“Cammini a Sud” di Antonio Corvino (Giannini editore) nella recensione di Carlo Petrachi

 “CAMMINI A SUD – sentieri, tratturi, storie, leggende genti e popoli del Mezzogiorno”, già alla sua II edizione, 270 pp., Giannini Editore, Napoli, con introduzione di Fulvia Ambrosino e postfazione di Francesco Saverio Coppola, è un’opera che sta meritatamente destando un vivo interesse nel pubblico ed un’apprezzabile diffusione anche all’estero.

L’opera si inserirebbe in un filone già sperimentato da vari autori italiani e stranieri, però quella di Corvino si differenzia dalle altre per originalità perché è soprattutto un itinerario spirituale alla ricerca di se stesso e dei valori ricevuti in eredità e che la maggior parte di noi ha sottovalutato o dimenticato. La sua ricerca persegue un’innegabile espansione verso l’«infinito»; nel contempo è anche una riscoperta geografica, storico-antropologica, economica e filosofica condotta con tale lievità da rendere la narrazione piacevole ed interessante ad ogni passo.

Spinto da furor eroticus bruniano o da élan vital bergsoniano (scelga ognuno), Antonio Corvino, economista, scrittore, saggista e poeta originario di Melendugno, sotto la canicola di agosto, intraprende a piedi «per agra» un lungo e avventuroso pellegrinaggio nell’alta Puglia per raggiungere Monte San Michele sul Gargano da cui sembra diramarsi una rete di percorsi mistici che approdano in più punti dell’Italia, dell’Europa e dell’Asia, aventi come punto di riferimento proprio quei templi in cui venivano adorate antiche divinità pagane sostituite poi dall’Arcangelo vittorioso.

Nel suo viaggio, nel contempo reale e ideale – giusto per non allontanarsi dalla lezione di Niccolò Cusano, secondo cui vi è la «coincidentia oppositorum» – viene accompagnato virtualmente da uno «scazzamurrieddhru» e da uno «sciacuddhri». Sono autentici elfi del Sud che fungono quasi da numi tutelari e conferiscono al racconto quel tanto di magismo in una «terra magica in cui tutto è possibile». Però l’Autore è teso a scoprire tanto l’«Universo» o l’universalità attraverso le manifestazioni particolari, quanto l’«infinito», scrutando e contemplando il circoscritto, cosa che si può cogliere solo con un’osservazione attenta e diretta. Insomma, al riparo dai roghi ecclesiastici, anela alla «mens super omnia» attraverso la «mens insita omnibus», secondo la visione panteistica dell‘eretico (?) nolano arso vivo a Campo dei Fiori.

Concluso il viaggio sul Gargano, s’inoltra a Ovest, attraversa la «terra degli anarchici» e dei «Briganti», fino a spingersi sul «sentiero degli dei», ammirando la maestosità dei monti, godendo della pace dei boschi. Attraverso racconti e testimonianze della gente del luogo (ma anche guardando i resti archeologici) scopre l’essenza delle popolazioni indigene che pure vantavano grandi architetti, grandi ingegneri e coraggiosi uomini d’arme. Ma gli storiografi li hanno sempre frettolosamente liquidati (e a volte persino ignorati) per precipitarsi sul carro di una Roma vincitrice e facendo a gara per magnificare la virtus romana. Tali popoli (Osci, Sanniti, Irpini, Dauni, Peceuti) pur vinti in battaglia dall’impero Romano, orgogliosamente non rinunciarono alla propria identità, ai propri trascorsi, alla propria cultura, tanto che Roma, per non tenerseli eternamente nemici, concesse loro persino la facoltà di coniare moneta, così come farà per la Brentesion messapica. 

Proprio a Sepino (prov. di Campobasso), viene a conoscenza che il primo scopritore della penicillina non è Alessandro Fleming, come ci è stato tramandato dai libri scolastici, ma lo scienziato Vincenzo Tiberio di Sepino; anche per lui valse il “nemo propheta…” e non essendo il Tiberio né milanese, né francese, né tedesco, né americano, non ebbe alcun riconoscimento, anzi la sua figura sarebbe sprofondata nella damnatio memoriae, se qualcuno orgoglioso della propria terra, delle proprie origini e della propria gente non ne avesse conservato il ricordo. Per sua fortuna Vincenzo Tiberio (per usare un ‘espressione di Sandro Pertini) non «è stato suicidato» come qualcuno osa (?) sospettare sia avvenuto per il dott. Giuseppe De Donno, colpevole (?) di aver trovato un rimedio efficace contro il Covid 19 fuori dai protocolli delle multinazionali, così come qualche secolo prima aveva fatto Edward Jenner per la lotta contro il vaiolo. 

Se stanno così le cose, a nulla serve scrivere Apologie paradossiche – come fece il Ferrari – o ricordare che Giordano Bruno era di Nola o che Antonio Serra, Antonio Genovesi, Giuseppe Palmieri erano del Sud o che la Scuola Salernitana è stata all’avanguardia nella medicina… quando qualcuno molto interessato si ostina a considerare ed etichettare il Meridione come terra di cittadini di serie B (ignoranti, nullafacenti, assistiti e piagnoni!) e s’impegna a diffondere il suo verbo in cerca di consensi. Per questo Corvino, autodefinendosi ironicamente un «don Chisciotte», auspica che vi siano altrettanti don Chisciotte per lottare contro i mulini a vento dei luoghi comuni artatamente inventati e per il riscatto delle terre e della gente del Sud ricche, oltre che di storia e di monumenti, anche di menti che… scappano all’estero, lasciando al Meridione solo ‘la crema’ della mediocrità servile e irregimentata in ogni campo, emarginando “dovutamente” qualche “eretico” che non ha voluto svendere il proprio pensiero ed ha avuto l’impudenza di rimanerci.

Pur prestandosi a vari livelli e a varie sfaccettature di lettura, il lavoro risulta di per sé di facile accessibilità, ma nel contempo di notevole spessore culturale e profondità intellettuale.

Piacevole è la descrizione dei luoghi, in genere con brevi, rapidi ed efficaci tratti di pennello, capaci però di elevarsi in momenti lirici.

Corvino ci fa riscoprire «le terre di mezzo», ossia quelle che, a torto, vengono considerate periferie, i cui popoli, un tempo prevalentemente dediti all’agricoltura e alla pastorizia, con intelligenza e un duro lavoro, con l’annuale la transumanza attraverso i tratturi hanno contribuito alla crescita, morale, spirituale, culturale, scientifica e artistica delle loro terre, ora dimenticate e decimate da un modernismo senza prospettive e senza meta, inneggiante agli spettacoli stucchevoli e soprattutto al dio-denaro e ci si è dimenticati del valore più importante senza il quale tutto il resto si disfa come i castelli di sabbia: l’Uomo! Corvino auspica (ovviamente mutatis mutandis!) che si rivitalizzino i borghi ora abbandonati, sia dato nuovo vigore alla terra e alla pastorizia che sostentano e sostengono tutte le attività umane in perfetto equilibrio ed armonia con la naturaperché, per dirla col pensiero di Telesio, l’uomo è parte della natura, è egli stesso natura non diverso dalla materia che ha intorno a sé.

Interessante un breve passo di pag. 84: «E vi sentire felici di esservi arrampicati tra questi tratturi e di aver percorso questi sentieri. Perché d’incanto il vostro spirito si troverà in sintonia con lo spirito dell’Universo e la vostra intima religiosità in simbiosi con la dimensione mistica del creato.» E ancora prima, a pag. 69: «Il mondo non può sopravvivere dimenticando la storia e distruggendo il tessuto connettivo dei territori.»

L’efficace discorso di Corvino riesce a coinvolgere il lettore non solo nei suoi ragionamenti, ma anche nei sentimenti e nelle emozioni più personali. 

