Noam Chomsky: “Chi sono i padroni del mondo” (trad. Valentina Nicoli, Ponte alle Grazie), di Maurizia Maiano

Sono cresciuta con l’immagine del mito americano e sono per natura esterofila anche se amo la mia terra per quel sentimento di Heim (casa) che mi hanno trasmesso lo studio della lingua tedesca e la mia famiglia.

Della Storia degli Stati Uniti conoscevo poco. E la conoscevo soprattutto attraverso i racconti di mio nonno che giovanissimo era emigrato in America e poi era ritornato per andare a combattere sul Piave, per quel maledetto sogno nazionale e dove, dopo aver vissuto in trincea e visto il dolore: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie e buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata, aveva deciso che avrebbe voluto morire piuttosto che tornare salvo a metà. 

E dopo aver fatto l’Italia tornò ad emigrare per mantenere la famiglia e non solo la sua ma anche quella di mia nonna: i suoceri e due fratelli ed una serva, sì, perché anche se si era poveri ci si poteva  permettere una serva perché c’era sempre qualcuno più povero e a cui bastava solo essere sfamato. Alla serva però si voleva un gran bene, era una della famiglia, adottata per un reciproco scambio di convenienza e inevitabilmente e naturalmente per la vita condivisa nasceva l’amore. Chiedevo a mio nonno perché non avesse portato la famiglia con sé, mi sarei voluta sentire americana, ma il nonno rispondeva che l’America non era bella, che era solo un sogno e che lì la gente moriva per strada sotto lo sguardo indifferente degli altri e poi l’America sapeva fare solo la guerra e viveva della guerra.

Rimanevo in silenzio e pensavo che avevano massacrato gli indiani che poi sarebbero diventati “nativi americani”, che avevano ucciso quattro loro presidenti e sempre per mano di un “folle”, l’ultimo lo avevo visto anch’io cadere per mano di Lee Harvey Oswald. 

Sentivo parlare dei missili a Cuba e ancora non capivo la parola embargo e non capivo perché gli americani proclamassero d’essere sempre nel giusto. Poi fecero una guerra in Vietnam e ancora una volta non capivo perché fossero convinti di essere nel giusto, avevo visto al cinema Il grande cacciatore  ed Apocalypse Now e il tutto non mi tornava, riuscivo solo a chiedermi perché la guerra.

E dopo John F. Kennedy, amavo il Bob Kennedy di “Vogliamo un mondo più nuovo”. Era come se l’America custodisse i nostri sogni, anzi di più, si era presa sulle spalle il destino del mondo per realizzare la felicità.

Crescendo e studiando venni a sapere che avevano lanciato la bomba atomica, i primi nella storia, sul Giappone e l’avevano lanciata sulle città in un momento in cui la gente ignara pensava di essere tornata alla vita, perché la guerra era finita e le potenze vincitrici stavano trattando per spartirsi il mondo e ancora una volta pensavano d’essere nel giusto. Ci fu anche una guerra in Corea e sempre perché era giusta e in futuro avrebbero appoggiato i bosniaci (musulmani) contro i serbi e sempre perché era giusto e qualche anno dopo avrebbero combattuto contro i musulmani, che avevano messo al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini che poi era diventato un loro nemico e avevano fatto la stessa cosa con Ghedafi e con Saddam Hussein e poi Bin Laden e insomma con loro non sapevi mai quando saresti passato da amico a nemico e viceversa e non solo: sapevo che dietro certe stragi italiane e tentativi di golpe c’erano sempre gli americani, che erano stati loro ad organizzare il sequestro e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, a causa del compromesso di quest’ultimo con il Partito Comunista. Sapevo che esisteva un’organizzazione guidata dagli americani chiamata Gladio che praticamente vigilava e operava su tutta la politica italiana. Sapevo che i loro errori non li pagavano mai erano troppo sicuri di sé per avere dei ripensamenti. Eppure sapevo che loro erano i nostri alleati, i nostri fratelli, la nostra guida.

E io non me lo spiegavo molto bene. Non mi ritenevo colta ed avevo sempre un atteggiamento aporetico verso la realtà. Col tempo ho capito che quell’aporia non era solo mia: era l’effetto di un discorso che si presentava come naturale, ma che naturale non era affatto.

Ed ancora l’America Latina dove le riforme agrarie erano state impedite dai dittatori che gli amici americani appoggiavano. 

Di recente ho scoperto che siamo stati per molti anni la IEA (Impero Europeo dell’America) e che il sogno di una sola Europa era solo un sogno indotto americano.

Ricucendo le trame della memoria e dei racconti che avevo ascoltato riuscivo a creare in me l’immagine dei veri padroni del mondo. Tutte le guerre avvenute dopo la seconda guerra mondiale erano state innescate dagli americani. Ma non erano i cattivi anzi erano sempre in guerra e si facevano in quattro per salvare qualche popolo da un genocidio, da un’invasione, da un dittatore fornito di armi di distruzione di massa e poi puntavano il dito contro l’Unione Sovieticacon la quale avevano pur combattuto insieme e sconfitto un comune nemico. Non riuscivo a capire perché fossero diventati a loro volto nemici tra loro. Idee diverse, si diceva, capitalismo ed economia liberale, libertà individuale versus comunismo, economia pianificata e niente libertà individuale. Della Russia non avevo una cattiva considerazione, al contrario, mi sembrava una parte del mondo ancora parzialmente incontaminata, più che la storia era l’immagine di qualche libro di letteratura russa che conservavo, immagini di bianche distese innevate, il bianco nella mia mente prevaleva sul verde ed anime profondamente travagliate si muovevano sofferenti sotto il peso dell’esistenza e non distinguevo se fosse per colpa di regimi oppressivi, dello Zar o per una naturale inclinazione e sensibilità. 

Sempre per quel poco che avevo studiato sapevo che i russi non avevano mai invaso l’Europa, ma più di una volta avevano subito un tentativo di invasione. Ci aveva provato Napoleone prima dell’altro piccolo uomo. I Romani, anche se erano stati grandi, non ci avevano pensato, troppo lontani e così arrivò qualcuno di loro dalle lontane steppe. E poi c’erano stati Pietro il Grande e Caterina II che tanto amavano quell’Europa occidentale dell’Impero Romano e dei Sovrani Illuminati, di cui si sentivano gli eredi ideali.

E poi amavo l’astronauta Yuri Gagarin che era stato il primo uomo nello spazio, era volato così lontano prima degli americani che però atterrarono sulla luna nel 1969 anche se poi venne in mente a qualcuno di diffondere la notizia che era stata tutta una farsa, mi rimase sempre il dubbio se la luna dei poeti e tanto cara al Leopardi fosse stata conquistata dagli Yankee americani. In effetti non ci tornò più nessuno, forse non ne valeva la pena o la Luna chiese di essere semplicemente lasciata in pace per alimentare il sogno degli umani. 

Dopo qualche decennio ci fu il caso dell’astronauta Sergej Konstantinovič Krikalëv, che, il 25 marzo 1992, rientrava sulla terra dopo 311 giorni trascorsi suo malgrado nello spazio a bordo della stazione spaziale Mir, era rimasto intrappolato a bordo della stazione per diversi mesi in più del previsto perché il paese che l’aveva lanciato in orbita non esisteva più, fui presa dalla malinconia. Mi aveva fatto tornare in mente la storia di Solaris dove lo spazio infinito cosmico si confondeva con le immagini interiori ed intime della propria anima. L’URSS stava collassando e con essa l’ideologia del socialismo e di un mondo migliore anche se ripetevo tra me: non lo volevano anche gli USA? Così immaginai questo mondo e la Casa Comune Europea, che a qualcuno venne in mente di proporre, e mi piaceva vedere Reagan Gorbaciov insieme, pensavo che li avremmo accolti nel nostro mondo che finalmente diventava migliore.

    Ora scrivendo mi viene in mente l’immagine di 2001 Odissea nello Spazio, il monolito, il primate che lo afferra ha scoperto uno strumento, è la tecnica, quante cose potrà fare. E poi la scena finale, Bowman che lentamente diventa vecchio e vede davanti a sé il monolito nero che cerca di afferrare per poi scomparire e rinascere in un feto cosmico mentre siamo pervasi dalle note del Così parlò Zarathustra di Strauss. La domanda è: a che punto siamo? 

Un mio amico mi risponde. E’ uno che si chiama Pensandbike, pensa andando in bicicletta, una metafora piene di allusioni.

