Il Randagio è su La Rivisteria, il sito delle più prestigiose Riviste Letterarie Italiane

Giorni fa siamo stati contattati per contribuire al progetto de La Rivisteria, che consiste in un sito online che raccoglie gli articoli delle principali riviste letterarie italiane.

Il sito propone giorno per giorno l’incipit di ciascun articolo pubblicato da ogni rivista unitamente al link diretto al sito di origine per una completa lettura.

Queste sono le nostre pagine di presentazione:

Va da sé che siamo molto contenti – e ringraziamo – dell’attenzione riservataci, un ulteriore segnale della crescita della nostra rivista in soli cinque mesi di vita.

Lorenzo Marone: Il bosco di là (Aboca), di Bernardina Moriconi

Con Il bosco di là, romanzo uscito nel 2021 per i tipi dell’Aboca,  Lorenzo Marone sembra aderire perfettamente al progetto editoriale di far raccontare a scrittori tra i più rappresentativi del panorama attuale una storia partendo dall’ambiente campestre e addirittura da un albero. Lo scrittore napoletano appare infatti a proprio agio nell’immergersi in un universo quasi naturalistico, dove a comunicare e a intessere relazioni sono animali, piante e agenti atmosferici, riprendendo quasi quel percorso di immersione nella natura, nei suoi misteri e nei suoi prodigi, avviato con il suo precedente romanzo La donna degli alberi (Feltrinelli).

Marone con gusto che sembra rimandare al Virgilio bucolico, per quella trasfigurazione dell’ambiente rurale in un luogo mitico e partecipe delle vicende umane, ci racconta una storia senza storia, come quella dei racconti mitologici e fiabeschi. Ma proprio come quelli, i fatti hanno spesso un’origine tutta terrena e umana. La storia del presente, cioè quella di Matteuccia, ormai vecchia e segnata nel corpo e nello spirito, si intreccia continuamente con le vicende che hanno attraversato la sua infanzia e la prima giovinezza: gli anni della guerra e della lotta partigiana, cui la ragazza  aveva dato il suo contributo con l’entusiasmo e l’ingenuità dell’adolescenza, quando la paura non la conosci e per questo più facilmente essa ti agguanta. Matteuccia porta con sé un segreto e un dolore profondo legato a quei tempi e che l’hanno allontanata dal consorzio umano del paese, il quale la considera pazza o stralunata anche per quel mutismo in cui si è chiusa. Il suo mondo di relazioni si è estinto con la morte dei suoi pochi e forti affetti familiari: il padre partigiano, la mamma e i nonni. Ora cerca conforto nel bosco che si trova oltre la valle, il bosco di là, appunto: e in quel breve avverbio di luogo c’è tutto il senso di distacco, separazione e incomprensione della gente pensante e parlante. E’ con le piante che la proteggono, gli animali che la ascoltano e i venti, ora gentili ora tempestosi, che l’accompagnano, che la vecchia Matteuccia intrattiene un dialogo intenso e misterioso. 

Marone con questo breve romanzo offre ai lettori un testo struggente e delicato, andando a scovare con gusto quasi alessandrino miti meno o poco noti, soffermandosi in particolare sul mondo delle ninfe boschive e acquatiche, svelandoci che nell’epoca del consumo rapido ed effimero di modi gusti finanche affetti, il mondo campestre ancora conserva tratti arcaici e durevoli  e che, trovando il suo cantore, anche la realtà attuale può essere narrata in forma di mito: basta allontanarsi di poco, nel bosco di là, e ascoltare le sue voci.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Intervista all’inarrendevole Luciana Castellina, di Amedeo Borzillo

Luciana Castellina, giornalista, scrittrice, più volte Parlamentare in Italia ed in Europa, è una storica figura della sinistra italiana. 

In pochi giorni si è avuta l’opportunità di incontrarla in occasione di due eventi e di porle domande relative ai diversi aspetti della sua intensa attività: scrittrice, politica, e storica testimone del comunismo italiano nel documentario “16 millimetri alla Rivoluzione”.

  • Il libro “Amori Comunisti”

Un marxista non è un uomo meccanico 

un robot, ma un concreto socio-storico essere umano 

in carne e sangue, nervi testa e cuore.

(Nazim Hikmet)

Per una sorta di pudore politico o di autocensura, raramente i comunisti hanno parlato, nel secolo scorso, delle loro storie private e dei loro amori. 

Luciana Castellina ci racconta, con partecipazione emotiva e ricchezza interiore, in un libro molto particolare, la storia degli amori di tre coppie (il poeta turco Nazim Hikmet e la traduttrice Münevver Andaç, i greci Argyrò Polikronaki e Nikos Kokulis, e gli americani  Sylvia e Robert Thompson) e delle peripezie legate alle vicissitudini del loro essere comunisti in Paesi molto differenti tra loro sia politicamente sia culturalmente: Turchia, Grecia e Stati Uniti. 

Castellina vuole che la loro narrazione diventi testimonianza di vite vissute con coraggio e determinazione perché hanno da insegnare qualcosa a chi oggi sembra vivere senza passioni, in una sorta di tempo sospeso, come in attesa che altri decidano per noi.

D: 

Come scrittrice ti conosciamo per “La scoperta del mondo”, “Guardati dalla mia fame”, “Siberiana”, “il cammino dei Movimenti” e tanti altri saggi.

Come mai questo libro sugli amori ?

R:

“Questo libro l’ho scritto perché stufa di sentire sempre parlare degli “errori” o degli “orrori” del comunismo, ed io invece ho voluto parlare degli “amori” dei comunisti e di quanto per alcuni sia stato difficile viverli per le battaglie che conducevano nel proprio Paese..

Persone da me conosciute ed incontrate, ricordi di amori incredibili che hanno percorso la seconda metà del secolo scorso e che sono vissuti in un clima di grande difficoltà e pericolo, coppie controllate se non addirittura perseguitate in quanto militanti di Partito, legate a ciò che succedeva nella società e nel clima repressivo di quegli anni.  Arresti, esili patiti tra repressione in Turchia, guerra civile e dittatura in Grecia e maccartismo negli USA. 

D:

Amori “politici”, difficili, rocamboleschi e a volte dolorosi, tra persone che in quegli anni vissero un destino comune. Nessuna delle storie però  riguarda personaggi italiani. Come mai?

R:

Quando uscì questo libro mi chiesero se parlasse dei miei amori. Risposi di no e che non dovevano aspettarsi storie relative a comunisti italiani o comunque a personaggi del nostro Paese. Non pettegolezzi ma vite che mi hanno colpito, di personaggi storici che mi hanno turbata in quanto drammatiche.

Persone che hanno legato la propria vita, per le vicende in cui erano coinvolte, alle sorti del proprio Paese. Sono storie di sofferenza per la durezza delle carceri o per la lontananza forzata, ma anche di coerenza e fermezza negli ideali. 

  • Il documentario “16 millimetri alla rivoluzione” 

Dopo il documentario di Daniele Segre girato circa dieci anni fa sulla tua vita, ecco un documentario con una tua intervista, girato dal regista e a sua volta scrittore Giovanni Piperno e destinato alle scuole. 

Un affresco di immagini tratte da film e documentari di grandi registi nell’arco di tempo 1949- 1989.

D: 

“16 mm alla Rivoluzione” : Perché questo titolo e cosa vogliono raccontare queste immagini? 

R: 

Il titolo un po’ bizzarro è stato controverso e frutto alla fine di una mediazione. 

Avrei voluto scrivere “la rivoluzione è obbligatoria” perché credo che una rivoluzione, anche piccola vada fatta. In passato ci siamo arrivati vicini e, giocando sul formato delle pellicole, abbiamo deciso per 16 millimetri di “distanza” dalla rivoluzione. 

Oggi è ancor più difficile pensarla perché non sappiamo più dove è il potere: non è più nel Governo, non è nel Parlamento Europeo. La Bayer con l’acquisto della Monsanto controlla il mercato mondiale delle sementi: ecco dove è il potere, ecco chi davvero può incidere.

Del resto  Berlinguer fu il primo a parlare di ecologia, a denunciare il consumismo e la produzione del superfluo, ad allarmarsi per la crisi della democrazia. 

Le immagini del documentario non vogliono raccontare solo la storia del PCI ma la storia di un popolo, di un pezzo della Società italiana: bastano per questo le scene girate a Primavalle, con le donne protagoniste. Poche scene di massa ma molti dialoghi con lavoratori e donne girati negli anni ’70 e ’80 per evitare retorica o disillusione: io ho ancora speranza.

Nel documentario, alla domanda  “Luciana ti senti ancora comunista? Cosa significa essere comunisti oggi?  tu rispondi

Non ci siamo ancora riusciti a fare un posto in cui ci sia sia libertà che uguaglianza e mi pare che rinunciarci sarebbe grave, per cui ci provo ancora. Essere comunisti vuol dire questo, provarci ancora.”

D:

Sei quindi ancora ottimista ? 

R:

E’ necessario crederci. Non è più possibile seguire il modello socialdemocratico che ha consentito la crescita degli scorsi decenni. Il capitalismo ha perso perché non riesce più a garantire stabilità. Ci vuole un pensiero lungo che solo i giovani possono avere. Smettere di produrre merci inutili e virare verso servizi utili, ad esempio. Come diceva Gramsci, arriva il tempo della crisi di legittimità della democrazia rappresentativa ed è necessario ricercare la soggettività e la capacità di reinventare il mondo.

Amedeo Borzillo

Louise Glück: Marigold e Rose, trad. Massimo Bacigalupo (il Saggiatore), di Bianca Miraglia del Giudice

Il Premio Nobel per la Letteratura  2020, la poetessa e saggista americana Louise Glück, scomparsa lo scorso ottobre, ci dona un racconto di sole settanta pagine, un piccolo libro, uno scrigno che, come tale, contiene qualcosa di estremamente prezioso che arricchisce e seduce il lettore.

 Il libro racconta il primo anno di vita di due gemelline, Marigold e Rose, con caratteri, pensieri e progetti completamente diversi. Rispecchiando i loro nomi, Rose è impegnata solo a crescere e farsi ammirare; Marigold, la calendula, semina se stessa, essendo una moltitudine di semi; proprio per il bisogno di un punto fermo, Marigold decide di scrivere un libro dal titolo ‘L’infanzia di Mamma’, una storia vera anche se non reale, pensata prima ancora che scritta , come nell’epoca non verbale prima del greco o del sanscrito, non avendo ancora la bambina il possesso delle parole.

Pagina dopo pagina, in pochi brevissimi capitoli, la Glück descrive la vita interiore delle gemelle con tenerezza e leggerezza, regalandoci riflessioni profonde su temi a lei cari come, per esempio, la memoria “A Marigold sembrava che le cose si ricordano perché cambiano, occorre imparare a ricordare prima di aver bisogno di ricordare” o il modo di parlare ai bambini “Un certo tipo di spiegazione è classificato come spiegazioni per i bambini, non essendo chiaro in che modo questo sia diverso dal dire bugie”.

La crescita, nelle molteplici esperienze delle bimbe, viene  commentata attraverso metafore molto rappresentative, come quella della necessità per un bambino di imparare a colorare all’interno del contorno di un disegno, prima di iniziare una propria pittura al di fuori dello schema, descrivendo ciò che avviene in tutte le famiglie: la scomparsa della Nonna, la lontananza dall’ Altranonna, il rientro al lavoro della mamma, il  papà che racconta la favola per addormentare le figlie. Con questa storia, Louise fa rivivere la magia delle scoperte dei primi mesi di vita attraverso i pensieri delle bimbe, la loro capacità silenziosa di introitare emozioni ed esperienze, con una scrittura lieve e poetica che rende la sua prima opera in prosa un raro esempio di introspezione psicologica. Edito dalla casa editrice il Saggiatore, è assolutamente da sottolineare la traduzione ad opera di Massimo Bacigalupo, saggista e Professore Emerito di Letteratura Angloamericana presso l’ Università di Genova.

Bianca Miraglia del Giudice

Un fatterello algerino, di Gigi Agnano

Prometto di non parlare qui del mio viaggetto perché i racconti di viaggio bisogna saperli scrivere e io non ho questa dote. Però, se vi va di seguirmi, un fatterello vorrei provare a dirvelo.

Sono stato per una decina di giorni con un amico e cinque Tuareg in quel triangolo del Sahara a Sud Est dell’Algeria, al confine a meridione col Niger e con la Libia a levante. Una spettacolare e immensa distesa di sabbia tra le alture dell’Hoggar (circa 50 mila kmq) e i 500 km di altopiano di roccia arida del Tassili.

Potremmo chiamarla la via della sete, dove le temperature arrivano anche a 55-58 gradi di giorno per scendere di notte anche sotto lo zero. Di giorno la pelle ti brucia sotto al sole e di notte a me è capitato anche di tremare dal freddo nonostante la tenda, un pullover pesante, il sacco a pelo invernale e un cappello di lana. In tutta l’area, montagne comprese, un ricercatore meticoloso ha contato poco meno di 150 alberi. Il reperimento delle carcasse di tronchi secchi era parte delle nostre attività diurne per poter accendere il fuoco di sera.

In questa zona vanno gli archeologi perché abbondano le pitture e le incisioni rupestri di migliaia di anni fa, ma anche i fossili di pesci, coccodrilli e dinosauri a dimostrazione che, come si sa, in epoche remote c’era l’acqua. A differenza della nostra immagine idealizzata del deserto non ho visto scenografiche carovane di tuareg. Per la verità in dieci giorni non ho visto anima viva, a parte qualche militare in improbabili posti di blocco, dei dromedari al pascolo e dei topolini bianchi minuscoli quasi trasparenti che venivano a trovarci all’ora di cena. Ah, dimenticavo l’incontro con una simpatica vipera interessata alle nostre merende che un driver sollecito ha immediatamente schiacciata con una grossa pietra. Punto. Fine della premessa. Ecco ora la cosa che volevo dire. Tranquilli, sarò brevissimo.

In quest’area, a presidio del confine algerino, sono stati schierati 25 mila soldati. Pare che li manteniamo noi: i soldi – che sono tantissimi – sono quelli dei contribuenti italiani ed europei utilizzati sapientemente per “difenderci” dai migranti. Con questi stanziamenti miliardari abbiamo solo reso a questi disgraziati dell’Africa nera il viaggio verso di noi un tantino più difficile, allungandolo di diverse centinaia di chilometri, un nulla in confronto alle migliaia da percorrere complessivamente. In passato chi arrivava da Sud attraversava questo tratto di terra algerina per entrare in Libia; oggi deve costeggiare il confine in Niger per poi attraversare tutta la Libia destinazione Tripoli. Pare che nessun migrante di fronte a questo sbarramento abbia deciso di tornare indietro. Nessuno ha ritenuto di non dover partire. I più fortunati – leggi i più ricchi, quelli non ancora depredati di tutto – venivano (e vengono) accompagnati dai passeur (l’equivalente sahariano dello scafista mediterraneo) su camion scoperti; i meno fortunati si facevano (e si fanno) una salutare passeggiata al calduccio del sole africano.

Per queste terre un tantino inospitali pare che sappiano orientarsi solo i Tuareg, così ho chiesto a ciascuno dei miei cinque accompagnatori berberi di raccontarmi com’era la situazione da queste parti prima della chiusura delle frontiere col Niger e con la Libia. La risposta di ognuno di loro è stata assai simile a quella di Karim: “si incontravano ogni giorno i cadaveri delle persone che si erano messe in cammino nel deserto o che avevano provato ad attraversare le montagne da soli. A me è capitato di vedere tantissimi morti.” Fine dell’intervista.

Un italiano mediamente informato sa che negli ultimi dieci anni trentamila uomini, donne e bambini siano affogati nel Mediterraneo. Non sa – ma chi lo sa? – quanta povera gente muoia durante il viaggio nelle più svariate rotte sahariane che dall’Africa nera vanno verso la costa. Soprattutto non sa quanto in questi anni l’Europa e l’Italia abbiano speso di soldi nostri per consentire questa barbarie. Soldi che si sarebbero potuti spendere per esempio per l’accoglienza. Magari senza prevederla in Albania. Barbarie che crea risentimenti, odi, distanze che prima o poi pagheremo. I conflitti del Novecento erano conflitti di nazionalismi e hanno determinato sessanta milioni di morti. Oggi assistiamo passivamente ad un conflitto tra continenti. Possibile che non riusciamo minimamente ad immaginarne le conseguenze?

Gigi Agnano