Barbara Kingsolver: “Demon Copperhead” (Neri Pozza, trad. Laura Prandino), di Valeria Jacobacci

Voluta e dichiarata l’allusione al David Copperfield di Dickens, in questo lungo romanzo, con l’ovvia differenza stilistica. E  guerra, anch’essa dichiarata, ai preconcetti, agli snobismi, alle incomprensioni, a ingiustizie e ostilità, più ancora che all’indifferenza, nei confronti di chi è debole in partenza, perché povero, oppure appartenente a una minoranza etnica o culturale o, anche (il caso del protagonista) un po’ tutte le cose insieme ed altre ancora, mali tipici dei nostri giorni. E al suo personaggio la Kingsolver, che con questo romanzo ha vinto il Premio Pulitzer 2023, non fa mancare proprio niente delle umane disgrazie. 

Un nome, quello dell’autrice, che a noi, non anglofoni e abituati alle traduzioni letterali e scolastiche, fa pensare a qualcuno che il “re” lo “scioglie” nell’acido. Ha un senso se il riferimento a un re ci porta a pensare a sudditi senza diritti o quasi. Sui nomi l’autrice indugia parecchio, il suo protagonista si chiama Copperhead, che vuol dire Testa di rame, il nome di un serpente, temibile ma tanto raro da essere leggendario.

    

A parte ciò, questo Pulitzer tocca temi attuali  e scottanti della società americana dei nostri tempi. 

La storia è ambientata nei Monti Appalachi, nella zona orientale dell’America del nord, che attraversano molti stati americani, e in parte anche il Canada, dalla Pennsylvania fino alla Georgia. Il nome Appalachi venne dato per la prima volta nel ‘500 dagli esploratori spagnoli, che da un villaggio indiano in Florida lo estesero all’intera zona montuosa, la tribù era Alpachen. 

Moltissimi film sono stati girati fra queste montagne, cosa che non ha reso la zona più ricca o turisticamente fortunata. Quello che la contraddistingue è un certo isolamento dalle grandi città e condizioni di vita piuttosto precarie. Ne fa le spese Damon, che racconta se stesso fin dal momento in cui è venuto al mondo.

La caratteristica di Demon (“demonio”) è di avere i capelli rossi e fluenti e incredibili occhi verdi, caratteristiche che ha ereditato dal giovane padre, morto per un incidente sulle rocce di un fiume in piena, mesi prima della sua nascita. Sono le particolari caratteristiche dei Melungeon, gruppo meticcio probabilmente formatosi da una colonia bianca mescolatasi con una tribù nativa, con successivi contributi afroamericani. Il motivo per cui  tali caratteristiche sono rimaste costanti  è l’isolamento delle regioni montuose, poco abitate e favorevoli a matrimoni fra parenti.

Demon è quindi Copperhead, Testa di rame, per il colore della sua chioma, ma anche per la somiglianza con l’astuto e invisibile serpente, è dotato infatti di una straordinaria forza di carattere che gli consentirà di sopravvivere a difficoltà e ingiustizie di ogni genere. La sua mamma è una diciottenne biondissima, timida e fragile, e irrimediabilmente drogata, che vive in una casa mobile ai limiti di un bosco.

I vicini di casa, e in qualche modo la sua unica e affettuosa famiglia, che lo accompagnerà nei pericolosi anni di un’infanzia da orfano, sono i Peggot, proprietari della casa mobile che ospita Damon e sua madre nei suoi primi sei anni di vita. Sono Mr e Mrs Peggot a raccogliere il neonato nel suo sacco amniotico, mentre la madre giace a terra incosciente, fra una bottiglia di vodka e i resti dell’Oxy, un medicinale che viene dato quasi gratuitamente per lenire il dolore ma ha tutti gli effetti di una droga.

A Demon sono accordati giorni felici fra i boschi, in compagnia dei figli e nipoti dei Peggot, Maggot, in particolare, uno strano ragazzino dai capelli lunghi, destinato a diventare sempre più strano crescendo, e zia June, che lo proteggerà per tutta la sua esistenza. Fin quando nella sua vita appare Stoner, il nuovo compagno della mamma che lo tormenta psicologicamente e lo malmena fisicamente.

Il dato saliente di questa narrazione è la voce narrante: Demon. Tutto passa attraverso di lui come un flusso di coscienza in uno slang che non deve essere stato facile tradurre. E’ un modo per entrare in un mondo saltando le descrizioni, il lettore vede, ascolta e riflette con la testa del protagonista, come se avesse una telecamera impiantata nel suo cervello. Da questa prospettiva assiste al funerale della madre, sfilano davanti ai suoi occhi le assistenti sociali che devono decidere della sua vita. E poi, fra alterne vicende, la grande delusione: i Peggot non possono adottarlo.

Incominciano le dickensiane avventure del piccolo orfano, da una fattoria dove è costretto a lavorare come un mulo, insieme a ragazzini dati in affidamento, in attesa di adozioni che non arriveranno mai, alla famiglia con quattro figli che spende i soldi del suo mantenimento facendogli patire la fame e costringendolo a lavorare. Alla fine, l’avventura delle avventure. Con una scatola di latta, contenente i risparmi messi faticosamente da parte, nascondendoli alle brame degli affidatari, scappa, una sera, diretto ad un paese vicino, dove sa che vive sua nonna paterna, mai conosciuta. Verrebbe  in mente il racconto di De Amicis, “Dagli Appennini alle Ande”, salvo che ormai alla crudeltà ottocentesca si è sostituito un cinismo contemporaneo, fatto di droghe e speculazioni moderne.

    

E’ un deciso cambio di prospettive quello che attende Demon alla fine di questo viaggio. Dopo essere stato derubato della preziosa scatola da una vecchia prostituta, riesce a trovare la casa di suo padre e, grazie alla somiglianza con lui, ad essere riconosciuto. Deve ringraziare la sua testa rossa e i suoi occhi verdi.

Non è tutto. La nonna lo affida a un vecchio amico, il coach di football della scuola dove il nipote sarà iscritto. La sua diventa la vita di uno studente americano delle scuole medie, abita in una grande casa, ha cibo, abiti e un’amica: Angus. Colmo del lieto fine, diventa un idolo del football della scuola, assicurando alla sua squadra una vittoria dietro l’altra. 

Ma stiamo parlando di un romanzo di seicentocinquanta pagine e la storia non finisce qui. Un giorno un giocatore della squadra avversaria lo atterra e lo riempie di botte, sotto la massa di corpi che lo sovrasta Demon sente spezzarsi un ginocchio, che non potrà più guarire. 

La musica cambia e la fortuna fa un’altra giravolta.

Proprio quando tutto va meglio tutto va anche peggio. E’ la storia delle droghe immesse fra i montanari in modo subdolo da chi le produce.

Zia June è infermiera e sa come vanno queste cose: nella valle non c’è lavoro, la gente disperata ha poco da fare, sono montanari, presi in giro per il loro accento nelle città, nipoti di minatori che lavoravano in miniere ormai chiuse da tempo, gente che non ha più un’identità. La droga costa poco, gli affari si fanno con lo spaccio facile perché tutti i giovani si drogano e diventano a loro volta spacciatori. Il primo passo si fa negli ospedali, con ricette facili che provocano assuefazione agli antidolorifici.

Non sto raccontando tutta la trama. C’è altro. 

Dory, una ragazzetta esile, affaccendata nel curare un padre di cui è unica figlia non è da meno. 

Il ginocchio dolorante e inguaribile, la perdita del ruolo di star nella squadra di football e Dory segneranno la vita di Demon. Chi legge scoprirà come.

     

Sono evidenti le tematiche di fondo di questo libro premiato per la sua attualità.

Ormai  i veri derelitti ed emarginati in America non sono gli afroamericani, o i messicani che premono ai confini, non sono quegli immigrati che, appena integrati, fanno scudo contro gli altri che tentano di fare altrettanto, non sono gli antichi abitanti, i nativi americani, ancora nelle riserve o resi invisibili, assimilati o neutralizzati. Non sono questi oggetto di razzismo. Il politically correct protegge molte categorie. Quelli veramente emarginati sono i “bianchi poveri non laureati”.

Fra questi ci sono le minoranze non protette da nessuno, soprattutto fra le montagne degli Appalachi, dove la modernità delle istituzioni di assistenza sociale è fittizia: gli assistenti sociali e gli insegnanti sono pagati pochissimo, le famiglie affidatarie di bambini in attesa di adozione sfruttano i sussidi, del resto esigui. 

Dopo la chiusura delle miniere di carbone non c’è  possibilità di lavoro e le vecchie abitudini rurali sono in pericolo. La solidarietà fra poveri è una delle caratteristiche di una società montanara, snaturata dalla modernità, principalmente da droghe e corruzione. Una società che era abituata a condividere tutto, nella quale il vicino di casa era uno di famiglia, come Demon per i Peggot.   

La realtà delle piccole città adiacenti alle montagne porta i nuovi modi per essere liberi: la conoscenza dei propri diritti, la cultura, unica finestra sul mondo.

Fuggire e restare. Restare per cambiare.

