L’autore sul lettino: Leonardo Mendolicchio per “Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità” (Mondadori, 2026), di Rita Mele

L’AUTORE SUL LETTINO

Sostare tra le parole.

Esistono libri che leggiamo per trovare conferme e libri che, invece, agiscono come atti analitici: ci pongono domande che non sapevamo di avere. La rubrica de Il Randagio nasce per accogliere gli Autori con le loro opere su un metaforico ‘lettino analitico’ in uno spazio di sospensione e ascolto. Non una recensione quella che proponiamo ai nostri lettori, ma una scansione: un modo per guardare tra le righe, oltre la trama.

Cercando cosa?

Vogliamo rintracciare il desiderio che pulsa sulla pagina, nella scrittura dell’autore. Un libro, per noi, non è un oggetto inerte ma un corpo vivo. Sotto la superficie della carta e l’eleganza della forma, batte la spinta vitale che ha portato l’autore a scrivere: quel misto di urgenza, paura e speranza che spesso sfugge persino a chi tiene la penna in mano o usa la tastiera. Noi de Il Randagio cerchiamo quel battito, il punto in cui la scrittura smette di essere mestiere e diventa ‘esserci’, ‘raccontarsi’.

In questo spazio randagio, l’Autore non viene per spiegare, ma per testimoniare. Lo invitiamo ad accomodarsi e a rallentare, lasciando che le parole emergano con il loro peso autentico. A seconda del libro e dell’autore che presenteremo, cambieremo la lente della nostra indagine — oggi cominciamo col prendere in prestito quella di Lacan, domani ricorreremo a quella Freud, poi di Jung e via così — perché ogni verità raccontata richiede lo strumento di analisi più appropriato.

L’AUTORE

Leonardo Mendolicchio è medico psichiatra e psicoanalista di orientamento lacaniano. Membro della Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP) e della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi (SLP), è attualmente Direttore dell’Unità Operativa Complessa per la Riabilitazione dei DCA presso l’Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo. Noto al grande pubblico per la sua partecipazione alla docuserie di Rai3 Fame d’amore, ha saputo portare la profondità del pensiero analitico nel cuore del dibattito sociale contemporaneo.

Percorso Bibliografico:

La produzione di Mendolicchio traccia un movimento preciso: parte dall’indagine sull’Amore e sul Corpo per approdare oggi alla questione della Legge e della Parola. Sposta cioè il focus dalla cura del “guasto” fisico alla ricostruzione del legame simbolico: indagare come il limite posto dalle figure genitoriali (la Legge) permetta al figlio di smettere di subire il proprio corpo e iniziare finalmente ad abitare il proprio desiderio.

  1. Il resto dell’amore (2010)
  2. Bisogna pur mangiare (2017)
  3. Prima di aprire bocca (2018)
  4. Il peso dell’amore (2021)
  5. Nella tana del coniglio. Quando la lotta con il cibo diventa un’ossessione (2023)
  6. Fragili. I nostri figli, generazione tradita (2023)
  7. L’amore è un sintomo (2024)

Perché abbiamo scelto di ricevere sul nostro lettino Leonardo Mendolicchio:

In questa prima scansione della nostra rubrica ‘L’Autore sul lettino’ analizziamo l’opera n. 8, Diventerai uomoCrescere un figlio oltre il mito della virilità (Mondadori, 2026). È il libro della maturità clinica e paterna, dove lo sguardo si sposta dal corpo sintomatico alla parola che fonda l’identità dell’individuo. Qui l’autore interroga la possibilità di una ricostruzione, cercando nel rapporto tra padri e figli quella bussola simbolica che sembra essersi smarrita nel caos della contemporaneità.

Seduta n. 1: Leonardo Mendolicchio

Il caso: DIVENTERAI UOMO

L’atmosfera di oggi: L’ascolto del limite e della legge sotto la lente Lacaniana

Si accomodi.

Lasciamo fuori il rumore delle presentazioni ufficiali e della saggistica clinica. 

Partiamo da un titolo che è un’ingiunzione, ma che è insieme una promessa e un confine: Diventerai uomo.

Sostiamo un momento tra queste parole. Come unica regola, la invitiamo a dire tutto ciò che le passa per la testa in libera associazione con le nostre domande suggestive, lasciando emergere il ‘discorso profondo’ che percorre la sua nuova prova di scrittura.

I. Il Tempo del Vedere: Il “No” che fonda l’uomo

In ottica lacaniana, la funzione del padre è quella di introdurre un “No” necessario, quella Legge che separa il figlio dalla simbiosi totale per proiettarlo nel mondo del linguaggio. Dicendo a un ragazzo “Diventerai uomo”, non si corre il rischio di offrirgli un comando del Super-io, una corazza per coprire un vuoto che invece andrebbe abitato? Diventare uomini oggi significa imparare a obbedire a una legge o avere il coraggio di tradirla per incontrare sé stessi?

Mendolicchio:

Il titolo Diventerai uomo può sembrare un’imposizione, quasi una formula scolpita su una lapide o su una targa appesa in salotto accanto alla foto del nonno in divisa. In realtà, se lo si guarda bene, è una frase fragile. È al futuro. Non dice “Sei un uomo”, ma “Diventerai”. E il futuro, si sa, è sempre un po’ tremolante. Quando parlo del “No” paterno, non penso a un padre con il sopracciglio alzato e la cintura pronta — quella è caricatura pedagogica, non funzione simbolica. Il “No” lacaniano non è una punizione morale, è un atto di separazione. È ciò che permette al figlio di non restare incollato al desiderio materno come una figurina mal attaccata. Oggi però accade qualcosa di curioso: abbiamo meno Legge e più Super-io. Meno parola che orienta e più comando invisibile che incalza. Non c’è più il padre che dice “Non puoi”, ma c’è l’algoritmo che sussurra “Devi essere perfetto, performante, desiderabile, possibilmente addominali compresi”. Allora il rischio non è che “Diventerai uomo” sia troppo severo. Il rischio è che sia l’unica frase che ancora prova a indicare un orizzonte in un mondo dove tutti ti chiedono di essere tutto, subito e senza crepe. Diventare uomini, oggi, significa accettare che non saremo mai tutto. E sembra poco sexy, lo so. Ma è strutturalmente liberatorio.

II. Il desiderio della Madre e l’ombra del “femminile”

Nella clinica lacaniana, la Madre è il primo Altro, il luogo dove il bambino cerca il segno del proprio valore. Crescere davvero significa però scoprire che la Madre non è “tutta” per il figlio, che lei ha un desiderio che punta altrove. In un’epoca in cui la fragilità maschile è così esposta, come può una madre oggi sostenere la crescita di un figlio maschio senza castrarne l’aggressività vitale, ma aiutandolo a trasformarla in forza creativa?

Mendolicchio:

Quando parliamo della madre, dobbiamo stare attenti: non è un individuo in carne e ossa con grembiule e senso di colpa incorporato. È una funzione. È il primo specchio in cui il bambino cerca di capire se esiste davvero o se è solo un accessorio del soggiorno. Il problema non nasce dall’amore materno, ma dalla sua eventuale totalità. Se la madre è “tutta” per il figlio, il figlio rischia di non trovare mai un altrove. E senza altrove non c’è desiderio, c’è solo simbiosi. Che poeticamente suona bene, ma clinicamente produce disastri. In un’epoca in cui la fragilità maschile viene esibita, discussa, analizzata, medicalizzata e talvolta anche spettacolarizzata, il punto non è “rendere i maschi più forti” o “più sensibili”. Il punto è permettere loro di attraversare la separazione senza viverla come una mutilazione. L’aggressività, ad esempio, non è il demonio né la soluzione. È energia. Senza parola diventa violenza. Con la parola può diventare iniziativa, creatività, capacità di costruire. Il problema non è che i ragazzi sentano pulsioni. Il problema è che spesso non hanno un linguaggio per abitarle. E qui la madre non deve castrare né idolatrare. Deve accettare che il figlio non le appartiene. E credimi, questa è la vera rivoluzione silenziosa.

III. Il Tempo del Comprendere: La violenza come fallimento del Simbolico

Sostiamo ora su una parola dura: violenza. Assistiamo a un’aggressività maschile che sembra un urlo senza sintassi. Se il “No” del Padre è evaporato, il vuoto non è stato riempito dalla libertà, ma da un’onnipotenza fragile. La violenza verso le donne è forse il segno che noi adulti abbiamo fallito nel trasmettere che essere uomini significa, prima di tutto, accettare di non poter possedere l’Altro? Che la virilità non è dominio, ma accettazione della propria “mancanza”?

Mendolicchio:

Quando assistiamo a episodi di violenza maschile, la tentazione è sempre quella di cercare una spiegazione rapida: cultura patriarcale, repressione emotiva, testosterone impazzito. Tutto vero, in parte. Ma rischiamo di fermarci alla superficie. La violenza è spesso il segno di un’incapacità di tollerare la mancanza. Un ragazzo che non accetta il rifiuto non è un tiranno in miniatura: è qualcuno che non ha mai imparato che l’Altro non è un oggetto a disposizione. Se il “No” paterno evapora, non nasce la libertà. Nasce l’onnipotenza fragile. E l’onnipotenza fragile è pericolosa: perché basta un rifiuto, un “non ti amo più”, un “non ti voglio”, per far crollare l’intero edificio narcisistico. Essere uomini — parola pericolosa, lo so — non significa dominare, ma sopportare di non possedere. Accettare che l’Altro abbia un desiderio che non coincide con il nostro. E questo, nel tempo dell’iperconsumo

IV. Il Tempo del Concludere: L’uomo come resto incalcolabile

Spesso i ragazzi che incontra cercano il “niente” per sfuggire a una società che li vuole sempre pieni e performanti. Arrivati all’ultima pagina del percorso che propone, cosa resta a quel figlio? Una rassicurante mappa su come stare al mondo o il coraggio di accettare che essere uomini significa essere, fondamentalmente, irrisolti? E cosa trovano i padri e le madri nel suo libro che possa divenire, da subito, attrezzo per crescere il proprio figlio?

Mendolicchio:

Molti ragazzi oggi oscillano tra il tutto e il niente. O performano fino allo sfinimento o si ritirano in un “non me ne importa nulla” che è spesso una difesa elegante contro l’angoscia. Viviamo in una società che chiede pienezza continua: devi essere motivato, realizzato, appagato, possibilmente felice e fotografabile. Chi non regge questo ritmo cerca il “niente” come anestesia. Nel libro non offro mappe rassicuranti — non sono un navigatore satellitare simbolico. Offro una postura. Restituire alla parola il suo peso, al limite la sua dignità, al tempo la sua lentezza. Diventare uomini, forse, significa accettare di restare un po’ irrisolti. Non come fallimento, ma come condizione umana. Spinoza direbbe che comprendere è meglio che giudicare. Lacan aggiungerebbe che il desiderio nasce dalla mancanza. Pasolini probabilmente ci guarderebbe storto e direbbe che abbiamo già perso qualcosa di essenziale. Io, più modestamente, penso che il compito degli adulti non sia produrre figli perfetti, ma figli capaci di stare al mondo senza doversi mascherare da supereroi o da vittime permanenti.

Il Taglio della Seduta

(Note di redazione)

La seduta con Leonardo Mendolicchio si ferma qui. Non perché non ci sia altro da dire, ma perché il senso abita proprio in questo silenzio finale. Diventerai uomo ci suggerisce che la nuova virilità non risiede nel mito della forza, né nel rifugio materno, ma nella capacità di restare umani laddove il linguaggio vacilla, nell’educare e educarsi a “saperci fare” con i propri sintomi e con la propria esistenza, trasformandoli in qualcosa di creativo e personale.

La seduta è tolta.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Hugo Bertello: “Notturno elettronico” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

È un’esperienza singolare quella dell’autore di un’opera prima che accoglie il lettore con un esergo firmato da un Premio Nobel della letteratura. In quattro righe, Halldór Laxness scioglie il nodo del “mai” e del “sempre”, lasciando intendere che, a partire da lì, le pagine saranno intrise di dilemmi e scelte, ma anche di imprevedibili soluzioni e inaspettati colpi di scena. È esattamente ciò che è accaduto a noi de Il Randagio, catturati da Hugo Bertello sin dalla copertina del suo Notturno elettronico, fresco di stampa per i tipi di TerraRossa Edizioni. Il volume entra di diritto nella collana “Sperimentali”, dedicata a quegli autori che si distinguono per ‘solidità narrativa e originalità stilistica’. L’esordiente romanziere — già noto a lettori esigenti e postmoderni per le sue prove narrative e giornalistiche, traduttore, critico, cinefilo e cosmonauta — prima ancora che si inneschi tra lui e noi l’interazione uomo-libro ci accoglie in compagnia del Nobel islandese che nel 1968, in Sotto il ghiacciaio, formulò la frase-formula del mai-sempre. Non a caso parliamo di “formule”: Bertello si approccia alla scrittura del suo primo romanzo senza dimenticare di essere uno scienziato, fisico e cosmologo. È di questa sua anima matematica che Notturno elettronico è intriso; una narrazione che trasfigura numeri e linguaggi di programmazione per avvicinare natura e cultura in una dialettica fondativa dell’umano nell’era digitale.

L’illustrazione di copertina è la sintesi perfetta di questo mondo: un livido paesaggio notturno innevato su cui si staglia un cervo che respira nell’aria fredda, sotto un manto di stelle che altro non è se non il circuito stilizzato di una scheda madre. In questo impatto visivo trovano combinazione simbolica gli elementi naturali e tecnologici della dialettica moderna, dove realtà parallele coesistono e le distanze tendono asintoticamente a zero.

Lo stile di Bertello si riconosce fin dalla prima pagina. Nella voce del protagonista, un ricercatore universitario precario, avvertiamo il tono asciutto e analitico di chi è abituato a filtrare il mondo attraverso la logica, ma si ritrova a subire l’irrazionalità della vita. È un “realismo algoritmico”: nessun aggettivo enfatico, ma termini prossimi al lessico funzionale che disegnano scene drammatiche, taglienti come un report scientifico. Eppure, qui scorgiamo l’anima poetica dell’autore: nella cadenza binaria delle frasi esplode dirompente l’equivalenza tra il battito d’ali di una farfalla e un’email aperta o cestinata, coniugando tecnica e astrazione, teoria e pratica, caso e necessità, rovelli matematici e dilemmi esistenziali che contrappuntano le centosettanta pagine del romanzo. Notturno elettronico induce un attaccamento profondo ai personaggi, una curiosità alimentata dai “camei informatici” in caratteri monospazio DOS che puntellano la storia fino a un cliffhanger finale che spinge a desiderarne subito il seguito. Bertello ci dice che la vita non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli impulsi elettronici e coincidenze banali. Il suo è un minimalismo introspettivo che esplora le alienazioni moderne con meno cinismo e più umanità. Il protagonista Ricardo cerca un ordine che la matematica non gli ha saputo dare; parla di uomini e donne che tentano di riprogrammare l’esistenza mentre tutto intorno diventa buio. Così come il linguaggio booleano, basato sull’algebra di George Boole, è un sistema logico-matematico che utilizza solo due valori di verità: vero (1) o falso (0), così il linguaggio della narrazione umanista-digitale di Hugo Bertello non è solo tecnica, ma è anche sacralità e magia, l’esistenza umana non equivale alla programmazione fatta di silicio e cavi, ma piuttosto al bisogno di affermare ‘Hello world, io ci sono’, di essere riconosciuti, di lasciare un segno e di sentire di esistere. Il linguaggio di Bertello è pulito, essenziale, senza fronzoli, ma con una intrinseca potenza filosofica, propria di chi ha una mente scientifica immersa in una fluida sensibilità poetica.

