Il Booker Prize ha una peculiarità molto speciale: seleziona il presente. Se nel 2024 Samantha Harvey ci aveva trasportati nello spazio con Orbital, nel 2025 David Szalay ci riporta bruscamente a terra, anzi, “Nella carne”. Chi ha incrociato lo sguardo con la copertina bordeaux scelta da Adelphi, sulla quale campeggia la foto “Untitled (Wrestler with Helmet-Straight On)” di Luke Smalley, sa di non trovarsi davanti a una semplice biografia romanzata, ma a un esperimento di montaggio esistenziale che ha saputo conquistare la giuria del più ambito premio letterario di lingua inglese. Dopo l’annuncio della vittoria a novembre 2025, si sono rincorse recensioni e commenti intimiditi, oscillanti tra l’ammirazione e la sorpresa per un testo così straordinariamente semplice e al contempo conturbante, poiché connesso con il corpo: strumento imprescindibile della narrazione e della vita, carne che detta l’essenziale della sopravvivenza.
Istvàn è condotto attraverso l’esistenza dalla sua stessa fisicità e lo fa con accondiscendenza, quasi senza mai scegliere, venendo travolto e trasportato dalla propria carne e da quella altrui. La semplicità, adoperata qui in modo strumentale, è tuttavia ingannevole: quella di Szalay è permeata da un’acutezza che deriva dall’osservazione esemplare della realtà, esplorata senza giudizio alcuno. L’autore trasforma la vita in materia prima, la comprime in un linguaggio quasi primitivo per poi ricomporla nella complessità delle costruzioni sociali in cui siamo immersi, e questa peculiarità trasforma la lettura in un’esperienza quasi sensoriale. Il libro si snoda come una ripresa diretta attraverso capitoli che aprono e chiudono finestre sulle diverse fasi della vita del protagonista, lasciando anche abbondanti zone d’ombra sulle quali ogni lettore può riversare la propria immaginazione. Assistiamo così a una trasformazione che non proviene dalla pulsazione verso grandi passioni, ma da una sorta di arrendevolezza: Szalay lascia che il suo personaggio si faccia “vivere dalla vita”.
Tuttavia, superate le prime cinquanta pagine, accade qualcosa di insolito: il dispiacere istintivo che la lettura traduce spesso con l’immedesimazione, svanisce. L’incantesimo dell’empatia si rompe per lasciare spazio a un piano superiore di comprensione. Szalay, infatti, sembra spingerci deliberatamente lontano dal testo, distanziandoci per permetterci di cogliere l’intera scena come osservatori esterni, mentre Istvàn resta immerso — suo malgrado e quasi senza consapevolezza — nel flusso degli eventi. Il protagonista si arrabatta, sbaglia, inciampa in disgrazie o fortune e coglie occasioni senza mai possedere una visione d’insieme, come fosse all’oscuro di se stesso. In questo, egli è lo specchio di molti di noi: un essere vivente che agisce nel particolare senza comprendere il generale. Ma soprattutto Istvàn ci rispecchia perché incontra la Storia: come la guerra del Golfo o la pandemia, per citarne due. Sono eventi che permangono sempre sullo sfondo, mai colti davvero nella loro enormità, ingredienti di una scenografia dove sono le azioni e gli accadimenti di questa vita — banale e complessa al contempo — ad emergere. Questo rispecchiarci, così violento nell’incapacità di essere a noi stessi presenti e di cogliere la portata del momento storico che abitiamo, l’apatia con cui accettiamo quello che ci accade, è la cifra più complicata da gestire in questa lettura.
Il lettore non è dunque un complice emotivo, ma uno spettatore che raccoglie i cocci di un’esistenza. In questo processo di osservazione distaccata, finiamo paradossalmente per ritrovare frammenti della nostra stessa storia, o di chi ci ha preceduto e seguirà. La vicenda di Istvàn diventa così un ciclo perenne di fatalità, dove il linguaggio nudo di Szalay non serve a spiegare il destino, ma a mostrarlo nella sua cruda e ineluttabile fisicità. Protagonista per attimi chiusi in sacche temporali che attraversa senza mai riuscire a svincolarsi dalla propria semplicità, Istvàn come personaggio letterario è sorretto da una scansione dei periodi dettata dalla necessità di brevità e sintesi. Si avverte un puro piacere stilistico e formale che denota una sorveglianza e una capacità di misura quasi scarnificata: ottima la traduzione in questo senso, dove l’iperbole tipica della lingua italiana è stata contenuta, per rispettare lo stile di Szalay che scrive il meno indispensabile per ottenere l’effetto più esplosivo possibile.