P. – Siamo al punto in cui non sappiamo ancora cosa c’è dietro alle verità assolute che ci raccontano, cosa si celi al riparo degli ideali che da una parte e dall’altra del mondo ci propinano come la cosa più pura ed incontaminata che esiste sulla terra.

 La tara – Ahimé – non ce l’ha in testa la gente di un popolo o dell’altro: la tara è insita nel cervello dell’Homo Sapiensche è l’unica specie vivente su questo pianeta a praticare la guerra e ad adoperarsi per distruggere il mondo che lo ospita.

M. Tara nel cervello dell’Homo Sapiens significa dunque qualcosa da cui mai ci libereremo ed in un eterno ritorno si alterneranno vita e distruzione e mai pace definitiva ma solo tregua?

P. Purtroppo ne sono assolutamente convinto. E basta guardare la storia ed il sussegirsi delle guerre per averne conferma. Nessuno ne parla, ma ci sono, e continuano a scoppiare guerre dimenticate ignorate ma che producono i loro effetti nefasti. Considerandole tutte, nell’era moderna avremo avuto giorni di pace totale nel mondo? Non ci scommetterei grosse somme. D’altra parte se lo stesso nostro Paese, pacifista in base alla Costitizione, produce e vende armi ricavandone profitto, quanto potrà rammaricarsi della presenza di guerre, se le stesse sono occasione di business? E dietro questo business c’è gente che studia, appurando che per il nemico più dannoso di un soldato morto è un soldato ferito, perché il primo va solo sepolto, mentre il secondo obbliga a prestargli soccorso e cure. In base a questo progetta quindi ordigni che mutilano anziché uccidere. Mi chiedo se c’è un’altra specie vivente al nostro livello…

M. – Sì, è vero! Demoni….ma anche Dei…il mistero della natura umana, è così e non lo capirò mai

P. – Credo che nessuno possa capirlo semplicemente perché è incomprensibile.

Un’altra voce – La grande storia è sempre stata fatta da e per i desideri di uomini (maschi) adulti. Forse è soltanto il momento di guardare più sotto e di lato.

Quando ho incontrato Chomsky, ho avuto l’impressione che  qualcuno stesse finalmente dando una forma a ciò che avevo intuito senza riuscire ad esprimerlo. Il libro è stato  pubblicato nel 2019 da Ponte alle Grazie e tradotto da Valentina Nicoli. Colpisce che questa critica del potere non nasca dalla politica ma dalla linguistica. Disciplina capace di smontare e smascherare perché sa usare parole, grammatica e sintassi con libertà e la politica se ne serve, la usa nella comunicazione per simulare, mascherare e smascherare, gestire dissenso e consenso. Chomsky affronta le più attuali questioni di politica internazionale – dal terrorismo alle tensioni mediorientali, dal conflitto potenzialmente esplosivo tra Occidente e Russia all’espansione cinese – costringendoci a guardare quel che abbiamo davanti agli occhi, ma rifiutiamo di vedere, assuefatti al discorso ufficiale e prigionieri di una memoria autorizzata che troppo dimentica. Chomsky è uno studioso di linguistica ed è attraverso la linguistica che critica il potere. La linguistica come teoria della libertà. Il linguaggio come facoltà innata e creativa, capace di produrre frasi mai udite prima. Linguaggio significa possedere degli strumenti: grammatica e sintassi e dei mattoncini lego: parole, aggettivi, verbi, preposizioni che articolati insieme e sempre in modo diverso, grazie agli strumenti, confermano la creatività dell’essere umano che possiede capacità cognitive autonome in grado di reagire all’ambiente. 

Grammatica e sintassi sono condizione di possibilità e di libertà, ma possono creare vincoli di indottrinamento.  La ragione umana è creativa e reagisce ad ogni forma di imposizione, non può mai essere manipolata totalmente. L’essere umano è libero ed ogni sistema deve assumere una maschera per imporsi, ma può diventare un gioco a rimpiattino perché a sua volta potrebbe essere  smascherato.

Se il linguaggio è il luogo in cui si esercita il potere, allora può essere anche il primo spazio in cui nasce la resistenza. Linguistica, epistemologia, politica ed etica diventano un filo rosso intorno a cui si snoda il nostro essere al mondo. La linguistica dice che l’uomo è creativo e libero, il linguaggio è creativo nel bene e nel male, ci salva e ci condanna, l’epistemologia è spesso troppo fragile per pensare di raggiungere una qualche verità, la politica, che è il potere, si serve del linguaggio ed è infine l’etica che ha il dovere morale di smascherare la propaganda. Come nella spirale magica di Bernouilli in ogni curva che si ripete e si rinnova, si racconta la storia eterna della trasformazione: per scoprire come la forma del movimento diventi il simbolo più profondo della rinascita.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

La “Lettera al padre” di Kafka, una rilettura cristiana, di Maurizia Maiano

Kafka non smette mai di parlarci. La sua scrittura nasce da una estraneità profonda. L’opera estraniante di uno scrittore alienato? La società capitalistica, il lavoro in fabbrica, il lavoro della produzione industriale cominciavano a mostrare il loro volto alienante.  Erano anni di grandi stravolgimenti e di improvvise ricadute. Cambiare il mondo sarebbe stato possibile  e anche l’arte avrebbe potuto contribuire a questa trasformazione; ma per farlo occorreva negare la tradizione. Brecht lo farà nel teatro che da classico aristotelico, diventerà epico e sostituirà la catarsi con l’effetto di straniamento – il Verfremdungseffekt. Lo spettatore non deve immedesimarsi nelle emozioni rappresentate: deve restare vigile, assumere un atteggiamento critico verso la realtà e i rapporti sociali, così da poterli mettere in discussione e persino sovvertirli. Dall’arte una spinta rivoluzionaria o l’ennesimo tentativo di cambiare un mondo che si ostina a non cambiare. Le opinioni sono diverse.

La teorizzazione brechtiana desidera un’arte capace di educare, rendere consapevoli, spingere all’azione. La sua è la fredda ragione che osserva scientificamente la realtà. È l’uomo su cui Musil ironizza perché vorrebbe interpretare i fatti secondo il semplice principio di causa ed effetto, ad una azione ne segue un’altra che sarà certa. E’ l’illusione  di potersi proteggere dal caos. Ma la realtà è ingannevole, dietro questa illusione si nasconde una sola verità, l’eterno ritorno dell’eguale e nulla può davvero difenderci dal disordine del mondo.

Kafka, invece, non parte da astrazioni né da teorie. Il suo sguardo nasce sempre da situazioni concrete e vissute; si interroga sul proprio rapporto con la vita, con gli altri e lo sottopone a una riflessione che riguarda tutti e in cui tutti possono riconoscersi.

E chi meglio di lui può rappresentare la realtà in modo straniante? Solo chi vive l’alienazione in un mondo che non lo comprende e lo fa sentire inadeguato riesce a restituire con tanta precisione quel senso di smarrimento che è, in fondo, la cifra della nostra condizione.

L’identità di Kafka non è mai un luogo fisso, ma una sottrazione continua. Ovunque si trovi, è come se vi abitasse solo a metà. Il suo destino non è quello di appartenere, ma di osservare: questo lo condanna all’alienazione e al tempo stesso gli dà una lucidità unica. Le sue zone d’ombra possono essere riassunte in un elenco quasi geometrico:

Come ebreo, non appartiene al mondo cristiano.

Come ebreo indifferente, non  del tutto agli ebrei.

Come tedesco di lingua tedesca, non appartiene ai cechi.

Come ebreo di lingua tedesca, non  ai tedeschi della Boemia.

Come boemo, non  all’Austria.

Come figlio della borghesia, non  alla classe operaia.

Non si sente un impiegato, perché si pensa scrittore

Scrittore non lo è perché sacrifica le sue forze alla famiglia.

Scrive solo per sé, ma lo scrivere non la considera una professione

Il primato del padre: un retaggio antico

Kafka affonda lo sguardo nella storia di un ordine antico: il primato del padre, radicato nella nostra civiltà indoeuropea e inciso perfino nelle parole – padre, patria potestas, patrimonio. Il padre come legge, misura, autorità.

La Lettera al padre fu scritta da Franz Kafka nel 1919 e pubblicata solo dopo la sua morte, nel 1952. Si apre con parole che suonano familiari, quasi universali, ma lontane nel tempo:

Tu hai lavorato sodo per tutta la vita, hai sacrificato ogni cosa per i tuoi figli, soprattutto per me; io ho vissuto un’esistenza agiata, libero di studiare ciò che volevo, senza preoccuparmi di nulla. Non pretendevi gratitudine, ‘la gratitudine dei figli’, dici tu, ma almeno un po’ di gentilezza, un accenno di compassione. E invece io mi rifugiavo in camera tra i libri, nei miei amici stravaganti, nelle mie idee eccentriche.

