Viktorie Hanišová: “Ricostruzione” (Voland, 2025, trad.Letizia Kostner), di Rita Mele

Se a noi de Il Randagio fosse dato di accompagnare il titolo del terzo libro di Viktorie Hanišová con una frase d’impatto e un sottotitolo, suonerebbero così: Ricostruzione: la fragilità come forza. Un romanzo che trasforma il trauma in scrittura, esplorando maternità sofferenti, ruoli di genere e memoria familiare. Pubblicato nel 2019 in Cechia, patria dell’autrice, arriva fresco di stampa nella traduzione italiana di Letizia Kostner per i tipi di Voland, nella collana AmazzoniRicostruzione si inserisce così nella chiusura, ci auguriamo momentanea, del triangolo letterario in cui Hanišová ha esordito nel 2015, dieci anni in cui la sua voce è stata conosciuta e apprezzata da critica e lettori, nelle dodici lingue in cui i suoi tre libri sono stati tradotti.

Sebbene l’autrice non dichiari il romanzo come puramente autobiografico, alla lettura emergono in filigrana la sua formazione e il suo background, fonti d’ispirazione evidenti per i temi trattati. Nata a Praga nel 1980 e laureata in lingue e letteratura ceca all’Università Carolina, Hanišová conosce a fondo la società e la storia del suo paese, in particolare il periodo post-comunista, e lo trasmette nella precisione con cui descrive l’atmosfera e le dinamiche sociali che accompagnano il trauma intergenerazionale della protagonista Petra. La narrazione della casa di famiglia e della provincia ceca, che accompagna il lettore lungo le 300 pagine del romanzo, cattura incessantemente mente ed emozioni, esplorando il peso dell’eredità storica e familiare sulla generazione nata a ridosso del crollo del comunismo.

Hanišová, che è più di una scrittrice, si è cimentata con successo anche come traduttrice ed è docente di lingue ed esperta filologa. Tra i suoi interessi si annovera la psicologia, che nei suoi tre romanzi emerge con chiarezza e senza forzature, con dovizia di dettagli appropriati. In Ricostruzione, la vivida analisi del trauma, dell’anoressia e dell’autolesionismo nel percorso della giovane protagonista suggerisce l’attenzione dell’autrice alla psicopatologia e al modo in cui traumi familiari non risolti si manifestano nel corpo e nel comportamento.

«Tutte le famiglie felici sono uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.» Così apre Anna Karenina di Lev Tolstoj, e con questa frase risuona immediatamente l’esperienza raccontata da Hanišová in Ricostruzione, un romanzo scritto da una bambina di nove anni che cresce nello sguardo, nella percezione della realtà e nella qualità della coscienza, più che anagraficamente. La voce è fragile, frammentaria, incapace di nominare il trauma se non attraverso approssimazioni, silenzi e scarti improvvisi. Nel corso del romanzo si vede come il trauma frantumi la memoria e arresti la crescita, costringendo la coscienza a un linguaggio schematico, quasi diagnostico, simile a quello del DSM. Ogni trauma ha un suo linguaggio, e Hanišová lo osserva con lucidità poetica trasformandolo in scrittura narrativa.

La forza del romanzo risiede in questa prospettiva rigorosa: Hanišová rinuncia alla spettacolarizzazione del dolore e affida la narrazione a una lingua essenziale, frammentaria e misurata. Il ritmo della prosa, le pause, le ripetizioni e la precisione dei dettagli trasformano la lettura in un inventario emotivo: la protagonista annota con freddezza la propria “incapacità di concentrazione prolungata”, la tendenza a isolarsi, le oscillazioni emotive, come se compilasse schede cliniche della propria interiorità ferita. Ogni gesto quotidiano — il tremore delle mani, l’ansia che blocca la parola, il senso di colpa — diventa parte di un catalogo emotivo, mostrando con lucidità l’esperienza di una mente segnata dal trauma sin dall’infanzia. Il romanzo ci permette così di seguire Petra nei frammenti della sua esperienza interiore: la narrazione diventa lente attraverso cui osservare il mondo, le relazioni familiari e la memoria, trasformando la lettura in un vero e proprio inventario emotivo della fragilità e della resilienza.

I personaggi emergono attraverso lo sguardo analitico della protagonista: non ci sono antagonisti né figure salvifiche, ma riflessi, ostacoli intermittenti e frammenti di realtà da ricostruire. Il romanzo esplora con delicatezza le maternità sofferenti e le relazioni di genere: figure materne fragili o assenti, figure maschili distanti e legami che attraversano generazioni.

Attraverso il confronto tra presente e passato, Hanišová traccia un ritratto intenso dei ruoli di genere. Il femminile emerge nelle figure materne e femminili, spesso fragili o segnate da dolori profondi, confrontate con situazioni tragiche. Il maschile si manifesta in assenze, distanze emotive o rigidità comportamentale, contribuendo a modellare l’esperienza della protagonista e le dinamiche familiari. In molti casi, le figure parentali appaiono inadeguate o disfunzionali, incapaci di offrire protezione emotiva o stabilità, e diventano strumenti di trasmissione del trauma tra generazioni. Maschile e femminile si intrecciano e si influenzano reciprocamente, rivelando schemi di protezione, incomunicabilità e affetto in tutte le generazioni. In questo senso, la narrazione indaga anche come genere e qualità della genitorialità strutturino esperienze, crescita e relazioni familiari.