La cifra linguistica di Istvàn è una parola che diventa quasi simbolo: l’“ok” che usa in ogni contesto, conferendo a questo termine una straordinaria quantità di significati e declinando superficialmente la realtà. Qui sta la palese trovata stilistica e filosofica dell’autore: esattamente in questi “ok” ripetuti come un mantra, in questi dialoghi scarni che vengono trasformati nella testa di chi legge e risultano dunque passibili di molteplici interpretazioni. Ed è nel rapporto con le donne, presenze anch’esse fugaci ma essenziali, che riescono ad emergere con più efficacia le sensazioni di solitudine e distacco che contraddistinguono l’opera. In definitiva, lo straniamento di Istvàn non è una posa intellettuale, ma una condizione biologica. Szalay ci consegna un protagonista che attraversa il mondo senza mai appartenervi del tutto, protetto e insieme isolato dal suo guscio di carne. Restiamo noi, lettori-osservatori, a contemplare il montaggio di questa vita banale e assoluta, realizzando con un brivido che la solitudine di Istvàn non è diversa dalla nostra: è il sentire di chi, pur immerso nel flusso della Storia, finisce per rispondere al destino con un semplice, ineluttabile “ok”.
Luciana Amato
Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa.
I partecipanti ancora non sono arrivati. Le sedie, a seconda del luogo che ospiterà il Silent Reading sono disposte in cerchio, o in file ordinate, oppure restano al loro posto, intorno ai tavoli ancora caldi di chiacchiere e tazzine di caffè. I clienti abituali del locale entrano e si fermano un poco disorientati. Le locandine all’ingresso non le legge quasi più nessuno: oggi sono le notifiche a fare da bussola alla vita sociale. Eppure uno o due allungano il collo, incuriositi da un armeggiare inaspettato: segnalibri che si fanno segnaposti, lavagna a fogli mobili in bella vista, post-it colorati, penne, pile di libri, la musica più bassa del solito.
Un primo iscritto alla serata si affaccia timido sulla soglia. Non sa bene chi salutare, si limita a un cenno di cortesia. È la sua prima volta a un silent reading. Arriva preparato e infatti porta con sé l’unico oggetto necessario: un libro. Lo tiene in mano come fosse un lasciapassare.
Il lettore solitario per una sera ha deciso di unirsi a dei perfetti sconosciuti e “compiere atti di lettura in luogo pubblico”, come recitava la pubblicità su instagram dell’organizzatore. Cosa ci guadagnerà ancora non gli è chiaro, ma il nostro lettore solitario è animato da un certo grado di curiosità e per ora gli basta. Si siede e aspetta guardandosi intorno, si rituffa tra le pagine del suo libro. Piano piano arrivano gli altri iscritti e la stanza si riempie di voci, qualcuno scrive il titolo del libro che leggerà su alcuni post-it messi a disposizione, qualcuno si riconosce, un saluto, un «Anche tu qui?», sguardi complici di chi ha rubato un attimo per sé.
Alle 18.00 in punto si comincia. Gli orologi si sincronizzano: i corpi si sistemano sulle sedie, i telefoni vengono lasciati nelle borse, le dita scorrono sulle pagine. Da quel momento si legge in silenzio per un’ora. L’unica regola è questa, ma basta a generare un clima insolito: nessuno controlla le notifiche, nessuno scrolla lo schermo, nessuno usa la pausa per lavorare di nascosto. Che lo facciano per pudore o per atto di resistenza poco importa, tutti si concentrano solo sulle parole. Per sessanta minuti la stanza diventa una capsula del tempo intrisa di concentrazione condivisa.
A dominare è il rumore lieve della carta sfogliata. Ogni tanto un sospiro, un cambio di posizione, un’occhiata rapida al resto del gruppo: una collettività temporanea che non ha bisogno di parlare per sentirsi tale. Chi passa accanto alla sala rallenta il passo, colpito dalla calma inusuale di un gruppo che, pur riunito, non interagisce secondo nessun modello abituale.
Quando l’ora si conclude, i libri si chiudono lentamente. Lo scioglimento della quiete non è immediato: qualche secondo di sospensione, forse timidezza, poi i primi commenti — «Com’è andata?», «Lo avevo cominciato stamattina», «Mi serviva proprio», — e così per altri sessanta minuti che scorrono rapidamente fino all’orario pattuito. Infine la dispersione naturale verso l’uscita. Gruppetti si intrattengono per una chiacchiera, altri corrono ad acchiappare un autobus. La promessa di ritrovarsi in quel momento condiviso che nella sua semplicità ha stupito, rallegrato, ha saputo generare un’aspettativa e un desiderio, quelle che si possono raccogliere e vivere solo tra le pagine dei libri, ma con qualcosa di più, qualcosa dettato dalla presenza, dalla condivisione off line.
Perché sempre più persone scelgono di leggere insieme, in silenzio, anziché farlo da sole?