Notturno elettronico sembra scritto non con l’inchiostro, ma con impulsi elettromagnetici e polvere di stelle. È un romanzo singolare perché si lascia definire attraverso tre coordinate emotive e intellettuali precise: è un’opera siderale, lisergica e sinergica.

Siderale è lo sguardo che Bertello posa sull’esistenza. La metamorfosi finale della coscienza di Ricardo in una “piccola terra” (omaggio colto a M.P. Shiel) non è un dramma, ma un ritorno alla magnifica solitudine delle leggi fisiche. L’universo è un copione matematico troppo vasto per le nostre piccole ambizioni.

Lisergica è la deriva onirica che attraversa le pagine di Notturno elettronico. Bertello usa la psicoanalisi di Freud come un acido che scioglie la realtà: i desideri si frammentano e si proiettano in persone estranee. La realtà diventa fluida, e la tecnologia, seguendo la Terza Legge di Clarke, si manifesta come pura magia, un’illusione che confonde i confini tra il sé e il mondo.

Sinergica è l’anima del racconto, incarnata nel simbolismo del numero 5. Il collettivo di hacker-filosofi che accoglie Ricardo rappresenta la quintessenza dell’agire umano. Il 5, numero dell’uomo e della mano che opera sulla tastiera e sulla materia, è la forza che si oppone alla dilapidazione delle risorse per hackerare il sistema dei bisogni futili e restituire agli uomini il prometeico fuoco della curiosità. Affrontando con coraggio scientifico l’irrisolta Ipotesi di Riemann e l’ultimo Teorema di Fermat come metafore del limite, Bertello tesse l’elogio dell’interferenza e dell’imponderabile. Compie la sua magia letteraria tratteggiando quella che per noi lettori randagi somiglia a un’Etica del Forse: l’idea che la curiosità non possa essere “installata” da un codice, ma debba restare un’aspirazione libera, un segreto non risolto che brilla nell’ombra. Bertello e Terrarossa Edizioni ci consegnano un libro che è un trattato di sopravvivenza spirituale. Ci insegna che, in un mondo che vuole misurare ogni nostro respiro, restare “incalcolabili” — restare un “forse” — è l’unico modo per rispondere al caso e alla necessità ‘Hello world, io ci sono’

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Viktorie Hanišová: “Ricostruzione” (Voland, 2025, trad.Letizia Kostner), di Rita Mele

Se a noi de Il Randagio fosse dato di accompagnare il titolo del terzo libro di Viktorie Hanišová con una frase d’impatto e un sottotitolo, suonerebbero così: Ricostruzione: la fragilità come forza. Un romanzo che trasforma il trauma in scrittura, esplorando maternità sofferenti, ruoli di genere e memoria familiare. Pubblicato nel 2019 in Cechia, patria dell’autrice, arriva fresco di stampa nella traduzione italiana di Letizia Kostner per i tipi di Voland, nella collana AmazzoniRicostruzione si inserisce così nella chiusura, ci auguriamo momentanea, del triangolo letterario in cui Hanišová ha esordito nel 2015, dieci anni in cui la sua voce è stata conosciuta e apprezzata da critica e lettori, nelle dodici lingue in cui i suoi tre libri sono stati tradotti.

Sebbene l’autrice non dichiari il romanzo come puramente autobiografico, alla lettura emergono in filigrana la sua formazione e il suo background, fonti d’ispirazione evidenti per i temi trattati. Nata a Praga nel 1980 e laureata in lingue e letteratura ceca all’Università Carolina, Hanišová conosce a fondo la società e la storia del suo paese, in particolare il periodo post-comunista, e lo trasmette nella precisione con cui descrive l’atmosfera e le dinamiche sociali che accompagnano il trauma intergenerazionale della protagonista Petra. La narrazione della casa di famiglia e della provincia ceca, che accompagna il lettore lungo le 300 pagine del romanzo, cattura incessantemente mente ed emozioni, esplorando il peso dell’eredità storica e familiare sulla generazione nata a ridosso del crollo del comunismo.

Hanišová, che è più di una scrittrice, si è cimentata con successo anche come traduttrice ed è docente di lingue ed esperta filologa. Tra i suoi interessi si annovera la psicologia, che nei suoi tre romanzi emerge con chiarezza e senza forzature, con dovizia di dettagli appropriati. In Ricostruzione, la vivida analisi del trauma, dell’anoressia e dell’autolesionismo nel percorso della giovane protagonista suggerisce l’attenzione dell’autrice alla psicopatologia e al modo in cui traumi familiari non risolti si manifestano nel corpo e nel comportamento.

«Tutte le famiglie felici sono uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.» Così apre Anna Karenina di Lev Tolstoj, e con questa frase risuona immediatamente l’esperienza raccontata da Hanišová in Ricostruzione, un romanzo scritto da una bambina di nove anni che cresce nello sguardo, nella percezione della realtà e nella qualità della coscienza, più che anagraficamente. La voce è fragile, frammentaria, incapace di nominare il trauma se non attraverso approssimazioni, silenzi e scarti improvvisi. Nel corso del romanzo si vede come il trauma frantumi la memoria e arresti la crescita, costringendo la coscienza a un linguaggio schematico, quasi diagnostico, simile a quello del DSM. Ogni trauma ha un suo linguaggio, e Hanišová lo osserva con lucidità poetica trasformandolo in scrittura narrativa.

La forza del romanzo risiede in questa prospettiva rigorosa: Hanišová rinuncia alla spettacolarizzazione del dolore e affida la narrazione a una lingua essenziale, frammentaria e misurata. Il ritmo della prosa, le pause, le ripetizioni e la precisione dei dettagli trasformano la lettura in un inventario emotivo: la protagonista annota con freddezza la propria “incapacità di concentrazione prolungata”, la tendenza a isolarsi, le oscillazioni emotive, come se compilasse schede cliniche della propria interiorità ferita. Ogni gesto quotidiano — il tremore delle mani, l’ansia che blocca la parola, il senso di colpa — diventa parte di un catalogo emotivo, mostrando con lucidità l’esperienza di una mente segnata dal trauma sin dall’infanzia. Il romanzo ci permette così di seguire Petra nei frammenti della sua esperienza interiore: la narrazione diventa lente attraverso cui osservare il mondo, le relazioni familiari e la memoria, trasformando la lettura in un vero e proprio inventario emotivo della fragilità e della resilienza.

I personaggi emergono attraverso lo sguardo analitico della protagonista: non ci sono antagonisti né figure salvifiche, ma riflessi, ostacoli intermittenti e frammenti di realtà da ricostruire. Il romanzo esplora con delicatezza le maternità sofferenti e le relazioni di genere: figure materne fragili o assenti, figure maschili distanti e legami che attraversano generazioni.

Attraverso il confronto tra presente e passato, Hanišová traccia un ritratto intenso dei ruoli di genere. Il femminile emerge nelle figure materne e femminili, spesso fragili o segnate da dolori profondi, confrontate con situazioni tragiche. Il maschile si manifesta in assenze, distanze emotive o rigidità comportamentale, contribuendo a modellare l’esperienza della protagonista e le dinamiche familiari. In molti casi, le figure parentali appaiono inadeguate o disfunzionali, incapaci di offrire protezione emotiva o stabilità, e diventano strumenti di trasmissione del trauma tra generazioni. Maschile e femminile si intrecciano e si influenzano reciprocamente, rivelando schemi di protezione, incomunicabilità e affetto in tutte le generazioni. In questo senso, la narrazione indaga anche come genere e qualità della genitorialità strutturino esperienze, crescita e relazioni familiari.

La lingua è asciutta, misurata, ogni parola scelta per restituire la sospensione del tempo interiore. 

La narrazione procede per accumulo, ritorni e frammenti, restituendo la percezione della memoria traumatica come pressione costante sul presente. Così, Ricostruzione diventa diario, inventario clinico e romanzo psicologico, dove la precisione dell’osservazione intensifica la soggettività.

Non è un caso se il romanzo dialoghi anche con le riflessioni pirandelliane sulla frammentazione della percezione e sull’inafferrabilità dell’altro: ogni sguardo, ogni gesto rivela mondi interiori complessi, come se le persone fossero spesso separate da un velo che solo la protagonista, nel suo osservare, tenta di sollevare. La chiusura del cerchio narrativo lo conferma con un’immagine potente e memorabile, quando Petra guarda come fosse la prima volta la foto della madre alla festa di Černošice:

Mia madre non guarda il suo presunto amante né fuori dalla finestra. Nella luce fioca e tremolante vedo che i suoi gelidi occhi celesti guardano diritto i miei.’

Questa frase finale non solo sancisce la presa di coscienza di Petra, ma concentra in un attimo il peso delle generazioni, dei traumi trasmessi e delle relazioni familiari complesse. La memoria familiare non si chiude mai: il passato ritorna, e con esso il carico emotivo di genitorialità spezzate e disfunzionali, rendendo il trauma tanto personale quanto transgenerazionale.

Collocato nella narrativa europea contemporanea, il romanzo dialoga con la tradizione centro-orientale dell’introspezione e della memoria traumatica. Lo stile ricorda, per intensità psicologica e introspezione, La campana di vetro di Sylvia Plath, mentre nel panorama ceco contemporaneo si colloca accanto a figure come Petra Hůlová, che esplorano con intensità la soggettività femminile e le dinamiche familiari e generazionali.

Hanišová valorizza la propria formazione e la storia personale per trasformare la sensibilità verso linguaggio e memoria in riflessione universale sul trauma e sulla ricostruzione di sé. La traduzione italiana, curata da Letizia Kostner, restituisce con cura pause, silenzi e delicatezza della lingua originale.

Pubblicato nella collana Amazzoni dell’editore Voland, Ricostruzione si inserisce perfettamente nella linea editoriale che valorizza voci femminili innovative, capaci di raccontare il trauma e la memoria con intensità poetica.

Leggere Ricostruzione significa confrontarsi con l’intimità della fragilità umana, la complessità delle relazioni familiari e di genere, le genitorialità disfunzionali e la transgenerazionalità del trauma. La parola diventa strumento di ricostruzione, la coscienza impara a sostenere il dolore, e il lettore partecipa a questa esperienza di sopravvivenza e maturazione. Per noi de Il Randagio si tratta di un romanzo indispensabile, che lascia un segno profondo e duraturo. Leggetelo ascoltando la voce narrante e la vostra voce interiore: vi aspetta un’esperienza emotiva e letteraria.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Luca Tosi: “Oppure il diavolo” (TerraRossa, 2025), di Rita Mele

Come se fosse possibile scegliere, come se ci fosse dato di opzionare una volta per tutte da che parte stare e con chi: Dio o il diavolo. Dalla parte delle pentole o dei coperchi. Se questo è un interrogativo che ci attraversa, se il dilemma che ci attanaglia è da che parte stiamo e a chi apparteniamo, beh questo secondo libro di Luca Tosi in uscita a novembre potrebbe farci buona compagnia nel trovare le risposte che fanno al caso nostro. Nelle ottantotto pagine di densa e dinamica narrazione di Oppure il Diavolo, Luca Tosi ci accompagna nel percorso di scoperta, sorprendente quanto possibile, che nella vita arriva il momento di fare pace con Dio e con Diavolo. Che non giochiamo la partita della vita nella squadra di chi fa le pentole oppure in quella di chi fa i coperchi, ma che l’uno e l’altro giocano dentro ognuno di noi sino al momento in cui ci autorizziamo a giocare la vera e unica partita che è la Nostra approvando, accettando, tollerando di essere noi stessi il campo da gioco in cui si muovono i vari giocatori che appartengono al nostro sistema familiare e sociale.

Luca Tosi, promettente autore trentacinquenne cesenate oggi naturalizzato bolognese, dopo tre anni dal suo fortunato esordio da romanziere con Ragazza senza prefazione, selezionato dalla Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2022 e finalista al Premio POP 2023, ci propone la seconda prova della sua scrittura jazz raccontando di Natale, di Poggio Berni, del Diavolo e del molto di più a cui lui riesce a dare un ritmo non convenzionale con variazioni su alcuni temi ricorrenti, nella modalità e nell’urgenza espressiva tipica di una composizione jazz. A noi de Il Randagio, Luca Tosi, piace perché più lo leggi e più ne ascolti la voce narrante, più ti lasci portare nei suoi attraversamenti di Poggio Berni e della coscienza di Natale: quello che diremmo un randagio di eccellenza, nel posto giusto al momento giusto, almeno sino a quando rompe gli schemi e si autorizza all’opzione del Diavolo. Saremmo tentati di dirvi di più, ma come si fa a raccontare l’improvvisazione narrativa di un brano jazz, se non lasciandosi portare attraverso la storia in cui si alternano struttura, rottura e ricomposizione? Anche a noi piace rompere gli schemi della recensione letteraria e per questo vi proponiamo una intervista immaginaria a Luca Tosi, ispirata dalla scrittura sincopata di Oppure il Diavolo che creando un senso di slancio o di sorpresa, rende la lettura meno prevedibile e più dinamica. Ecco le tre domande randagie della nostra intervista ipotetica a Luca Tosi, focalizzate sui temi che abbiamo riconosciuto come cruciali per la storia del protagonista, Natale e del Sistema Poggio Berni: 

1. Simbolismo e Nichilismo 

Il nome del protagonista, Natale, è in netto e amaro contrasto con le sue disgrazie e la miseria morale di Poggio Berni. Il titolo stesso, Oppure il diavolo, sembra suggerire una visione nichilista o profondamente pessimistica della condizione umana. Qual è il peso specifico del male e del pregiudizio in questa storia? Natale è davvero una figura “demoniaca” per Poggio Berni, o è piuttosto un anti-eroe che usa la vendetta per denunciare l’ipocrisia della comunità, costringendola a guardare il suo stesso diavolo interiore? 

2. Scelta dell’Ambientazione 

Ha scelto Poggio Berni, una frazione romagnola, come scenario per una storia di isolamento e condanna sociale, un luogo che lei definisce “di molte dicerie e pochi abitanti”. Perché ha scelto la provincia, e in particolare questo microcosmo geografico specifico, per ambientare una storia universale di vendetta e pregiudizio? C’è qualcosa nel dialetto o nella cultura romagnola che amplifica questa particolare miseria umana rispetto ad altri contesti? 

3. Voce Narrativa e Ironia 

La sua scrittura è nota per l’uso di una voce “ironica che sa mostrarci il mondo e i sentimenti come non abbiamo mai pensato possano essere”. In Oppure il diavolo, questa voce appartiene direttamente a Natale. Fino a che punto possiamo fidarci dell’ironia del narratore in prima persona? L’umorismo crudo di Natale è un meccanismo di difesa per seppellire il dolore o è l’unica lente lucida e onesta per osservare una realtà altrimenti insopportabile? 

Luca Tosi risponderà mai alle nostre domande, oppure i nostri lettori randagi correranno a leggere il suo secondo romanzo per mettersi nei suoi panni e dare il proprio senso a questi interrogativi? Chi lo scopre e lo conosce sa che l’originale, sorprendente e non convenzionale Luca Tosi fa sia le pentole che i coperchi e ‘sfratta subito le tracce diaboliche lasciando in sospeso’ giudizi e pregiudizi alla maniera di Rossana… (non possiamo dirvi di più!). 

A proposito di lasciare in sospeso, non vorremmo farlo rinunciando a una domanda che per questo rivolgiamo a Giovanni Turi, lo spietato mentore di Luca Tosi, direttore editoriale di TerraRossa e della Collana Sperimentali ‘dedicata agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica’: citare Céline di Viaggio al termine della notte nell’esergo di Oppure il diavolo è una strizzatina d’occhio ai lettori di Tosi per sottintendere che ‘il francese’ è tra i suoi autori di culto, insieme agli americani Carver e Bukowski, al russo Dostoevskij e agli emiliani Bassani e Pedretti? Noi de Il Randagio non facciamo fatica a crederlo, tanto abbiamo riconosciuto in filigrana delle affinità stilistiche nella gestione della lingua parlata e nell’uso della punteggiatura che segna il ritmo emotivo del romanzo. Sintassi frantumata e punteggiatura non convenzionale in entrambi gli autori, ci hanno parlato di una radicale manipolazione delle frasi volta a far coincidere il ritmo della prosa con il ritmo del pensiero e della voce interiore e parlata del protagonista, conferendo al romanzo l’oralità iper-realistica e colloquiale, gergale, diretta sino a suonare scurrile. Lasciando a ciascuno dei due autori la propria unicità di temi e registro. Chi dei due è Dio e chi il Diavolo? Oppure… 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Fernando Battista: “Pedagogia del confine – Storie di corpi in movimento per una geografia delle relazioni”, di Rita Mele

La danza nell’educazione non esiste solo per il piacere di ballare, ma attraverso lo sforzo creativo nel dare forme estetiche all’esperienza significativa si spera che gli studenti sviluppino il loro potere creativo e, a loro volta, migliorino se stessi come persone.”

Margareth H’Doubler

C’è bisogno di coltivare lo “sguardo interiore” degli studenti, e ciò implica un’istruzione particolarmente attenta alle discipline umanistiche e alle arti […] che metta gli allievi in contatto con le problematiche di genere, razza, etnia e li conduca all’esperienza e alla comprensione interculturale. Questa educazione artistica può e deve essere il fulcro dell’istruzione del “cittadino del mondo”, perché spesso le opere d’arte sono un modo insostituibile mediante il quale iniziare a comprendere le conquiste e le pene di una cultura diversa dalla propria.” 

Martha Nussbaum 

E se la scuola fosse una danza? Non una danza qualsiasi, ma proprio la danza che ci insegna a trasformare i confini in incipit delle relazioni?

Pedagogia del confine è il libro dell’eclettico Fernando Battista che apre il sipario sulla scena della Danzamovimentoterapia DMT a scuola. E, volteggiando tra teorie, tecniche e esperienze laboratoriali, rivela palcoscenico, scenografia e attori dell’educazione e delle sfide-opportunità contemporanee: migrazioni, intercultura, pregiudizi, ragione e sentimento, corpi, lingue e linguaggi a scuola. Fernando Battista, ricercatore in pedagogia, professore al Dams, coreografo e performers, danzamovimentoterapeuta e insegnante nelle scuole superiori, con la sua ricerca-intervento politico-pedagogica, ha trasformato esperienza e tesi di dottorato nel libro pubblicato a febbraio 2024 dalle edizioni Junior Spaggiari. Battista ci fa entrare sulla scena educativa con il suo approccio art-based e la prospettiva della conoscenza incarnata, per dimostrare il ruolo del corpo e dell’esperienza sensoriale nella formazione della conoscenza. Nel suo libro ‘racconta’ la sua ricerca partita dalle periferie orientali romane dove il degrado urbano mette in sofferenza il vivere sociale e impronta di sé gli individui e la comunità. Eppure, leggendo il suo libro, ci accorgiamo di percorrere il suo stesso cammino sperimentale iniziato nel 2015 in un istituto tecnico per il turismo di Roma con il progetto Anime Migranti che si proponeva l’obiettivo di accorciare le distanze tra studenti, comunità e giovani migranti utilizzando come strumento pedagogico i linguaggi della danza, della Danzamovimentoterapia e le arti. Sperimentazione che, come si legge nel libro, ha consentito ai partecipanti, studenti, insegnanti, mediatori, psicologi di incontrare persone migranti provenienti da vari centri di accoglienza, disvelare e superare barriere e pregiudizi. Ma il libro è tanto altro ancora, è poliedrico come il suo autore, è ricco di speculazioni teoriche e accademiche ed è allo stesso tempo percorso e animato dalle esperienze incarnate in prima persona da Battista con studenti e insegnanti. Il lettore può lasciarsi portare attraverso le ‘geografie relazionali’ dove la mente e il corpo sono strettamente interconnessi e si influenzano reciprocamente sulla scena scolastica-educativa.

Chiave di accesso al teatro educativo in cui accompagna i lettori con la sua narrazione è il metodo della DMT, la danzamovimentoterapia, la danza educativa che, prima ancora di avvalersi di teorie e tecniche trae origine dai linguaggi artistici e dal bisogno umano originario di migrare nella pluridimensionalità dell’esperienza umana. A scuola, come nel mondo, ci vuole dimostrare Battista, è possibile e utile attraversare i confini della propria cultura per spostarsi ed entrare in territori di altre culture e imparare a conoscere, a interpretare o reinterpretare la realtà secondo schemi simbolici diversificati e molteplici. Tutti gli attori della scuola sono innanzitutto individui antropologicamente predeterminati a muoversi in cammini evolutivi e a tracciare rotte e geografie relazionali, sempre nuove eppure sempre originarie e originali. Come autentici danzatori, studenti, insegnanti, dirigenti e operatori scolastici si stagliano e si muovono sulla scena calcata insieme a Battista durante le esperienze romane, dimostrando che è possibile fare scuola, insegnare e imparare, conservando e ritrovando l’amore del gioco, il senso infantile della disponibilità, il lusso di non disperdere l’innocenza e di riannodare i fili che sembravano spezzati delle vite migranti, delle differenze linguistiche, delle culture altre. Oggi è vitale, oltre che prezioso, leggere le affermazioni incarnate di un esperto che ci aiuta a ritrovare la fiducia nella scuola come scena madre che accoglie, contiene e riannoda giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, conoscenza dopo conoscenza, le relazioni che insegnano a vivere con pienezza, senza confini, oltre i confini. 

Pedagogia del confine è un libro-laboratorio immersivo che riflette e ci aiuta a riflettere su come e con quali strumenti un’esperienza sui generis di pedagogia, del confine appunto, possa irrompere sulla scena educativa, teorica e pratica, e agire in modo trasformativo per farne emancipare ed evolvere il paradigma passando per la conoscenza diretta e la crescita responsabile degli individui di tutte le età e culture, oltre ogni confine. Generosa e ricca la bibliografia che correda il libro, rendendolo un vero e proprio strumento di lavoro e di approfondimento non solo per gli addetti ai lavori. Imbarazza scegliere i nomi e le opere da citare. Lasciamo ai nostri lettori randagi il gusto della scoperta, delle connessioni e dei rimandi. Tutta l’opera è pervasa da una domanda: le arti, il corpo, la danza possono creare contesti inclusivi e interculturali? La risposta ce la dà l’autore stesso quando svela che l’esperienza educativa della Pedagogia di confine può essere un rito di passaggio capace di trasformare la domanda “da dove vieni?” in “dove vuoi andare?” e di farci “vedere una nuova geografia delle relazioni dove si creano i legami tra le diverse culture…dove i confini vengono ricollocati” e dove le rigidità identitarie cedono il posto alla certezza e alla speranza di appartenere all’unico genere, quello umano.

A noi de Il Randagio viene naturale dire che “Pedagogia del Confine” è un libro al confine dei generi letterari perché diversamente da altri saggi che trattano temi complessi come l’identità, la cultura, i limiti umani, questo di Battista, senza sconfinare nell’accademico puro o nel filosofico, mantiene una struttura argomentativa che conserva e trasmette lo stupore di chi ha fatto una scoperta a forte impatto emotivo e vuole condividerla rendendola accessibile e coinvolgente per sviluppare appartenenza all’idea che la scuola incarni la chance per l’esplorazione e l’incontro con il mondo dell’Altro, dove il confine, superate resistenze e limiti, diventi una soglia di rivelazione da attraversare ‘Con l’anima sulle labbra’ (frammento dell’Antologia di Spoon River) perché si manifesti una nuova comprensione degli Io e dei Noi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare