (e per questo si potrebbe definire una scrittrice femminista), a raccontare lucidamente delusioni, stati d’animo, sensazioni in pochi tratti. 

C’era in lei una capacità di descrivere l’animo umano con una sottile perspicacia e anche la natura (i fiori, i frutti, la pioggia e il vento) con grande intensità. 

Secondo me, il tema che attraversa la sua opera è l’incomprensione tra le donne e gli uomini.

Emerge anche, tra le righe, una compassione che non viene mai sbandierata, il suo stile è diretto, essenziale – e forse questa pudica compassione è il trait d’union tra lei e Anton Čechov, il suo scrittore prediletto, deceduto anch’egli di tubercolosi. 

Quando Katherine Mansfield morì aveva appena 34 anni, aveva pubblicato tre libri di racconti che avevano avuto buoni riscontri, molte recensioni per una rivista ed era sul punto di spiccare il volo nel variegato e stravagante ambiente letterario britannico. Non a caso era l’unica scrittrice della quale Virginia Woolf, sua amica, aveva scritto di essere gelosa (nota 1).

Kathleen Mansfield Beauchamp, che usò vari nomi d’arte sia femminili sia maschili per diventare infine celebre con quello di Katherine Mansfield, nacque nel 1888 a Thorndon, vicinissimo a Wellington, in una strada piena di vento dalla quale si vedeva il mare (oggi è un Museo), in Nuova Zelanda. 

Il paese faceva allora parte dell’Impero più grande del mondo, quello britannico. 

L’isola si divideva tra il modo di vivere inglese e quello della popolazione locale, i Maori. 

La famiglia Beauchamp, di origine australiana con un cognome indiscutibilmente francese, era benestante e in seguito lo sarebbe diventata molto di più. I neozelandesi anglofoni vivevano in una natura lussureggiante con vulcani millenari e antichi riti magici animisti esattamente come se fossero stati in Inghilterra. 

La vita a Wellington era scandita da varie attività mondane come i ricevimenti, le partite di cricket, la lettura e la musica. 

Ben presto Katherine, anticonformista, vivace, con senso di humour, si sentì la pecora nera di questa famiglia tradizionalista di fine secolo: l’obiettivo delle ragazze (e quello imposto loro) era di fare un buon matrimonio, avere figli e una vita socialmente rispettabile. Tutte cose che lei evitò accuratamente. Si sposò due volte ma furono due matrimoni alquanto singolari e rimase incinta, ventenne, di un coetaneo musicista, Garnet Trowell, ma perdette il bambino a causa di un aborto spontaneo (il fatto di non avere avuto figli fu un rimpianto per lei e spesso nei suoi racconti appaiono bambini). 

La sua passione per la letteratura iniziò molto presto, compose piccoli racconti e belle poesie e decise che sarebbe diventata una scrittrice anche se ebbe qualche dubbio verso la musica. Adolescente prese molto seriamente lezioni di violoncello e si innamorò platonicamente del suo insegnante. Contemporaneamente o quasi ebbe in collegio due relazioni sentimentali: la prima con Martha Grace, il cui nome Maori era Maata Mahupuku, figlia di un capo indigeno e parente di un ministro, e poi con Edith Kathleen Bendall, che aveva 26 anni (Katherine ne aveva 17), una ragazza assai vivace intellettualmente. 

Questi sentimenti la portarono ad essere presto consapevole del suo orientamento bisessuale ma fu Ida Baker, studentessa di un innovativo collegio di Londra in cui Katherine venne mandata dal padre industriale, che rimase con lei per sempre – Ida, una ragazza buona e premurosa, precocemente orfana di madre che viveva con suo padre, un prepotente colonnello, fu un’amica, una compagna, una factotum per Katherine. 

Era lei che risolveva tutti i problemi e che si sobbarcava di tutte le incombenze, che le fu vicina nella malattia a rischio di ammalarsi. 

Ida Baker ha lasciato un notevole libro di memorie su Katherine edito nel 1971 (nota 2). Katherine ebbe, nel tempo, sentimenti contrastanti verso di lei. A volte di tenerezza, a volte di insofferenza. 

Sembra che la madre di Katherine escluse la figlia dal testamento proprio per la sua relazione con Ida Baker. 

Tantissime lettere della scrittrice a Ida sono state distrutte. 

Invece i partner maschili di Katherine prima di sposare nel 1918 John Middleton Murray, il musicista Garnet Trowell dal quale era rimasta incinta, il polacco Sobieniowski che aveva incontrato in Germania a 21 anni, che le scriveva lettere assai romantiche ma che, purtroppo, l’aveva anche contagiata con una malattia sessualmente trasmissibile (che le provocò una forte artrite e facilitò poi la tubercolosi) o il francese per il quale aveva attraversato il fronte durante la prima guerra mondiale solo per vederlo pochi giorni, svanirono nel nulla. 

Nel 1908 Katherine aveva fatto un curioso matrimonio con un certo George Bowden, maestro di canto, probabilmente gay, più grande di lei di undici anni. Il giorno stesso del matrimonio lo aveva abbandonato. In realtà lo aveva fatto perché era incinta e presumibilmente per risultare coniugata. La cosa più disdicevole per una ragazza nubile allora era rimanere in stato interessante (e così sarebbe stato a lungo). Solo nel 1917 Bowden le concesse il divorzio (in Inghilterra era legale dal 1858) e l’anno seguente lei sposò John Middleton Murray, un intellettuale marxista e pacifista, con cui conviveva già da qualche anno. 

