Rito Mazzarelli: “Dove il vento non ci ha portati” (RP libri), di Serena Cirillo

Spesso la prima grande prova per uno scrittore è il racconto autobiografico. Un’autobiografia più o meno romanzata, più o meno divertente, più o meno drammatica…ma sempre autentica, nata dalla necessità di esprimersi, da quella pressione interiore che è il primo stimolo a creare per ogni artista. In un delicato equilibrio tra monologo interiore e autobiografia intrisa di nostalgia, il flusso di coscienza che travolge l’autore ricorda, per profusione di dettagli e ritmo serrato, lo stile di Virginia Woolf in Mrs Dalloway, ma non ne condivide il senso di vuoto né l’epilogo tragico. A tratti emerge l’introspezione ironica di Italo Svevo che trova la sua migliore espressione in “La coscienza di Zeno”, tuttavia esula dal tipico andamento circolare per cui si ritorna sempre al punto di partenza. La narrazione di Mazzarelli nel suo ultimo lavoro, “Dove il vento non ci ha portati“, procede per digressioni, viaggi nel tempo, excursus spazio-temporali che da un presente caratterizzato dalla disillusione dell’uomo adulto nella società moderna, in cui tutto si consuma in fretta senza né tempo né spazio per i sentimenti, ci portano ad un passato fatto di illusioni e speranze che appare come un filmino in bianco e nero con immagini un po’ sfocate, ma sensazioni molto nitide. Uno scrigno di ricordi ammantati della dolcezza di un’età che non torna, di ricordi familiari edulcorati appartenenti ad un tempo in cui tutto era bello e tutti erano buoni, e la vita scorreva lenta e spontanea, riflesso del piccolo paese che le faceva da sfondo. L’affresco di un’ingenua realtà di provincia, comune a tutte le piccole realtà dei paesini interni del meridione d’Italia, il vissuto di una generazione, in tutte le sue fasi (infanzia, adolescenza, età adulta), non ancora contaminata dall’avanzare sfrenato della tecnologia che crea e distrugge con una rapidità incredibile. La generazione dei ragazzi senza cellulare, senza computer, senza voli low cost e conseguenti, continue, incursioni all’estero. “Le biciclette colorate, lanciate su e giù per il viale frondoso, erano l’espediente di gioco più desiderato, strumenti di evasione e di libertà, il passatempo solenne di quegli anni ancora lontani dalla morsa arida della tecnologia. Le strade imperfette, cesellate di buche e dossi, danzavano sotto i passi chiassosi dei coetanei, trasformando ogni scorribanda in un luna park primordiale.”

Il rimpianto del protagonista è quello di tutti i suoi coetanei, però viene superato con la tenerezza dei ricordi, le “rimembranze” di leopardiana memoria, e il conforto dato dal contatto con la natura, come si evince da espressioni del tipo “Tra le braccia verdeggianti della macchia mediterranea”. Emerge la disperazione del tempo presente: “Nonostante il chiasso della folla il silenzio si fece macigno, sensazione profonda di una mancanza che non misurava solo chilometri, ma sfuggiva alla capacità del tempo di riavvolgersi, un nodo divenuto troppo stretto per poter essere sciolto, che rendeva quasi impossibile liberarsi di ricordi struggenti e dolorosi”. Si attutisce poi con la consolazione di madre natura: “Ma la vite, fedele custode del tempo, rimane a vegliare il ricordo di quei giorni sussurrando storie di un tempo perduto, in tempi e luoghi sospesi dove tutto era in germoglio. Con i suoi grappoli dolci e rigogliosi offre ancora il suo dono d’amore, in una sorta di abbraccio che il tempo non ha portato via”. Man mano che il racconto procede, il rimpianto si fa sempre meno amaro, e la nostalgia lascia il posto ad una serenità ritrovata. Ripercorrere il passato diventa viaggio catartico, una sorta di psicoterapia grazie alla quale l’autore riesce ad approdare ad una pacifica rassegnazione e acquisisce una nuova consapevolezza. Ritrovando le sue radici l’uomo maturo trova allo stesso tempo il suo equilibrio: “Così, mentre il sole e la luna si scambiano un inchino di cortesia, sfiorandosi all’orizzonte, e l’ombra del giorno si avvia verso il confine lì, dove il vento non ci ha mai portati, capisco che in fondo sono nel punto esatto dove avrei dovuto essere, dove ogni respiro si fonde con l’impercettibile volere del destino”. In uno stile pulito e diretto, con la tipica prosa elegante del secolo scorso, Mazzarelli consegna al lettore il suo scrigno di ricordi, donando, attraverso una lettura scorrevole e piacevolissima, emozioni sopite che fanno bene al cuore. 

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.

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