La Kingsolver vive col marito e i figli nel sud degli Appalachi, in una fattoria.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Ivan Sergeevic Turgenev: “Fumo” (Casa Editrice Sonzogno, 1918, trad. G.Bisi), di Valeria Jacobacci

“C’era folla, il 4 agosto 1862, alle quattro, davanti alla famosa Conversationhaus di Baden Baden. Il tempo era magnifico, gli alberi verdi, le case bianche della città civettuola, le montagne che la circondano, tutto spirava aria di festa e fioriva ai raggi di uno splendido sole; tutto sorrideva, ed un riflesso di quel vago piacevole sorriso errava sui volti, vecchi e giovani, belli e brutti.”

Un’anima slava, quella di Grigorij Litvinov, si aggira nella cittadina termale di Baden Baden, assorta nella percezione di ogni sensazione, attenta a ogni sfumatura di colore che cala in prospettiva su abiti e acconciature, vincendo su ogni possibile imperfezione dello spirito o della materia. Una folla elegante passeggia in attesa del concerto. Ma l’incanto dura pochi istanti, l’immagine svapora, una nota falsa s’insinua nel mezzo della rappresentazione e non abbandona più la scena. Uno spirito critico, non più un’anima, muove il protagonista, da ora fino alla conclusione del romanzo. Che cosa tormenta questo raffinato, giovane gentiluomo? Una delusione. Forse la stessa del suo creatore, l’autore del libro, Ivan Sergeevic Turgenev ( 1818-1883). 

“Madame Bovary c’est moi”, dice Gustave Flaubert (1821-1880), suo contemporaneo. Che cosa ci sfugge di questo malessere che intorbida la società del tempo? O, invece, che cosa illumina il passato alla luce del presente o viceversa? Se Ivan Sergeevic “è” il suo personaggio, lo troviamo senz’altro immerso in una profonda malinconia, in un momento della sua vita in cui nessun successo letterario lo convince o soddisfa e un acre sentimento di sconfitta lo spinge nelle braccia di un personaggio intrinsecamente fragile, che gli procurerà il biasimo dei lettori, soprattutto in patria. Ma procediamo con ordine, come scrivono nel suo secolo.  L’edizione di “Fumo” qui presa in considerazione è quella di Sonzogno del 1918. Perché? 

Il libro che è in mio possesso, scovato per caso un pomeriggio uggioso, in uno scaffale della libreria (quando l’ultimo romanzo era stato letto, il cellulare era scarico e non potevo leggere su kindle) è appartenuto al mio zio materno, Luigi Medina. E’ segnato a penna il suo nome sul frontespizio della prima pagina, come si usava all’epoca, ed è annotata la data: “novembre – anno 2 dell’era fascista”. Le iniziali del nome appaiono con lettera minuscola:  “gino medina”, come “novembre”, al rigo di sotto. Deduco che siamo nel 1924 e che mio zio è un ginnasiale fra i quattordici e i quindici anni.  Non mi stupisce l’età precoce, anch’io leggevo i classici a quell’età, noto altre cose in questa pagina ingiallita dal tempo. Innanzitutto, il nome dell’autore, stampato come si pronuncia in italiano: “Turghenieff”, più rilevante è il nome proprio: una G. Una G. ? Il nome completo dell’autore è Ivan Sergeevic^ Turgenev. Non mi riesce di trovarne altri, da dove viene “G. Turghenieff”?  Il libro è evidentemente una ristampa dell’edizione Sonzogno del ’18, oppure la data indica semplicemente l’acquisto, la prima edizione italiana risale infatti al 1889, ed è per Treves, Milano. Nel testo di mio zio la casa editrice Sonzogno non pone data. Sul dorso, molto rovinato, si legge, in verticale, Linea CC, IL MONDO, Pampar. La traduzione è di G. Bisi. Dunque, un errore? La G. del traduttore è passata all’autore? Non è dato sapere. Intervengono però altre considerazioni. Il romanzo è stato composto a Baden Baden nel 1865, completato nel 1867, pubblicato a San Pietroburgo, solo in seguito tradotto in altre lingue. 

Quali erano nel 1924 i rapporti fra il regime fascista e la letteratura russa? Perché mio zio si firma con le iniziali minuscole? 