Anche il rapporto con Middleton Murray fu controverso. Alcuni ebbero l’idea che egli “distrusse” Katherine (nota 3) influenzandola letterariamente e non fu generalmente visto con grande stima. 

Virginia Woolf in una lettera lo aveva addirittura definito ‘un giovanotto con un’aria idiota’ (nota 4).

Era un saggista e un giornalista prolifico ma non aveva la creatività della moglie. Era un ragazzo abbastanza interessante con uno strano sguardo. Fu lei che lo sostenne emotivamente, lo incoraggiò, lo mantenne economicamente. 

Il loro rapporto fu un alternarsi di amore e disamore, momenti sereni e forti contrasti, unioni e separazioni. Infine Katherine lo lasciò ma rimasero amici. 

Probabilmente anche la assai precaria situazione economica ebbe un peso in questa esasperazione. 

Invece l’amicizia (e non amore) tra Virginia Woolf e Katherine non sembrava inizialmente così scontata. Loro provenivano da due ambienti sociali molto diversi: Katherine dalla alta borghesia industriale colonialista ma viveva poveramente a Londra, Virginia da una famiglia con una grande tradizione culturale. Virginia era una persona fragile e tenace, evanescente e casta, Katherine una donna indipendente e per certi versi spregiudicata. 

Ma probabilmente ciò che le fece entrare in sintonia fu il fatto che Virginia comprese che Katherine era una vera, sincera scrittrice. 

La Hogart Press, la casa editrice dei Woolf, pubblicò un suo racconto, “Preludio”. 

Un altro suo grande amico fu il talentuoso e trasgressivo David Herbert Lawrence, autore di “L’ amante di Lady Chatterley” (1928) e di “Donne innamorate” (1920) nel quale si ispirò a lei per il personaggio della volitiva Gudron anche se Middleton Murray scrisse che Lawrence aveva compreso ben poco di Katherine.

Di solito vengono comprese sotto il nome di Modernismo alcune correnti artistiche che si contrapponevano nella prima metà del Novecento a quelle del passato: Virginia Woolf giunse a scrivere solo pensieri in alcuni libri (“La camera di Jacob”, “Le onde”), James Joyce frasi senza connessione logica fra di loro in “Ulisse”, Proust si focalizzò prevalentemente sulle emozioni e sensazioni nella Recherche, il poeta Thomas S. Eliot scrisse “Terra desolata”, Kandiski inventò l’astrattismo, Picasso il cubismo, Schönberg la musica Zwölftontechnik (dodecafonica), Franz Kafka descrisse l’assurdità del mondo, Freud scoprì l’inconscio e Jung la parte luce e quella ombra di ognuno di noi. Era un mondo in fermento, in rapido cambiamento, un mondo che conosceva nuove ansie e aveva bisogno di modi nuovi per esprimerle. 

Già nella sua prima raccolta di short stories, “In una pensione tedesca” pubblicata quando aveva solo 23 anni (1911) Katherine mostrò una precoce intensità letteraria: accanto a una sottile presa in giro di certe debolezze tedesche e di idee alla moda (la “signora evoluta” o il giovane, pallido filosofo nichilista) l’innocenza di Sabine e la confusione di Viola sono assai incisive. Gli uomini sono brutali o manierati, le donne sono da loro considerate graziosi oggetti da esaltare o da distruggere (naturalmente non tutti gli uomini erano così, ella raccontava con anticipo quello che la sociologia chiama patriarcato). 

Nella seconda raccolta “Beatitudine e altri racconti” pubblicata nel 1920 quando aveva 32 anni e dedicata al marito, aveva raggiunto una piena maturità artistica. Qui gli uomini sono inconsistenti e fuggevoli come il vanesio e compito Paul di “Je ne parle pas français”, l’intellettuale con la sua amica, Reginald o il timidissimo studente. 

Le donne spesso sole, imprevedibili, ferite emotivamente. 

Sarà terribile il disinganno di Bertha nel racconto “Bliss”, la storia di una donna felice che ha un marito competitivo, una deliziosa bambina piccola, una casa confortevole con un bel giardino, dei simpatici amici artisti e che crede di essere in sintonia con una donna bionda, affascinante e ‘linfatica’ miss Fulton. Il sentimento di Bertha verso miss Fulton ha una sfumatura omosessuale. 

Nello splendido “Immagini” invece la grassa e non più tanto giovane Ada Moss, contralto d’Opera che ha fatto il Conservatorio, cerca disperatamente lavoro facendo anticamera dagli impresari teatrali in una Londra dura e impietosa: “Sapete pilotare un aereo… tuffarvi dall’alto… guidare l’automobile… fare il salto mortale… sparare?”, lesse Miss Moss. Camminava per la strada facendosi queste domande. Soffiava un vento forte e freddo; la spingeva a strattoni, la schiaffeggiava, la scherniva; sapeva che lei non era in grado di dare quelle risposte. Negli Square Gardens trovò un cestino di fil di ferro dove lasciò cadere il modulo”. 