La lingua è asciutta, misurata, ogni parola scelta per restituire la sospensione del tempo interiore. 

La narrazione procede per accumulo, ritorni e frammenti, restituendo la percezione della memoria traumatica come pressione costante sul presente. Così, Ricostruzione diventa diario, inventario clinico e romanzo psicologico, dove la precisione dell’osservazione intensifica la soggettività.

Non è un caso se il romanzo dialoghi anche con le riflessioni pirandelliane sulla frammentazione della percezione e sull’inafferrabilità dell’altro: ogni sguardo, ogni gesto rivela mondi interiori complessi, come se le persone fossero spesso separate da un velo che solo la protagonista, nel suo osservare, tenta di sollevare. La chiusura del cerchio narrativo lo conferma con un’immagine potente e memorabile, quando Petra guarda come fosse la prima volta la foto della madre alla festa di Černošice:

Mia madre non guarda il suo presunto amante né fuori dalla finestra. Nella luce fioca e tremolante vedo che i suoi gelidi occhi celesti guardano diritto i miei.’

Questa frase finale non solo sancisce la presa di coscienza di Petra, ma concentra in un attimo il peso delle generazioni, dei traumi trasmessi e delle relazioni familiari complesse. La memoria familiare non si chiude mai: il passato ritorna, e con esso il carico emotivo di genitorialità spezzate e disfunzionali, rendendo il trauma tanto personale quanto transgenerazionale.

Collocato nella narrativa europea contemporanea, il romanzo dialoga con la tradizione centro-orientale dell’introspezione e della memoria traumatica. Lo stile ricorda, per intensità psicologica e introspezione, La campana di vetro di Sylvia Plath, mentre nel panorama ceco contemporaneo si colloca accanto a figure come Petra Hůlová, che esplorano con intensità la soggettività femminile e le dinamiche familiari e generazionali.

Hanišová valorizza la propria formazione e la storia personale per trasformare la sensibilità verso linguaggio e memoria in riflessione universale sul trauma e sulla ricostruzione di sé. La traduzione italiana, curata da Letizia Kostner, restituisce con cura pause, silenzi e delicatezza della lingua originale.

Pubblicato nella collana Amazzoni dell’editore Voland, Ricostruzione si inserisce perfettamente nella linea editoriale che valorizza voci femminili innovative, capaci di raccontare il trauma e la memoria con intensità poetica.

Leggere Ricostruzione significa confrontarsi con l’intimità della fragilità umana, la complessità delle relazioni familiari e di genere, le genitorialità disfunzionali e la transgenerazionalità del trauma. La parola diventa strumento di ricostruzione, la coscienza impara a sostenere il dolore, e il lettore partecipa a questa esperienza di sopravvivenza e maturazione. Per noi de Il Randagio si tratta di un romanzo indispensabile, che lascia un segno profondo e duraturo. Leggetelo ascoltando la voce narrante e la vostra voce interiore: vi aspetta un’esperienza emotiva e letteraria.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Luca Tosi: “Oppure il diavolo” (TerraRossa, 2025), di Rita Mele

Come se fosse possibile scegliere, come se ci fosse dato di opzionare una volta per tutte da che parte stare e con chi: Dio o il diavolo. Dalla parte delle pentole o dei coperchi. Se questo è un interrogativo che ci attraversa, se il dilemma che ci attanaglia è da che parte stiamo e a chi apparteniamo, beh questo secondo libro di Luca Tosi in uscita a novembre potrebbe farci buona compagnia nel trovare le risposte che fanno al caso nostro. Nelle ottantotto pagine di densa e dinamica narrazione di Oppure il Diavolo, Luca Tosi ci accompagna nel percorso di scoperta, sorprendente quanto possibile, che nella vita arriva il momento di fare pace con Dio e con Diavolo. Che non giochiamo la partita della vita nella squadra di chi fa le pentole oppure in quella di chi fa i coperchi, ma che l’uno e l’altro giocano dentro ognuno di noi sino al momento in cui ci autorizziamo a giocare la vera e unica partita che è la Nostra approvando, accettando, tollerando di essere noi stessi il campo da gioco in cui si muovono i vari giocatori che appartengono al nostro sistema familiare e sociale.

Luca Tosi, promettente autore trentacinquenne cesenate oggi naturalizzato bolognese, dopo tre anni dal suo fortunato esordio da romanziere con Ragazza senza prefazione, selezionato dalla Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2022 e finalista al Premio POP 2023, ci propone la seconda prova della sua scrittura jazz raccontando di Natale, di Poggio Berni, del Diavolo e del molto di più a cui lui riesce a dare un ritmo non convenzionale con variazioni su alcuni temi ricorrenti, nella modalità e nell’urgenza espressiva tipica di una composizione jazz. A noi de Il Randagio, Luca Tosi, piace perché più lo leggi e più ne ascolti la voce narrante, più ti lasci portare nei suoi attraversamenti di Poggio Berni e della coscienza di Natale: quello che diremmo un randagio di eccellenza, nel posto giusto al momento giusto, almeno sino a quando rompe gli schemi e si autorizza all’opzione del Diavolo. Saremmo tentati di dirvi di più, ma come si fa a raccontare l’improvvisazione narrativa di un brano jazz, se non lasciandosi portare attraverso la storia in cui si alternano struttura, rottura e ricomposizione? Anche a noi piace rompere gli schemi della recensione letteraria e per questo vi proponiamo una intervista immaginaria a Luca Tosi, ispirata dalla scrittura sincopata di Oppure il Diavolo che creando un senso di slancio o di sorpresa, rende la lettura meno prevedibile e più dinamica. Ecco le tre domande randagie della nostra intervista ipotetica a Luca Tosi, focalizzate sui temi che abbiamo riconosciuto come cruciali per la storia del protagonista, Natale e del Sistema Poggio Berni: 

1. Simbolismo e Nichilismo 

Il nome del protagonista, Natale, è in netto e amaro contrasto con le sue disgrazie e la miseria morale di Poggio Berni. Il titolo stesso, Oppure il diavolo, sembra suggerire una visione nichilista o profondamente pessimistica della condizione umana. Qual è il peso specifico del male e del pregiudizio in questa storia? Natale è davvero una figura “demoniaca” per Poggio Berni, o è piuttosto un anti-eroe che usa la vendetta per denunciare l’ipocrisia della comunità, costringendola a guardare il suo stesso diavolo interiore? 

2. Scelta dell’Ambientazione 

Ha scelto Poggio Berni, una frazione romagnola, come scenario per una storia di isolamento e condanna sociale, un luogo che lei definisce “di molte dicerie e pochi abitanti”. Perché ha scelto la provincia, e in particolare questo microcosmo geografico specifico, per ambientare una storia universale di vendetta e pregiudizio? C’è qualcosa nel dialetto o nella cultura romagnola che amplifica questa particolare miseria umana rispetto ad altri contesti? 

3. Voce Narrativa e Ironia 

La sua scrittura è nota per l’uso di una voce “ironica che sa mostrarci il mondo e i sentimenti come non abbiamo mai pensato possano essere”. In Oppure il diavolo, questa voce appartiene direttamente a Natale. Fino a che punto possiamo fidarci dell’ironia del narratore in prima persona? L’umorismo crudo di Natale è un meccanismo di difesa per seppellire il dolore o è l’unica lente lucida e onesta per osservare una realtà altrimenti insopportabile? 

Luca Tosi risponderà mai alle nostre domande, oppure i nostri lettori randagi correranno a leggere il suo secondo romanzo per mettersi nei suoi panni e dare il proprio senso a questi interrogativi? Chi lo scopre e lo conosce sa che l’originale, sorprendente e non convenzionale Luca Tosi fa sia le pentole che i coperchi e ‘sfratta subito le tracce diaboliche lasciando in sospeso’ giudizi e pregiudizi alla maniera di Rossana… (non possiamo dirvi di più!). 

A proposito di lasciare in sospeso, non vorremmo farlo rinunciando a una domanda che per questo rivolgiamo a Giovanni Turi, lo spietato mentore di Luca Tosi, direttore editoriale di TerraRossa e della Collana Sperimentali ‘dedicata agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica’: citare Céline di Viaggio al termine della notte nell’esergo di Oppure il diavolo è una strizzatina d’occhio ai lettori di Tosi per sottintendere che ‘il francese’ è tra i suoi autori di culto, insieme agli americani Carver e Bukowski, al russo Dostoevskij e agli emiliani Bassani e Pedretti? Noi de Il Randagio non facciamo fatica a crederlo, tanto abbiamo riconosciuto in filigrana delle affinità stilistiche nella gestione della lingua parlata e nell’uso della punteggiatura che segna il ritmo emotivo del romanzo. Sintassi frantumata e punteggiatura non convenzionale in entrambi gli autori, ci hanno parlato di una radicale manipolazione delle frasi volta a far coincidere il ritmo della prosa con il ritmo del pensiero e della voce interiore e parlata del protagonista, conferendo al romanzo l’oralità iper-realistica e colloquiale, gergale, diretta sino a suonare scurrile. Lasciando a ciascuno dei due autori la propria unicità di temi e registro. Chi dei due è Dio e chi il Diavolo? Oppure… 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Fernando Battista: “Pedagogia del confine – Storie di corpi in movimento per una geografia delle relazioni”, di Rita Mele

La danza nell’educazione non esiste solo per il piacere di ballare, ma attraverso lo sforzo creativo nel dare forme estetiche all’esperienza significativa si spera che gli studenti sviluppino il loro potere creativo e, a loro volta, migliorino se stessi come persone.”

Margareth H’Doubler

C’è bisogno di coltivare lo “sguardo interiore” degli studenti, e ciò implica un’istruzione particolarmente attenta alle discipline umanistiche e alle arti […] che metta gli allievi in contatto con le problematiche di genere, razza, etnia e li conduca all’esperienza e alla comprensione interculturale. Questa educazione artistica può e deve essere il fulcro dell’istruzione del “cittadino del mondo”, perché spesso le opere d’arte sono un modo insostituibile mediante il quale iniziare a comprendere le conquiste e le pene di una cultura diversa dalla propria.” 

Martha Nussbaum 

E se la scuola fosse una danza? Non una danza qualsiasi, ma proprio la danza che ci insegna a trasformare i confini in incipit delle relazioni?

Pedagogia del confine è il libro dell’eclettico Fernando Battista che apre il sipario sulla scena della Danzamovimentoterapia DMT a scuola. E, volteggiando tra teorie, tecniche e esperienze laboratoriali, rivela palcoscenico, scenografia e attori dell’educazione e delle sfide-opportunità contemporanee: migrazioni, intercultura, pregiudizi, ragione e sentimento, corpi, lingue e linguaggi a scuola. Fernando Battista, ricercatore in pedagogia, professore al Dams, coreografo e performers, danzamovimentoterapeuta e insegnante nelle scuole superiori, con la sua ricerca-intervento politico-pedagogica, ha trasformato esperienza e tesi di dottorato nel libro pubblicato a febbraio 2024 dalle edizioni Junior Spaggiari. Battista ci fa entrare sulla scena educativa con il suo approccio art-based e la prospettiva della conoscenza incarnata, per dimostrare il ruolo del corpo e dell’esperienza sensoriale nella formazione della conoscenza. Nel suo libro ‘racconta’ la sua ricerca partita dalle periferie orientali romane dove il degrado urbano mette in sofferenza il vivere sociale e impronta di sé gli individui e la comunità. Eppure, leggendo il suo libro, ci accorgiamo di percorrere il suo stesso cammino sperimentale iniziato nel 2015 in un istituto tecnico per il turismo di Roma con il progetto Anime Migranti che si proponeva l’obiettivo di accorciare le distanze tra studenti, comunità e giovani migranti utilizzando come strumento pedagogico i linguaggi della danza, della Danzamovimentoterapia e le arti. Sperimentazione che, come si legge nel libro, ha consentito ai partecipanti, studenti, insegnanti, mediatori, psicologi di incontrare persone migranti provenienti da vari centri di accoglienza, disvelare e superare barriere e pregiudizi. Ma il libro è tanto altro ancora, è poliedrico come il suo autore, è ricco di speculazioni teoriche e accademiche ed è allo stesso tempo percorso e animato dalle esperienze incarnate in prima persona da Battista con studenti e insegnanti. Il lettore può lasciarsi portare attraverso le ‘geografie relazionali’ dove la mente e il corpo sono strettamente interconnessi e si influenzano reciprocamente sulla scena scolastica-educativa.

Chiave di accesso al teatro educativo in cui accompagna i lettori con la sua narrazione è il metodo della DMT, la danzamovimentoterapia, la danza educativa che, prima ancora di avvalersi di teorie e tecniche trae origine dai linguaggi artistici e dal bisogno umano originario di migrare nella pluridimensionalità dell’esperienza umana. A scuola, come nel mondo, ci vuole dimostrare Battista, è possibile e utile attraversare i confini della propria cultura per spostarsi ed entrare in territori di altre culture e imparare a conoscere, a interpretare o reinterpretare la realtà secondo schemi simbolici diversificati e molteplici. Tutti gli attori della scuola sono innanzitutto individui antropologicamente predeterminati a muoversi in cammini evolutivi e a tracciare rotte e geografie relazionali, sempre nuove eppure sempre originarie e originali. Come autentici danzatori, studenti, insegnanti, dirigenti e operatori scolastici si stagliano e si muovono sulla scena calcata insieme a Battista durante le esperienze romane, dimostrando che è possibile fare scuola, insegnare e imparare, conservando e ritrovando l’amore del gioco, il senso infantile della disponibilità, il lusso di non disperdere l’innocenza e di riannodare i fili che sembravano spezzati delle vite migranti, delle differenze linguistiche, delle culture altre. Oggi è vitale, oltre che prezioso, leggere le affermazioni incarnate di un esperto che ci aiuta a ritrovare la fiducia nella scuola come scena madre che accoglie, contiene e riannoda giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, conoscenza dopo conoscenza, le relazioni che insegnano a vivere con pienezza, senza confini, oltre i confini. 

Pedagogia del confine è un libro-laboratorio immersivo che riflette e ci aiuta a riflettere su come e con quali strumenti un’esperienza sui generis di pedagogia, del confine appunto, possa irrompere sulla scena educativa, teorica e pratica, e agire in modo trasformativo per farne emancipare ed evolvere il paradigma passando per la conoscenza diretta e la crescita responsabile degli individui di tutte le età e culture, oltre ogni confine. Generosa e ricca la bibliografia che correda il libro, rendendolo un vero e proprio strumento di lavoro e di approfondimento non solo per gli addetti ai lavori. Imbarazza scegliere i nomi e le opere da citare. Lasciamo ai nostri lettori randagi il gusto della scoperta, delle connessioni e dei rimandi. Tutta l’opera è pervasa da una domanda: le arti, il corpo, la danza possono creare contesti inclusivi e interculturali? La risposta ce la dà l’autore stesso quando svela che l’esperienza educativa della Pedagogia di confine può essere un rito di passaggio capace di trasformare la domanda “da dove vieni?” in “dove vuoi andare?” e di farci “vedere una nuova geografia delle relazioni dove si creano i legami tra le diverse culture…dove i confini vengono ricollocati” e dove le rigidità identitarie cedono il posto alla certezza e alla speranza di appartenere all’unico genere, quello umano.

A noi de Il Randagio viene naturale dire che “Pedagogia del Confine” è un libro al confine dei generi letterari perché diversamente da altri saggi che trattano temi complessi come l’identità, la cultura, i limiti umani, questo di Battista, senza sconfinare nell’accademico puro o nel filosofico, mantiene una struttura argomentativa che conserva e trasmette lo stupore di chi ha fatto una scoperta a forte impatto emotivo e vuole condividerla rendendola accessibile e coinvolgente per sviluppare appartenenza all’idea che la scuola incarni la chance per l’esplorazione e l’incontro con il mondo dell’Altro, dove il confine, superate resistenze e limiti, diventi una soglia di rivelazione da attraversare ‘Con l’anima sulle labbra’ (frammento dell’Antologia di Spoon River) perché si manifesti una nuova comprensione degli Io e dei Noi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Cristina Peri Rossi: “Il museo degli sforzi inutili” (Edizioni SUR, 2025), di Rita Mele

“La vita è un puzzle di tanti pezzi, sparsi. E noi, gli ingegneri, cerchiamo di selezionarne alcuni, di configurare un significato, una struttura, una forma di senso. Con gli indizi che propongo, se il lettore è interessato, si può mettere insieme una presunta biografia. Sono nata a Montevideo, in Uruguay, il 12 novembre 1941 (La città di Luzbel). Ero una bambina curiosa, che credeva che la conoscenza fosse potere, e decise di indagare, da sola, tutto ciò che è umano e divino (La ribellione dei bambini, Il pomeriggio del dinosauro). In seno alla mia famiglia (emigranti italiani arrivati nella Terra Promessa, oltre il Sud) ho imparato molto sulle passioni e sulle delusioni: una famiglia è un microcosmo (Il libro dei miei cugini). Ho studiato musica e biologia, ma mi sono laureata in Letterature comparate: la fantasia mi sembrava un territorio più affascinante di quello delle leggi fisiche. Ero romantica prima di sapere cosa fosse il Romanticismo; amavo le rovine, i giorni di pioggia, le passioni morbose, l’intensità. Quando ero piccola, i miei zii mi portavano al porto a vedere le navi salpare. Mi innamorai di quelle balene bianche, senza sapere che un giorno, all’età di ventinove anni, una nave italiana (perfetta geometria di origine e di esito) mi avrebbe portato in esilio, in Spagna. L’esilio è stata un’esperienza lunga, dolorosa, totalizzante, che non cambierei con nessun’altra… Il mio paesaggio preferito: l’Europa dopo la pioggia…I prossimi paesaggi saranno nuovi.” (tratto dal catalogo della mostra Cristina Peri Rossi: La nave dei desideri e delle parole. Omaggio al  Premio Cervantes 2021,  organizzata dal Ministero della Cultura e dello Sport spagnolo e dall’Università di Alcalá).

Come poter rinunciare a questo panoramico puzzle della vita di Cristina Peri Rossi? Perché cercare altre parole se già da queste si sprigionano gli umori poetici e letterari di una scrittrice che, per nostra fortuna, viene riportata in Italia dalla casa editrice SUR, dopo 28 anni dalla prima traduzione italiana, curata già da Vittoria Spada per Einaudi. Nel 1983, a 42 anni, Cristina Peri Rossi ha scritto El museo de los sfuerzos inutiles pubblicato in Spagna, a Barcellona, la città da lei scelta nel 1972 per il suo esilio volontario, dove ancora oggi, a 84 anni, vive continuando a considerare la letteratura, la sua patria. Bisnonni genovesi emigrati a Montevideo, è figlia di Ambrosio Peri, operaio in una azienda tessile, che muore quando lei è bambina e Julieta Rossi, maestra. Da gennaio 2025, Il museo degli sforzi inutili, edito nella Collezione SUR, per chi non lo avesse letto in lingua originale o tradotto, ci dà una seconda chance di visitarlo e immergersi nelle atmosfere sospese scolpite da parole taglienti come una lametta Gillette e lenite dal balsamo di altrettante parole umoristiche, oniriche, ironiche, allegoriche, malinconiche e passionali. Trenta racconti in centosessantanove pagine, rappresentano una preziosa occasione per i lettori randagi che invitiamo a scoprire o ritrovare la spiazzante contemporaneità di una scrittrice più che mai in risonanza con le ambiguità, le paure, le insidie, i sogni, i troppo vuoti e i troppo pieni delle nostre esistenze. Non tutto è come sembra ci dicono i personaggi dei racconti di Peri Rossi, ognuno di loro mostra e allo stesso tempo nasconde e ci sollecita, per questo, a scoprirlo, indagarlo, osservarlo, proprio come quando, visitando un museo, tra gli strati e la giustapposizione di oggetti, scorgiamo il senso o il non senso delle storie che sembrano raccontare e che, a ben guardare, sono forse le nostre. Storie pennellate e delicate al limite del metafisico o surreale, giochi di trasparenze che sembrano offuscarsi bruscamente in epiloghi che ci interrogano. Osando chiedere un prestito letterario e cinematografico, con i dovuti distinguo, è alla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti del napoletano Gianbattista Basile e al film Il Racconto dei racconti del regista Matteo Garrone che accosterei la tensione costante, fantastica e irrisolta dei racconti di Caterina Peri Rossi. Anche lei, come loro, ne fa una questione puntuale di stile, di lingua, di sguardo, di immaginario avvicinandosi alla struttura della fiaba senza per questo arrivare a toccare tutte le parti, e non sempre in sequenza ordinata, della Morfologia della fiaba del linguista russo Propp (Equilibrio introduttivo, Rottura dell’equilibrio iniziale, Azioni dell’eroe, Ristabilimento dell’equilibrio). Peri Rossi ci offre la sua versione del meraviglioso anche quando arriva allo scacco finale delle storie o da quello parte per sorprendenti ribaltamenti. Il racconto è stato sin dall’inizio della sua esperienza giovanile di scrittrice, uno dei suoi generi preferiti, pur tornando spesso al romanzo senza scadere, come afferma in alcune interviste, all’eccesso di romanticismo, da cui si ritiene indenne per la sapiente alchimia di ironia, umorismo e tenerezza. Pragmatica e sognatrice allo stesso tempo, proprio come l’autrice stessa descrive Barcellona, la sua città adottiva; ossessiva quanto basta per preservare la pulsione e non l’oggetto della passione, come ha dichiarato a proposito della sua passione per l’esilio, scelto a ventidue anni per sfuggire alla dittatura uruguaiana, sostituito con un’altra dittatura, quella dell’amore.

Prima di partire per l’autoesilio, a Montevideo, aveva pubblicato due racconti, un romanzo e una raccolta di poesie erotiche, Evohé, che aveva scandalizzato la pudica società uruguaiana al punto che la dittatura la proibì. Da allora Montevideo è stata cancellata dalle sue geografie. Oggi, superati gli ottanta, Caterina Peri Rossi sta vivendo una rinascita nella sua carriera e non solo da noi in Italia: nel 2014, Estuario Editora ha iniziato a recuperare le sue opere in Uruguay e a pubblicare anche le sue nuove opere, come il romanzo Todo lo que no te pude decir (Tutto quello che non potrei dirti) e la sua autobiografia romanzata La Insumisa (L’Insumisa). Persino Evohé, proibito e praticamente introvabile, è stato ripubblicato nel 2021 sempre da Estuario, e la copertina è stata riprodotta con il nome dell’autrice sulle t-shirt. Il culmine della rinascita sulla scena letteraria internazionale è stato il Premio Cervantes ricevuto da Peri Rossi a 80 anni nel 2021, diventando la terza scrittrice uruguaiana onorata di tale riconoscimento. A causa di un broncospasmo, non ha partecipato alla cerimonia di premiazione, ma ha inviato un discorso scritto letto dall’attrice argentina Cecilia Roth. La giuria del Premio Cervantes ha riconosciuto “la carriera di una delle grandi figure letterarie del nostro tempo e la statura di una scrittrice capace di esprimere il suo talento in una varietà di generi”. Il Cervantes non è bastato a farla tornare fisicamente in Uruguay, ma in compenso Cita en Montevideo, un bellissimo libro-oggetto recentemente pubblicato, che raccoglie testi, foto e altri documenti esclusivi in una prima versione dattiloscritta e annotata, simboleggia il ritorno della scrittrice sulla scena letteraria e, guarda caso, in concomitanza con le celebrazioni del 300° anniversario della capitale del Paese. Perché scegliere di leggere oggi Peri Rossi? E perché cominciare dalla sua raccolta dei 30 racconti brevi e brevissimi che prende il titolo dal primo, appunto, Il museo degli sforzi inutili, parodia di glorie passate dedicato ai perdenti che hanno seguito invano piccole e grandi passioni e sberleffo ai codici di condotta e alla disapprovazione sociale dell’ozio e dei fallimenti? 

Proviamo ad elencare alcuni dei buoni motivi per avvicinare una delle scrittrici dallo stile e dalla storia più personali della letteratura ispanoamericana: originalità, stile narrativo e poetico inconfondibile e anticonvenzionale, scrittura acuta, ritmica e profonda che scolpisce i suoi personaggi, sensibilità fine per i temi universali come la solitudine, l’amore e il desiderio, il potere e la repressione culturale della libertà individuale, onestà e sguardo critico sulla realtà, prosa intrigante, profonda e anche inquietante, amore per le parole al di là delle lingue. Non ultimo, fare ricadere la scelta su una raccolta di racconti così densa, sorprendente, stimolante e breve allo stesso tempo come questa, può rappresentare un modello letterario e un formato di libro adatto a farci disintossicare dalla dipendenza da post e a rieducarci agli stimoli e all’attenzione verso storie di vita che sono anche le nostre e che possono ancora farci meravigliare. Scrollare quotidianamente migliaia di contenuti sui social media sovraccaricando il nostro cervello e anestetizzandolo causa perdita di attenzione e desensibilizzazione agli stimoli e fa saltare i circuiti della dopamina sino ad avere bisogno di stimoli sempre più forti. L’antidoto all’era della distrazione può essere proprio un libro come questo e la scrittrice ne sarebbe fiera, dal momento che qualche anno fa, quando la sua attività pubblicistica era più pressante, si è espressa con forte vena critica nei confronti della nostra dipendenza dalla tecnologia, in particolare dal telefono cellulare. Cristina Peri Rossi, con il suo stile tagliente e la sua capacità di osservazione acuta, ha così fotografato una realtà contemporanea in cui la connessione virtuale sembra spesso prevalere su quella umana e reale: “Il telefonino è come l’orecchio del sordo: lo inserisci nell’orecchio e non lo togli più, a volte neanche quando dormi (conosco persone che non spengono il cellulare neanche quando fanno l’amore – i pochi, rapidissimi momenti in cui riescono a farlo). 

L’abbiamo visto in un laccato film americano: il protagonista lavora per una multinazionale molto importante, giace con una bellissima donna in un hotel naturalmente lussuoso, e al momento di scoccare un bacio sulla bocca della diva, il cellulare squilla, l’affare è urgente, la donna aspetta con pazienza, l’amore dura una manciata di minuti, poi il ragazzo si allaccia i pantaloni, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare, soldi, ad esempio.”

Accogliamo dunque il monito della Peri Rossi e leggiamo Il museo degli sforzi inutili per contrastare la perdita di contatto con le emozioni autentiche e le relazioni umane significative, affinché non tutti gli sforzi diventino inutili e, leggendo oltre i social, si torni a prendersi cura ‘della fugace memoria dei vivi’

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gunther Maria Carrasco: “Il verso di Ade” (Déclic edizioni Perugia), di Rita Mele

“AAA Editrice multidirezionale cerca opere ibride, sperimentali, devianti, inclassificabili; nuove forme, nuovi usi di forme date, costruzioni decostruzioni distruzioni, assenze di forma.”

All’annuncio non poteva che rispondere Gunther Maria Carrasco con Il verso di Ade. La sua opera multipersa risponde a pieno titolo e a mo’ di calco alla ricerca dell’editore déclic, Carlo Sperduti, romano naturalizzato perugino, già scrittore e libraio che alla fine del 2023, appena in tempo per lo scoccare dei suoi 40 anni, ha sentito un déclic nella sua mente e ha trovato una improvvisa soluzione per rispettare il patto fatto con sé stesso qualche anno prima: fondare la sua casa editrice.

Per scoprire chi è Gunther Maria Carrasco, uno degli autori ideali di Sperduti, abbiamo cominciato dalla sua presentazione sull’aletta e a pagina 99 del libro: è stato come cercare l’ago nel pagliaio o, peggio, cercare nel pagliaio non si sa che, scoprendo quanto più interessante è il pagliaio stesso. Gli interrogativi su chi sia veramente Gunther Maria Carrasco crescono nel numero e nella portata ad ogni parola che vorrebbe descriverlo e già lì, tra quelle righe, abbiamo scoperto che è proprio tutto avverato quello che al debutto di déclic a Perugia, Carlo Sperduti ha affermato e promesso “A me interessano libri che abbiano a che fare con il mezzo del linguaggio, prima di tutto con la scrittura solo dopo le tematiche. Le scritture ibride sono per me quelle più interessanti e privilegerò le opere che devieranno dai solchi già tracciati”. Quale inimmaginabile aderenza dal ritmo giambico tra Chi scrive (chi scrì-ve) e Chi edita (chi e-dì-ta). Gunther Maria Carrasco, per noi lettori randagi confidenzialmente GMC, si svela, pur custodendo il mistero, in una presentazione ufficiale ironica, surreale e metalinguistica, attraverso cui in filigrana ci fa scorgere che sta giocando con la sua identità e la sua relazione con il mondo letterario. Il ritratto che ci arriva è di un autore giovanissimo già influente nel panorama letterario “multiperso”, sperimentatore con un approccio al limite del convenzionale alla scrittura e all’editoria, dedicato e ambizioso nel suo lavoro artistico, che alle convenzioni e alla “normalità”, preferisce il fare esperienza del flusso di perpetua creatività e metamorfosi, e che la sua stessa identità abita nella sua opera al confine tra autore e personaggio. E sopra tutto ha deciso programmaticamente di non voler correre il rischio di “diventare un bambino vero” e che, per riuscire nell’intento, non desidera conformarsi alle aspettative o alle fasi “naturali” della crescita, vuole preservare la capacità di stupirsi, di giocare con le idee e di vedere il mondo con occhi nuovi, per rimanere in uno stato di continua sperimentazione e metamorfosi, evitando di cristallizzarsi in un’identità artistica che finirebbe, suo malgrado, col diventare adulta.

Il suo gioco con l’identità e l’autorialità a noi de Il Randagio è piaciuto e dopo un leggero senso di smarrimento e spaesamento letterario iniziale ci siamo messi in cammino fianco a fianco con l’autore e i suoi personaggi, attraversando metriche poetiche e stili di prosa per multiperderci, affidati come bambini alla nostra guida delle meraviglie e degli inciampi linguistici, come in una odissea interiore, la sua e dei suoi personaggi, ma anche la nostra. Ci siamo avventurati nel suo labirinto e ne siamo usciti godendo e soffrendo, percorrendone le volute linguistiche del mistero e della frammentazione. Fidarsi senza mai del tutto poter escludere cambi di registro e di scena, senza neanche poter contare sulle ancore di un indice, di titoli e di capitoli, abbiamo sentito crescere l’attrazione per GMC e per i suoi controluce emotivi. Sembrerà oramai evidente per chi ci sta leggendo che non è dato dire di più senza rompere l’incantesimo riservato ai lettori integrali dell’opera. Motivo sacrosanto per proseguire in questa nostra recensione volatile che evaporando lasci intatta l’esperienza a chi sceglierà di non perderla. Vogliamo dirvelo ancora che si tratta di un’esperienza letteraria radicale, un viaggio in un territorio in cui le mappe narrative convenzionali si polverizzano in favore di un’audacia linguistica al limite del perturbante. Racconto, poesia, saggio, l’opera di GMC si manifesta come un prosimetro ibrido e metamorfico, un organismo testuale uno e trino che respira tra la rarefazione di una prosa in cui riecheggiano silenzi, sussurri di sincopi di versi, spezzati come relitti di un naufragio semantico, e una terza forma, sfuggente e inafferrabile, che gioca con i confini tra i generi, quasi una lingua aliena in cui familiare e ignoto si fondono.

L’Ade di Carrasco ci avvolge e ci richiama come un Ade interiore, un regno di ombre psichiche e frammenti di coscienza dove le voci si sovrappongono in uno smarrimento polifonico e i significati di versi e prosa si increspano sulla superficie opaca di un inconscio collettivo e individuale. Usciti dall’Ade e grazie alla storia di Ade possiamo dire a cuore aperto che gli inciampi ricorrenti nella frantumazione deliberata del verso e della prosa in cui ci siamo imbattuti è tutt’altro che una sequenza di nichilismo stilistico, ma piuttosto la dissezione meticolosa della realtà percepita come una storia intrinsecamente discontinua, un tentativo di cartografare la schizotipia del pensiero contemporaneo e la precaria consistenza del reale.

Tra le pieghe del testo si insinua un’irriverenza corrosiva mista a scetticismo che stordisce le fondamenta delle narrazioni lineari e delle granitiche certezze. Dalla scrittura emergono biografie senza soggetto, fantasmi verbali che in poche righe costringono all’esperienza del vedo e non vedo l’esistenza di personaggi che potrebbero essere oltre il nome assegnato e viceversa e che lasciando dietro di sé non una storia come ci aspetteremmo, ma l’eco dolente di una solitudine di specie e di genere e di un’incomunicabilità radicale. Il linguaggio si fa viscerale e straniante, plasmando immagini di un grottesco surreale, come l’indimenticabile dettaglio dei “baffetti lisci lisci, che potrebbero anche essere acciughe dipinte”, che ci proietta in un universo dove il confine tra l’umano e l’oggetto, tra il familiare e l’aberrante, si fa pericolosamente labile. E dove ci è sembrato di essere cascati nel Rabbit Hole delle meraviglie con Alice.

La metrica de “Il verso di Ade” è una voluta assenza di sistema, un ritmo sotterraneo e imprevedibile sintonizzato con le fibrillazioni di una mente che sembra interrogare i propri stessi processi. È una meta-metrica o, se preferiamo, una anti-metrica funzionale a una poetica del frammento e della discontinuità, dove il silenzio tra le parole acquista un peso semantico pari a quello espresso.

Il titolo stesso, Il verso di Ade, si stratifica di significati: un’eco proveniente dalle profondità dell’inconscio, un frammento di un linguaggio perduto, forse una neanche tanto sottile pretesa di dominare il mistero attraverso la parola. E in questo regno liminale, Carrasco sembra condurre una vivisezione del linguaggio, smontandone le convenzioni per rivelarne le fragilità e le potenzialità inesplorate, con un intellettualismo acuto e disincantato.

L’irruzione di dinamiche relazionali intime, attraverso il legame di Pardo e la complessità emotiva di No, oscillante tra il desiderio di connessione e un richiamo selvaggio alla solitudine, potrebbero suggerire un altro motivo di spiazzamento per i lettori: una sensibilità femminile o una prospettiva di genere peculiare. La scelta del nome No, con la sua assertività e il suo potenziale rifiuto di convenzioni, letto in controluce, potrebbe risuonare con un percorso di ridefinizione identitaria femminile. Anche la dinamica di accettazione e affetto tra figure femminili, come il rapporto tra No e Alto, pur non essendo esclusiva, potrebbe arricchire questa ipotesi.

Se Gunther Maria Carrasco fosse una donna – ci siamo autorizzati a pensare in più momenti, Il verso di Ade acquisterebbe ulteriori strati di lettura. L’esplorazione di un linguaggio frammentato e di identità fluide potrebbe dialogare in modo ancora più profondo con le questioni di genere e con la decostruzione di categorie binarie. 

La rarefazione del senso e la difficoltà comunicativa, filtrate attraverso una sensibilità femminile, potrebbero assumere sfumature inedite, legate a esperienze storicamente marginalizzate o silenziate. Purtuttavia, stordimento e spaesamento a parte, non dimentichiamo che la bravura di uno scrittore trascende il genere, e l’opera di GMC ce lo conferma primariamente per la sua forza intrinseca e la sua capacità di risuonare con il lettore, indipendentemente dalla sua identità. 

La possibilità che Gunther Maria Carrasco sia una donna aggiunge innegabilmente un ulteriore elemento di mistero e di potenziale ricchezza interpretativa che, per la sua audace singolarità, vi invitiamo a scoprire e sperimentare.

Il doppio finale, con il dialogo crepuscolare tra Ade e babbo Pardo e la loro progressiva consunzione nel vuoto dello spazio bianco e delle interpunzioni, risuona come un requiem sussurrato per la finitezza dell’essere e per l’illusione della permanenza. È un addio che si fa eco nel silenzio, un invito a contemplare i vuoti esistenziali con una quieta accettazione.

Il verso di Ade non è un’opera per cuori pigri o menti in cerca di facili consolazioni. È una sfida intellettuale ed emotiva, un’immersione in un flusso di coscienza destrutturato che richiede al lettore una partecipazione attiva e una disponibilità a navigare nell’ambiguità. Unica e coraggiosa, è una sperimentazione letteraria che si sottrae alle facili etichette e che, proprio nella sua frammentazione e nel suo mistero, rivela una potente e inquietante coerenza interiore. Un libro che non si legge, ma che si esperisce come un’eco lontana proveniente dalle profondità del linguaggio e dell’anima.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare