“L’attempato passeggero seduto accanto al finestrino sul lato nord di quella carrozza ferroviaria inesorabilmente in corsa, con un posto vuoto a fianco e due posti vuoti di fronte, altri non era che il professor Timofej Pnin. Mirabilmente calvo, abbronzato e rasato con cura, aveva un inizio piuttosto imponente, con la gran cupola brunita del cranio, gli occhiali cerchiati di tartaruga (che mascheravano un’infantile assenza di sopracciglia), il labbro superiore da primate, il collo solido e il torso muscoloso serrato in una giacca di tweed attillata, ma fine un po’ deludente, con due gambette sottili (al momento rivestite di flanella e accavallate) e due piedi dall’apparenza fragile, quasi femminei.
Le calze, cascanti, erano di lana scarlatta a losanghe lilla; le scarpe nere, tradizionali, gli erano costate più o meno quanto tutto il resto dell’abbigliamento (compresa la sgargiante cravatta da gorilla). Prima degli anni ’40, durante la compassata fase europea della sua vita, aveva sempre indossato mutande lunghe, con gli orli accuratamente infilati dentro quelli di impeccabili calzini di seta con la baguette, dai colori sobri, fermati da giarrettiere ai polpacci inguainati nel cotone.
In quei giorni, lasciar trapelare una fugace visione di quel candido indumento intimo tirando su più del dovuto una gamba dei calzoni sarebbe parso a Pnin non meno sconveniente che apparire davanti a una signora senza solino e cravatta; perfino quando accadeva che la malandata Mme Roux – concierge dello squallido caseggiato del XVI’ Arrondissement di Parigi dove Pnin, dopo essere fuggito dalla Russia leninizzata e aver completato gli studi universitari a Praga, aveva vissuto per quindici anni – saliva a riscuotere l’affitto in un momento in cui lui non indossava il faux-col, il verecondo Pnin ricopriva con mano pudica il bottone della camicia. Tutto questo era mutato radicalmente nell’impetuosa atmosfera del Nuovo Mondo. Oggi, a cinquantadue anni, Pnin andava pazzo per i bagni di sole, portava camicie e pantaloni sportivi, e quando accavallava le gambe esibiva studiatamente, deliberatamente, sfrontatamente un’ingentissima estensione di stinco nudo.
Così sarebbe potuto apparire a un compagno di viaggio; ma, se si eccettuano un soldato che dormiva a un’estremità e due donne completamente assorbite da un bambino all’estremità opposta, Pnin aveva la carrozza tutta per sé.”
Vladimir Nabokov: “Pnin”, traduzione Elena De Angeli (Adelphi)
Giornalista, scrittore, divulgatore scientifico e blogger, Massimo Polidoro è autore di tantissimi libri, è fondatore con Piero Angela del CICAP e in questo libro conversa col suo maestro sull’affascinante avventura nel mondo della conoscenza compiuta dal grande divulgatore scientifico.
Massimo benvenuto su Il randagio. Sei giornalista, scrittore, autore di teatro, bisogna avere una mente randagia per approcciarsi alla conoscenza? La scienza “cammina” con te in tutte le tue attività, quanto ti senti randagio e quanto lo era Piero Angela?
Ma certo, bisogna avere una mente curiosa. Quindi se per randagio intendiamo qualcuno che è molto curioso, senz’altro. Ci vuole tanta curiosità, tanto desiderio di scoprire cose che non si sanno, di farsi domande, di non accontentarsi magari di tante risposte, di voler andare a fondo delle cose, di non restare in superficie.
Sia Piero che io ci sentiamo moltissimo randagi, in questo senso di essere curiosi e di voler trovare risposte a tantissime domande che ci sono.
La meraviglia del tutto “sarà il libro della mia filosofia intesa come amore per la conoscenza” scrive Piero. Da una telefonata e le chiacchierate in cucina inizia questo viaggio nel suo pensiero sulla conoscenza?
Questo viaggio inizia proprio da una lunga amicizia che è andata avanti da quando avevo 18 anni per tutta la mia vita adulta e quindi sono stati 30 anni, 34 anni circa di amicizia molto stretta e di affetto che ci legava e quando appunto Piero mi ha proposto questo progetto per quando non ci fosse più stato è stata una grande emozione perché voleva condividere per la prima volta le sue idee su quello che aveva capito di tutti i suoi incontri con grandi menti straordinarie della scienza, della ricerca e sulla base di tutto quello che aveva capito provare a dare anche qualche risposta e esprimere anche le emozioni che lui prova di fronte a tante cose. Esprimere emozioni non è proprio la prima cosa che viene in mente quando si parla di scienza, ma in realtà proprio perché la scienza ci aiuta a capire e a trovare risposte a quelle che sono le domande più profonde degli esseri umani. Chi siamo? Da dove veniamo? Che cosa sarà di noi? Ecco, le emozioni sono ovviamente legate e non è un caso se traspaiano molto dal libro e l’ultima parola del libro proprio è l’emozione per eccellenza è amore. Ho fatto uno spoiler, mi spiace per chi non l’ha ancora letto, ma vedrà in quale contesto Piero Angela pronuncia questa parola.
Come si fa a conciliare conoscenza, razionalità e meraviglia?
Sono cose che si conciliano perfettamente perché se noi vogliamo conoscere, il primo moto, il primo movimento arriva proprio dalla meraviglia, dallo stupore, dalla sorpresa che si prova di fronte a tante cose straordinarie che ci circondano e che magari sembrano poco comprensibili. La razionalità è fondamentale a questo punto per capirle queste cose, perché se ci si basa solo sulla mente, sulle emozioni, sulle reazioni di pancia istintive non le si capisce, si trovano risposte rassicuranti, tentativi di risposte, ma non le si capisce e non si produce conoscenze. La razionalità che si concretizza in un metodo, quello della scienza, è fondamentale.
Il libro è uno scrigno di sapere ma è anche una raccolta di aneddoti e regala pagine in cui emerge la grande umanità di Piero Angela. Com’è stato per te che lo hai conosciuto per trentacinque anni, raccogliere tutto questo?
È stato un bellissimo regalo che mi ha fatto, nel senso che io come appunto si può capire sono sempre stato consapevole di avere a fianco una persona incredibile, straordinaria, geniale, unica come effettivamente Piero Angela è stato. Quindi ogni volta che c’era l’occasione io mi annotavo, registravo, prendevo nota delle cose che diceva, delle sue osservazioni. Poi quando abbiamo deciso di fare questo libro, allora è iniziato un rapporto ancora più mirato all’obiettivo di fare questo libro. Quindi le domande che facevo era tutto quanto registrato e documentato e lui mi ha condiviso tante cose che si era appuntato, tanti materiali che voleva in qualche modo uscissero da queste nostre conversazioni. Per me è stato un regalo enorme essere coinvolto in questo progetto unico e straordinario. E poi è stato un secondo regalo il fatto di scriverlo, questo libro, quando lui purtroppo non c’era più. Perché io per un altro anno dalla sua scomparsa mi sono trovato a confrontarmi con la sua voce, i suoi pensieri la sua presenza in video per mettere ordine alle centinaia di ore di conversazioni che abbiamo avuto e ogni giorno mi trovavo accanto a lui.
La musica e la letteratura sono molto presenti nel libro che è una lunga chiacchierata tra te e Piero. Che rapporto aveva con i libri e la musica?
I libri erano fondamentali per le sue ricerche, leggeva poca narrativa anche se non gli dispiaceva la fantascienza, come ad esempio i libri di Asimov o ”2001 odissea nello spazio” . La musica è stata la sua compagna di vita insieme alla scienza. Piero ha iniziato come pianista Jazz e poi ha intrapreso la sua carriera giornalistica. L’ultimo suo progetto era realizzare un disco di musica Jazz.
Io posso dire che quando l’ho conosciuto a casa sua mi ha fatto sentire qualcosa al pianoforte e l’ultima volta che ci siamo visti nel giugno del 2022 negli studi di SuperQuark , anche lì c’era sempre un pianoforte, mi ha fatto di nuovo sentire qualcosa. Quindi dall’inizio alla fine la musica è stata sempre presente.
“La morte è una grande scocciatura” scrive qual era la sua “ricetta” il suo elisir?
Il suo elisir era vivere una vita piena e usarla al meglio per comprendere, per condividere per arricchire le altre persone , lui era consapevole della finitezza della nostra vita ma la viveva in modo naturale ma aveva la consapevolezza di aver dato il suo contributo.
Massimo Polidoro con Cristina Marra
Da grande divulgatore Piero Angela ha fatto entrare la scienza e il metodo scientifico nelle nostre case. Tu stai portando la scienza a teatro, quale sarà il prossimo appuntamento a teatro?
Il teatro è un ambito dove magari la scienza entra poco, è entrata poco nel passato, ma dove invece c’è un pubblico che è particolarmente attento e interessato. Il mio desiderio, come del resto di Piero, era quello di raggiungere più persone. Possibilmente parlando di scienza. Non tanto parlando delle curiosità scientifiche, ma parlando del metodo, della mentalità, di come funziona il pensiero scientifico, che è una delle più grandi conquiste della nostra specie. E quindi rendere le persone il più possibile consapevoli di che cos’è, di come funziona, di quali sono i vantaggi, di quali sono anche i limiti della scienza. È un po’ l’obiettivo di Piero e che io ovviamente ho fatto mio da sempre. Il teatro mi sembrava uno di quegli ambiti dove c’era spazio per portare un po’ di scienza. L’ho fatto quest’anno con una rassegna di incontri che si chiama La scatola di Archimede, dove incontravo ricercatrici, scienziati famosi, Gamba soprattutto,e raccontare il loro lavoro e il lavoro della ricerca nei loro ambiti. E naturalmente il titolo La scatola di Archimede era un altro omaggio a Piero perché aveva scritto 50 anni fa un libro che si chiamava La vasca di Archimede e questa rassegna riprende un po’ quell’idea di dove stiamo andando, dove sta andando il nostro mondo. E quindi ho fatto questi incontri così come scommessa, come prova per vedere come sarebbero andati e la risposta è stata estremamente positiva. Il teatro sempre pieno, tante persone che tornavano tutte le volte, partecipavano a questi incontri e volevano sentir parlare di scienza in questa maniera. Perché poi, come Piero ci ha insegnato, è una maniera che coniuga da una parte il rigore dei fatti scientifici, ma dall’altra anche l’accessibilità della comunicazione di chi sa parlare a un pubblico profano e lo sa fare magari in una maniera che è anche piacevole. Le serate a teatro erano davvero quasi serate teatrali che comprendevano la musica di Nadio Marenko, uno straordinario fisarmonicista, ha fatto gli ultimi dischi di Guccini, un grande produttore, un grande musicista in giro per tutto il mondo e che ogni sera a teatro aiutava a introdurre gli argomenti suonando le sue straordinarie musiche o anche dei pezzi famosi, conosciuti, però interpretati con la fisarmonica che crea un’atmosfera molto particolare. Poi c’erano i momenti di umorismo, insieme a Francesco Lancia e Chiara Galeazzi, che ci aiutavano a concludere la serata anche con un sorriso, anche avendo parlato di argomenti seri e a volte anche in qualche caso che riguardano crisi ed emergenze che il nostro pianeta sta e deve affrontare, la nostra specie soprattutto deve affrontare. Poi l’altro progetto che ho lanciato quest’anno e che tornerà nell’autunno e nell’inverno e inizierà addirittura a girare un po’ in tutta Italia, è uno spettacolo dedicato a Charles Darwin, che ho scritto insieme a Telmo Pievani, che tutti conosciamo, biologo, naturalista, evoluzionista e tra i massimi esperti della figura di Darwin. Portare Darwin a teatro, raccontare non solo come ha raggiunto la sua scoperta, che è affascinante, ma anche che cosa significa questa scoperta della teoria dell’evoluzione per tutti noi, per ciascuno di noi, è assolutamente fondamentale per capire il nostro posto nel mondo, nell’universo e risponde ancora una volta a quelle domande profonde che tutti noi ci facciamo, da dove veniamo e chi siamo e che cosa probabilmente sarà di noi. Quindi ritorna tutto, come vedi, è tutto legato. E non vedo l’ora di ritornare perché l’esperienza del teatro è molto emozionante, a differenza dei video che fai sui social. A differenza della televisione o dei libri che scrivi. Andare a teatro vuol dire presentare qualcosa in maniera diretta a un pubblico che ha delle reazioni istantanee e tu le vedi, le senti. Lo senti il pubblico di fronte alle cose che dici, le cose che fa, le reazioni che ha, gli applausi che poi arrivano alla fine, i commenti delle persone che ti avvicinano alla fine di uno spettacolo, magari emozionate per quello che hanno sentito, è veramente un’esperienza che non vedo l’ora di ripetere.
Con la presentazione del libro “ Palestina Israele ” di Mario Capanna e Luciano Neri edito da Mimesis si inaugura la rassegna di eventi letterari organizzata dalla rivista letteraria Il Randagio (www.ilrandagiorivista.com) a Napoli. L’incontro alla presenza dei due autori, con gli interventi di Luigi de Magistris e Omar Suleiman si svolgerà alla libreria Raffaello giovedì 16 maggio alle ore 18,00 e sarà introdotto da Cristina Marra e moderato da Amedeo Borzillo.
Con “Israele Palestina” Mario Capanna e Luciano Neri riportano la loro esperienza diretta dalla Cisgiordania, da Gaza e da Israele, privi dei condizionamenti della propaganda occidentale. Un viaggio iniziato ormai oltre cinquant’anni fa, negli anni Settanta, che ha portato a incontri, relazioni e preziose testimonianze dai Territori Occupati. Documentando in modo rigoroso e con numerose fotografie le responsabilità nella mancata soluzione del conflitto, gli autori mostrano con chiarezza che l’unica alternativa a una guerra che sembra destinata a durare in eterno è la pacifica creazione di un vero Stato palestinese che possa convivere con quello di Israele.
“CAMMINI A SUD – sentieri, tratturi, storie, leggende genti e popoli del Mezzogiorno”, già alla sua II edizione, 270 pp., Giannini Editore, Napoli, con introduzione di Fulvia Ambrosino e postfazione di Francesco Saverio Coppola, è un’opera che sta meritatamente destando un vivo interesse nel pubblico ed un’apprezzabile diffusione anche all’estero.
L’opera si inserirebbe in un filone già sperimentato da vari autori italiani e stranieri, però quella di Corvino si differenzia dalle altre per originalità perché è soprattutto un itinerario spirituale alla ricerca di se stesso e dei valori ricevuti in eredità e che la maggior parte di noi ha sottovalutato o dimenticato. La sua ricerca persegue un’innegabile espansione verso l’«infinito»; nel contempo è anche una riscoperta geografica, storico-antropologica, economica e filosofica condotta con tale lievità da rendere la narrazione piacevole ed interessante ad ogni passo.
Spinto da furor eroticus bruniano o da élan vital bergsoniano (scelga ognuno), Antonio Corvino, economista, scrittore, saggista e poeta originario di Melendugno, sotto la canicola di agosto, intraprende a piedi «per agra» un lungo e avventuroso pellegrinaggio nell’alta Puglia per raggiungere Monte San Michele sul Gargano da cui sembra diramarsi una rete di percorsi mistici che approdano in più punti dell’Italia, dell’Europa e dell’Asia, aventi come punto di riferimento proprio quei templi in cui venivano adorate antiche divinità pagane sostituite poi dall’Arcangelo vittorioso.
Nel suo viaggio, nel contempo reale e ideale – giusto per non allontanarsi dalla lezione di Niccolò Cusano, secondo cui vi è la «coincidentia oppositorum»– viene accompagnato virtualmente da uno «scazzamurrieddhru» e da uno «sciacuddhri». Sono autentici elfi del Sud che fungono quasi da numi tutelari e conferiscono al racconto quel tanto di magismo in una «terra magica in cui tutto è possibile». Però l’Autore è teso a scoprire tanto l’«Universo» o l’universalità attraverso le manifestazioni particolari, quanto l’«infinito», scrutando e contemplando il circoscritto, cosa che si può cogliere solo con un’osservazione attenta e diretta. Insomma, al riparo dai roghi ecclesiastici, anela alla «mens super omnia» attraverso la «mens insita omnibus», secondo la visione panteistica dell‘eretico (?) nolano arso vivo a Campo dei Fiori.
Concluso il viaggio sul Gargano, s’inoltra a Ovest, attraversa la «terra degli anarchici» e dei «Briganti», fino a spingersi sul «sentiero degli dei», ammirando la maestosità dei monti, godendo della pace dei boschi. Attraverso racconti e testimonianze della gente del luogo (ma anche guardando i resti archeologici) scopre l’essenza delle popolazioni indigene che pure vantavano grandi architetti, grandi ingegneri e coraggiosi uomini d’arme. Ma gli storiografi li hanno sempre frettolosamente liquidati (e a volte persino ignorati) per precipitarsi sul carro di una Roma vincitrice e facendo a gara per magnificare la virtus romana. Tali popoli (Osci, Sanniti, Irpini, Dauni, Peceuti) pur vinti in battaglia dall’impero Romano, orgogliosamente non rinunciarono alla propria identità, ai propri trascorsi, alla propria cultura, tanto che Roma, per non tenerseli eternamente nemici, concesse loro persino la facoltà di coniare moneta, così come farà per la Brentesion messapica.
Proprio a Sepino (prov. di Campobasso), viene a conoscenza che il primo scopritore della penicillina non è Alessandro Fleming, come ci è stato tramandato dai libri scolastici, ma lo scienziato Vincenzo Tiberio di Sepino; anche per lui valse il “nemo propheta…” e non essendo il Tiberio né milanese, né francese, né tedesco, né americano, non ebbe alcun riconoscimento, anzi la sua figura sarebbe sprofondata nella damnatio memoriae, se qualcuno orgoglioso della propria terra, delle proprie origini e della propria gente non ne avesse conservato il ricordo. Per sua fortuna Vincenzo Tiberio (per usare un ‘espressione di Sandro Pertini) non «è stato suicidato» come qualcuno osa (?) sospettare sia avvenuto per il dott. Giuseppe De Donno, colpevole (?) di aver trovato un rimedio efficace contro il Covid 19 fuori dai protocolli delle multinazionali, così come qualche secolo prima aveva fatto Edward Jenner per la lotta contro il vaiolo.
Se stanno così le cose, a nulla serve scrivere Apologie paradossiche – come fece il Ferrari – o ricordare che Giordano Bruno era di Nola o che Antonio Serra, Antonio Genovesi, Giuseppe Palmieri erano del Sud o che la Scuola Salernitana è stata all’avanguardia nella medicina… quando qualcuno molto interessato si ostina a considerare ed etichettare il Meridione come terra di cittadini di serie B(ignoranti, nullafacenti, assistiti e piagnoni!) e s’impegna a diffondere il suo verbo in cerca di consensi. Per questo Corvino, autodefinendosi ironicamente un «don Chisciotte», auspica che vi siano altrettanti don Chisciotte per lottare contro i mulini a vento dei luoghi comuni artatamente inventati e per il riscatto delle terre e della gente del Sud ricche, oltre che di storia e di monumenti, anche di menti che… scappano all’estero, lasciando al Meridione solo ‘la crema’ della mediocrità servile e irregimentata in ogni campo, emarginando “dovutamente” qualche “eretico” che non ha voluto svendere il proprio pensiero ed ha avuto l’impudenza di rimanerci.
Pur prestandosi a vari livelli e a varie sfaccettature di lettura, il lavoro risulta di per sé di facile accessibilità, ma nel contempo di notevole spessore culturale e profondità intellettuale.
Piacevole è la descrizione dei luoghi, in genere con brevi, rapidi ed efficaci tratti di pennello, capaci però di elevarsi in momenti lirici.
Corvino ci fa riscoprire «le terre di mezzo», ossia quelle che, a torto, vengono considerate periferie, i cui popoli, un tempo prevalentemente dediti all’agricoltura e alla pastorizia, con intelligenza e un duro lavoro, con l’annuale la transumanza attraverso i tratturi hanno contribuito alla crescita, morale, spirituale, culturale, scientifica e artistica delle loro terre, ora dimenticate e decimate da un modernismo senza prospettive e senza meta, inneggiante agli spettacoli stucchevoli e soprattutto al dio-denaro e ci si è dimenticati del valore più importante senza il quale tutto il resto si disfa come i castelli di sabbia: l’Uomo! Corvino auspica (ovviamente mutatis mutandis!) che si rivitalizzino i borghi ora abbandonati, sia dato nuovo vigore alla terra e alla pastorizia che sostentano e sostengono tutte le attività umane in perfetto equilibrio ed armonia con la naturaperché, per dirla col pensiero di Telesio, l’uomo è parte della natura, è egli stesso natura non diverso dalla materia che ha intorno a sé.
Interessante un breve passo di pag. 84: «E vi sentire felici di esservi arrampicati tra questi tratturi e di aver percorso questi sentieri. Perché d’incanto il vostro spirito si troverà in sintonia con lo spirito dell’Universo e la vostra intima religiosità in simbiosi con la dimensione mistica del creato.» E ancora prima, a pag. 69: «Il mondo non può sopravvivere dimenticando la storia e distruggendo il tessuto connettivo dei territori.»
L’efficace discorso di Corvino riesce a coinvolgere il lettore non solo nei suoi ragionamenti, ma anche nei sentimenti e nelle emozioni più personali.
Una delle intuizioni più felici di Corvino, proprio alla luce delle conoscenze storiche, è nell’indicazione di un recupero dell’identità Mediterranea (più che nord-europea, aggiungiamo!) Il che ci induce a pensare che la costruzione dell’attuale Europa Unita non sia stata realizzata nel migliore dei modi, anzi diciamo, sia pure col senno di poi, che rischia di somigliare più ad un’anacronistica rivisitazione del Sacro Romano Impero Franco e Germanico che non portò certo l’unità e la pace. Si ignora invece che, ancor prima, l’identità mediterranea costituiva il nocciolo delle civiltà che nel corso dei millenni ha portato, soprattutto nell’Italia meridionale e nelle isole, cambiamenti con conseguente crescita, ma col trascorrere dei secoli i benefici si sono riversati anche sui popoli del Nord con la diffusione culturale incisiva, anche se limitata, attraverso i monasteri.
Nell’attuale bailamme di “ragioni” e di “ricette” gridate attraverso i mass-media, di mondi virtuali che vorrebbero solo meravigliarci, stupirci o forse solo istupidirci, soppiantando il mondo reale, manca secondo Corvino un elemento (ma non solo secondo lui) essenziale: la «Poesia» e «Cammini a Sud» di Antonio Corvino è un’opera che, nella sua gradevolezza, va letta con molta attenzione: offre, infatti, notevoli spunti per quello che nella esagitata e schizofrenica società attuale sembra mancare al pari della poesia: una pacata riflessione.
Carlo Petrachi
Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori.
Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.
In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso.
Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi di cui “Cammini a Sud” è il primo ad essere stato pubblicato.
Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.
Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.
Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.
Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali. Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo.
Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.
Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.