Altrettanto bello è “The Garden Party”, che dà il titolo alla terza raccolta del 1922, basato su alcuni stridenti contrasti: una splendida festa in giardino di un’agiata famiglia e la morte improvvisa di un carrettiere, sensibilità e insensibilità, le differenze di classe, l’energia della gioventù e la quiete della morte, qui vista con uno sguardo inusuale. 

La tubercolosi di Katherine divenne sempre più grave. Tra il 1800 e la prima parte del Novecento era chiamata ‘il male del secolo’ e non esisteva una cura (gli antibiotici non erano stati ancora scoperti). Generalmente, il trattamento consigliato era di andare in un paese con un clima mite: il poeta Guido Gozzano era stato a Ceylon (Sri Lanka), lei soggiornò in Svizzera e nella Riviera Ligure in Italia (a Sanremo e Ospedaletti). Tentò anche varie terapie mediche e affrontò la malattia con coraggio. I suoi amici si spaventarono vedendola sempre più sciupata e deperita. 

Poi qualcuno le parlò di Gurdjieff. 

Gurdjieff era una sorta di maestro spirituale di origine greca armena che aveva aperto una comunità a Fontainebleau, in Francia, chiamato “Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo”. 

Le sue teorie avevano parecchio successo e Katherine, anche se sembra che non si fosse mai interessata a questioni spirituali, decise di tentare. 

Nell’ottobre del 1922 si ritirò nella comunità spirituale. Ida Baker affittò una casa vicina. Qui Katherine fece una vita spartana in una piccola dependance che Gurdjieff le aveva messo a disposizione ad Avon, a 60 chilometri da Parigi. 

Era una vita molto dura e l’inverno era molto rigido. In seguito alcuni videro in lui qualcuno che aveva affrettato la morte della scrittrice con uno stile di vita completamente inadatto ad un tubercolotico grave, altri invece come colui che era riuscito a farle trascorrere l’ultimo periodo serenamente (il suo umore migliorò). 

Il 9 gennaio 1923 Middleton Murray andò a trovarla, trascorsero la giornata con altri seguaci di Gurdjieff prevalentemente russi, ma la sera lei ebbe un violento fiotto di sangue forse perché aveva salito rapidamente le scale. 

Lui, terrorizzato, corse a chiedere aiuto. 

Due medici e due infermieri accorsero ma lei morì subito. 

Il marito curò la pubblicazione delle sue due opere inedite, poesie, abbozzi e più tardi delle Lettere e dei Diari ma distrusse anche alcuni testi di lei. 

Nel 1924 si risposò con una scrittrice, Violet Le Maistre. 

………….. 

Note:

1) Katherine Mansfield scrisse con grande perspicacia di Virginia Woolf “per la prima volta ho avuto l’impressione di incontrare una di quelle donne di Dostoevskij, la cui innocenza è stata ferita”. 

2) Oggi il libro si trova in questa edizione tedesca: “Ein Leben für Katherine Mansfield. Erinnerungen der Ida Baker” (Una vita per Katherine Mansfield. Ricordi di Ida Baker) 

3) Così ritiene , tra gli altri, la nota saggista Claire Tomalin nella biografia: “Katherine Mansfield. A Secret Life” (Viking, 1987)

4) Sara De Simone

“Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf. Storia di un’amicizia” (Ed. Neri Pozza 2024)

Bibliografia:

Katherine Mansfield 

Tutti i racconti (Newton Compton 2015) 

Pietro Citati

Vita breve di Katherine Mansfield (Adelphi 2014) 

Nadia Fusini

La figlia del sole: Vita ardente di Katherine Mansfield (romanzo, Feltrinelli 2023)

Sara De Simone

Opera citata nelle Note

Katherine Mansfield The Complete Works (eBook – edizioni Bauer) 

Claire Tomalin  

Opera citata nelle Note

(oltre che questa biografia, sono state dedicate a K. M. altre sei biografie tra Inghilterra e Francia, romanzi, film per la televisione tra i quali uno del 1973 dove lei era interpretata da Vanessa Redgrave). 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Renato Minutolo: “Con la violenza si risolve tutto ovvero quando la diplomazia getta la spugna” (De Agostini), di Silvia Lanzi

Anche se molti studenti la pensano così, la storia è – o dovrebbe essere – più di un mucchio di date e di avvenimenti che si succedono senza soluzione di continuità da imparare a memoria. Ma tant’è.

Qualche tempo fa ho letto un libro che ho trovato fighissimo – forse non dovrei usarla ma è la prima parola che mi è venuta in mente – dal titolo “Con la violenza si risolve tutto ovvero quando la diplomazia getta la spugna” (De Agostini, 2021, 240 pp).
L’ho letto in un paio di giorni, e devo dire che è stato rigenerante approcciarmi alla storia così.
L’autore è Renato Minutolo comico e stand up comedian, appassionato di storia – sua è l’imitazione, riuscitissima, di Alessandro Barbero, tanto per stare in tema.

E la sua passione trasuda da ogni pagina, perché propone questa materia in modo lieve ed ironico, senza però snaturarla o banalizzarla. È anche molto rigoroso perché, ove possibile, cita le fonti da cui attinge. Nulla di più diverso, comunque, da quei noiosissimi tomi universitari pieni di minuscole note a piè pagina su cui tanti perdono giornate intere e che, per essere decifrati compiutamente, necessiterebbero di almeno un paio di lauree (lettere antiche, filologia romanza e un dottorato post-laurea) perché l’approccio è molto frizzante e godibilissimo e dalla sua scrittura si capisce quanto l’autore ami la materia. 

Ci sono però alcuni nodi che, a parer mio è necessario segnalare.
La mia prima perplessità riguarda certe citazioni, che mi hanno ricordato quella della quarta egloga di Virgilio: semplici da riconoscere sul momento, ma ardue nel lungo periodo.
Anche certe ‘modernizzazioni’ introdotte nel racconto – ad esempio chat e videochiamate – sembrano un po’ troppo estreme.

Renato, che ho contattato facendogli questi rilievi mi ha risposto innanzitutto ringraziandomi non solo per i complimenti, ma anche per le critiche – e questo credo ne sottolinei la modestia e il piglio di vero studioso e ha aggiunto: “devo dire che in parte condivido la criticità dell’attualizzazione di certi concetti. Anche io mi sono posto il problema. Diciamo però che, essendo un libro che vuole raccontare la storia creando appigli con il lettore, immagini e modernizzazioni mi erano utili per tenere viva l’attenzione e dare anche una sorta di bussola per chi non conosce quel dato avvenimento storico“.
Senza dubbio la sua spiegazione risulta ineccepibile.
In complesso, dunque, il volume è godibilissimo e arguto, e lascia i lettori – non solo gli studenti di cui sopra ma anche chi desidera una libro leggero ma non banale – con la voglia di saperne di più. 
E spero che il suo post-scriptum (“…e non sai cosa mi hanno fatto cancellare!!!”) sia foriero di un secondo capitolo.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

La natura acquatica dell’inconscio, di Cristi Marcì

Il presente articolo indaga il valore multiforme dell’inconscio, rapportando i suoi numerosi e imprevedibili linguaggi a uno degli elementi più antichi trattati dagli alchimisti: l’acqua. Nondimeno si è voluta indagare la sua natura attraverso il valore della poesia quale promotrice di un linguaggio in grado di ribellarsi agli schemi e alle aspettative proposte dal mondo esterno. Restituendo alla dimensione inconscia una propria coscienza.

Nella mia storia il mare era una specie di vecchio gigante, un po’ buono e un po’ iroso. 

E per un intero giorno galleggiai su di lei pazientemente e verso le cinque di sera mi accorsi che quello che avevo creduto un vecchio mare era una donna. 

Un’anima di donna in un corpo d’acqua. 

E lei dorme, affondata in una delle mille concavità lunari dell’oceano, con la faccia volta al sole come un grande girasole, e il suo corpo fluido e molle, continua a eseguire la sua azione incosciente con contrazioni ondose, con brividi spumeggianti, con le surreali visioni dei suoi sogni che creano nelle sue profondità le creature più grottesche. 

E bisogna stare attenti e non lasciarsi ingannare dal suo aspetto dignitoso e tranquillo, perché in fondo è primitiva nei suoi impulsi e nei suoi desideri; risultati di un difetto caratteristico delle più antiche ere geologiche

(David Grossman, Vedi alla voce amore).

La psicologia alchemica dell’acqua

Allo stato originario e incorrotto l’acqua possiede la capacità di assumere qualsiasi tipo di forma, nondimeno prima ancora di essere contaminata dalle emozioni e ancor più dalla cupidigia dell’essere umano rimane, secondo san Francesco d’Assisi, “humile et pretiosa et casta”.

Nel panorama alchemico l’acqua veniva rappresentata come uno degli elementi primari capace di condizionare tanto la materia quanto lo spirito con i quali entrava a contatto.

Attraverso i contributi dello psicoanalista americano James Hillman e dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung nel ramo della psicologia alchemica si è andata profilando negli anni una valenza simbolica grazie alla quale il concetto di significato ha subito un ampliamento. 

Difatti se al giorno d’oggi esso rappresenta un punto di riferimento finalizzato ad una comprensione immediata e prevedibile viceversa rischia di soffocare quello che Alessandro Baricco ha definito la moltitudine di trame che abitano in noi e che per mezzo di un pensiero nominalista limiterebbe quel ventaglio simbolico in grado di estendere i nostri modi di sentire, percepire e dialogare con le nostre parti più profonde. 

Secondo Hillman il valore alchemico risiede nella trasformazione di quel contenuto simbolico e immaginativo che si riverbera nel pensiero a partire dalla possibilità di dar voce a quella contraddittorietà di cui è impregnato l’inconscio.

Quest’ultimo infatti non solo possiede tante trame quante sono le sue modalità espressive ma attraverso la lettura è possibile dar vita a quelle risonanze con le quali nutrire quel misterioso linguaggio che nella vita quotidiana si colloca all’interno di schemi precostituiti.

Gli abissi della coscienza

Nel campo della poesia e della letteratura questo luogo primordiale dalle proprietà acquatiche si coniuga con quel ventaglio di emozioni che spesso e volentieri si celano negli abissi del nostro essere, dove lo sguardo non sempre è disposto a scendere in profondità: mantenendo così l’attenzione su una superficie dove il proprio vissuto rischia di interrompere la sua fluidità.

Coltivare pertanto una coscienza acquatica e al contempo poetica permetterebbe di dar voce a quel mondo immaginifico che se da un lato ristagna in superfice dall’altro smuove le nostre emozioni nelle profondità della nostra anima sotto forma di tempeste, di cui non sempre riusciamo a cogliere l’importanza.