È una domanda semplice, ma al centro di un cambiamento sociale più ampio, che riguarda il bisogno di spazi condivisi in cui sia possibile concentrarsi senza distrazioni, rallentare il ritmo e recuperare una forma di presenza collettiva non mediata da una schermata.
Parlando con Manuela, sessant’anni, appena entrata in pensione, si capisce quanto questi incontri abbiano inciso su di lei. «Avevo smesso di leggere», racconta, «ma qui riesco a ritagliarmi un’ora tutta per me». Da quando partecipa ai silent reading di Trieste ha portato a termine un progetto personale: leggere tutta l’opera di Gabriel García Márquez. «Non pensavo di farcela. Invece, pagina dopo pagina, è successo. E un merito va anche a questi incontri: rubati agli impegni che fagocitano le giornate.»
E così continuano Elena, Elisa, Cristina, Tiziana, Alberto, Andrea che potrebbero essere lettori di Trieste come di Milano, Zero Branco o Cosenza. C’è voglia di presenza reale, fuori dagli schermi dei social, voglia di vita vera e di appartenenza: i libri creano comunità tolleranti, dove leggere è una spinta interiore, individuale ma è la condivisione che ne amplifica il valore.
I silent reading, le letture silenziose, da dove nascono? Ovviamente dagli Stati Uniti dove tutto sembra accadere sempre in anticipo e la gente è dotata di formidabili antenne per le nuove tendenze, le creano, le captano e le trasformano in fenomeni di costume. Ma non sarebbe onesto liquidare queste iniziative come delle vacue americanate, o degli incontri all’insegna della leggerezza, banali e senza l’approfondimento tipico di un gruppo di lettura o di una conferenza. In effetti i silent nascono da piccoli gruppo di amici, molto similmente ai gruppi di lettura nati nell’Ottocento presso salotti e case private.
Lungi dall’essere un semplice esercizio di stile, il silent reading agisce come una palestra per l’attenzione: un ecosistema protetto dal rumore delle notifiche dove la capacità analitica ritrova spazio vitale e lo stress si scioglie nella pagina. Immergersi nella lettura senza distrazioni non significa solo allenare la mente o stimolare la creatività, ma riscoprire un legame profondo con le storie e, per osmosi, contagiare chi ci sta accanto con la stessa, silenziosa, urgenza di leggere.
La genesi del fenomeno, come spesso accade per i movimenti culturali della contemporaneità, non è spettacolare ma quasi domestica. Negli anni Dieci del Duemila, in una Silicon Valley satura di schermi, nasce il Silent Book Club di San Francisco, fondato da Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich: un luogo in cui leggere insieme senza dover dimostrare nulla, primo segnale di stanchezza digitale in un’epoca che iniziava a misurare le relazioni in una notifica.
Ma è nella frenetica New York che quell’intuizione si trasforma in movimento. Qui, il bisogno di quiete prende forma nel Silent Reading Party. L’atto fondativo è sorprendentemente semplice: giugno 2023, quattro amici salgono su un rooftop cercano calma e dichiarano guerra, almeno per un’ora, alla gabbia dello smartphone. Da quella micro-rivolta nasce Reading Rhythms, una comunità internazionale capace di generare liste d’attesa e di trasformare bar, biblioteche e terrazze in veri e propri raduni di disintossicazione digitale.
Questa è l’occasione per costruire una nuova comunità, un luogo dove l’assenza di parole diventa infrastruttura sociale: un collante che permette a sconosciuti di condividere uno spazio senza dover performare una versione brillante di sé, in quella che è in definitiva una riscoperta necessaria del piacere della lettura.
Una sorta di micro-ritiro urbano dove ci si siede gomito a gomito uniti da un tacito accordo di concentrazione condivisa. È una risposta culturale raffinata a un paradosso del nostro tempo: la solitudine digitale può essere curata attraverso una vicinanza fisica che valorizza l’interiorità, non l’esposizione.
Il successo dei Silent Reading non può essere pienamente compreso senza un confronto con i tradizionali gruppi di lettura. Mentre il gruppo di lettura classico è centrato sulla prestazione intellettuale – la necessità di aver letto lo stesso libro, di analizzarlo, di argomentare e sostenere la propria interpretazione – il silent reading si fonda sulla non-prestazione. Non c’è un testo comune né l’obbligo di conversare; l’unico requisito è la presenza e la concentrazione. Questo rende il silent reading molto più accessibile e meno intimidatorio, abbassando la soglia di accesso che spesso tiene lontani i lettori meno sicuri ma che, con il passare del tempo, diventano chiacchieroni e assidui frequentatori degli eventi. Questa forma di socialità si accosta, per certi versi, al modello degli speed date letterari o degli eventi di bookcrossing, che enfatizzano lo scambio rapido e leggero. Tuttavia, a differenza di questi, il silent non richiede l’esposizione immediata di sé o delle proprie idee. La lettura agisce come un filtro, permettendo alla comunità di formarsi non attraverso il chiasso delle opinioni, ma attraverso la mutazione in rito collettivo dell’atto intimo del leggere. È, in definitiva, una forma di attivismo passivo, una protesta silenziosa contro la pressione a essere visti e sentiti costantemente.
Attraversato l’Atlantico, il fenomeno trova in Italia un terreno fertile sviluppando però una traiettoria autonoma, soprattutto nelle città con una forte identità letteraria. Trieste, ad esempio, non poteva che accogliere questa novità. Il Trieste Book Party, nato nel febbraio del 2025 con l’obiettivo dichiarato di creare una nuova comunità di lettori, radica l’esperienza con un’identità itinerante: il Museo della Letteratura LETS, la libreria Minerva, lo storico Caffè San Marco o la birreria Taverna Ai Mastri D’Arme, per citare alcuni partner che accolgono mensilmente la comunità. Luoghi che non sono solo cornici, ma dispositivi di significato: qui la quiete condivisa ha un’eco culturale. Il format triestino replica la formula internazionale – lettura individuale, facoltativo scambio finale – ma ne accentua la dimensione conviviale, propone esperienze di contatto e dialogo con editori (come previsto nel 2026 a gennaio con Vita Activa Nuova e Utopia Editore).
Questo esempio locale, sommato alla diffusione nelle altre regioni italiane, conferma che i Silent Reading non sono un trend esotico, ma una risposta culturale all’inquietudine contemporanea. In Italia, il silent viene interpretato come un atto di resistenza urbana: un modo per riprendersi la città attraverso un gesto collettivo di quieta ostinazione. La scelta di chiostri, librerie storiche e caffè letterari sottolinea questa volontà: mettere il libro al centro di una rinnovata socialità.
Far vedere che i lettori esistono, resistono, si informano e scelgono non è un dettaglio marginale. È un segnale. Dopo anni di polemiche sullo stato dell’editoria, spesso concentrate sull’assenza o sulla presunta disattenzione del pubblico, qualcosa sembra essersi incrinato più in profondità: il patto. Quello implicito tra chi pubblica e chi legge.
Come osserva Francesco Quatraro in un recente e lucidissimo intervento, il sistema editoriale contemporaneo appare sempre più schiacciato da una dinamica distributiva che incentiva la sovrapproduzione e indebolisce il ruolo storico dell’editore come filtro e selezionatore. In questo scenario, anche il lettore si trova strangolato: sommerso da titoli, chiamato a orientarsi da solo, spesso accusato di non saper scegliere.
Ma forse proprio qui si apre uno spazio inatteso. Se il patto si è incrinato, resta un diritto fondamentale da esercitare: quello di scegliere i propri interlocutori. Non i libri “giusti”, ma le relazioni giuste. I progetti coerenti nel tempo, le idee editoriali riconoscibili, le persone dietro ai cataloghi.
I silent reading, allora, non sono solo un modo per leggere insieme. Sono una risposta pacata ma concreta a un rumore di fondo che ha saturato il sistema. Un gesto minimo, ripetuto, che afferma una possibilità: ricostruire comunità di senso a partire dalla scelta, dalla presenza, dall’attenzione. E forse, proprio da lì, ricominciare a immaginare un altro modo di fare editoria: partendo da chi legge, da chi può fare la differenza.
Luciana Amato
Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa.
La vicenda inizia sul Molo Audace, ci troviamo a Trieste, protagonista un agente immobiliare di cinquantacinque anni, una persona comune, fatta eccezione per una sensibilità particolare che gli fa volgere lo sguardo intorno cogliendo ogni sfumatura, ogni colore e, soprattutto, ogni suono, o, meglio, rumore.
E’ un fastidioso acufene il segnale di un disagio interiore più profondo, che emerge come una rimozione freudiana ostinata e intransigente. Lo vediamo scrutare il Grattacielo Rosso, come lo chiamano i triestini, un grande palazzo del Novecento, Palazzo Aedes, oppure Palazzo Berlam, dal nome dell’architetto.
E’ lì dentro che Orlando dovrà entrare per svolgere il suo lavoro di intermediario per l’affitto di appartamenti, incarico ricevuto via internet dal Gruppo Generali che nel Palazzo ha sede. L’incarico non è particolarmente prestigioso né abbastanza remunerativo da giustificare il viaggio da Asti, città dove risiede. Inoltre non è il solo ad essere stato ingaggiato, un gruppetto di persone aspetta come lui l’ora dell’appuntamento. Orlando non si unisce agli altri, aspetta per conto suo che siano le tre e mezza in punto, orario dell’incontro. Il senso di estraneità è contemperato dall’aria profumata di salsedine che il vento solleva mitigando la calura di un’estate particolarmente afosa.
