L’incipit de La festa dell’insignificanza di Milan Kundera, traduzione di Massimo Rizzante (Adelphi, 2013)

Oggi 1 aprile sarebbe stato il compleanno di Milan Kundera, nato a Brno nel 1929 e scomparso a Parigi lo scorso 11 luglio. Per l’occasione pubblichiamo l’incipit di “La festa dell’insignificanza”, il decimo romanzo del grande scrittore ceco, il quarto scritto direttamente in francese, pubblicato da Adelphi – per la traduzione di Massimo Rizzante – nel 2013, prima ancora che uscisse in Francia, il 3 aprile del 2014, edito da Gallimard. Nel titolo c’è tutta la spiegazione del libro: l’insignificanza, come dice Ramon, è “l’essenza dell’esistenza”.

Alain medita sull’ombelico

“Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Era affascinato; affascinato e persino turbato: come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.

La cosa lo fece riflettere: Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle cosce, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità.

Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle natiche, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: brutalità; allegria; il cammino più breve verso il traguardo; traguardo tanto più eccitante perché duplice. 

Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nel seno, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: santificazione della donna; la Vergine Maria che allatta Gesù; il sesso maschile inginocchiato davanti alla nobile missione del sesso femminile.

Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico?”

Milan Kundera: “La festa dell’insignificanza”, traduzione Massimo Rizzante (Adelphi)

Lorenzo Marone: Il bosco di là (Aboca), di Bernardina Moriconi

Con Il bosco di là, romanzo uscito nel 2021 per i tipi dell’Aboca,  Lorenzo Marone sembra aderire perfettamente al progetto editoriale di far raccontare a scrittori tra i più rappresentativi del panorama attuale una storia partendo dall’ambiente campestre e addirittura da un albero. Lo scrittore napoletano appare infatti a proprio agio nell’immergersi in un universo quasi naturalistico, dove a comunicare e a intessere relazioni sono animali, piante e agenti atmosferici, riprendendo quasi quel percorso di immersione nella natura, nei suoi misteri e nei suoi prodigi, avviato con il suo precedente romanzo La donna degli alberi (Feltrinelli).

Marone con gusto che sembra rimandare al Virgilio bucolico, per quella trasfigurazione dell’ambiente rurale in un luogo mitico e partecipe delle vicende umane, ci racconta una storia senza storia, come quella dei racconti mitologici e fiabeschi. Ma proprio come quelli, i fatti hanno spesso un’origine tutta terrena e umana. La storia del presente, cioè quella di Matteuccia, ormai vecchia e segnata nel corpo e nello spirito, si intreccia continuamente con le vicende che hanno attraversato la sua infanzia e la prima giovinezza: gli anni della guerra e della lotta partigiana, cui la ragazza  aveva dato il suo contributo con l’entusiasmo e l’ingenuità dell’adolescenza, quando la paura non la conosci e per questo più facilmente essa ti agguanta. Matteuccia porta con sé un segreto e un dolore profondo legato a quei tempi e che l’hanno allontanata dal consorzio umano del paese, il quale la considera pazza o stralunata anche per quel mutismo in cui si è chiusa. Il suo mondo di relazioni si è estinto con la morte dei suoi pochi e forti affetti familiari: il padre partigiano, la mamma e i nonni. Ora cerca conforto nel bosco che si trova oltre la valle, il bosco di là, appunto: e in quel breve avverbio di luogo c’è tutto il senso di distacco, separazione e incomprensione della gente pensante e parlante. E’ con le piante che la proteggono, gli animali che la ascoltano e i venti, ora gentili ora tempestosi, che l’accompagnano, che la vecchia Matteuccia intrattiene un dialogo intenso e misterioso. 

Marone con questo breve romanzo offre ai lettori un testo struggente e delicato, andando a scovare con gusto quasi alessandrino miti meno o poco noti, soffermandosi in particolare sul mondo delle ninfe boschive e acquatiche, svelandoci che nell’epoca del consumo rapido ed effimero di modi gusti finanche affetti, il mondo campestre ancora conserva tratti arcaici e durevoli  e che, trovando il suo cantore, anche la realtà attuale può essere narrata in forma di mito: basta allontanarsi di poco, nel bosco di là, e ascoltare le sue voci.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Paolo Di Paolo: Romanzo senza umani (Feltrinelli), di Bernardina Moriconi