Eppure la poesia al pari della letteratura aiuta a scuotere quello da cui siamo abitati ma di cui spesso e volentieri siamo ignari, portando alle rive della nostra coscienza parole schiumose impregnate di qualcosa di antico e tuttavia appartenente al nostro essere sin dalla notte dei tempi.

Le emozioni al pari della coscienza odierna rischiano quotidianamente di infrangersi su quegli scogli che altro non riflettono se non le nostre convinzioni e dove le forme del pensiero possono solidificarsi in quel materiale roccioso che ne impediscono la spontanea evoluzione. 

Il linguaggio quotidiano sembra per l’appunto aver perso quella profondità e ancor più quella unicità in grado di riflettere emozioni, sentimenti e vissuti esperienziali in sintonia con quanto di più profondo ci abita e che spesso non sempre siamo in grado di esprimere, poiché non sempre risulterebbe idoneo con quanto ci circonda. 

Difendere i nostri volti

Il linguaggio parlato e scritto sembrano aver vissuto un radicale cambiamento, in quanto quello che più ci caratterizza si trova a fare i conti con “i codici di significato automatici socialmente accettati”. Ciò significa che le modalità espressive non risentono più di quella genuina autenticità bensì appaiono totalmente uniformate alle richieste provenienti dall’esterno: uno spazio (quest’ultimo) che sembra soppiantare le “connotazioni soggettive”. 

Questa funzione dunque sembra essersi trasformata in un mezzo privo di autenticità attraverso la quale comunicare non tanto quello che realmente sentiamo di esprimere quanto piuttosto ciò che di automatico e prevedibile ci si aspetta di sentire da chi ci circonda. 

Evidenziando così un’inautenticità che rischia di riflettere un’economia psichica che si colloca dentro ciascuno di noi e che è al servizio di chi vuol scegliere le parole al nostro posto. 

Uniformare il linguaggio e le parole che ad esso danno vita di contro significherebbe impoverirlo della sua più autentica natura, del suo reale valore acquatico a discapito di una “rappresentatività emotiva” soffocata al contempo da un limite da rispettare e attraverso il quale riconoscere la nostra più profonda “individualità”.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Carlo Alessandro Landini: “Lo sguardo assente – Arte e autismo: il caso Savinio” (FrancoAngeli), di Maurizia Maiano

Dal sito dell’Editore:

“Il volume esamina, sotto un profilo psicologico e neuropsichiatrico, l’opera e il personaggio Alberto Savinio, la cui creazione artistica si scontra talora con la diagnosi di disturbo della personalità da cui il pittore e letterato fu affetto. Sindrome di Asperger, disturbo bipolare, ipergrafismo, verbigerazione, feticismo d’oggetto, alessitimia, asocialità, aprassia cognitiva e comportamentale, deficit del visus, prosopagnosia: tutti sintomi di una patologia complessa, caratteristiche che segnano il percorso umano e artistico di Savinio.”

“Se lo spazio sembra certo essere la forma a priori dove si disegna ogni tragitto immaginario, le categorie della fantasia non sono altro che le strutture dell’immaginazione che si integrano in questo spazio, dandogli le sue dimensioni affettive”. Con questa bellissima intuizione di Gilbert  Durand inizia il saggio di Carlo Alessandro Landini Lo sguardo assente. Arte e Autismo: il caso Savinio (Franco Angeli, Milano 2009, pp. 200, € 20,00).

 Landini, prima di essere critico letterario e studioso di psicologia, è artista egli stesso, un compositore che rappresenta e dà forma ai propri sentimenti attraverso il suono, quanto di più etereo ed impalpabile possa esistere; la musica è quella che egli ama definire, con Wackenroder, “la lingua degli angeli”. 

Il libro, sicuramente difficile nella prima parte, in quanto unisce riflessioni filosofiche, osservazione e ricerca scientifica (ma è proprio questa, forse la novità del testo), diventa di facile accesso nella seconda. Qui si svela al lettore un universo nuovo in cui si assiste ad una sorta di democratizzazione del processo artistico. Nessuno può e deve sentirsi escluso dal mondo mirabile dell’arte. Anche la più banale esposizione dei propri sentimenti, la riflessione di ognuno di noi intorno all’esperienza vissuta diventa letteratura, ed anche un modo per curare se stessi. La   scrittura diventa così spazio transizionale, teso a costruire un ponte tra sé ed il mondo, arte come autoterapia.

In questa nuova prospettiva arte e psichiatria procedono di pari passo. In entrambe l’Erlebnis, l’esperienza vissuta, diventa importante nel determinare il giudizio sulla persona. Gli uomini non sono che una sorta di “vuoto d’essere”, che si traduce in desiderio o nostalgia e questo vuoto va riempito in relazione alla realtà circostante ed alla rielaborazione che di essa ne facciamo.

Le capacità di auto-osservazione così dell’artista come anche del paziente psichiatrico, che nella nostra società tendono ad essere delegittimate, ritrovano in tal modo i loro spazi e ottengono il loro giusto riconoscimento, perché la diversità non può e non deve essere sinonimo di malattia. La psicologia, dunque, come scienza eidetica: l’idea del fenomeno sarà la sua essenza percettiva in opposizione a quella ontologica di Aristotele.

La sintesi crociana di forma e contenuto, la conoscenza estetica, che rappresenta il “momento aurorale” della vita spirituale, diventa in Savinio la rappresentazione, la forma di una sensibilità sconnessa e piena di incongruenze. È questa l’opera d’arte brutta, quella in cui il “tumulto sentimentale” non si rasserena nell’immagine? Arte e conoscenza scientifica non saranno più separate? Ci aiuterà la scienza a indagare e a capire la strana combinazione neuronale che spinge l’artista a creare, a dare quella forma all’oggetto dei suoi pensieri? Tutto sarà forse spiegabile ma non sarà per questo meno affascinante. Tutto sarà più comprensibile ma non sarà per questo meno fantastico. Tutto continuerà, al limite, a essere sconnesso, ma ci regalerà nondimeno nuove istanze e scoperte e intuizioni.

Gli strani quadri di Savinio (corpi umani con teste di animali, uomini trasformati in oggetto, come in Poltrobabbo o in Monumento marino ai miei genitori, ma anche donne con teste di uccello) sono espressione di ciò che in psichiatria si chiama paramorfismo. Tale definizione sembra spostarci in un ambito diverso da quello che fino a poco tempo fa consideravamo il misterioso, magico mondo dell’arte. Difficile stabilire se quei disegni siano frutto del genio artistico, di una sana volontà di voler dare quella forma a ciò che si vuole rappresentare. E ci domandiamo quale sinapsi neuronale, quale alterazione dei neurotrasmettitori determinerebbe tutto questo. E così, noi ci chiediamo, i sentimenti non esistono più? Quali sono gli stati d’animo cui vogliamo dar forma?

  Davvero il nostro rapporto con il mondo dipende da null’altro che da un delicatissimo equilibrio meccanico e chimico? Il testo critico di Landini lascia aperti questi e molti altri interrogativi. Ogni affermazione resta come sospesa nell’ambiguità. D’altronde, tutti gli studi e le osservazioni di carattere scientifico sull’arte, da sempre, non pretendono di asserire il vero, semmai hanno lo scopo di sottolinearne l’irruzione nel mondo dell’esperienza quotidiana e di chiosarla. In questo precisamente si realizza l’epoché husserliana, la sospensione del giudizio tesa a liberare quest’ultimo dai pregiudizi. Un atteggiamento che Landini da sempre ritiene necessario, e quasi indifferibile, per una nuova interpretazione del mondo. 

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile1954. Già ricercatore Fullbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Ha una vasta produzione di critica musicale ed opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore 2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroestetica musicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (Book Editore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Intervista a Régis Jauffret di Teresa Lussone e Christophe Reig per l’uscita in Francia di “Maman” (Éditions Récamier, Parigi)

«Mia madre è un romanzo»

Dopo Papà (Edizioni Clichy, 2020), Régis Jauffret prosegue le sue incursioni nella memoria familiare con Maman, appena uscito in Francia. L’intervista rivela uno scrittore alle prese al tempo stesso con i segreti familiari e con gli sconvolgimenti tecnologici che rimettono in discussione l’atto stesso di scrivere. Tra rivelazioni postume su una madre dal doppio volto e interrogativi sul futuro della letteratura di fronte all’intelligenza artificiale, Jauffret esplora territori in cui l’autenticità umana resiste ancora agli algoritmi.

In Maman, lei costruisce un’architettura temporale complessa: la narrazione procede per ritorni a spirale su eventi fondativi, rivelando dettagli contraddittori, e sovrappone sei temporalità distinte (memoria, scrittura, storia, mito, genealogia, anacronismo). Questa struttura è incarnata da una forma frammentaria, fatta di sequenze brevi separate da spazi bianchi. Come ha concepito e assemblato questa tessitura narrativa? Era una cornice prestabilita, o si è imposta progressivamente nel corso della scrittura?

Régis Jauffret: La genesi è stata meno metodica di quanto la vostra domanda potrebbe lasciar supporre. Il libro si è formato come una conchiglia attorno a un nucleo inatteso. Nel gennaio 2020, sul modello del dry January, avevo deciso di tenermi a distanza dai social per un mese e di tenere un diario su questa presunta astinenza. Tre giorni dopo, mia moglie mi ha svegliato all’alba per annunciarmi la morte di mia madre. D’un tratto, quel diario ha cambiato natura. Ho abbandonato ogni riflessione sulla dipendenza digitale, che peraltro era immaginaria, per annotare quotidianamente le reazioni, le incombenze, il dolore, ma anche quella constatazione quasi glaciale: non ero così sconvolto come avrei creduto. Per tre mesi ho scritto ogni sera, poi in modo più sporadico, fino a costituire un quaderno che è servito da base al libro. Vi si è innestata l’esperienza centrale: quella del tradimento, scoperta a piccole dosi, grazie alla serie di aneddoti e indizi, fino al momento in cui l’immagine che avevo di mia madre si è incrinata.

Nel romanzo, questo momento di svolta è evocato come una rivelazione determinante. Può descriverlo?

RJ: Si riduce a un ritaglio di giornale ritrovato in fondo a uno scatolone. Prima di allora avevo messo insieme racconti in cui mia madre era una salvatrice: diceva di aver accolto suo nipote, cacciato a quattordici anni da sua sorella a causa della sua omosessualità, mentre in realtà fino ai ventisette anni era rimasto a casa dei genitori, i quali non lo avevano mai allontanato. Questo genere di storia legava la sua malvagità a una sorta di gusto per la finzione morbosa. Ma quel ritaglio di giornale ritrovato in fondo a uno scatolone provava che mi aveva tradito fin dalla mia infanzia. Preferisco lasciarne il contenuto al mistero del libro. Mi limito a dire che mi ha colpito come un atto di doppiezza impossibile da giustificare.

L’ammissione esplicita – «Sembra che ne faccia un personaggio utilitaristico. Lo chiamo quando ho sete del suo amore e lo ripongo in una scatola per il resto del tempo» (p. 45) – testimonia una piena coscienza delle poste in gioco etiche che attengono alla scrittura cosiddetta “autobiografica”. Come ha bilanciato questa tensione tra fedeltà memoriale e necessità romanzesca, in particolare in un’opera che espone la sua intimità familiare al pubblico?

RJ: – Si trattava di un dilemma, sì: lasciare questo quaderno ai miei figli, sapendo che avrebbero potuto pubblicarlo dopo la mia morte, oppure chiedere loro di distruggerlo, cosa che probabilmente non avrebbero fatto. Ho scelto di trasformarlo in libro, il che mi permetteva di padroneggiarne la forma. Col tempo, il mio risentimento si è attenuato. Pur avendo la prova del suo tradimento, una parte di me voleva scusarla, trovare in quella menzogna un gesto d’amore. So che è illusorio, ma preferirei ricordarla come la madre amorevole che avevo creduto di conoscere per sessantaquattro anni. Anche al prezzo di una bugia che direi a me stesso. Credo, del resto, che sia così.

Lei insiste spesso sulla necessità di non dare l’impressione di un’infanzia infelice.

RJ: – Esattamente. Diffido della “sindrome Vipera in pugno”: far passare un’infanzia protetta per un inferno. Molti bambini, ancora oggi, conoscono la fame, l’abbandono, la violenza. Anche in Francia, alcuni vivono in una tale precarietà da avere accesso a un pasto completo solo durante i periodi scolastici, alla mensa. Nel mio caso, sono cresciuto al riparo dalle privazioni e dalle guerre. Sarebbe indecente travestire questo in un dramma fondativo. 

Quali sono secondo lei i veri ingredienti del successo letterario oggi? Bisogna ormai adeguare i propri soggetti alle preoccupazioni immediate dei lettori per sperare di raggiungere un pubblico?

RJ: Il successo è qualcosa di più sottile, per esempio in Europa si è convinti che un soggetto letterario possa interessare solo se accomodante. Ho letto recentemente il libro di un giovane autore italiano in cui si parlava dell’acquisto di un appartamento da una vecchia signora con un prezzo inferiore a quello di mercato. Il soggetto mi è parso finemente adattato a un giovane pubblico in cerca di un acquisto immobiliare. L’autore ha notato che le giovani coppie hanno un progetto immobiliare comune prima ancora di avere il desiderio di avere figli o di sposarsi. La coppia del romanzo riuscirà nell’impresa di trovare allo stesso tempo un alloggio gradevole, alla propria portata, facendo più soldi di quelli necessari per pagare il mutuo? Ecco un elemento di suspense adatto a un pubblico giovane.

D’altronde, un pubblico giovane avrà lunga vita, si prenderà il tempo di diventare maturo, adulto, vecchio, completamente smorzato prima di morire e rivelarsi ormai incapace di comprare il minimo libro. Non posso dirvi se nel romanzo questa coppia riesca nel suo intento o se la proprietaria abbia un nipote capace di metterle la pulce nell’orecchio, perché ho perso l’opera all’aeroporto di Milano prima di averla terminata (risate). Ormai non ricordo più nomi e titoli e non posso ricomprarlo ma poco importa, dato che parlavamo di formato, ecco un formato adatto al giovane pubblico d’oggi. Nella mia giovinezza non avremmo potuto provare la minima empatia per questi giovani che ci sarebbero sembrati una vera schifezza.

Di fronte a questo desiderio universale di «formato» che descrive, non stiamo forse assistendo all’emergere di un concorrente temibile, le tecnologie dell’IA, che potrebbero padroneggiare questi codici meglio di quanto facciamo noi stessi?

RJ: In realtà, l’IA ci ha messi con le spalle al muro. Sa già raccontare meglio di molti scrittori. Ho certo la vanità di pensare di scrivere un po’ meglio di CHATGPT-4, ma nel momento in cui vi parlo, la quinta versione non è ancora disponibile. Ho fatto semplici prove con la precedente, del tipo: «Scrivete una microfiction con aereo alla maniera di Régis Jauffret». Il risultato era perfetto – se me l’avessero presentata come mia, avrei detto: sì, è senza dubbio mia. Ho trovato, tuttavia, che quella storia faceva un po’ la caricatura al mio modo di scrivere. Mi sono detto anche che mi era senza dubbio capitato, senza che lo sapessi, di fare la caricatura di me stesso. L’IA rimette completamente in questione la letteratura, tanto quanto la filosofia. Non capisco perché non si siano scritte nuove opere di Kant o di Leibniz – tutto il corpus esiste e alla sua maturità un filosofo non fa che sviluppare il suo pensiero partendo dalla base di dati che costituisce la sua opera, le sue note, la sua corrispondenza, i suoi abbozzi. Nello stesso spirito, si potrebbe prolungare la Commedia umana, la Ricerca del tempo perduto, l’opera di chi volete. Se avete diciotto anni oggi, non avete più bisogno di saper scrivere: raccontate una storia, alla meno peggio, l’IA ne migliora la trama, ne rifinisce le frasi: lo stile è la cosa più facile da ottenere.

Di fronte ai sospetti crescenti riguardo l’uso dell’intelligenza artificiale da parte di alcuni romanzieri contemporanei, non pensa che bisognerebbe apporre una sorta di etichetta “100% (cervello) umano” per rassicurare i lettori?

RJ: Ma non c’è nemmeno più bisogno di sapere scrivere, basta la voce. Già adesso, la maggior parte degli sceneggiatori ricorre all’IA e i giornalisti idem. La maggior parte degli editorialisti fa almeno migliorare il proprio pezzo dall’IA. Il vantaggio è che non vengono più commessi errori di francese, i participi passati vengono accordati e talvolta le frasi sono più eleganti. Non farò nomi, dato che non leggo quasi nulla di quello che viene pubblicato – quando non perdo i libri nel corso dei miei spostamenti – posso assicurarvi che non ho nessuna lista di nomi in tasca, ma è chiaro che da qualche mese escono in Francia, come altrove, numerosi romanzi che devono un po’, molto, quasi tutto all’IA. Dico quasi tutto, ma la tragedia – che bella parola – è che fra una settimana, tre mesi, anzi sei o sette, l’IA scriverà meglio dei migliori tra noi. E che, tra, diciamo, un anno, un anno e mezzo forse, per ragioni che sarei assolutamente incapace di spiegarvi, la forza creatrice, innovatrice, inventrice, rivoluzionaria, sconvolgente dell’IA sarà superiore a quella dell’umano. Superiore, una litote. Questo è lo stato delle cose. Non ne penso nulla. È così. Quelli che pensano il contrario sono dei terrapiattisti, ma non è perché loro non distinguono la curvatura della terra in fondo al loro giardino che la terra è una tartina imburrata. Allora, allora, allora? Allora, questa rivoluzione di cui ignoriamo le conseguenze sul destino degli uomini deve metterci in uno stato di esaltazione millenarista. Il letterato deve spaccarsi la testa a colpi di martello per esporne la materia al primo venuto. Questo modo di aprire la «factory», di far visitare l’atelier, risponde alla mia volontà di ritrovare una libertà totale. In ogni caso, quando si parla della propria madre, l’IA non può far nulla per voi. Si scrive col proprio cervello. Ma di fronte a ciò che nessuna macchina potrà dire – la relazione carnale, irriducibile, a una madre reale -, la scrittura umana detiene ancora il proprio territorio.

Lei viene accusato spesso di forzare la mano, di scivolare nell’iperbole sistematica. Questa tendenza all’eccesso non rischia di nuocere alla finezza del vostro discorso letterario?

RJ: Tutto quello che ho appena detto nelle ultime risposte è esagerato, provocatorio, ingiusto ed è così che si può sperare di progredire nell’analisi della realtà. Esagerandola. Pensare è esagerare, esagerare smisuratamente. Come fanno la lente d’ingrandimento e il microscopio. […] Mi sento come qualcuno che è appeso a un filo. C’è un tempo nella vita in cui non si sta più vivendo ma morendo. Un’agonia vivace, lesta e che può protrarsi per anni – siamo folli – diversi decenni probabilmente, ma poi ci si stacca, il frutto cade e ci si chiede se non si stia solo vivendo la caduta. Nessuna paura, nessun dolore. Spensieratezza, sete di scrivere. Scrivere, di per sé, è una gioia. Qualche settimana fa ho pubblicato questo post su X: D’ora in poi, si possono scrivere opere di finzione con l’IA. Per quanto mi riguarda, questo mi fa pensare alla strana idea di mandare un robot a fare l’amore al mio posto.

Mi resta poco tempo. Prima di partire devo farmi elefante e non lasciare dietro di me che briciole in questo negozio di porcellana che è la letteratura. Ecco ancora un’immagine. Che dopo la mia morte sia srotolata all’infinito come una stampa magica. 

Teresa Lussone e Christophe Reig

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Christophe Reig insegna Letteratura francese all’Università di Perpignan (Francia). Ha dedicato numerosi studi a Jacques Roubaud, Raymond Roussel, ma anche all’Ouvroir de Littérature Potentielle (OuLiPo) e ai suoi membri (tra cui Marcel Bénabou, Paul Fournel, Jacques Jouet, Hervé Le Tellier, Harry Mathews, Georges Perec…). Ha pubblicato saggi su scrittori contemporanei come Emmanuel Carrère, Régis Jauffret, Jean Lahougue e Christian Oster… Particolarmente interessato alle teorie della finzione e della transfinzione, alle varie forme di riscrittura così come ai rapporti tra arte contemporanea e scrittura (Closky, Levé…). Dopo aver codiretto fino al 2017 la rivista Formules – Revue des créations formelles con Christelle Reggiani, Hermes Salceda e Jean-Jacques Thomas, ha curato o co-curato numerosi volumi sulla letteratura e la narrativa contemporanee.