Quando quell’anno fu rimandato in Greco, quel ginnasiale lettore di romanzi vestiva alla marinara e con quell’abito di lana fu costretto a studiare in città per tutta l’estate, mentre la famiglia era a Castellammare per la villeggiatura. L’aura romantica restava in qualche modo  nell’aria, ancora vivi certi ideali risorgimentali, molta severità negli studi; dall’altra parte, un’avanzata dei modi della propaganda fascista. Quell’uso della minuscola si può spiegare come una ribellione futurista. E quella data? Anno 2 dell’era fascista… era così che scrivevano a scuola? Nonostante l’antibolscevismo della politica mussoliniana, tutta presa nel combattere il comunismo, nei primi decenni del ‘900 i rapporti fra la Russia e l’Italia  erano di collaborazione economica e diplomatica, nella speranza di un appoggio sovietico nell’occupazione dei Balcani. La letteratura russa, e quella straniera in genere, erano accettate, la censura nell’editoria era piuttosto blanda. Per vari motivi la restrizione arrivò più tardi, quando i romanzi russi, grazie anche alla loro traduzione in italiano dal francese, erano già stati diffusi con discreto successo. L’anima slava aveva avuto il tempo di essere conosciuta. Alcuni editori andavano controcorrente, nonostante il divieto per i giornali di pubblicare letteratura straniera in terza pagina. Ovviamente i motivi delle restrizioni avevano diverse motivazioni e andavano dai modelli dei personaggi femminili, contrari agli ideali fascisti, alle ideologie politiche di autori seguaci di Lenin o Trotsky, fino a ragioni di natura razziale con il diffondersi dell’antisemitismo.  Tuttavia, l’editore Polledro esaltava “Il genio russo” , la casa editrice Slavia valorizzava il testo di partenza contro il “principio di italianità”.  Proprio in virtù di questo principio infatti i nomi stranieri erano italianizzati o scritti come sono pronunciati, come appunto “Turghenieff” nel libro di mio zio. Resisteva, comunque, una certa considerazione, fino a quando la rivista “Il popolo di Roma” pubblicò un articolo titolato  “Che c’importa del genio slavo”? 

Torniamo così a Grigorij Litvinov, il protagonista di FUMO, e alla crisi sentimentale, psicologica e morale  che travolge il giovane uomo nell’inebriante aria primaverile della cittadina termale di Baden Baden, nella Foresta Nera, al confine fra la Germania e la vicinissima Francia, affollata soprattutto dall’alta società pietroburghese. La descrizione dei personaggi che popolano le scene del romanzo richiama i dipinti dei pittori impressionisti. Come in quei dipinti, la leggiadria e l’eleganza delle signore sono in perfetta armonia con la bellezza della stagione e del paesaggio; queste donne appaiono molto lontane da una perfezione di maniera, sembrano però fluide, in evanescente movimento di sentimenti destinati a svaporare.  Accanto alla purezza della forma si fa subito strada la presenza di elementi discordanti: “… le facce imbellettate ed incipriate delle mondane parigine  riuscivano a distruggere quest’impressione generale d’allegrezza… gli accenti striduli del loro gergo francese nulla avevano di comune col cinguettio degli uccelli.”   Questa descrizione ci riporta immediatamente al tema del disinganno, oltre che a una dichiarazione d’insofferenza verso i modi e le mode specificamente “occidentali”, in particolare verso l’ineludibile dipendenza dalla cultura francese.  Al di là di questa istintiva avversione per le apparenze, Grigorij cade nel più comune degli inganni che il potere femminile e le tentazioni del garbo e della bellezza possano riservare. Non resiste al fascino di una donna.

Accade  che in attesa della cugina Tatiana, che dovrebbe sposare, Grigorij incontra Irina Paulovna, sua fidanzata dieci anni prima.  Il fidanzamento era andato in fumo perché la fanciulla, alla vigilia delle nozze, gli aveva preferito un generale fornito di un ottimo patrimonio, in grado di riscattare la sua pur nobile famiglia dal dissesto finanziario e garantire a lei una vita piena di agi nel cuore della buona società. La scelta era avvenuta non senza lacrime e sofferenze anche da parte della ragazza, costretta a scegliere secondo “ragione” calpestando il “sentimento” (parafrasando Austen, che si muove in un ben diverso contesto sociale e ambientale). La fascinazione che travolge i due a Baden Baden è potente, in grado di trasformare le loro vite. Grigorij è pronto a cedere pur sentendosi estraneo a qualunque influenza romantica: “Byronismo, romanticismo del 1830!” esclama in una conversazione, mentre dichiara il suo scetticismo in ogni campo, e mentre osserva con disgusto la sala da gioco, i personaggi corrotti, vuoti e falsi che l’affollano. Il casinò era stato costruito a imitazione di Versailles, troppa ostentazione di lusso! Da autentico romantico e malgrado l’ironico distacco, Grigorij si abbandona a una storia d’amore “degna di Anna Karenina” come osserverà Piero Citati ai nostri giorni, quando lo spirito slavo, a fondo studiato da Ettore Lo Gatto, titolare fino al 1965 di letteratura russa all’Università di Roma, è stato finalmente rivalutato nella sua pienezza. Citati, sensibile alla lettura diretta dei testi molto di più che all’esegesi,  coglie il senso attualizzante dell’autore. 