Queste parole, pur appartenendo a un secolo fa, risuonano ancora oggi: riecheggiano la voce dei nostri nonni e dei nostri genitori, devoti ai figli in modo assoluto, e tuttavia mai del tutto soddisfatti dell’amore e del rispetto ricevuti. Sempre attenti alle aspettative, sempre pronti al sacrificio, sempre fragili nel loro bisogno di riconoscimento.

La tradizione biblica e la rivelazione cristiana rompono questo modello. Nel mondo ebraico, la patria potestas è già mitigata da un patto: dopo il diluvio Dio-Padre dice a Noè: non distruggerò più. Ma la svolta decisiva arriva con Cristo: per la prima volta un uomo osa chiamare Dio: Padre mio, con un’intimità prima considerata blasfema. Gesù non è solo figlio: è l’erede, colui che viene dal Padre e al Padre ritorna liberamente. In Lui nasce l’età del Figlio.

Cerchiamo un approccio diverso ed una possibile reinterpretazione con l’aiuto di Massimo Cacciari

Soffermandoci su alcuni passi fondamentali e a leggere tra le righe della Lettera al padre ritroviamo l’acuta sensibilità di Kafka. Egli sottolinea quella pericolosa diversità che   caratterizza il rapporto padre – figlio: 

eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro. Tu mi avresti semplicemente calpestato, senza che di me rimanesse niente.  

Eppure non attribuisce colpe: 

non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua. Tu hai agito verso di me come dovevi agire

E in questo riconosce la maschera che spesso ci imponiamo o che l’educazione ci fa intendere sia quella giusta, ma che prescinde da quella dell’amore e così continua in modo lieve sottolineando la sua fragilità di bambino: 

ero un bimbo pauroso, ma anche testardo come lo sono i bimbi. Una parola gentile, un tacito prendermi per mano, uno sguardo buono avrebbero potuto ottenere da me tutto. 

Ma la   maschera, la tirannia paterna glielo facevano apparire:

avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero. Contro di te si era completamente disarmati. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi

Parole violente che ferivano come una lama sottile. Quell’autorità inutile e spocchiosa che si manifestava inutilmente nella quotidianità:

quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi “mangime” e affermavi che la “bestia” (la cuoca) l’aveva rovinato

A tavola regnava un cupo silenzio, interrotto da:

‘Più alla svelta, più alla svelta’E la tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione. Poteva anche accadere che tu su un certo argomento non avessi alcuna opinione, e quindi tutte le opinioni possibili in proposito dovevano essere sbagliate, senza eccezione. Potevi ad esempio insultare i Cechi, poi i Tedeschi, poi gli Ebrei, e non a un certo riguardo, ma sotto ogni punto di vista, e infine non rimaneva nessun altro a parte te.

Niente riusciva ad apprezzare del figlio che non era riuscito a plasmare a sua immagine e somiglianza, che non aveva seguito la strada che gli aveva indicato: 

chiamavi gli impiegati ‘nemici prezzolati’. Urlavi, imprecavi e imperversavi come secondo la mia opinione di allora non accadeva in nessun’altra parte del mondo. E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi fossero scambiate con altre solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco e il commesso doveva raccattarle. 

Anche la madre era succube del padre e tale era l’esercizio dell’autorità del padre su di lei che Kafka scrive: 

se volevo fuggire da te (il padre), dovevo fuggire anche dalla mamma. E’ vero che presso di lei si poteva sempre trovare protezione, ma solo in riferimento a te. Ti amava troppo e ti era dedita con troppa fedeltà perché alla lunga potesse costituire una forza spirituale autonoma nella battaglia di suo figlio. E l’istinto infantile vedeva giusto, perché con gli anni la mamma divenne sempre più intimamente legata a te; mentre infatti, per quel che riguardava se stessa, conservò sempre la sua autonomia, entro strettissimi limiti, in modo bello e tenero, senza mai offenderti sostanzialmente, con gli anni accettò sempre più ciecamente e completamente, più col sentimento che con la ragione, i tuoi giudizi e le tue condanne nei confronti dei figli. La sua posizione era straziante e fino all’ultimo, snervante.

Quanto ad Irma, una nipote  che era stata presa a lavorare nel  negozio, e che per il padre aveva una venerazione, Kafka sottolinea l’innocenza con cui il padre  affermava che: 

non era stata una buona impiegata

L’ebraismo era, inoltre,   

vissuto come un gioco

non frequentava assiduamente la sinagoga e 

gli scritti ebraici gli davano la nausea

E da dove veniva l’incapacità del figlio di prendere una decisione e convolare a nozze:

se non da quella pressione generica dell’angoscia, della debolezza e del disprezzo per  me stesso?

Kafka e il ritorno impossibile

Kafka sembra collocarsi esattamente qui: nel luogo dove il ritorno al padre è desiderato e temuto, impossibile e necessario. La sua lettera è una sorta di parabola alla rovescia: non il figlio dissipatore che rientra e trova un abbraccio, ma il figlio che non ha mai potuto davvero uscire, e che tuttavia non riesce più a rientrare. Il padre di Kafka non è il padre evangelico che corre incontro: è un sovrano, un giudice, un gigante.

Il bambino che Kafka era – timido, pauroso, testardo come tutti i bambini – si sarebbe potuto spezzare sotto il peso di un’autorità così massiccia. Eppure non è accaduto: qualcosa lo ha mantenuto in vita, forse una tenerezza intermittente del padre, forse la protezione della madre, forse la pura imprevedibilità della vita. Ma quanto è accaduto, ammette Kafka, forse è anche peggio: la relazione non è crollata, ma si è trasformata in paura, vergogna, senso di colpa. Il padre appare a Kafka 

avvolto dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero

Un’autorità che non ha bisogno di essere coerente per essere vera. Un’autorità che giudica senza sapere. Che ferisce senza accorgersene.

Lui stesso scrive: era come se non avessi idea del potere che avevi su di me.

 Il bambino Kafka non vede un padre: vede un sovrano.

E pensa: posso sempre ricordargli tutto questo quando mi rimprovererà la mia ingratitudine.. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi con le tue parole e i tuoi giudizi; era come se non avessi la benché minima idea del tuo potere. Anch’io sicuramente ti ho fatto soffrire con le mie parole, ma l’ho sempre saputo, mi dispiaceva, ma non riuscivo a dominarmi, me ne pentivo già mentre lo dicevo. Tu invece con le tue parole colpivi indiscriminatamente, non ti dispiaceva per nessuno, né durante né dopo, contro di te si era completamente disarmati.

La crisi dell’età dei Figli

Nel Cristianesimo il Figlio è erede. Ma se i figli, diventati eredi, dimenticano il Padre? Allora nasce il conflitto tra uguali, la guerra tra fratelli. Per questo l’Illuminismo aggiunse alla libertà e all’uguaglianza la fraternità: senza un legame che trascende i singoli, gli eredi diventano nemici.

La Lettera al padre è lo specchio oscuro di questo: figli liberi, eredi di tutto, ma inchiodati da un terrore senza volto. Senza un padre misericordioso, e senza fratelli, restano soli davanti alla propria libertà. 

Maria, la Misericordia dimenticata

Massimo Cacciari suggerisce che la filosofia e la teologia occidentali abbiano trascurato una figura decisiva: Maria, la Donna, simbolo di misericordia perfetta. La misericordia è ciò che tiene uniti i figli tra loro e al Padre. Non giudica, non punisce, non rivendica: ricorda semplicemente che siamo figli. È ciò che manca nella lettera di Kafka. È ciò che manca nella nostra civiltà: la capacità di essere eredi senza diventare accusatori. Dante lo aveva compreso: Maria è la prima a correre in soccorso dell’uomo smarrito nella selva.  In lei il Figlio si rigenera, e con Lui la nostra umanità. Una società che dimentica questa dimensione non genera più, non trasmette più, non riconosce più le sue radici. Conclusione: la nostra Abendland è la voce di Kafka

Gli eventi del nostro tempo ci invitano a riflettere su questo:  il nostro Occidente, sembra incapace di rinnovarsi perché ha dimenticato il suo codice originario: un padre che non è padrone, un figlio che è davvero libero, una fraternità che impedisce la guerra degli eredi, una misericordia che scioglie la durezza dei cuori. Kafka, nella sua lettera, non cerca una condanna: cerca un ritorno. Un ritorno che non trova. Un ritorno che può compiersi solo là dove il Figliol prodigo insegna a guardare: nell’incontro tra fragilità e perdono, tra autorità e accoglienza, tra padre e figlio.