Chi conosce un po’ la sua scrittura, lo sa: a Paolo Di Paolo piace  rimestare tra memorie, individuali e collettive, e ricordi  (le fotografie, per esempio: credo si potrebbe scrivere una tesi di laurea sulla funzione delle foto nella narrativa del Di Paolo). Insomma, gli piace rovistare nel passato, quello prossimo dei familiari: i nonni, i genitori – magari prima  che diventassero tali e la funzione genitoriale annullasse, per noi figli, quel tratto di adolescenti inquieti che assimila la loro alla nostra  giovinezza -, e poi noi: come eravamo, come apparivamo agli altri, quale condivisione di ricordi potrebbe aiutare a restituirci o a fornirci un’immagine più onesta se non sorprendente di noi stessi.

Poi c’è il passato remoto, quello, in questo caso, di secoli fa, raggelato dalla distanza temporale e da un lungo inverno che lo aveva avvolto e letargizzato. Ma, alla base di questo scandaglio del passato c’è sempre il desiderio, forse addirittura la necessità di cogliere il senso del fluire dell’esistenza, il tentativo di dare  una forma, una stabilità che sia sinonimo di certezza a cose e persone sempre mutevoli e inafferrabili. Forse per questo  Mauro Barbi, protagonista di Romanzo senza umani  (Feltrinelli), in qualità di storico, ha scelto di occuparsi di un lago ghiacciato e non di un fiume, di qualcosa, cioè, che pur nella mutevolezza climatica rimane fisso, immobile: un tempo gelato e mortifero, oggi navigabile e  vociante di turisti. Una massa di acqua che non scorre, non finisce il suo viaggio lento o vorticoso inghiottito dal mare. Il lago sta lì da secoli e ci sopravvive. È una certezza nella precarietà dell’esistente.

C’è, mi pare ma potrei sbagliarmi, una tendenza dell’autore all’autobiografismo, col quel suo indugiare su esperienze di vita e professionali, ma soprattutto nel tornare costantemente, con una sorta di nostos mentale, a esperienze di viaggi e di amori giovanili con uno struggimento per gli anni adolescenziali e universitari.

Quel titolo, Romanzo senza umani, non tragga in inganno: gli umani ci sono, anzi, tutto il romanzo è la volontà di capire o di riallacciare rapporti interrotti, anche magari rispondendo con anni di ritardo a mail inevase e ignorate. Gli umani di questo romanzo sono anch’essi il prodotto di un congelamento, proprio come il lago tedesco oggetto degli studi dello storico,  solo che a ibernarli in uno stato di fissità non è stato un inverno climatico di proporzioni eccezionali, ma lo stesso Barbi, con una inadeguatezza a rapportarsi di cui finalmente prende coscienza nella fase relativamente tardiva di un disgelo al tempo stesso razionale e affettivo. 

Un libro in cui il Di Paolo narratore è ravvisabile subito nell’eleganza e fluidità dello stile, nella ricchezza e accuratezza lessicale, doti che ormai non sono più appannaggio imprescindibile e ovvio degli scrittori.

Romanzo senza umani è stato presentato da Gianni Amelio nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2024.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Irène Némirovsky: Lettere di una vita, a cura di Olivier Philipponat, traduzione Laura Frausin Guarino (Adelphi, 2023), di Teresa Lussone

È una voce autentica, vibrante, quella che si ascolta leggendo le Lettere di una vita di Irène Némirovsky, di recente pubblicate da Adelphi a cura di Olivier Philipponnat, nella traduzione di Laura Frausin Guarino, che con il suo lavoro ha contribuito alla particolare affezione dei lettori italiani per la scrittrice. Non ci sarebbe potuto essere un titolo più appropriato per questo libro che porta una nuova luce su alcuni momenti cruciali dell’esistenza di Némirovsky. 

La scrittrice nasce a Kiev nel 1903 in una ricca famiglia di origini ebraiche. Ogni anno va con i genitori in Costa Azzurra, sulla costa basca o a Vichy, dove si sottopone alle cure termali per via dell’asma. Ed è proprio da Vichy che la futura scrittrice invia la prima cartolina di cui abbiamo testimonianza, un breve messaggio a una conoscente. In seguito alla Rivoluzione, la famiglia fugge in Finlandia e poi, nel 1919, arriva Parigi. Némirovsky si iscrive alla Sorbona, dove studia letteratura russa e letterature comparate e stringe amicizia con René e Madeleine Avot, figli di un industriale del Pas-de-Calais, che sarà poi modello per la famiglia Hardelot nei Doni della vita. A Madeleine, la giovane Irène racconta la scoperta della libertà. Segue le lezioni all’università, «sgobba», va a teatro, frequenta locali chic: «ho ballato senza fermarmi – avevo sette cavalieri solo per me – fino alle due e mezza. Dopodiché, non c’è stato verso di trovare un taxi, così ho dovuto camminare fino a casa, e come mi facevano male i piedi!!!». Sono gli années folles, di cui ci viene offerto un racconto quanto mai fresco e sorprendente: «vivo un po’ da svitata e me ne vergogno».  La pioggia e qualche inquietudine la intristiscono di tanto in tanto, ma lei non perde il suo piglio: «Mercoledì sono rimasta a letto tutto il giorno in preda alla più nera malinconia. La ragione? Non ne ho la minima idea. Pene di cuore o indigestione di gamberi, chissà…».

Nel febbraio del 1925, rivela all’amica la sua cotta per Michel Epstein, che sposerà l’anno dopo. Negli anni successivi si lancia nella scrittura. Nel 1929 pubblica il romanzo David Golder, che la porta immediatamente sotto i riflettori. Negli anni a venire, Némirovsky scrive circa un romanzo all’anno, ricevendo sempre una buona attenzione dalla stampa dell’epoca. Nella corrispondenza di questo periodo si rivolge spesso ai critici, in alcuni casi per mandar loro un biglietto riconoscente, in altri per rispondere, con interesse e umiltà, alle osservazioni che le vengono rivolte. 

Gli ultimi anni Trenta vedono l’emergere delle inquietudini e la scelta del battesimo. Némirovsky conserva il suo sarcasmo e quando l’influenza la costringe a rinviare l’appuntamento con il vescovo, annota: «La Chiesa cattolica non ha fatto un bell’acquisto con me!». Le lettere degli anni Quaranti raccontano il precipitare della situazione. La scrittrice si rivolge a Julie Dumot, un tempo segretaria di suo padre, affinché in caso di arresto si occupi delle figlie. Le indirizza una lettera-testamento per indicarle in quale ordine svendere i beni, una volta che i soldi saranno finiti: le pellicce e le stoffe sgraffignate a sua madre, l’argenteria, i gioielli, infine, «in caso di assoluta necessità […] il manoscritto di un romanzo che forse non avrò il tempo di finire e che si intitola Tempesta in giugno». È il bene più prezioso, l’ultimo di cui disfarsi. 

Irène Némirovsky è arrestata il 13 luglio 1942. Il 16 luglio invia un ultimo biglietto al marito e alle figlie: «Che Dio ci aiuti». Le lettere dell’ultimo periodo sono quelle più toccanti e forse anche le più note, quelle più spesso riprese dalla critica. Eppure, sarebbe un’ulteriore beffa della storia se permettessimo alla tragedia di offuscare la vitalità della scrittrice, la spontaneità della giovinezza, l’ironia costante, la sete di libertà che questa corrispondenza, nel suo insieme, ci trasmette con vigore. 

Teresa Manuela Lussone

Teresa Manuela Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier.

Il canto di Penelope: una rivisitazione del mito di Margaret Atwood, di Cristiana Buccarelli

Margaret Atwood, autrice di culto, con Il canto di Penelope, il mito del ritorno di Odisseo (Ponte alle Grazie), il cui titolo originario è The Penelopiad, propone una rielaborazione del mito classico in una forma originale e anticonvenzionale. 

La Atwood utilizza un particolare espediente letterario per cui Penelope ci racconta la sua storia dall’Ade, cioè dall’Aldilà, e con questa figura femminile l’autrice dà vita a un personaggio ironico, intelligente, irriverente e sferzante, riferendosi al maschilismo e alla misoginia presenti nella società antica così come, in forme differenti, nel nostro mondo contemporaneo. 

Quella moglie fedele e passiva che ci viene tramandata dal mito classico e dall’Odissea, diventa dunque un personaggio con una voce forte e determinata, una donna leggendaria che non vuole più essere semplicemente narrata dagli altri, nel suo essere stata data in sposa ad Odisseo e poi nella lunga, nella lunghissima attesa del suo ritorno e nel suo essere assediata da pretendenti che l’hanno considerata solo un oggetto attraverso il quale ottenere potere e ricchezza, ma per le prima volta parla di sé e di ciò che accade dal suo punto di vista. 

Quindi l’autrice riesce a farci riflettere su quale sia la rappresentazione dei personaggi femminili nella mitologia e anche in molta letteratura successiva in quanto spesso essi non hanno una voce propria. Invece ne Il canto la voce di Penelope diventa potente e forte nel raccontarci la sua vita e le sue scelte personali (nella narrazione della Atwood non si esclude nemmeno l’ipotesi che Penelope sia stata infedele ad Odisseo e abbia avuto come amante Anfinomo, il migliore dei Proci, l’unico fra loro dotato di kalokagathìa). 

‘’Ora che tutti gli altri hanno parlato a perdifiato è giunto il mio turno. Lo devo a me stessa.  Ci sono arrivata per gradi: narrare è un’arte minore, la esercitano donne anziane, mendicanti girovaghi, cantanti ciechi, ancelle, bambini- gente che ha tempo a disposizione. Una volta si sarebbe riso di me se mi fossi atteggiata a menestrello (…) ma adesso che valore ha l’opinione degli altri? Qui ci sono solo ombre, echi. Tesserò dunque la mia tela’’

Nella nota finale del romanzo l’autrice specifica che deve a The Greek Myths di Robert Graves l’ipotesi per cui Penelope – con le sue dodici ancelle, che verranno in seguito impiccate da Odisseo per essersi concesse ai Proci – potrebbe considerarsi anche la sacerdotessa del culto di una divinità femminile.

Infatti la Atwood, che intervalla ogni capitolo con il coro delle ancelle -un tributo alla presenza del coro greco e da sempre una versione burlesca dell’azione principale-,  ad un tratto fa dire al coro ‘’le dodici fanciulle lunari, compagne di Artemide, la dea della luna, vergine e implacabile…’’. Le dodici ancelle di Penelope sono considerate colpevoli quando in realtà hanno subito una violenza dai Proci, e anche durante il processo immaginario che la Atwood imbastisce verso la fine del romanzo, la loro voce di vittime di Odisseo verrà abbastanza ignorata fino a quando non ricorreranno alle Erinni per farsi ascoltare. È interessante la scelta letteraria dell’omicidio per impiccagione delle ancelle di Penelope, infatti qui l’autrice si riferisce a uno dei mezzi con cui in seguito verranno assassinate dopo molti secoli le donne accusate di stregoneria. 

In tutta l’opera della Atwood, attraverso uno stile fluido e ironico che cattura e diverte, c’è in realtà la denuncia di una serie di violenze subite dalla donna nella società patriarcale. 

Esilarante e al tempo stesso amaro il capitolo Vita domestica nell’Ade, in cui lo spirito di Penelope racconta le sue brevi visite attraverso una medium nel nostro mondo contemporaneo.

’Chi è questa <<Marylin>> che piace tanto a tutti? E <<Adolf>> chi è? Parlare con certa gente non è altro che un esasperante spreco di energie. Ma è solo scrutando attraverso questi piccoli buchi della serratura che riesco a seguire le tracce di Odisseo, quando non è quaggiù, nel suo aspetto che mi è familiare’’

Infatti Odisseo, nella fantasia della Atwood, si abbevera di frequente nell’Ade alle Acque dell’Oblio  per tornare nel mondo dei vivi, a differenza di Penelope che preferisce restarsene nel regno dei morti piuttosto che vivere nuove vite. E che sempre rimane in una perenne attesa del suo ritorno.

‘’Ho capito che i pericoli sono pari a quelli dei miei tempi, ma la miseria e la sofferenza sono molto più estese. Quanto alla natura umana è, come sempre, infame…Nessuno di questi argomenti può frenare Odisseo. Capita qui per un po’, si mostra felice di vedermi, afferma che stare a casa con me è l’unica cosa che abbia mai desiderato (….) e mi pare di riuscire a perdonargli tutto quello che mi ha fatto passare e di poterlo accettare così com’è, con i suoi difetti, ma quando inizio a credere che questa volta non stia mentendo, eccolo correre di nuovo verso la Fonte del Lete pe poter nascere un’altra volta.’’

Il canto di Penelope è una narrazione coinvolgente che l’autrice realizza con maestria e creatività e che ha vari punti di connessione con il suo più famoso romanzo Il racconto dell’ancella, (The Handmaid’s Tale), perché in quest’ultimo, come ne Il canto di Penelope’, è centrale e originale il modo in cui viene affrontato il tema del potere e della subordinazione femminile nelle società di ogni tempo.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).

Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).