Grigorij e Irina si amano di nascosto, all’insaputa del marito di lei, fin quando non progettano di fuggire insieme. Per andare dove? A Grigorij non importa, ma a Irina, sì! Sul binario del treno che dovrebbe portarli lontano, la donna è immobile, attonita e affranta, seduta sulla panchina desolata della stazione. A lui non resta che recuperare la cugina, sposarla e ricominciare la vita borghese nella “madre Russia”, momentaneamente abbandonata per un’indimenticabile stagione a Baden Baden. 

Questo finale non piacque a nessuno. Chissà, poteva forse piacere proprio a quell’ideale fascista che voleva la donna angelo del focolare domestico. L’impeto e la passione romantici avrebbero voluto un’eroina suicida e un amante disperato. Neanche l’ideale patriottico ottocentesco si salva in quest’opera che vede solo “Fumo” nelle prospettive umane. C’è chi vi ha visto perfino la satira di Herzen, l’intellettuale russo che si era opposto all’autoritarismo della Russia zarista ed era stato seguace di Bakunin.

Torno alla torrida estate del 1924, quando un ginnasiale leggeva “FUMO” fra una traduzione dal greco e una lista di verbi irregolari da mandare a memoria. Che idea si fece dell’amore? E della patria? Il fascismo accompagnò la sua giovinezza. Riuscì a influenzarlo? Per quanto ne so, fu capitano nella seconda guerra mondiale, tornò con una gamba invalida. La fidanzata non l’aveva aspettato, essendo molto bella, sposò durante la guerra un uomo ricco più anziano di lei di parecchi anni. Lui svolazzò da una relazione all’altra. Non si sposò. Forse perché pensava che il suo patrimonio, o meglio, i guadagni della professione di avvocato, non sarebbero stati sufficienti, non potevano bastare per mantenere quella posizione agiata che una moglie degna delle sue aspettative avrebbe meritato. 

Su Amazon sono in vendita libri usati. Fra questi ho visto anche un’antica edizione di “FUMO”. Costa sei euro!  Che vergogna! Chi può desiderare di venderla? Le anime non sono in vendita. Esistono edizioni nuove in ottimo stato, la vera letteratura non smette di essere pubblicata! Io pertanto vado a conservare il mio vecchio e buon esemplare!

p. s. Dovevo immaginarlo che G. era Giovanni! Ivan è Giovanni, ecco spiegata la G. davanti a Turghenieff. Eppure Ivan era tutt’altro che insolito! All’epoca in Italia il nome Ivan era di moda, il ragazzino, in villeggiatura a Castellammare, che piaceva moltissimo a mia madre, si chiamava Ivan. Mia madre aveva sette o otto anni, il nonno prendeva per l’estate una bella villa in collina, nel verde. Al mare si andava giù in carrozza (anche se le auto erano in uso) nel pomeriggio andavano a fare passeggiate nei boschi. Passarono alcuni anni, ogni estate erano lì. Una volta i ragazzi andarono giù su un calessino, un gruppetto di quattro o cinque, a una svolta il calesse sbandò e finirono gli uni sugli altri, Ivan ne approfittò e baciò mia madre. Primo bacio. Era l’ultima estate, l’anno dopo Ivan non venne e neanche i seguenti, forse veniva da una città del nord. Mio zio andò all’Università e mia madre incominciò il ginnasio.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Amin Maalouf: “Il periplo di Baldassarre” (La nave di Teseo, trad. Egi Volterrani), di Valeria Jacobacci

Libri ancora libri sempre libri. È per un libro che inizia la ricerca ossia Il periplo di Baldassarre.

Si tratta di un libro speciale, quello che contiene il “centesimo” nome. Il nome di chi? Di Dio. Da premettere che Baldassarre è un libraio, l’anno è il 1666, da molti a suo tempo indicato come l’anno della “bestia”, quello in cui dovrebbe verificarsi l’apocalisse e arrivare la fine del mondo. Sono molteplici le chiavi di lettura, tutto si riduce a un immenso libro, grande almeno quanto l’universo, tutto va letto e interpretato ma prima ancora scritto: se chi ha scritto per primo è dio stesso, bisogna dire che ha usato molti pseudonimi, almeno novantanove, mentre il centesimo ci sfugge, perciò “fuori l’autore!” Sarà  quell’inconoscibile nome a salvare l’umanità dall’anno della bestia! 

Questo è almeno quello che pensa Baldassarre allontanandosi dalla borgata di Gibelleto.    

Qui sono approdati i crociati genovesi della sua famiglia e qui hanno prosperato senza mai far ritorno a Genova, neanche quando è ormai l’impero ottomano a possedere terre e uomini, schiavi o liberi. Nessuno ama Genova quanto i genovesi d’oriente! Non è per far ritorno a Genova che inizia il viaggio e Baldassarre non viaggia da solo. Con lui partono due nipoti, figli di sua sorella, il suo segretario e una donna! Di lei si è innamorato quando aveva undici anni e si aggirava leggiadra nella bottega di suo padre, il barbiere. Non è destinata a Baldassarre ma a un bruto che l’abbandona dopo le nozze e le impedisce così di avere una famiglia e una vita.

Tuttavia la ragazza è sveglia e pur di non restare prigioniera  della famiglia del marito, che aspetta lo sposo fuggito chissà dove, decide di partire per la sua personale ricerca del coniuge, che sospetta, e spera, morto. Baldassarre non esita a portarsela con sé per deserti e per mari, incontro a mille avventure.

Viaggio anche metaforico alla ricerca di dio, della salvezza, dell’amore e della morte, o solo del destino che contiene tutto: un viaggio obbligato che tocca anche a chi non vuole partire. Ovvio che i due diventano amanti, ovvio che il marito non si trova.

Intanto il 1666 davvero sembra l’anno dell’anticristo, o dell’infedele, dipende dai punti di vista e dalle diverse fedi, che si somigliano tutte, nella paura dell’incognito, della catastrofe imminente.

Così le catastrofi non tardano a verificarsi. Molti incendi, a Istanbul come a Londra, dove nel panico della fuga tutti scappano da tutto e lottano ciecamente nelle mischie dove i nemici sono quelli diversi perché vestono panni diversi, parlano lingue diverse e pregano preghiere diverse.

Però parlano anche molte lingue, si aiutano, si blandiscono, si ricoprono di gentilezze e si avviluppano negli inganni.  Di fuga in fuga baldassarre perde il suo seguito, a ogni imbarco per una meta diversa, dietro il “centesimo nome”, scompaiono i nipoti, il segretario e la sua donna con in grembo suo figlio. Un marito, fantomatico e malfidato, assassino e furfante, è pur sempre un marito, una moglie gli appartiene, è la legge. Baldassarre non si oppone. Un capitano folle lo trascina per tutti i mari fino a Genova.

Ecco la terra dei padri, dove tutti lo riconoscono perché è un Embriaco, appartenente a una delle più importanti famiglie genovesi, partito qualche secolo prima alla conquista della Terra Santa. Di questa famiglia e del suo nome resta una torre, ed è quanto basta. Il genovese veste finalmente i panni giusti e parla la lingua giusta, che non ha mai abbandonato. Un ricco commerciante lo ospita, lo salva, gli offre in sposa la figlia tredicenne.

Tutto perfetto ma Baldassarre non crede di aver trovato quello che cercava, il libro contenente il “centesimo nome” è finalmente nelle sue mani, ma la donna che ama è rimasta prigioniera e con lei il suo stesso figlio, perciò riparte. Dove lo porteranno le tempeste e il capitano pazzo?

A Londra, è lì che deve andare.  In tempo per incontrare Bess, la locandiera (non quella di Goldoni) e per assistere da protagonista al grande incendio che distrugge la città con i suoi pub e i suoi teatri. Quanto è diversa questa locandiera dalla figlia del barbiere! Lei gli serve birra, lo abbraccia, gli parla e lo salva guidandolo verso il Tamigi da dove riprenderà il suo viaggio. Bess, libera, generosa e padrona di sé. L’onore prevale su tutto, sulle malattie, sulla paura stessa e anche sul “centesimo nome”.

Ogni volta che Baldassarre ( fortunosamente venuto in possesso del volume, che si trova nelle mani di persone che ne ignorano il contenuto e il valore) prova a leggerne le pagine per riferire il suo segreto, la cecità scende sui suoi occhi costringendolo a inventare ogni parola.

L’amore vince tutto, come si sa, l’unica cosa da fare è raggiungere e mettere finalmente in salvo la donna che ama e il bambino. Non è destino che il periplo finisca qui. La donna ritrovata in modo pericoloso e drammatico sceglie di restare con il marito e dichiara che non c’è mai stato un bambino: tutto inventato. Crederle? Pensare che menta per salvare il figlio in qualche modo in pericolo? Non è dato sapere.

Il periplo si chiude, Baldassarre torna a Genova da dove secoli prima la sua famiglia era partita, Gibelleto resterà, come Bess, uno splendido ricordo. Il Mediterraneo ha offerto le sue avventure, da est a ovest e da nord a sud. E viceversa. Come succede anche oggi, in mezzo alle guerre, alle politiche e alle religioni.  Il 1666, l’anno della bestia, è finito. La storia di Baldassarre è nei diari di bordo della sua vita. E la chiave? Per lui come per noi : il “centesimo nome”.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Valeria Jacobacci: “La stamperia dei libri proibiti” (La valle del tempo), di Silvio de Majo

Il romanzo storico è decisamente nelle corde di Valeria Jacobacci. E lo è ancora di più quello che delinea la vita, i tormenti, gli amori di figure femminili che appartengono al passato di Napoli. Muovendosi fra Settecento e Ottocento, ha scritto due libri: uno pubblicato nel 2002, “Io, Teresa Filangieri”, che racconta la vita della figlia del generale Carlo, e quindi della nipote del grande giurista Gaetano, una esponente della nobiltà che profuse grande impegno in una serie di iniziative umanitarie nei confronti dei derelitti di Napoli nel XIX secolo, sia nell’epoca borbonica, sia soprattutto in quella postunitaria; l’altro, pubblicato nel 2005, intitolato “Passioni giacobine”, trascina il lettore dentro il 1799, ricostruendo le vite e gli amori di donne e uomini vissuti a cavallo della rivoluzione napoletana. 

    In seguito  Valeria ha scoperto il Cinquecento e vi è entrata dentro con tutta se stessa, fornendo un pregevole esempio del giusto e suggestivo rapporto tra storia e letteratura. E’ il secolo del Rinascimento, delle corti, dei nomi celebri e dei grandi eventi , della asperrima lotta tra le due superpotenze dell’epoca, la Francia e la Spagna, della Riforma protestante e della Controriforma, del nepotismo papale, in cui un ragazzo di 14 anni, Alessandro Farnese, uno dei personaggi su cui ruota il romanzo che qui si presenta, viene fatto cardinale dal nonno, papa Paolo III.

   E Valeria questo secolo lo sente suo, come suo lo sentiva Maria Bellonci, autrice del bel romanzo “Rinascimento privato”, dato alle stampe nel 1986 e insignito del Premio Strega l’anno successivo. Come è noto è la vita , raccontata in prima persona, di Isabella d’Este, marchesa di Mantova (in quanto moglie di Francesco Gonzaga) , straordinario esempio di donna colta e raffinata, di sovrana illuminata nell’Italia delle Signorie. E’ la stessa Isabella che Valeria immagina abbia salvato dal sacco di Roma del 1527 la neonata Settimia Jacobacci, la protagonista del nostro romanzo, e, orfana, l’abbia portata con sé per allevarla nell’eleganza e nella ricercatezza della sua corte. Settimia è pertanto come Isabella donna colta, amante della poesia e della musica, indagatrice dell’animo umano, aperta a esperienze diverse da quelle canoniche riservate alle donne: mogli e madri.

  Nel romanzo non mancano mirabili intrecci e suggestivi incastri e la vicenda raccontata si svolge tra la Napoli del Viceré duca d’Alba, dove Settimia con il marito Renzo porta avanti una casa editrice, la Roma in cui è dominante la figura del cardinale Farnese, ormai quarantenne, di cui Settimia è (non tanto) segretamente innamorata, la Rotterdam luterana dove si rifugiano Luca, ex amante di Settimia, e i suoi amici, gli Adelfi, fautori immaginari di un cattolicesimo diverso di impronta erasmiana, e infine la Parigi e la Francia della regina Caterina de’ Medici e della nobiltà legata alla corona, da cui scaturisce l’infame Claude Gouffier, il Barbablù della nota fiaba di Perrault, che il romanzo svela come sia in realtà un personaggio storico.

     Con Settimia altre donne e le loro storie occupano gli spazi letterari e storici del romanzo: Pudentilla, la compagna di Annibal Caro, segretario del cardinale Farnese, dedita all’arte medicinale è amica carissima di Settimia; Nencia, la moglie e salvatrice di Luca; Claude de Beaune, quarta moglie del marchese Claude Gouffier, vittima del marito, ma anche del cinismo della regina e di Alessandro Farnese, suo antico amante e padre della sua figlioletta, che il cardinale non ha esitato a sottrarle. Sono quattro eroine, non tutte appartenenti al modo ricercato delle corti rinascimentali, perché Nencia appartiene alle classi subalterne, ma con intelligenza e spirito di iniziativa riesce a contrastare  gli eventi avversi ed anzi a trarne profitto, a basare su di essi la propria fortuna.

    Con queste donne e in particolare con Settimia, l’autrice è estremamente solidale e non solo perché crede fermamente di succederle, come il cognome suggerisce, ma perché si immedesima empaticamente con tutte le loro storie, i loro appassionati amori, i successi e gli insuccessi, le vittorie e le atroci sconfitte. Rappresentano tutte, pur nelle loro diversità, il suo modello di donna.

Silvio de Majo

“La stamperia dei libri proibiti” sarà presentato a Napoli, nell’ambito di Napoli Città Libro, il 14 giugno alle ore 17.00.

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.    

Paolo Rumiz: “La rotta per Lepanto” (Bottega Errante Edizioni), di Valeria Jacobacci

Il Mare Mediterraneo e lo scontro Oriente Occidente sono i temi del libro di Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, velista, triestino, inviato speciale de “Il Piccolo”, editorialista di “Repubblica”, in campo a Islamabad e a Kabul nel 2002 per seguire l’attacco statunitense in Afghanistan, autore di numerosi libri, all’attivo molti riconoscimenti.

Al di là di tutto questo ciò che lo contraddistingue è una profonda passione per la storia e per il mondo, il teatro in cui essa si svolge, un totalizzante aderire alle dimensioni di spazio e tempo, visti nel loro insieme dall’alto,  su ali di gabbiano, trasvolando le acque dell’Adriatico in viaggio da Venezia in giù, verso il Mare nostrum, o nel Mare di Mezzo, come lo definisce traslandone il nome, dove questo prolungamento del Canal Grande diventa lago marino e contiene il nostro fluido passato.  

Lepanto. La formidabile battaglia. Questa è la destinazione. E mai come ora la meta è significativa. 1571: la sconfitta dei Turchi e il trionfo dei cristiani, ma è davvero così? Grande protagonista, il mare. Personaggi: popoli che in ogni tempo l’hanno attraversato usandolo come ponte da un luogo all’altro, da una terra all’altra, con i natanti più diversi, battendo le onde e arrossandole col proprio sangue in mille battaglie.

“La rotta per Lepanto” descrive un pellegrinaggio, ha un carattere moderno, ludico e spensierato ma meditativo e profondo. E’ un racconto di viaggio, avventuroso per la varietà dei mezzi che solcano le acque, dalla barca a vela al passaggio su piccole navi o navigli, traghetti e motoscafi, fino alla “Vela rossa”, nel mare del Montenegro, venuta da chissà dove, una barca di nome Moya che “arriva in silenzio nell’acqua increspata color del rame e dello zinco”, di legno, e con vele rosse di tela come quelle di Omero.

Ed è da Omero che questo mare divide e unisce, separa le culture ma ne implementa lo sviluppo, miscela raffinatezze e barbarie. La navigazione è il modo più appropriato. O forse l’unico per ricordare, commemorare ma soprattutto capire una storia plurimillenaria che è la vicenda della nostra civiltà, quella che raccoglie le diaspore e ridistribuisce i destini.

Il mare della costa alta dell’Adriatico è affollata di barche da diporto, la Croazia è meta privilegiata, i posti sono allegri, variopinti e troppo moderni se confrontati con gli approdi più in giù, il turismo predilige le comodità e gli svaghi, i luoghi, tutti scelti lungo il percorso sulla costa Est, nelle terre nostre dirimpettaie, si fanno più austere man mano che si prosegue verso sud.

Dopo la Croazia, Bosnia e Montenegro e dopo Ragusa, Perasto, Bar, lungo l’Albania, il mare si desertifica, è un andare del tutto solitario. Poi la Grecia. Tutto cambia e si ripopola il paesaggio. Le isole greche, fra tutte Itaca!

Il pellegrinaggio è vicino alla meta, Lepanto. In questo mare è successo tutto. La contrapposizione Oriente Occidente è incominciata molti secoli prima di Lepanto, molto prima che Maometto nascesse, quando l’Islam non c’era.  Ulisse vaga da Itaca verso Troia, nella Troade, verso Est, e poi a ritroso,  come  gli altri Greci di ritorno in patria, viaggi lunghi decenni.  

Quando Roma, che è Occidente, con tutto quello che lo caratterizzerà in seguito, vince sul mondo greco,  sarà Cesare a puntare sull’Egitto e poi Antonio, al fianco di Cleopatra, nella battaglia di Azio. I turchi imperverseranno più tardi ma non saranno sempre nemici. I traffici commerciali con la Serenissima sono vantaggiosi per tutti, sono più gli accordi che i disaccordi. Nel mezzo le altre repubbliche marinare, i pirati, i saccheggi.

A Lepanto l’esercito della Lega Santa contro l’infedele, una vittoria che costò forse più all’Occidente vittorioso. Il pellegrinaggio finisce qui, attraverso le acque che hanno visto le stragi del secolo breve e, dopo le due guerre mondiali, la guerra fra Serbi e Croati. L’Adriatico poteva essere, e spesso lo è stato, un trait d’union fra popoli non così diversi come si vuole che siano, un coacervo di lingue, culture, usanze.

Il grande rivale è il Tirreno ma soprattutto l’Atlantico, verso il Nuovo mondo che sottrae il primato dell’economia a Venezia e a Istanbul.  Tutto questo è detto brevemente, poeticamente, con l’occhio del giornalista dei tempi nostri e del velista filosofo, molto dall’alto e con il distacco di un Seneca, temprato da Socrate e senza saltare Plutarco con il ciclo delle costituzioni.  Fra un bicchiere di vino ellenico e un aroma di cibo esotico. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.