Ed è forse questo il monito che ci consegna: una civiltà che non sa più tornare al Padre – o che non sa più essere Padre – finisce per smarrire anche i suoi figli.

Ebrei e cristiani mettono in dubbio questo primato. La patria potestas è vincolata ad un patto. Il padre stabilisce un patto con il figlio e dopo il diluvio dirà: “io Padre non ti distruggerò più”. Il salto diventa radicale con il Cristianesimo. Gesù afferma di essere Figlio di un Padre che è nei cieli e con il quale ha un’affinità che mai era stata affermata. Nel vecchio testamento era blasfemo dire ‘Padre mio’. Nei vangeli sinottici si afferma che la figura di Gesù è erede di tutto ciò che viene dal Padre. Gesù dice: “io sono la sola via verso il Padre” ma in contraddizione con il messaggio biblico precedente, Gesù dice: “amate il nemico”. 

Gesù apre la nostra età e la nostra età è l’età del Figlio. Il cristiano crede che Cristo sia Figlio di Dio. Quest’uomo è divino. E’ un uomo che si sovrumana e si trascende. Cristo è pieno erede del Padre. Gesù è la via per il ritorno al Padre. Il figlio non è più la patria potestas, è colui che viene dal Padre e al Padre ritorna in piena libertà. Il figlio è erede e in quanto erede totalmente libero. L’età del figlio è quella in cui i figli sono totalmente liberi di tornare al padre. Nella parabola del buon Samaritano il padre non esercita alcuna patria potestas e il figlio ritorna dal padre da cui ha ereditato tutto ed in quanto erede libero. Il figlio si sente in angoscia per l’assenza del padre e questo lo spinge a tornare.

  Per Kafka il ritorno è impossibile…L’annuncio del figlio dice che tutti siamo eredi ma cosa avviene se questi Figli non si rivolgono al Padre? E’ la guerra tra i Figli che, essendo tutti eredi, non possono appellarsi solo alla libertà e all’eguaglianza. L’illuminismo introdurrà la parola fraternità perché senza la fraternità è guerra fra noi. Se i Figli non si accomunano ad un bene che li trascende daranno vita ad una lotta perpetua tra di loro. L’evento è irreversibile e La lettera al padre di Kafka è l’oscenità della nostra società. I figli pieni eredi ed insofferenti di ogni potestas non possono che finire nel terrore. Se i figli non hanno un rapporto di fraternità vorranno affermare una potestas filiorum contro gli altri. 

Cacciari dice che c’è una via che non è stata praticata né dalla filosofia né dalla teologia ed è la figura di Maria, la Donna. Maria è simbolo di perfetta misericordia. Perché la Donna è la misericordia? La Donna ricorda che si è figli ma figli nella misura di giustizia distributiva. Bisogna trascendere la condizione pattizia, la giustizia è misericordia e non deve volere pena e condanna ma perdono. Se dimentichiamo questa dimensione i Figli non saranno mai in un rapporto di fraternità. Lo scandalo della nostra civiltà è la totale dimenticanza di questa figura femminile all’interno dell’annuncio. I Figli atei mettono a morte il padre Lear e sono violenti come il padre. Dante mette l’accento sulla figura di Maria, è lei che si affanna per quell’uomo che si è smarrito nella selva. Questa Donna rigenera Dio e questo Dio che rigenera è il Figlio Gesù. Se non rileggiamo così la nostra società la nostra società non genererà più.

Gli accadimenti di queste ore ci servono per riflettere sullo stato delle cose e per cercare di capire perché questa nostra ‘Abendland’ stenta a cambiare e non riesce a dare una svolta definitiva al suo essere nel mondo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Robert Musil: “L’uomo senza qualità” (Einaudi), di Maurizia Maiano

Incontro L’uomo senza qualità all’inizio del mio primo anno all’Università La Sapienza di Roma. Avevo diciannove anni e, con l’educazione ricevuta, era difficile capire – o forse accettare – perché qualcuno avrebbe dovuto scrivere di un uomo senza qualità. Ne fui subito colpita, era qualcosa che mi riguardava più profondamente di quanto allora potessi riconoscere.

Ulrich, il protagonista, viveva a Vienna, capitale della Cacaniala kaiserliche und königliche Monarchie – imperiale e regia, iperbole e sineddoche di un ordine fondato sull’immobilismo e sulle contraddizioni, sospesa tra sogno e declino. Era, almeno nelle intenzioni, un modello di convivenza; e qualcuno, come Hermann Bahr, scrittore ed interprete della fin de siècle viennese, vi aveva visto il primo tentativo di dare unità alla molteplicità dei  popoli che l’abitavano.  

Musil, con la sua lucidità quasi dolorosa, lo descrive come un organismo contraddittorio: il governo era clericale, ma lo spirito liberale regnava nel Paese. Davanti alla legge tutti i cittadini erano uguali, ma non tutti erano cittadini. C’era un parlamento, che faceva un uso così eccessivo della propria libertà da essere quasi sempre chiuso; e ogni volta che ci si rallegrava per il ritorno dell’assolutismo, la corona ordinava che si ricominciasse a governare democraticamente. Un luogo in cui la libertà veniva celebrata e allo stesso tempo soffocata. Bastava intuirne la fragilità per sentire che tutto stava per spezzarsi.

Ulrich mi sembrò subito un visionario, uno che guarda oltre la superficie delle cose. Restavo stupita dalla sua capacità  di raccontare la realtà nelle sue minime vibrazioni, nei suoi nodi invisibili, nelle sue possibilità latenti. Più lo leggevo e più sentivo che quel secolo che lui descriveva, con una scrittura precisa e rigorosa, diventava anche il mio: un luogo mentale, un modo di guardare. Per questo avevo denominato il romanzo la Bibbia dell’uomo del XX secolo, e lo sento ancora indispensabile anche per quello del XXI. Il primo volume era stato pubblicato nel 1930 e nel 1933 il secondo. Il terzo volume fu pubblicato postumo nel 1943. Casa Editrice P. Zsolnay Verlag.

Ulrich era un matematico che aveva scelto la letteratura. Questa scelta, in gioventù, mi confortava: anch’io non amavo i numeri. Il romanzo, I turbamenti del giovane Törless, mi aveva già insegnato quanto la matematica chiedesse un atto di fede: accettare gli assiomi, mai metterli in dubbio. Durante le interrogazioni a scuola non avevo altra via: se avessi rifiutato un postulato, non sarei potuta andare avanti nel  procedimento della descrizione di un teorema. A vent’anni avevo l’impressione che molte cose mi sfuggissero, e che alcune forse non le avrei mai pienamente comprese. Noi giovani della fine della seconda metà del XX sec. avevamo ancora punti di riferimento?

Chi è davvero questo uomo senza qualità?

Possedere delle qualità significa, in qualche modo, poterle riconoscere come reali, misurabili, quasi tangibili. Ulrich, invece, sembra privo di quel Wirklichkeitssinn, il senso della realtà che permette a ciascuno di noi di avere un’identità stabile,  un ruolo definito,  una traiettoria coerente. È naturale allora che un uomo incapace di trovare un punto fermo persino in sé stesso finisca un giorno per scoprire di non possedere alcuna qualità — o almeno nessuna che possa essere fissata una volta per tutte.

Musil sembra suggerire che le qualità non siano proprietà interne, ma emergano solo nella relazione: nel confronto continuo tra l’io e il mondo, tra chi guarda e ciò che viene guardato. Ulrich vive esattamente in questo spazio intermedio. Matematico per formazione, scienziato dell’animo per vocazione, osserva il reale come un insieme di fenomeni che si ricompongono ogni volta da capo, senza mai offrire una figura univoca o definitiva.

In questa prospettiva, il romanzo di Musil si intreccia con le intuizioni della filosofia di Popper. Contro l’ottimismo razionalista del Circolo di Vienna che sognava un universo completamente verificabile e separato dalla metafisica. Popper oppone l’idea di un sapere costruito sul dubbio: non è la verifica che fonda la scienza, ma la possibilità della falsificazione. È solo mettendo alla prova una teoria, esponendola al rischio di cadere, che si può parlare di vera conoscenza. Scrive Ulrich: nella scienza accade che ogni due o tre anni una cosa considerata un errore rovesci improvvisamente tutti i concetti o che una idea umile e disprezzata diventi regina di un nuovo mondo di idee, e tali avvenimenti non sono soltanto rivoluzioni ma conducono in alto come una scala celeste. … Ci si chiederà se davvero in questo mondo tutto proceda così alla rovescia da dover essere continuamente capovolto.

Il mondo — suggerisce Wittgenstein — è la totalità dei casi, un mosaico di possibilità che non si lascia mai chiudere in una formula definitiva. E Schnitzler, con la sua ferocia limpida, lo aveva già detto: Sicherheit ist nirgends, la sicurezza non esiste da nessuna parte.

Ulrich diventa il simbolo di questa modernità inquieta: un uomo che si muove tra le possibilità, privo di qualità fisse perché ogni qualità è sempre relativa, contingente, in divenire. Un uomo che non può aggrapparsi a nessuna certezza, e proprio per questo riesce a vedere ciò che gli altri non vedono? C’era qualcosa nella nostra fede nei valori e nella vita  che stava scricchiolando?

Ulrich si muove tra i casi, consapevole che l’uomo, fino ad oggi, si è affidato al principio di causa ed effetto per illudersi di essere al riparo dal caos. Ma egli ha compreso che il mondo non si lascia imbrigliare da questa logica lineare: pulsa invece secondo un principio di indeterminazione, fatto di variabili, deviazioni, possibilità. Ulrich è il Möglichkeitsmensch, l’uomo delle possibilità, colui che sa che la realtà non contiene soltanto ciò che è già accaduto ma anche ciò che non è ancora, ciò che potrebbe essere.

È questa rivelazione a rendere L’uomo senza qualità un romanzo vertiginoso: la consapevolezza che il possibile non è un territorio esterno, un altrove astratto, ma vive già dentro le cose, come una tensione silenziosa. E tuttavia, il possibile della Monarchia danubiana — quel groviglio di popoli, lingue, illusioni politiche — si dissolverà come un sogno non realizzato, lasciando dietro di sé solo frammenti e nostalgie.

Musil racconta la fine di un Impero e, forse, anche la fine di un’Europa. Una Hilflose Europa, inerme, come la definì lui stesso in un saggio del 1922: smarrita, senza consiglio, priva di una politica estera comune, incapace di tradurre in realtà le proprie possibilità. Un’Europa che avrebbe potuto essere diversa e che ancora oggi, guardandola retrospettivamente, ci costringe a riflettere sul suo destino incompiuto.

La vicenda si apre a Vienna, nel 1913, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando l’Impero austro-ungarico, ormai un gigante stanco sull’orlo del collasso, tenta ancora di preservare l’illusione della propria stabilità. Ulrich, il protagonista, un uomo sulla trentina, non possiede un’identità sociale definita né un ruolo cui aderire pienamente: esiste in una sorta di sospensione, estraneo tanto a sé stesso quanto al mondo che lo circonda.

Coinvolto quasi per caso, Ulrich viene nominato segretario dell’Azione parallela, iniziativa promossa per celebrare il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono dell’imperatore Francesco Giuseppe, prevista per il 1918. Celebrazioni che non avranno mai luogo: lo scoppio della guerra travolgerà tutto, e la battaglia di Vittorio Veneto del 4 novembre segnerà la fine definitiva di quell’Impero che voleva eternizzarsi nei fasti delle commemorazioni.

Ma perché chiamarla Azione parallela? L’idea nasce come risposta alle celebrazioni dell’Impero tedesco di Guglielmo II, che di anni ne avrebbe celebrati soltanto trenta. È l’occasione perfetta, per Musil, per mettere in scena una satira pungente della burocrazia, della società e dell’intellighenzia austro-ungarica: un mondo che discute, pianifica, prolunga riunioni interminabili senza concludere nulla, mentre tutt’intorno gli equilibri politici stanno già crollando.

Su questo sfondo si intravede anche una nostalgia sotterranea, quasi un dissidio interiore: da un lato i Grandi tedeschi, che sognano un vasto spazio  esteso dalla Germania alla Mitteleuropa attraversata dal Danubio fino al Mar Nero; dall’altro i Piccoli tedeschi, che desiderano solo una piccola patria  fondata  sulla identità linguistica. Avrebbe potuto mai la Cacania – questo impero variopinto, fragile e contraddittorio – rinunciare a sé stessa, al suo mosaico di popoli, culture e contraddizioni?

È in questa tensione, tra grandezza sognata e fine imminente, che Musil fa vibrare tutto il romanzo: l’ultimo respiro di un mondo destinato a scomparire, mentre ancora finge di poter durare per sempre.

Ulrich –  anche se non è elegante chiamare qualcuno soltanto per nome – è ancora un ragazzo, sospeso tra infanzia e adolescenza, quando, in un compito scolastico dedicato al patriottismo, scrive che in Austria questa materia è particolarmente difficile da trattare. In Germania, osserva, ai bambini si insegna semplicemente a disprezzare le guerre dei piccoli austriaci, e si ripete loro che i francesi discendono da libertini privi di coraggio, pronti a fuggire come lepri alla vista di un soldato tedesco con una grande barba. E, invertendo i ruoli, con qualche opportuno ritocco, le stesse caricature vengono impartite ai bambini francesi, russi e inglesi, tutti fieri delle proprie vittorie nazionali. È noto che i bambini sono fanfaroni, e dunque il patriottismo, nelle sue forme più grossolane, si può inculcare con una facilità disarmante.

In Austria, però, la questione è diversa. Pur avendo vinto tutte le guerre della sua storia, l’Impero ha quasi sempre dovuto cedere territori subito dopo: un paradosso che svuota il trionfo del suo stesso significato. Da qui la conclusione di Ulrich: un vero patriota non deve necessariamente considerare la propria patria come la migliore. E a questa riflessione ne aggiunge un’altra, ancora più audace. Secondo lui, persino Dio, quando parla del mondo, lo fa usando il congiuntivo potenziale, perché mentre lo crea pensa che avrebbe potuto già farlo diverso.

È questa frase, brillante ma ambigua, a scatenare lo scandalo. Ulrich rischia l’espulsione dalla severa Accademia Teresiana e si salva soltanto perché gli insegnanti non sanno decidere se le sue parole siano offensive verso la patria o verso Dio. L’episodio rivela già allora ciò che Ulrich diventerà da adulto: uno spirito critico, insofferente alle formule vuote, pronto a smascherare le contraddizioni dei discorsi ufficiali. La sua intelligenza curiosa, non conformista, mette in crisi un sistema educativo che pretende obbedienza più che comprensione.

Il piccolo scandalo non è dunque un semplice incidente scolastico, ma il primo segnale di un pensiero che rifiuta verità assolute e preferisce muoversi nel territorio del possibile, dove anche Dio — come suggerisce Ulrich — potrebbe immaginare un mondo diverso. In questa vicenda si intravede già l’uomo senza qualità che sarà: un individuo che non si adatta al già dato, ma continua a interrogare ciò che gli altri accettano senza dubitare.

Nelle città del primo Novecento vediamo così aggirarsi gli Schwärmer, i fanatici, gli entusiasti del dover essere e mai dell’essere, privi di qualsiasi realismo. Sono convinti di poter salvare il mondo e credono nella Erlösungla salvezza. Colgono le debolezze della loro epoca, ma ignorano quella fondamentale: la fragilità dell’essere umano stesso. Per questo falliscono, pur trascinando con sé i giovani, che infiammano e illudono con i loro entusiasmi. Dall’altro lato ci sono i reazionari e i conservatori, convinti che la salvezza consista nel proteggere ciò che esiste, nel custodire l’ordine. Ma a entrambi — fanatici e conservatori — sfugge la stessa cosa: la necessità dell’analisi, del pensiero critico. Accanto a loro compare un’altra categoria: quella degli stupidi, specchio deformante ma rivelatore della stupidità degli intelligenti. Per Musil, infatti, l’intelligenza deve sapersi legare alla realtà e alla possibilità; quando non lo fa, rivela la propria fragilità.

Arnheim, trasparente ritratto di Rathenau – l’industriale e politico tedesco assassinato dai fascisti -, incarna il tentativo di conciliare capitale e cultura. Rappresenta quella borghesia colta, da Goethe ai Buddenbrook, che ormai non esiste più. Thomas Mann aveva sognato un capitalismo illuminato, ma questa borghesia fallisce proprio perché non comprende la realtà e non sa analizzarla. 

Musil-Ulrich non descrive Il mondo di ieri di Zweig, ma il mondo di oggi: un mondo che non ha capito se stesso, che parla molto ma non analizza, che usa parole alte senza il sostegno di un pensiero scientifico e lucido. È un mondo che vorrebbe armonizzare tutto, ma non possiede la consapevolezza necessaria per governare le differenze. In Musil non c’è nostalgia: c’è la certezza del crollo. È il mondo del fraintendimento, quello che porterà alla Prima Guerra Mondiale e, più tardi, agli anni Quaranta e alla Seconda. Ciò che era appena abbozzato nella figura dei fanatici finirà per prendere il potere.

Nel confronto incessante tra vecchio e nuovo si aprono dispute interminabili, chiacchiere che si travestono da dibattiti. Voci sedicenti innovative si contrappongono a posizioni conservatrici, quando non apertamente reazionarie. Chiacchiere che danno  corpo a idee inconsistenti, illusorie e persino pericolose.

Si discute di Pace all’interno di un impero che si vuole multiculturale, ma che in realtà è già una polveriera di nazionalismi pronti a esplodere. Si sogna un capitalismo capace di incorporare in sé lo spirito, anzi di assorbire la cultura nello spirito del denaro, nel tentativo disperato di tenere insieme Kultur e Zivilisation: la cultura autentica, che sono le nostre tradizioni, e cultura come modo di essere: quella modernità senz’anima che avanza inesorabile. E’ l’America? L’Amerikanertum di Heidegger? Edonismo, economicismo, way of life, il sogno americano che ci travolgerà? Saremo dopo ancora capaci di riconoscerci?

E oggi, nel pieno degli anni Venti del XXI secolo, quella complessità filosofica e quella visionarietà storico-politica risuonano ancora, come un monito rivolto al presente?

In questa Cacania che fatica a morire e continua a vivere per inerzia, si intrecciano molte storie. Vorrei soffermarmi su quelle che più mi hanno colpito: il caso Moosbruggerla storia di Walter e Clarissa e, naturalmente, l’enigmatico rapporto fra Ulrich e sua sorella Agathe.

Clarissa, moglie di  Walter e Walter amico di Ulrich fin dall’adolescenza, è una presenza inquieta, vulnerabile e insieme intensa, capace di illuminare  e complicare la dinamica tra i due. Clarissa è per Walter fonte di inquietudine. E’ per lui dovere affettivo e morale, un modo per sentirsi ancorato a terra. La osserva riversare un’energia quasi mistica nella cura dei malati di mente, fino a consumarsi in quella stessa follia che vorrebbe comprendere.

Nel legame tra i due uomini, Clarissa non è un semplice contorno: è una forza che introduce tensione, fragilità e domande senza risposta. Per Walter rappresenta una sorta di dovere affettivo e morale, un legame che lo richiama a terra, alla vita concreta.  Per Ulrich Clarissa è un enigma, gli appare di una sensibilità troppo acuta. Ulrich  osserva,  attratto e turbato a un tempo, quel suo modo di consumarsi nel sentimento e nell’idealità. In lei riconosce qualcosa che sfugge alla sua razionalità: un eccesso di vita, di dolore, di ardore. Così Clarissa diventa lo spartiacque tra i due. Walter, incapace di vivere il reale, la sua tiepidità lo fa sentire smarrito e inetto di fronte alla forza con cui Clarissa dona la sua disponibilità agli altri, mentre Ulrich ne coglie l’aspetto tragico e simbolico. 

Walter si perde nella sua passione per la musica dalla quale pretende qualcosa che nel quotidiano non può trovare, perché rimane confuso. Il suo legame profondissimo con Nietzsche ne fa avvertire tutta la tensione tra apollineo, perfezione della forma, e dionisiaco, slancio emotivo e irrazionale. La sua è una frustrazione creativa, sente di non essere abbastanza grande. Tutto questo lo porta a vivere l’impulso artistico come una ferita, un profondo senso di inadeguatezza, mentre Clarissa rappresenta il dionisiaco, la vita.

Non è un triangolo amoroso ma qualcosa di più sottile. Clarissa svela nel suo comportamento il limite umano del sogno estetico di Ulrich e del tentativo di concretezza di Walter.

Tra i tanti fatti che accadono a Vienna, in quel mondo in cui tutto sembrava avere una sicurezza ed una misura precisa, si staglia in modo quasi sorprendente la figura di Moosbrugger, un operaio ambulante, con un passato di operaio e di vita vagabonda. Egli viene accusato dell’omicidio brutale di una prostituta, ha una psiche instabile, allucinazioni e deliri.

Moosbrugger, antesignano delle tristi notizie di cronaca che affollano i nostri giornali e della nostra difficoltà di giudizio,  sembrava vivere in uno stato intermedio, come se non appartenesse del tutto né al mondo dei sani né a quello dei folli. L’incapacità di trovare un equilibrio tra psicologia, legge e morale là dove è venuta meno la responsabilità individuale. Ognuno vedeva in lui ciò che la propria scienza pensava di vedere Il giudizio si incrina non per una mancanza di prove ma per mancanza di un soggetto definito. Se un comportamento violento deriva da traumi neurologici, da disturbi borderline, scompensi chimici, psicosi episodiche non esiste più una netta distinzione tra malattia e normalità. Può una persona non padrona di sé essere colpevole. C’è in Moosbrugger un nocciolo oscuro dell’umano che nessuno, nessuna disciplina e nessun sistema riescono a decifrare del tutto. Profeta inquieto del nostro presente. 

Potremmo provare un confronto azzardato con la Beatrice di Dante?

Ulrich si reca al funerale del padre e, in quell’occasione, ritrova la sorella Agathe.  Agathe gli stava di fronte come un pensiero che egli non aveva ancora formulato.  Da questo incontro nasce un dialogo ininterrotto che accompagna entrambi fino alla morte di Ulrich, senza mai trovare una conclusione. È precisamente in questo colloquio sospeso che affiora una domanda decisiva: se la scienza probabilistica può offrire una rappresentazione attendibile del mondo, può estendere la propria validità anche all’anima? Può esistere una misura del sentimento, una formula capace di coglierne l’essenza? 

Accostare Agathe alla Beatrice di Dante è un gesto temerario, è come avvicinare due stelle lontane che illuminano due mondi diversi. Eppure, nel loro modo diverso di farsi luce, qualcosa risuona: entrambe sono figure attraverso cui un uomo tenta di varcare il limite del mondo visibile. Ritorna l’attrazione per quell’eterno femminino, das ewige weiblicheche è in noi.

Beatrice  appare a Dante come un soffio divino incarnato, creatura che porta in volto il riflesso del Paradiso. In lei lo sguardo non è domanda, ma certezza; non ricerca, ma rivelazione. Accoglie e conduce, e la sua parola non vacilla mai. È l’asse verticale su cui Dante si innalza fino alla visione ultima, là dove ogni desiderio si placa nella luce di Dio.

Agathe non rivela. Non guida. Non salva. È la sorella gemella dell’inquietudine, l’altra metà di un pensiero che non trova requie. Accanto a lei, Ulrich avanza in una regione dove il linguaggio è solo simbolo di un significato che non potrà mai essere detto, dove la ragione non aiuta, e il sentimento non si può più misurare. Agathe è l’altro stato, la compagna di un’ascesi rovesciata, non verso l’alto, bensì verso un nucleo senza forma: il punto in cui il mistico va a toccare l’indicibile. Sono la stessa cosa, ricerca e tensione sono le stesse, ma il linguaggio cambia.

Beatrice accompagna Dante e gli apre le porte del Paradiso, Agathe accompagna Ulrich fino alla soglia — e lo lascia lì, davanti a un Paradiso che non si lascia rappresentare. Non luce, ma bagliore; non compimento, ma desiderio di compimento. Una tensione romantica che si ripete nel XX secolo?

Agathe è una Beatrice secolarizzata di un mondo senza Dio, di cui ne conserva la nostalgia ed è così che si ferma là dove la parola manca e il silenzio comincia: è la mistica.

Il linguaggio della scienza non riuscirà a restituire la vibrazione dell’anima: Non tutto ciò che conta può essere detto. La mistica, il silenzio si fanno carico di ciò che sfugge al calcolo. E tuttavia l’uomo continua a violare quel silenzio: si sente costretto a parlare proprio dove le parole mancano, perché vi sono luoghi dell’esperienza in cui non è lecito tacere.

Il rapporto tra Ulrich e Agathe costituisce il cuore più enigmatico dell’Uomo senza qualità ed è la via attraverso cui Musil esplora l’altro stato cioè una forma di esperienza che sospende le categorie razionali e morali dello stato del giorno. Nel ritrovarsi, i due fratelli riconoscono una somiglianza originaria che li spinge verso una comunità a due, una sorta di mistica laica che dissolve i confini individuali. Tra loro si stabiliva un’intesa che non aveva bisogno di giustificarsi: era come se pensassero nello stesso luogo. L’inclinazione erotica che attraversa il loro legame non è semplice trasgressione, ma simbolo della volontà di oltrepassare le strutture istituzionali e psicologiche dell’esistenza moderna: nell’unione incestuosa si cela il tentativo di raggiungere un’unità radicale, analoga alle esperienze di annullamento del sé della tradizione mistica. Agathe diventa così la controparte speculare di Ulrich, la figura che ne risveglia la sensibilità verso un modo di essere più intenso e possibile. Tuttavia questa utopia rimane incompiuta: l’altro stato appare come un’esperienza-limite, un lampo di possibilità che non può essere stabilizzato nella vita quotidiana.

L’uomo senza qualità è, in fondo, un romanzo che avrebbe voluto avere una trama definita; ma il modo stesso in cui Musil racconta la realtà, urtando contro i fatti e contro i personaggi che li incarnano, lo conduce verso un’analisi sociale e filosofica così ampia che una narrazione lineare diventa impossibile. Ed è proprio da questa impossibilità che nasce la forza vertiginosa del romanzo

Bibliografia:

Progetto Musil – L’utopia della vita esatta

Aldo Venturelli

Edizioni Bulzoni 1980

Paradiso e naufragio

Massimo Cacciari

Einaudi 2022

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

TODESFUGE – fuga di morte: Paul Celan e Adania Shibli, di Maurizia Maiano

Due popoli travolti da uno stesso destino di morte, di violenza e di orrore. A distanza di poco più di mezzo secolo, il poeta Paul Celan (1920 – 1970) e la narratrice Adania Shibli (nata in Palestina nel 1974), ci raccontano la stessa storia.

Nel 1949 Adorno si pose la domanda: può esistere una poesia dopo Auschwitz? Celan, che con ogni probabilità è stato il più grande poeta dell’Olocausto e il più grande poeta lirico di lingua tedesca dopo Rilke, nel 1945 aveva scritto Todesfuge (fuga di morte) tra Czernowitz e Bucarest.

Apparteneva a quell’ “Europa centrale che non è uno Stato ma una cultura e un destino. I suoi confini sono immaginari e, a ogni nuova situazione storica, devono essere tracciati daccapo”. Così scrive Kundera nel suo saggio Un Occidente prigioniero. Una riflessione che richiama Merleau-Ponty: è attraverso la percezione che esperiamo il mondo. “Non sono i confini politici, inautentici e imposti da invasioni e conquiste, a delineare l’aggregazione centro-europea, ma le grandi situazioni comuni che riuniscono i popoli entro confini immaginari e mutevoli, dove permangono la medesima memoria, la medesima esperienza, le medesime tradizioni comuni”. Il problema, per Celan, non era solo quello di scrivere poesie, ma quello di doverle scrivere nella sua lingua madre, che era però la lingua degli assassini.

Poeta rumeno di origini ebraiche, naturalizzato francese, ma di lingua tedesca, Celan nasce a Czernowitz, capoluogo della Bucovina settentrionale, provincia orientale dell’ex impero austro-ungarico, nel 1920. Czernowitz diventa rumena nel 1919. Con la fine della Seconda guerra mondiale la Bucovina settentrionale sarà annessa all’Ucraina. “La Storia ha divorato la Geografia”, scriverà Celan. La scrittura poetica, in alcuni autori, diventa l’unico mezzo per individuare e creare un paesaggio nella lingua, un luogo dove trovino spazio i luoghi perduti, quelli dell’esilio, la memoria dei morti insepolti e una possibilità di futuro per i sopravvissuti.

Todesfuge – Fuga di morte

Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera

noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte

noi beviamo e beviamo

noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto

Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive

che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarethe

egli scrive egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano

egli aduna i mastini con un fischio

con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra

ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera

noi beviamo e beviamo

Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive

che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarethe

i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto

Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate

egli estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri

voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera

noi beviamo e beviamo

nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarethe

i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi

Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Maestro di Germania

grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria

cosi avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

noi ti beviamo al meriggio la morte è un Maestro di Germania

noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo

la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro

egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa

nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarethe

egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria

egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania

i tuoi capelli d’oro Margarethe

i tuoi capelli di cenere Sulamith

Una scrittura che si serve di molte figure retoriche, forse per aggirare l’orrore di descrizioni troppo cruente e vere per aprire quello spazio poetico che contraddice il common sense. In ogni segno è nascosto un doppio significato.

In Fuga di morte, musica, poesia e tragicità si combinano: fuga musicale e fuga dalla morte, colpa per essere sopravvissuti. In musica la fuga è una figura polifonica di una tematica ripetitiva, un dolore ininterrotto che mai si acquieta. Arriva a noi evocando il pianto delle prèfiche del mondo arcaico, richiamandoci al dolore della separazione.

Il nero latte del mattino è una figura ossimorica che, associando il nero al latte, trasmette il tormento di chi, fin dal mattino, lo beve con la consapevolezza di un condannato a morte.

Il chiasmo dei versi di – I tuoi capelli d’oro, Margarethe / i tuoi capelli di cenere, Sulamith –  concentra l’attenzione su due immagini mitiche: Faust e il Cantico dei Cantici. Una figura è tedesca, l’altra ebraica. Il colore dei capelli ne determina l’appartenenza e il destino, quasi che per un ingiusto capriccio del fato sia proprio il colore dei capelli a decidere la felicità o la tragedia. I capelli, simbolo di bellezza e insieme di disumanizzazione, sono la prima cosa di cui venivano private le donne all’ingresso nei campi di concentramento; la cenere, invece, anticipa ciò che sarà il dopo.

Celan continua a servirsi delle antinomie per accrescere la tensione espressiva del testo: suonate più dolce la morte, la morte è un maestro in Germania. Il contrasto di luci e ombre, l’accostamento del violino a suoni cupi, l’imperativo “salite come fumo nell’aria – poi avrete una fossa nelle nuvolelì non si sta stretti”: il linguaggio deve essere distorto attraverso paradossi espressivi, solo così l’orrore può abitare la poesia. La sineddoche domina: ogni cosa sta per un’altra, nella sua veste più impensabile; il chiasmo, attribuendo qualità diverse allo stesso nome, ne sottolinea l’ingiustizia e il male.

Un’eco che ritorna

Non potevo non pensare a Celan leggendo la narrazione di Adania Shibli Un dettaglio minore (pubblicato nel 2021 – La nave di Teseo), dedicata alla guerra che i palestinesi chiamano Nakba, la “catastrofe”, e gli israeliani la “giornata dell’indipendenza”. Celan e Shibli: due memorie allo specchio.

I soldati guardavano i capelli della ragazza cadere silenziosamente sulla sabbia attorno a lei. L’infermiere portò a termine il taglio dei capelli in breve tempo, quindi sterilizzò le forbici, il pettine e lo sgabello. Un altro soldato raccolse i capelli sparsi sulla sabbia, li arrotolò in un fagotto… e bruciò ogni cosa. A terra, sulla sabbia, lontani dalle fiamme che consumavano i vestiti, giacevano alcuni riccioli neri.

Il gesto del taglio, la sabbia che trattiene i riccioli bruciati, rimanda in un flashback a Fuga di morte. Due immagini, lontane nel tempo e nello spazio, che si richiamano a vicenda.

La sincronicità tra la poesia di Celan, la domanda di Adorno e la Nakba rivelano un legame sotterraneo, un filo rosso che li attraversa. A questa si aggiunge l’altra coincidenza: la protagonista del romanzo, una donna di Ramallah, venticinque anni dopo, cerca di ricomporre i dettagli del crimine avvenuto il giorno esatto della sua nascita. La sua ricerca si snoda tra luoghi che hanno cambiato nome, confini ridisegnati, mappe inghiottite dalla storia. Chi un tempo abitava quei territori non sa più se riconoscerli come propri o sentirsi straniero nella propria terra.

Nel romanzo di Shibli ci muoviamo in un’atmosfera cupa: è notte fonda. Le nubi, che sembrano elevarsi sopra Auschwitz, Dachau, Sachsenhausen…., scivolano idealmente verso Sud, oltre il Mediterraneo. E ci ritroviamo nel deserto del Negev.

È qui che, nella notte di Yom Kippur del 1946, viene posta la prima pietra del kibbutz Nirim, nei pressi di Rafah, sul terreno di Dangom. Trenta camion di giovani ebrei europei, protetti dall’ Haganah, organizzazione militare di difesa a cui si fa risalire il  terrorismo sionista, attraversarono il deserto senza che le autorità britanniche, né la stessa Agenzia ebraica, ne fossero informate. Un gesto clandestino che anticipava la frattura che si sarebbe compiuta tra il 1947 e il 1949.

Alla fine del mandato britannico e dopo la Risoluzione ONU sulla partizione della Palestina, la guerra arabo-israeliana del 1948 portò alla distruzione di centinaia di villaggi palestinesi e all’esodo forzato di oltre settecentomila persone. Una frattura originaria: luoghi cancellati, memorie sospese, un popolo in cammino verso un altrove non scelto—un altrove che quelli che stavano arrivando avevano già abitato.

Questo è il significato della Nakba: la catastrofe di un’identità sradicata.

Come un’ombra olografica che ritorna, ritroviamo l’uomo sulla soglia, che riflette quello celaniana dell’aguzzino: aizza i mastini – estrae dalla cintola il ferro – il suo occhio è azzurro – ti coglie col piombo

L’uomo non si voltò: lo sguardo fisso oltre gli alberi, il latrato del cane, il bramito dei dromedari. Poi la sparatoria, i gemiti della ragazza avvolta nel suo abito nero, schiacciata al suolo da una mano che la zittisce.

Un’eco che ritorna.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Haruki Murakami: “L’assassinio del commendatore” (Einaudi, trad. Antonietta Pastore), di Maurizia Maiano

Sono qui davanti a una pagina bianca di un file di Word. Scriverò? E con un click il mio messaggio raggiungerà alcuni amici. Il problema è che non riesco a scrivere, e penso… forse così si sarà sentito Lord Chandos quando cercava di descrivere il suo stato d’animo a Francis Bacon: non riuscire a trovare le parole giuste per raccontare il mondo. Tutto sembra essere diventato banale e inutile; non abbiamo il diritto di esprimere giudizi su di esso. Ci siamo persi in una intricatissima matassa di causa ed effetto e il bandolo che ci serviva per vivere in modo razionale si è spezzato.

Sono immobile, incapace di pensare e di raccontare ciò che ho “vissuto” nelle lunghe ore trascorse con L’assassinio del commendatore: un ometto di appena sessanta centimetri dipinto da Amada Tomohiko, seguace della pittura Nihonga e vissuto a Vienna durante il nazismo, una città non paragonabile a nessun’altra. Suo figlio Masahico darà in affitto la casa di suo padre al narratore senza nome, appena divorziato da Yuzu. Il narratore conoscerà Menshiki, che ha acquistato casa nelle vicinanze per osservare da lontano Akikawa Marie, la ragazza che vive con Akikawa Yoshimoto: il padre naturale o quello putativo? Akikawa Sokho, sorella di Yoshimoto, si prende cura di Marie e diventerà l’amante di Menshiki.

Tutti incontri casuali, apparentemente slegati, e tutti riconducibili al narratore che osserva con attenzione e minuzia. È lui che, in ogni situazione, in ogni piccolo accadimento, non si ferma alla superficie delle cose e ne cerca relazioni e connessioni: niente gli sfugge. La meraviglia — quel caso eccezionale per cui un pittore trova alloggio nella casa del grande Amada Tomohiko — e il rievocare la Vienna degli anni bui del nazismo e la pittura Nihonga, realizzata con la tecnica e i materiali della tradizione giapponese, sembrano farci cogliere, senza troppi giri di parole, che il nazismo non aveva nulla a che fare con Vienna, unica nella sua bellezza ed eleganza; e che la pittura Nihonga era espressione autentica delle proprie radici, lontanissima dal nazionalismo più becero.

L’artista-narratore è, come tutti gli artisti, attento a percepire ogni segno, ogni strano suono che gli giunge nel silenzio notturno della casa. Una campanella tintinna, ma non si sa da dove provenga, fino a quando si scopre una buca nel bosco: era poggiata lì, in fondo. Una grande buca e una campanella. Una campanella che ha fatto scoperchiare una buca. Ma quella buca era giusto scoperchiarla? Non sarebbe stato meglio rivivere tutto in modo nuovo?

Cosa potrebbe essere questo richiamo che viene da così lontano? Una campanella in una buca, e il suo suono che deve ricordarci qualcosa. Quasi due secoli fa, all’inizio dell’era Meiji (1868-1912), fu imposta l’occidentalizzazione del Giappone come politica governativa. Il Paese doveva allinearsi all’Occidente in tutti i campi: scientifico, letterario, filosofico, artistico. Doveva dimenticare se stesso? La pittura a olio occidentale, yōga, sostituì quella millenaria del Nihonga, che tende alla semplificazione e alla stilizzazione, elimina il superfluo e riduce gli elementi naturali alla loro essenza, usando pigmenti minerali applicati su carta washi o su seta, sempre materie naturali. Era come se tutto  il passato andasse perduto invece di aprire a nuove strade e a nuove interpretazioni.

Per caso i miei occhi si posano su una pagina del romanzo:

“No, signore, è troppo rischioso prendere per lei una strada riservata alle metafore. Se una persona vivente vi si addentra, basta sbagliare percorso una volta e rischia di finire in un mondo assurdo. Ci sono doppie metafore nascoste ovunque… si acquattano nelle tenebre, creature pericolosissime. Lei dovrebbe portare con sé qualcosa per farsi luce… incontrerà un fiume. È un fiume metaforico, ma l’acqua è reale. E al di là del fiume c’è un mondo che fluttua al vento della correlazione, un mondo che si estende all’infinito.”

È il nuovo mondo, il mondo delle possibilità: ha perso il suo centro di gravità permanente, è fluido e interconnesso, e si apre a direzioni imprevedibili. Cultura occidentale e cultura orientale si incontrano, come già Goethe, nel suo Divano Occidentale-Orientale, aveva intuito: un’immagine capace di ridurre ogni molteplicità a un principio unificatore.

La scrittura di Murakami è come una musica: si dissolve e si ricompone in una nuova armonia, in un andamento lento, costante e pieno di tensione. Libera la fantasia, le associazioni. È come un dipinto: lo leggi e lo interpreti ogni volta in modo diverso. È il doppio senso dell’arte: aiuta a conoscere la realtà, a riflettere, a capirsi — e rende ancora più labili i confini tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Breve biografia

Mi chiedevo come leggere la vita di Murakami. L’opera artistica riflette sempre l’essenza di ciò che si è. Se penso ai suoi romanzi immagino vite parallele, melodie di sax mentre un gatto cammina come un equilibrista sul cornicione di una casa al confine tra realtà e irrealtà. Il mondo in cui entrò — e che fece suo — gli apparteneva già: i suoi genitori erano insegnanti di letteratura giapponese. Artista lo era da sempre; pensava solo di amare di più la musica jazz. L’unica musica che poté poi trasferire nella sua scrittura, così creativa ed estemporanea, capace di inventare nuove melodie.

Prima di diventare scrittore, Murakami gestì con la moglie, dal 1974 al 1981, un jazz bar, il Peter Cat, nella città di Kokubunji, alla periferia occidentale di Tokyo. Restava in piedi fino a tarda notte e, dopo la musica raccoglieva bicchieri vuoti come fossero tracce di vite, note musicali rimaste in sospeso. Alle due del mattino la dimensione del tempo cambia: siamo immersi nel cuore buio della notte e non percepiamo nel sonno l’alba che verrà.

Murakami non si muove negli spazi letterari che crea: sembra piuttosto aggirarsi tra essi, scrutando ogni angolo, varcando silenzi, leggendo negli oggetti sparsi, nei mondi specchiati, nelle lune doppie e negli animali che osservano l’uomo come se sapessero qualcosa che lui ha dimenticato. Dai suoi romanzi si esce come da un sogno che ci lascia storditi e incapaci di spiegare.

Visse a lungo all’estero; ritornò in Giappone dopo il terremoto di Kobee l’attentato alla metropolitana. Era il 1995. Parve che un’altra porta si fosse aperta. Da lì nacquero libri che ascoltano il dolore invece di descriverlo.

Murakami, nato a Kobe nel 1949, vive oggi in un luogo che sembra una stanza sospesa tra le epoche. Corre ogni mattina, traduce Fitzgerald e Carver — autori a lui consoni —, colleziona vinili che sembrano avere un proprio respiro. Qualche volta, dicono, un gatto appare, lo guarda e se ne va. Forse è lo stesso di quando era bambino. Forse no.

Murakami non ha mai avuto bisogno di una risposta per continuare a scrivere. Nei suoi libri si entra come in un crepuscolo: non ci sono trame e, se ci sono, rimangono sospese. Non cercano limiti. Viviamo il suo racconto senza imboccare la strada della metafora.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.