E’ questo il pregio dell’autore, porgere ogni senso all’immaginazione di chi legge, trascinandolo in una realtà virtuale che è il segreto della letteratura.
Con Orlando Ferrero siamo in piedi di fronte alla mole del Palazzo Rosso, in fastidiosa attesa, dominati dalla struttura e sul punto di sparirvi all’interno. Messaggi affettuosi partono dal cellulare e trascrivono non le impressioni ma la concretezza degli impegni e delle azioni di sempre, concludendosi con “Un bacio”. Quel bacio tranquillizzante interrompe il fastidio dell’acufene e dell’attesa.
Dopo l’appuntamento di lavoro Orlando è libero di gironzolare in città, sceglie come alloggio l’Hotel Tre merli, con accesso al mare. Perché non andare a fare una nuotata? Quello che per gli altri è svago e refrigerio per lui è oppressione e fastidio, non gli piace il chiasso dei bagnanti e quello sovrastante dei bambini, quando la pausa del pranzo li sostituisce con l’acciottolio di piatti e bicchieri non è ugualmente possibile sostituirli con lo sciabordio delle onde sugli scogli o con quello dello stridio dei gabbiani.
Ogni singolo rumore è insopportabile e amplificato, non serve coprirlo con la musica in cuffia, percepita come falsa, neanche il silenzio è possibile, perché allora il rombo del sangue nelle orecchie o del respiro si impongono petulanti e inarrestabili.
Dopo un breve riposo Orlando è per strada, in cerca di un posto appartato dove prendere un caffè lontano dai turisti. Gli affari si portano avanti senza troppi inconvenienti, fra il fastidioso ronzio dell’albergo e i giretti per una città bella ma oppressa dalla calura.
Solitudine e acufeni intervallati dai messaggi al cellulare. Che cosa ha realmente condotto Orlando Ferraro a Trieste? Un nome prende forma in una pagina del giornale “Il Piccolo”, sfogliato per caso al tavolino di un bar. E’ Simone Nardi. Si fa strada nel buio di un passato adolescenziale del tutto dimenticato. L’acufene incalza, bisogna consultare un otorino, perché non farlo nei tempi vuoti a Trieste, senza aspettare di far ritorno ad Asti?
Ci troviamo seduti in una sala d’attesa, ognuno seduto con un cellulare fra le mani, Orlando sofferma lo sguardo sulle pareti, dove sono esposte fotografie dell’artista Anne Gerdes. Bambini, di solito neonati o appena sbocciati nella corolla di un fiore, fiabescamente rappresentati dall’obiettivo della fotografa australiana, alludono a una possibile realtà di felice poesia.
Poi tocca sottoporsi alla visita, soddisfacente per l’udito di Orlando , definito perfetto, del tutto insoddisfacente per l’acufene, che non ha nessun possibile rimedio. Impossibile liberarsene.
Come è impossibile liberarsi del nome Simone Nardi. L’amico dei quindici anni emerge dal passato, è l’inizio di una serie di flash back. Appuntamenti in un luogo convenuto per i compagni di scuola, “la fioriera”, sicuramente dotata di “muretto”, ad Asti, come nelle città degli anni ’70, un po’ ovunque in Italia. Amicizie e primi amori, una ragazza amata da entrambi, Orlando e Simone, un futuro davanti e la passione condivisa per una chitarra, che Simone suona benissimo mentre Orlando sta provando come si fa a ricavarne i motivi di moda. Poi una notte, un incidente. A Trieste Simone si è trasferito con la famiglia dopo quella notte che ha segnato un destino.
Sono passati quarant’anni ma, per quanto ci si possa illudere, il passato non passa, non come avevamo pensato che sarebbe passato. Impiccato e imbavagliato, un uomo che si chiamava Simone Nardi è stato ritrovato sotto un ponte. Che cosa l’ha indotto a uccidersi? Qualcuno l’ha ucciso? E’ possibile rintracciare la famiglia? Quale rapporto può esserci con l’antico incidente? Comincia così un thriller, non solo nell’intreccio della vicenda, ma nell’intimo della coscienza di Orlando Ferrero.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Questo meraviglioso romanzo, in cui l’autrice coinvolge il lettore attraverso la forza evocatrice delle parole, narra la storia delle sorelle Wieselberger e le vicende della loro famiglia, in un arco temporale che va dal 1860, anno dell’unificazione dell’Italia, alle due guerre mondiali. Si prende in considerazione l’edizione Mondadori-De Agostini nella collana “Grandi premi della letteratura italiana” del 1996. Il romanzo è vincitore del Premio Strega 1975.
Angelo Vivante l’8 dicembre del 1910 scrive su La voce: “che nella Giulia vivono da secoli due popoli; che l’uno (l’italiano) si è nutrito fin d’ora dell’altro (lo slavo) perché questo dormiva, ma ora lo slavo si è svegliato e non si riaddormenterà, mentre l’irredentismo parolaio, regnicolo e giuliano pare pagato apposta per strappare il ridesto dal letto e sospingerlo nel suo cammino. Occorre che chi parla e scrive d’irredentismo, anche professandosi tale, rinunzi a tutto il corredo delle frasi fatte. Dopo di che potrebbe anche darsi che di questo irredentismo, ritemprato in un bagno di realtà, rimanga ancora qualche cosa almen di sincero!” Questo a prefazione del libro.
Scrive Cavour nel 1860, in una lettera a Lorenzo Valerio, regio commissario in Ancona, che aveva fatto nascere un incidente diplomatico con la Prussia, chiamando in un documento ufficiale Trieste città italiana: “Debbo pregare la S.V. di evitare ogni espressione dalla quale possa risultare che il nuovo regno italiano aspira a conquistare non solo il Veneto, ma anche Trieste con l’Istria e la Dalmazia. Io non ignoro che nelle città lungo la costa vi hanno centri di popolazione italiana. Ma nelle campagne gli abitanti sono tutti di razza slava, e sarebbe inimicarsi gratuitamente i croati, i serbi, i magiari e tutte le popolazioni germaniche, il dimostrare di volere togliere a così vasta parte dell’Europa centrale ogni sbocco sul Mediterraneo. Ogni frase avventata in questo senso è un’arma terribile nelle mani dei nostri nemici che ne approfittano per tentar d’inimicarci l’Inghilterra stessa, la quale vedrebbe essa pure di malocchio che l’Adriatico ridivenisse com’era ai tempi della repubblica veneta, un lago italiano. (Tratto da <<Irredentismo Adriatico>> di Angelo Vivante ed. Parenti). Ancora a prefazione al libro.
Le prime tre sorelle si chiamavano Alice, Alba e Adele, la quarta Elsa. Adele era bellissima, la più bella fra tutte, non solo in famiglia. Una bionda con grandi occhi neri, alta e snella, e nessuno poté mai sapere quanti cuori palpitarono al suo passaggio mentre in cima alla torre Mìkeze e Jàkeze battevano le ore. Era il 1872 e, nonostante non fosse lei l’ultima depositaria dell’iniziale che era toccata alle altre, fu quella che, all’incirca diciottenne, ebbe l’occasione di danzare più volte, durante i balli della famosa Società Filarmonica triestina, con quel signor Ettore Schmitz che si rivelerà essere Italo Svevo.
Quando, nei primi decenni del 1800, Vienna aveva preso la decisione di far ampliare il porto di Trieste, che godeva del privilegio di essere porto franco dal 1719, per merito di Carlo VI, padre di Maria Teresa, e poiché ciò causava l’inevitabile progredire dell’edilizia, il governo austriaco aveva mandato in città i suoi più celebri architetti e i suoi più rinomati costruttori. Questo spiegava il carattere viennese che era rimasto ai vecchi quartieri nobili della città, ma come lo stile si fosse mantenuto anche dopo; difatti, assai più tardi la piazza della Posta veniva rifatta, tale da sembrare una piazza di Vienna. Anche il Lloyd triestino, sede della compagnia di navigazione, stava per nascere.
Nella casa della famiglia Wieselberger il tempo passava e scorreva a un ritmo idilliaco di musica, dolci affetti, vivere cauto ma sereno. Erano anni violenti, in cui la storia non aveva insegnato veramente nulla: l’ombra del Grande Impiccato sarebbe tristemente caduta dal capestro sulla terra (Guglielmo Oberdan, patriota irredentista italiano, impiccato il 20 dicembre 1882 dalla giustizia austriaca per alto tradimento e diserzione in tempo di pace, avendo confessato le intenzioni di attentare alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe); e il re, cosiddetto buono, sarebbe caduto sotto i colpi dell’anarchico Bresci (per vendicare le vittime di Milano, uccise durante le 4 giornate, conosciute come i moti del pane, e punire il comportamento tenuto dal sovrano, l’anarchico italiano, Gaetano Bresci, che viveva in America, tornò in Italia per uccidere re Umberto I di Savoia. I moti iniziarono il 6 maggio 1898 fra gli operai della Pirelli, che accusavano il governo di essere responsabile della carestia che subiva il popolo). Nel frattempo, nella loro villa di campagna, le ragazze continuavano a fare musica, avendo tutte studiato fin da bambine pianoforte con maggiore o minore disposizione. Elsa era anche brava nel canto; la Bella leggeva poesie in lingua italiana e tedesca; Alba, la scorbutica, considerata da tutti l’intellettuale della famiglia, l’ascoltava con passione.
La villa confinava con un possedimento ancora più ricco e vasto che apparteneva a una famiglia ebrea, i cui discendenti avevano cominciato ad arricchirsi mezzo secolo prima in Somalia ed Eritrea. Molti anni dopo, gli eredi sarebbero andati tutti in rovina, quando le generazioni fortunate erano già scomparse. Uno degli avvenimenti più elettrizzanti che aveva luogo durante la villeggiatura era la vendemmia. Quelle erano giornate quasi sempre bellissime. I vendemmiatori erano in maggioranza sloveni, amici o parenti di Ursula e suo marito Giacomo, i contadini- guardiani della tenuta, anch’essi sloveni. I rapporti con i due coloni erano sempre stati buoni e cordiali e la famiglia non si sarebbe mai permessa in loro presenza e nei loro riguardi un linguaggio men che rispettoso. Nel privato, invece, avevano anch’essi la deprecabile abitudine di chiamarli in dialetto “s’ciavi” o, meglio, “sti maledeti s’ciavi”, incapaci com’erano di interpretare la realtà e capire la situazione nella quale la lunga e abile mano dell’impero austriaco apponeva e aizzava gli uni contro gli altri, in modo che tutti si sentissero offesi e provocati.
Trieste non decadeva, ma questo non dipendeva dal buon volere o la generosità degli Asburgo ai quali si era affidata completamente, ma per l’inarrestabile decadenza di Venezia. Ciò le permetteva di sviluppare i suoi commerci, ma la incorporava sempre di più nell’impero austriaco, rendendola la porta occidentale dell’immenso retroterra orientale, un destino al quale sembrava naturalmente e geograficamente legata. Gli orrori del razzismo erano ancora lontani; un paio di generazioni sarebbero nel frattempo maturate, invecchiate e morte, ma certi discorsi e toni erano già l’alba dell’orrore.
Gli avvenimenti che suscitarono nuove memorabili emozioni nella famiglia, al di fuori della permanente ossessione irredentista che ogni tanto saltava fuori nelle discussioni, furono le nozze della primogenita Alice e, qualche anno dopo, la partenza per l’Italia della giovane Elsa, che si recava a Bologna a studiare canto. Il matrimonio di Alice aveva introdotto l’elemento ebraico nella famiglia, che era conosciuta anche per non essere particolarmente osservante del proprio cattolicesimo. Negli anni però il padre aveva preso l’abitudine di dire con ironico disprezzo “quell’ebreo” riferendosi al genero, non particolarmente stimato. In realtà, in mezzo a tante questioni politiche che esacerbavano gli animi e agitavano la città e le campagne, a Trieste l’antisemitismo non era particolarmente diffuso a quei tempi o, perlomeno, non era ostentato, forse perché la comunità ebraica era una delle più ricche e potenti fra gli alti ceti sociali e una simile avversione non si era palesata.
I sentimenti familiari verso i parenti erano ondeggianti, insicuri, ostacolati dalle vicende storiche, quindi poco inclini all’affetto; nonostante ciò, le ragazze non riuscivano a capire perché un ebreo dovesse valere meno d’un cristiano, anzi non sapevano addirittura dove fosse la differenza. Loro, d’altronde, erano state tenute fuori da qualsiasi pratica religiosa, a scuola erano perfino esenti dalle lezioni di catechismo, che del resto non sempre faceva parte del programma scolastico nell’Italia laica di quei tempi. Pensavano che, quando si è messi difronte a un tempio e invitati ad ammirarne l’architettura, che il tempio dove la gente usa raccogliersi e pregare sia cattolico o ortodosso, sia una sinagoga o una moschea, sono dettagli puramente formali. Ciò che esse guardavano era la pura bellezza.
Da tempo, Lidia, la cugina maggiore, amoreggiava con Felice, nipote del famoso Giacomo Venezian, morto nella difesa della Repubblica Romana nel 1849, in pieno Risorgimento. Anch’esso ebreo, giovane intriso dell’irredentismo familiare, era diventato gran capo del partito nazionalista triestino e della Lega Nazionale. Nel 1908 l’uomo morì e la numerosa comunità irredentista gli riconobbe il merito di aver voluto creare a Trieste le condizioni politiche necessarie a denunciare la Triplice alleanza (Germania, Austria-Ungheria, Regno d’Italia), cosa che puntualmente accadde sette anni dopo allo scoppio della guerra con l’Austria.
In realtà, già allora gli avversari non erano più gli “austricanti”, coloro che alla fine dei conti avevano rappresentato e difeso i grossi interessi di una città tanto ricca, dipendente da uno Stato ancora ricchissimo e potente, e non avevano mai voluto compromettersi con un irredentismo troppo acceso. Gli avversari erano fatalmente diventati i socialisti insieme agli sloveni, una minoranza, indubbiamente, ma la cui nascente solidarietà dava fastidio e forse preoccupava. Questo spiega la trionfale votazione che ebbero gli irredentisti nel 1897.
Dieci anni dopo, la situazione era capovolta e la ricca e ottusa borghesia, nei suoi discorsi, non lasciava mai entrare le questioni dei lavoratori, sembrava anzi volerle ignorare. Nella forma di governo che essa auspicava per la città, quando fosse “divenuta italiana”, la voce dei lavoratori era esclusa. Respingeva la massa condannandola all’emarginazione per antica miseria. Al razzismo, che stava alla base dell’annosa e insoluta questione slovena, si aggiungeva, quindi, l’incomprensione o addirittura l’indifferenza, quando non la sprezzante ostilità nei riguardi dei lavoratori; ma il peso degli enormi sbagli commessi nell’Ottocento, che non furono solamente triestino- irredenti, ma italiani, avrebbero finito, dopo una disastrosa Prima guerra mondiale, per trascinare la nazione italiana nel fascismo, e Trieste con essa.
Non si dovette aspettare molto, perché le roventi trattative dell’Austria con la Serbia e la Russia, la tracotanza della Germania, le faticose diplomazie della Francia e della Gran Bretagna, che erano durate tutto il mese di luglio, non servirono a nulla: il primo giorno di agosto l’Austria dichiarava guerra alla Serbia e, pochi giorni dopo, la Germania invadeva il Belgio, mentre l’Italia rimaneva neutrale poiché, ufficialmente, la guerra di aggressione dell’Austria era contro il carattere difensivo della Triplice.
Per quello che riguardava i Wieselberger, erano in quel momento soltanto una famiglia allo sbaraglio costretta a trasferirsi a Firenze. Gli stolti ottimisti che l’estate precedente avevano annunciato il “Tutto finito” per Natale, cioè tutti a casa per il Natale 1914, erano stati tragicamente smentiti dall’autunno e dall’inverno appena trascorsi. La guerra si era svolta soprattutto nelle trincee e si era abbattuta in maniera talmente nefasta e mortale sulle milizie, da portare il soldato Giuseppe Ungaretti ad esprimersi attraverso la parola poetica che interagiva con la storia, quella privata del poeta e quella collettiva dell’umanità.
Trascorreva intanto quel terribile 1916 e iniziava l’anno più drammatico, il 1917. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra al fianco degli Alleati, grosso smacco per gli Imperi Centrali; lo zarismo era crollato in Russia e la parola bolscevismo spaventava tutti. La massa dei combattenti, ormai stremata, non era più formata dagli “eroici soldati che si sacrificavano per l’onore e la grandezza della patria”, ma da “ignobili simulatori” che fingevano di combattere e invece se la squagliavano appena potevano, preoccupati soltanto di riportare “la pancia a casa, la pancia per i fichi”. C’era, insomma, già la puzza di Caporetto che il 24 ottobre sarebbe caduta, seguita dal cedimento del pilastro difensivo del Monte Maggiore.
Qualche anno dopo la fine della guerra, il fascismo si era messo al servizio di una miope politica di conservazione e andava facendosi le ossa. La borghesia, sia gli industriali del nord che gli imprenditori agrari del sud, finalmente si vendicava sulla massa di tutte le paure sofferte dopo Caporetto, le rivolte, gli scioperi, le settimane rosse, e si proponeva di agguantare il potere. Da Milano, una sparuta e scarsa marmaglia in camicia nera e nappe ballonzolanti si radunava in piazza del Duomo per la Marcia su Roma. Seguivano l’assassinio di Matteotti, la morte di Gobetti e di Gramsci e più tardi la guerra d’Etiopia e la Seconda guerra mondiale. Dopo di essa, finisce un’epoca maledetta, durante la quale, ad una ad una se n’erano andate le protagoniste Wieselberger, ormai anziane ma sempre vive nel tragitto della storia.
L’autrice, nel consegnare alle stampe le “sue quattro ragazze”, si libera della dolorosa fatica di chi tornando con la mente indietro nel tempo, negli anni e nei decenni, non può rimanere distaccato dalla storia che non è, come afferma Pasolini, unica e unilineare, ma ha un suo spessore fatto di persone, luoghi e vicende, gioie e sofferenze. In questo libro, Fausta Cialente ci ha raccontato la sua storia per come l’ha vissuta e si è svolta, a cominciare dalle sue antenate.
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.
“ Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi.
Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue.
Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte.”
da L’infinito viaggiare di Claudio Magris (Mondadori, 2005)