Una delle intuizioni più felici di Corvino, proprio alla luce delle conoscenze storiche, è nell’indicazione di un recupero dell’identità Mediterranea (più che nord-europea, aggiungiamo!) Il che ci induce a pensare che la costruzione dell’attuale Europa Unita non sia stata realizzata nel migliore dei modi, anzi diciamo, sia pure col senno di poi, che rischia di somigliare più ad un’anacronistica rivisitazione del Sacro Romano Impero Franco e Germanico che non portò certo l’unità e la pace. Si ignora invece che, ancor prima, l’identità mediterranea costituiva il nocciolo delle civiltà che nel corso dei millenni ha portato, soprattutto nell’Italia meridionale e nelle isole, cambiamenti con conseguente crescita, ma col trascorrere dei secoli i benefici si sono riversati anche sui popoli del Nord con la diffusione culturale incisiva, anche se limitata, attraverso i monasteri. 

Nell’attuale bailamme di “ragioni” e di “ricette” gridate attraverso i mass-media, di mondi virtuali che vorrebbero solo meravigliarci, stupirci o forse solo istupidirci, soppiantando il mondo reale, manca secondo Corvino un elemento (ma non solo secondo lui) essenziale: la «Poesia» e «Cammini a Sud» di Antonio Corvino è un’opera che, nella sua gradevolezza, va letta con molta attenzione: offre, infatti, notevoli spunti per quello che nella esagitata e schizofrenica società attuale sembra mancare al pari della poesia: una pacata riflessione.

Carlo Petrachi

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

 Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.

Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.

 

Intervista ad Antonio Monda, di Francesco Neri

25 aprile 2024. Siamo a New York City e abbiamo incontrato Antonio Monda, scrittore, critico cinematografico, docente alla NYU ed ex direttore artistico della Festa del cinema di Roma.

                                                                                                       

Buongiorno Antonio e bentornato a New York. Tu sei arrivato in America e in particolare a New York circa trent’anni fa. Come mai hai scelto l’America e proprio New York come luogo in cui vivere? Cosa ti ha spinto e ti ha attratto qui?                                                                                   

Sono arrivato in America, a New York, trent’anni fa precisi: a marzo 1994. Era ed è un paese che mi è sempre piaciuto, mi ha attratto fin da quando ero piccolo.                                                                                                     

Le tue grandi passioni, Antonio, sono fondamentalmente due: la letteratura e il cinema: Le hai sempre avute fin da bambino oppure sono maturate in età più adulta, subito dopo l’adolescenza? Come sono nate?                                                                                                  

Ho sempre amato il cinema, in particolare quello americano, soprattutto quello della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta. E di New York mi ha sempre affascinato il fatto che fosse la città più popolosa del mondo. Anche se oggi non lo è più, il fatto che fosse la capitale del mondo. In quel periodo, una trentina d’anni fa, stavo preparando un documentario su Isaac Singer e quindi letteratura e cinema sono passioni che ho sempre coltivato. Ho perso mio padre quando ero un ragazzino di quindici anni e l’amore per il cinema e per la letteratura nascono dall’amore che avevo per mio padre che mi portava spesso al cinema. Continuare a occuparmi di letteratura e di cinema è stato un modo per continuare a celebrare mio padre.                                                                                                              

Ho letto che all’università quando eri studente in Italia hai fatto giurisprudenza e non lettere o lettere con indirizzo storia del cinema. Eri destinato a una carriera da avvocato che però non amavi particolarmente e per la quale  non avevi la vocazione?                                              

All’università ho fatto giurisprudenza su consiglio di mia madre: mio padre faceva l’avvocato e quindi c’era lo studio avviato in famiglia. 

                                                    

Tre registi, non necessariamente italiani o italoamericani, che apprezzi molto e tre che non ami particolarmente.                    

La mia trilogia sicuramente è composta da Federico Fellini,  Charlie Chaplin e John Ford. Quelli che non amo molto sono  Jean Luc Godard, Michelangelo Antonioni e Alain Resanis. Invece i miei tre scrittori preferiti sono Isaac Singer, Ernest Hemingway e Jorge Louis Borges.         

Ti va di dirmi tre cose che ti piacciono dell’America e di New York?  

Dell’America e di New York mi piacciono soprattutto le cose che non ci sono in Italia e a Roma, il fatto che sia un set naturale: la sensazione per chiunque vi arrivi per la prima volta di conoscerla già. L’architettura e quindi i moltissimi grattacieli che non ci sono in Italia. E poi l’energia che pervade la città e che è sempre presente.                                                       

Il tuo ultimo romanzo Il numero è nulla è il nono romanzo di una saga – potremmo dire – composta da dieci volumi in ognuno dei quali tu hai raccontato l’America. Come ti è venuta l’idea di questo progetto? Possiamo dire che tutti questi dieci volumi poi alla fine compongono un unico grande volume sull’America con molte storie che si intrecciano?      

I miei dieci romanzi su New York e sull’America sono e compongono un unico grande romanzo come hai detto tu: un unico grande volume composto da dieci libri ognuno dei quali rappresenta un capitolo.                

In uno dei tuoi primi libri La magnifica illusione, Fazi 2003, che non manca nella mia biblioteca, ti soffermi, tra gli altri, su due film che hanno avuto molto successo ma che sono stati molto controversi e suscitarono molte polemiche quando uscirono: La passione di Cristo e Fahrenheit 9/11La passione di Cristo, di Mel Gibson 2004, dalla cui uscita in sala sono passati vent’anni, forse ancora oggi è l’opera religiosa sul grande schermo più controversa e più discussa che ci sia mai stata. Ricordo che Furio Colombo scrisse: “è un film pornografico che dovrebbe essere vietato ai bambini…che si segnala più alla storia della psichiatria che a quella del cinema…” Un film che fu definito da Furio Colombo oltrechè pornografico anche blasfemo. “Blasfemo soprattutto in questo: invece di lavare i peccati del mondo, in questo film la interminabile tortura di Cristo serve a elencare a una a una le colpe degli ebrei e la loro inevitabile condanna…”   Per quanto riguarda invece il film Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, uscito nel 2004, si tratta, forse, di una pellicola che ha cambiato il modo di fare cinema, almeno per quanto riguarda gli action movies nell’uso delle immagini, delle inserzioni, dei ralenti.                                                                                                    

Per quanto riguarda The Passion sicuramente bisogna dire che è costruito mettendo in evidenza la sola sofferenza fisica. Poi capisco la critica di Furio Colombo perché in effetti Mel Gibson dopo il film pronunciò frasi francamente antisemite. Per quanto riguarda Michael Moore bisogna dire che ha sempre avuto uno sguardo critico sulla società americana ed è sempre stato un regista provocatorio.                                                             

In questi giorni ci sono manifestazioni di studenti in tutte le università, anche alla Columbia University. A novembre ci saranno le elezioni per il Presidente. In genere gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti in queste circostanze prendono posizione e organizzano iniziative. Come si sono organizzate e quali iniziative stanno facendo “le voci del dissenso” – per usare un’espressione di Fiamma Arditi di qualche tempo fa in un suo libro Fazi – Le voci del dissenso – che in genere sono voci non allineate che raccontano un’altra America, quella creativa, desiderosa di pace e che cerca di combattere con l’arte e con l’impegno civile quello che una volta veniva definito l’imperialismo di molti suoi governanti?                                                 

Io credo che sia importante dare voce a qualunque tipo di dissenso, che si possa criticare senza problemi il governo di Benjamin Netanyahu, ma non accetto l’idea che dalla critica al governo Netanyahu si passi antisemitismo.                                                                                       

Grazie Antonio. Alla prossima!

                                                                                                  Francesco Neri

Francesco Neri è giornalista professionista dal 2002. Ha frequentato la scuola di giornalismo della Luiss di Roma. Ha lavorato come redattore per la casa editrice Editalia, per il quotidiano Il Manifesto, per Il Diario della settimana di Enrico Deaglio, per le pagine romane del quotidiano La Stampa, per l’agenzia Adnkronos. Collaboratore della rivista online Transizione.net. Docente a contratto presso l’università La Sapienza. E’ stato direttore responsabile del giornale POLIZIA E DEMOCRAZIA, versione cartacea e online. Ha lavorato e lavora per la RAI, Giornale radioUnomattinaBallaròLa Grande StoriaCaterpillar estate, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. E’ inoltre autore Rai, televisivo e radiofonico, e conduttore delle trasmissioni della Rai  Passioni  e  Vite che non sono la tua  in onda su Rai Radio Tre. Ha curato il volume Dal nostro inviato, uscito da Editori Riuniti e ristampato da Bulzoni. Ha firmato, insieme al magistrato Catello Maresca, il libro uscito da Garzanti  L’ultimo bunker, la storia della cattura del capo dei capi del clan dei Casalesi Michele Zagaria, successivamente raccontata in televisione dalla trasmissione  La tredicesima ora di Carlo Lucarelli e dalla fiction televisiva di Rai Uno Sotto copertura 2.

Musica Randagia: la playlist di maggio

Bombino, Tamikrest, Amadou & Mariam, Les Mamans du Congo, Oumou Sangaré, Sophie Hunger e altri per un’ora di Musica Randagia.

La playlist di musica randagia

I musicisti:

Addict Ameba è un collettivo musicale con base a Milano. Mescola afro, ethno jazz, rock psichedelico e musica latina;

Bombino, nigerino di etnia tuareg, è tra gli esponenti più celebrati della musica che viene dall’Africa subsahariana;

Tamikrest, gruppo di desert blues del Mali. In tamasheq, la lingua tuareg, Tamikrest significa unione, alleanza, connessione, ma anche futuro.

Chalart58 & Harny Roots, dj e musicisti di reggae e dub da Barcellona;

Amadou & Mariam sono conosciuti in tutta l’Africa Occidentale come la coppia dei musicisti ciechi del Mali. Blues, ritmi cubani, indiani e afro funky;

Les Mamans du Congo sono un progetto che nasce dall’incontro delle ninnananna Bantu con la musica elettronica e l’hip hop;

Ebo Taylor, esponente dell’afrobeat ghanese;

Manu Chao, francese di genitori spagnoli. Punk, ritmi latini, digressioni pop e contaminazioni linguistiche (francese, inglese, spagnolo, arabo e “portognolo”, un ibrido di confine tra lo spagnolo e il portoghese);

Owiny Sigoma Band, progetto nato dall’incontro di musicisti londinesi e keniani;

Oumou Sangaré, cantautrice maliana, considerata una delle voci più influenti del continente africano per il messaggio a sostegno dell’emancipazione femminile;

Oren Ambarchi, Johan Bertheling and Andreas Werliin, chitarra australiana, basso e percussioni svedesi;

Bonga, leggenda angolana, militante per l’indipendenza del suo Paese, mescola musica tradizionale e samba;

Sophie Hunger, cantautrice svizzero-tedesca.

Buon ascolto!

Intervista a Gian Arturo Ferrari autore di “La storia se ne frega dell’onore” (Marsilio Lucciole), di Cristina Marra e Gigi Agnano

Per oltre mezzo secolo Gian Arturo Ferrari, classe 1944, si è occupato di editoria, lavorando in ruoli apicali nelle più importanti case editrici italiane, da Boringhieri a Rizzoli a Mondadori. Dalla conclusione della sua lunga carriera di editore ha scritto tre libri, due romanzi e un saggio.

L’ultimo suo lavoro è un giallo, dal titolo “La storia se ne frega dell’onore”, edito da Marsilio nella collana Lucciole. E’ una storia dedicata all’editoria degli anni del fascismo, in cui un direttore editoriale si trova tra le mani un manoscritto scottante che ne segnerà il destino.

Gian Arturo Ferrari, benvenuto e grazie di essere su Il Randagio. Docente universitario, direttore dei Libri Mondadori, editorialista e scrittore, possiamo considerarla un randagio doc?

Nonostante la mia ragguardevole età, io sono nella scrittura un neofita, ho cominciato
molto tardi e mi sono aggirato tra vari generi: il romanzo memoir, il saggio, l’esposizione
para accademica e adesso il giallo. Quindi sì in questo senso sono un randagio.

Come mai per questo libro ha scelto il genere giallo e l’ambientazione in un periodo
storico così complesso per l’editoria come il Ventennio fascista?

Perché il genere giallo è una struttura narrativa semplice e agli occhi del pubblico
garantita. Nel senso che il giallo ha sempre una soluzione. Quanto al 1936, anno in cui è
ambientato il mio libro, a me è sempre piaciuto perché è l’anno sull’orlo del precipizio. Il
fascismo nel 1936 ha raggiunto il suo culmine, con la vittoria in Etiopia e la prossima
vittoria in Spagna, ma è alla vigilia del redde rationem e della disfatta.

Quanto si è divertito e quanto sotto certi aspetti è stato difficile uccidere nella finzione un direttore editoriale?

Il mio direttore editoriale Luigi Bassetti è una figura senza ombre, a differenza di tutti gli
altri. Forse anche un po’ troppo. Non è stato particolarmente difficile fargli fare la fine che
fa ma bisogna dire che, nella realtà del romanzo, è una figura di supporto alla vera
protagonista Donatella Modiano che proprio per essere la protagonista è molto più
articolata. Io sono stato un direttore editoriale molto più complicato del Bassetti.

Nella Storia i libri hanno sempre avuto un ruolo importante e a volte determinante.
Hanno fatto paura, sono stati necessari e ne hanno anche cambiato le sorti. In “La
storia se ne frega dell’onore” sono i libri a giocare il triplo ruolo di vittima, carnefice
e detective?

Il libro deLa storia se ne frega dell’onore non è propriamente parlando un libro. E’ un
manoscritto o per essere più precisi un dattiloscritto. Ed è proprio intorno al fatto che
debba o non debba, possa o non possa diventare un libro che si gioca tutta la trama.

Tradimento e onore, senso di colpa e sospetti, una doppia indagine, l’uomo di Roma
e Donatella. Il doppio ricorre in tutto il romanzo. Ognuno dei suoi personaggi ha un segreto, un doppio volto? 

La figura doppia per eccellenza è la protagonista, Donatella Modiano. E insieme con lei quello che solo alla fine si scopre essere una sorta di coprotagonista e cioè l’assistente del commissario che indaga. E’ vero che nel corso del romanzo i ruoli cambiano: vittima e carnefice sono ruoli, funzioni e non personaggi fissi.

Che ruolo giocano i sentimenti?

Un ruolo centrale, come è nella vita reale. Lo sviluppo dell’azione è tutto determinato da
moventi sentimentali.

Parliamo di Strega? Anche quest’anno la polemica sui giurati che non leggono i libri
in concorso. Ammesso che è umanamente impossibile leggerli tutti, può un addetto
ai lavori giudicare correttamente un libro dopo averne letto poche pagine, o,
diciamo così, “a naso”? Secondo me sì. Lei cosa ne pensa?

Per quanto mi riguarda io sono stato abituato per anni e anni a valutare i libri leggendone
una ventina di pagine. E mantengo questa abitudine e questo metodo anche ora che non
devo più decidere se pubblicarli o meno. E’ una questione di esperienza. Più se ne ha più
rapidamente si decide. Nella selezione per il Premio Strega non ho mai avuto difficoltà a
formarmi una chiara opinione su tutti i libri in concorso.

Un autore che vorrebbe si leggesse di più e uno irrinunciabile da suggerire ai lettori
del Randagio?

L’irrinunciabile è Vita e Destino di Vasilij Grossman uno dei libri più importanti dei nostri tempi. Quelli che vorrei fossero letti molto di più sono più o meno tutti dai classici greci fino ai gialli migliori.

Letteratura colta e business. Qualcuno dice che il mercato abbia preso il sopravvento sulla qualità. Vige ancora la regola per cui se un libro è buono avrà successo? Non pensa che in Italia ci sia troppa letteratura d’intrattenimento e che troppi autori scrivano già pensando al film o alla serie tv?

L’editoria ha sempre avuto a che fare con il mercato cioè con gli acquirenti che sono poi i lettori. Senza acquirenti non c’è editoria, dato che i libri non sono né scritti né letti da puri spiriti ma da uomini in carne ed ossa. La lagna sul fatto che ahimè sta prevalendo il mercato è completamente senza senso. Non è mai esistita una regola secondo la quale i libri buoni hanno comunque successo. Almeno nel senso più comune di successo, cioè nel breve periodo, sono
centinaia i libri misconosciuti alla loro uscita. Il successo vero e proprio è la durata nel
tempo, un processo lungo che si può apprezzare con il metro dei decenni se non dei
secoli.

Anni fa ebbe a scrivere parole molto dure sul declino dell’editoria italiana. Intravede un’inversione di tendenza o la situazione è addirittura peggiorata?

L’editoria italiana è un’industria come tutte le altre. Più piccola certamente ma simile a tutte le altre. Da questo punto di vista non ci sono oscillazioni violente perché coloro i quali leggono in Italia si approvvigionano sempre del loro cibo preferito. Dal punto di vista invece della peculiarità del suo prodotto, il libro, vi sono delle consistenti variazioni. I libri che prevalgono oggi sono libri esperienziali e giovanilisti. Il livello reale di qualità lo stabilirà la storia. 

Tra i tanti incontri della sua vita c’è stato quello con Philip Roth. Come giudica il colpo dí Adelphi di averne acquisito i diritti?

Adelphi ha fatto benissimo. Philip Roth è stato un grandissimo scrittore. Coraggioso,
testardo, veramente spregiudicato. E’ stato il primo a parlare e scrivere di molte cose di cui
non si era mai parlato né scritto. I suoi due grandi temi, il sesso e la morte non erano mai
stati affrontati così spietatamente. Ecco, Roth è un autore che sicuramente supererà la
prova del tempo.

Cristina Marra e Gigi Agnano

Poesia in danza, di Serena Cirillo

Pensare che una coreografia sia scaturita da poesia contemporanea è commovente, ancor più quando si comprendono le tematiche per esperienza vissuta, per radici comuni e per il richiamo ancestrale della propria terra, lo stesso che ha ispirato il poeta Vittorio Bodini e il coreografo Fredy Franzutti, direttore del Balletto del Sud. Leccese, da sempre attento alla cultura e alle tradizioni della sua terra e, più in generale, del suo Sud, ha portato in scena la creazione più fortemente intrisa dell’humus delle sue origini. 

Si tratta della coreografia “La luna dei Borboni”, ispirata dall’omonima raccolta di poesie, pubblicata nel 1952, del grande scrittore, traduttore, giornalista, poeta Vittorio Bodini, suo conterraneo e fondatore, nel 1932, del “Futurblocco leccese”, vivace movimento futurista locale. La poesia di Bodini parla, in modo struggente e appassionato, di un Sud immobile, indifferente persino all’unità d’Italia, incatenato ai suoi riti e tradizioni, coraggioso nel suo dolore e tenace nella speranza. Un Sud in cui i riti pagani si mescolano e si fondono con una cristianità severa che permea il contesto sociale e condiziona la vita quotidiana. La continua attrazione tematica del sud e la dimensione memoriale allontanano Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza.

Ma l’estremo lembo di terra nel quale il poeta ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti “Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.” Supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante, uno dei più rappresentativi di quella linea meridionale che da molti critici è stata definita una delle intuizioni più suggestive del nostro secondo novecento letterario.

Vittorio Bodini

Ciò che caratterizza la poesia, e più in generale il pensiero di Bodini, è la sua concezione del Sud, con mille contraddizioni, le tante difficoltà, i molteplici limiti, ma anche con l’irresistibile fascino ed il fortissimo richiamo; una sorta di attrazione-avversione, di odi et amo, una denuncia tanto sincera quanto dolorosa della situazione del Sud e della sua gente. E’ una poesia dai forti contrasti, e in ogni verso il poeta mostra l’ambivalenza nei confronti della sua terra e racconta il suo Sud metafisicamente sospeso in una tristezza schiacciata dal tempo che sembra essersi fermato.

“La luna dei Borboni 

Col suo viso sfregiato tornerà 

Sulle case di tufo, sui balconi.

Sbigottiranno il gufo delle Scalze

E i gerani – la pianta dei cornuti – 

E noi, quieti fantasmi,

discorreremo dell’unità d’Italia”

Le stesse suggestioni vengono evocate dalla coreografia di Franzutti, che tramuta in movimento le parole del poeta e dà loro vita mediante il corpo dei ballerini che la realizzano. Per questa produzione che l’artista ha creato in esclusiva per la sua compagnia,  “Il balletto del Sud”, il Maestro ha usato il linguaggio moderno della danza contemporanea e del teatro-danza.

Lo spettacolo si apre con la voce fuori campo dell’attore Andrea Sirianni, che recita i versi di Bodini e subito trasporta il pubblico nell’atmosfera dell’epoca. Segue il passo a due dei primi ballerini, Nuria Salado Fusté e Matias Iaconianni, che descrive l’amore in tutte le sue fasi, passando dal romanticismo alla sensualità delicata che si fa via via più accentuata. Non mancano le crisi, le riprese e la frattura, l’epilogo finale dal lirismo potente affidato alle capacità drammatiche del collaudato sodalizio tra i due artisti. La forte teatralità, sebbene importante in una produzione del genere, non prende il sopravvento sulle capacità tecniche dei due protagonisti.

Il racconto muto del coro che li circonda narra la vita di un paese del sud, coi suoi rituali, col suo popolo, a volte entusiasta, a volte disperato, segnato da una vita dura che alterna speranza a rassegnazione. I volti parlano, i corpi comunicano al pubblico un caleidoscopio di sentimenti e sensazioni. E’ evidente nei pezzi dei solisti Ovidiu Chitanu e Christopher Vasquez, che ipnotizzano il pubblico con la loro plasticità. I musicisti dell’ensemble “Brancaleone Project”, Giuseppe Spedicato, Rocco Nigro e Giorgio Distante, sono presenti in scena, sullo sfondo, come unico elemento di un allestimento volutamente scarno come scarno era il sud del dopo guerra raccontato dal poeta. La musica, originale, composta per l’occasione da Rocco Nigro e Giuseppe Spedicato per fisarmonica e tromba, riprende le melodie delle feste di piazza dal sapore antico e nostalgico e delle processioni religiose. Ricordando motivi balcanici, ritmati e sensuali, comuni a tanta tradizione del nostro meridione, alternati da brani dall’atmosfera sognante alla maniera di Nino Rota, a suggerire qua e là elementi futuristi (corrente tanto cara a Bodini).

I linguaggi di poesia, teatro e danza, tenuti insieme dalla musica, si rincorrono tra loro, si intrecciano senza mai sovrapporsi e sono complementari, come ad esprimere la complessità della vita, fatta di tanti elementi uniti dalla forza dei sentimenti e della passione.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie