Nuovi Randagi: Miran Bax (Massimo Anania) con “Notte isterica” (Morellini)

Miran Bax, pseudonimo di Massimo Anania, nasce nella nebbiosa periferia di Torino nel 1975.

Nel 2018 pubblica il romanzo “Autostop per la notte” (Miraggi Edizioni) che arriva in finale al premio “Pruno la” nel 2019 e riceve la menzione d’onore al premio “Tre colori” nel 2021.

Nel 2020 pubblica il romanzo “Tutto l’amore che manca” (Miraggi Edizioni).

Vince il premio letterario “Raccontami in 25 parole“ nel 2021 e nuovamente nel 2023, con lo pseudonimo di Miran Bax.

Il suo ultimo lavoro, del 2024, edito da Morellini, s’intitola “Notte isterica“.

Sinossi di “Notte isterica”

Ispirato a un fatto di cronaca torinese che nel 2011 ha fortemente scosso l’opinione pubblica nazionale, questo romanzo si snoda attraverso i racconti in prima persona di quattro personaggi

Mara ha sedici anni, è innamorata di Giuseppe e racconta la tanto attesa “prima volta”. Quando confida al fratello Giacomo di essere stata stuprata da due zingari, lui e alcuni amici organizzano una fiaccolata di solidarietà, con l’idea di radere al suolo il campo nomadi.

E mentre Debora, che ha assistito all’incendio dalla finestra di casa, deve fare i conti con la sua salute psichica, Steve, originario dell’Albania, mette in dubbio la sua appartenenza al gruppo e ne rinnega l’operato. Ma la voglia di andare via e di ricominciare è soffocata dalla paura di restare solo in un luogo in cui egli stesso è uno straniero.

Notte isterica è una lucida analisi del mondo contemporaneo: spietato, razzista e sempre pronto a giudicare.

Estratto di “Notte isterica” per il Randagio

“C’era un sacco di gente in strada, avevano i cartelli con delle scritte e gridavano: bruciamo tutto. Qualcuno aveva lanciato delle bombe incendiarie mentre altri appiccavano il fuoco. Altra gente invece scappava e le fiamme andavano alte nel cielo e le sentivo scoppiettare e ingrandirsi. Il fumo era nero e denso, offuscava la vista e saliva gonfiandosi e mischiandosi alle nuvole che cadevano a terra mentre tutto continuava a bruciare. Il giorno dopo c’era solo odore di fumo, di fango e di povertà nell’aria, la povertà più povera e disgraziata mai vista su questo pianeta. Che cosa poteva esserci di più povero al mondo? Non può esserci niente di più povero di un fazzoletto di terra senza luce, senza acqua e senza bagni dato alle fiamme in nome di un Dio, di un ideale o di chissà che diavolo. Il fatto è che non riesco a cancellare dalla mente le scene di quella sera, io ci provo ma non c’è niente da fare, mi tornano sempre in mente le fiamme, le urla, la gente che scappava e le sirene dei pompieri che non riuscivano ad avvicinarsi al fuoco per spegnerlo perché le persone avevano fatto gruppo e non li faceva passare.”

Intervista a Alberto Ravasio per “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera” (Quodlibet), di Gigi Agnano

Alla mia veneranda età capita raramente di sentirmi in soggezione con uno scrittore parecchio più giovane. Con Alberto Ravasio è stato un po’ diverso: innanzitutto perché è proprio bello e la bellezza mi pone subito in posizione d’inferiorità. Poi perché ha quest’aria imbronciata di uno sveglio da poco, anzi, più precisamente, di uno che tu hai la responsabilità di aver appena svegliato. In più ha una cultura mostruosa (sicuramente rispetto alla mia…), una lingua tutta sua, un parlato che è già letteratura con un accento nordico che ti fa sentire il più terrone della terra. Infine, perché lo considero l’incarnazione del “bravo scrittore”, essendo l’autore del libro più spiritoso che io abbia letto negli ultimi anni – il Guglielmo Sputacchiera di cui parleremo -, ma non so se dirglielo perché magari è tipo che non sai come reagisce ai complimenti. Insomma, c’ho provato a fargli delle domande – spero – un po’ inconsuete e mi auguro che non si sia annoiato a rispondermi. Di certo le risposte non annoieranno voi lettori, perchè dicono abbastanza dello spessore di questo poco più che trentenne, che è per me uno degli scrittori più interessanti del panorama letterario italiano.

Buongiorno, Alberto, innanzitutto come stai? Puoi dare ai nostri lettori una tua biografia in poche battute, magari alla maniera di Sputacchiera?

In realtà scrivo sempre nella stessa maniera, non adeguo la mia scrittura al contesto ma di solito adeguo la mia vita alle conseguenze della mia scrittura quando il contesto poi si incazza. 

Comunque se dovessi scrivere al volo una nota biografica in terza persona cesarea suonerebbe più o meno così: 

Alberto Ravasio (1990) vive e non lavora a Bergamo. Col suo primo romanzo, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, uscito nel 2022 per Quodlibet, non ha vinto il Premio Calvino e nemmeno il Premio Bergamo. Ha scritto e magari scriverà ancora su «il manifesto» e «Domani». 

Io partirei dall’editore di Guglielmo Sputacchiera perché recentemente Quodlibet è stata giudicata casa editrice dell’anno dall’Osservatorio sulla qualità dell’editoria. Tu com’è che sei finito da Quodlibet, come ti sei trovato e cosa ti piace di questa casa editrice?

Pubblicando soprattutto recuperi cioè morti, a Quodlibet non pensano di saperla troppo lunga su cosa può vendere e cosa no in base alla puzza che tira, perciò mi hanno preso un libro editorialmente assurdo fin dal titolo, mentre altrove probabilmente mi sarei preso, come tra l’altro era già successo nei dieci anni precedenti, solo diagnosi di psicosi canina e competentissimi pussavia. 

C’è un rimprovero che muoveresti all’ editoria italiana? E a te stesso come scrittore?

Invece di rimproverare l’editoria, cattiva o meno, rimprovererei gli scrittori di non parlare a sufficienza di editoria nel senso di non parlare apertamente di soldi in letteratura, di quanto prendono a libro, a pezzo, di quanto vendono, materializzando così un discorso che altrimenti è solo felicemente astratto per chi può permetterselo. 

Guglielmo Sputacchiera è un uomo senza qualità, “nato strano e cresciuto peggio”, che un giorno al risveglio si accorge di essere diventato donna. Inutile dire che si pensa subito al povero Gregor Samsa. Perché gli scrittori sono così attratti dal tema della trasformazione?

La trasformazione come espediente letterario mi sembra un buon uso del fantastico perché, tanto per citare Dostoevskij nella prefazione della Mite, una goccia di fantastico spesso potenzia il realismo, lo rende ancora più realistico. Non capisco invece chi, dopo i sei anni e mezzo, scrive di un mondo di elfe e principessi e intanto vive ancora coi suoi nel non magico mondo della disoccupazione. 

A questo proposito, Borges diceva che i suoi primi racconti erano stati “esercizi” in cui aveva provato ad essere Kafka. Buzzati, invece, com’è noto, non amava che i critici lo accostassero a Kafka, al punto da negare mentendo di averlo mai letto. Ti va di azzardare un confronto tra Gregor Samsa e Guglielmo Sputacchiera?

Kafka è così classico da essere diventato un aggettivo e io rispetto a lui sono solo l’ennesimo esordiente degli stracci. Ci vuole un minimo di senso delle proporzioni, mentre al giorno d’oggi, come ripete spesso mio zio cagapolenta, si è perso il rispetto, si dà del tu a tutti, persino ai classici e invece di dire «La penso come Aristotele» si dice «Aristotele la pensa come me e lotta insieme a noi per i diritti dei panda lesbici».

L’edizione greca di “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera

Perché dovunque si parli del tuo libro si dice di “personaggio fantozziano”? Non è una diminutio? Perché oggi quando uno scrittore costruisce le proprie architetture narrative su eros e porno, su ironia e comicità, si tende a pensare ad una letteratura di serie b? Non è un clamoroso errore?

Secondo Franco Cordelli Paolo Villaggio era il più grande scrittore comico italiano del Novecento e Paolo Villaggio era così confuso e felice che se lo portava in televisione per farglielo ripetere davanti al pubblico di casalinghe di Treviso e braccianti lucani. Di recente Giunta e Simonetti, forse citando Cordelli, hanno definito Alessandro Gori il più grande scrittore comico italiano, anche se prima di lui ci starebbe bene almeno Cavazzoni, giusto per anzianità, dunque direi che Fantozzi va sempre preso sul serio mentre la critica a volte un po’ sfotte. 

Peraltro tu affronti temi estremamente seri come la disoccupazione intellettuale, la condizione giovanile, la rivoluzione digitale – che sottrae tempo alla “vita vera”, che cambia il nostro modo di stare al mondo -, la pornodipendenza, la crisi della mascolinità, i rapporti genitori-figli… quanto è difficile introdurre delle tematiche “da saggio” in un romanzo di fantasia? 

Le digressioni saggistiche mi sembrano ormai le parti più significative dei romanzi più significativi perché la cosiddetta trama se la sono presa il cinema, le serie, e al romanzo resta il colpo d’occhio filosofico, la visione del mondo, esteriore e ovviamente interiore. Il miglior romanzo non è quello con la storia più avvincente, commovente, potente eccetera, ma quello dopo il quale vedi il mondo in un altro modo, è il romanzo che ti dà torto, che ti dà la colpa o anche solo dello stronzo finalmente. 

Sono curioso di sapere come t’immagini Sputacchiera transessualizzato dal punto di vista estetico. Sappiamo che ha un’invidiabile terza di reggiseno, che esce con i pantaloncini corti, che tende a sculettare e gli immigrati le fischiano dietro, ma, per esempio, com’è messa a peli sulle gambe? Deve radersi regolarmente? Diventa brufolosa quando ha il ciclo? A pensarci bene: ha il ciclo, potrebbe anche avere figli? 

Il problema della presenza o meno dell’utero nello Sputacchiera transessualizzato è stato motivo di rissa letteraria tra me e il mio amico Zandomeneghi, per i nemici Lo Zandomeneghi, massimo scrittore capalbiese di tutti i tempi. Zandomeneghi sostiene che lo Sputacchiera transessualizzato non ha l’utero perché non è una donna, è piuttosto l’incarnazione novocarnista dei desideri maschili eterosessuali pornograficamente modificati, mentre io sostengo che lo Sputacchiera transessualizzato è una donna a tutti gli effetti con tanto di utero e il motivo è molto semplice e egoista: volevo provare a scrivere un vero personaggio femminile per illudermi di poter capire le donne, non dico nella vita ma quantomeno nella presunta arte.  

Nell’ipotesi assurda in cui il transessualismo di Sputacchiera fosse determinato da un batterio devirilizzante, giochiamo ad immaginare un sequel in cui un contagio “depenizza” progressivamente tutti i maschi dell’orbe terraqueo…? Una specie di Cecità genitale… Azzardiamo un titolo? A me viene “Pene amaro”, ma non mi sembra un granchè…

In realtà Sputacchiera ha già vari non attesissimi seguiti che al momento esistono solo come appunti mentali nel mio cranio infelice e malpelo. Svelo giusto due titoli: La gravidanza di Guglielmo Sputacchiera e il postumo e mariano L’assunzione di Guglielmo Sputacchiera

E’ uscito recentemente un podcast di Massimo Recalcati dal titolo “La vita erotica”, con puntate del tipo “La sessualità umana è sempre perversa” oppure “Come si sceglie il proprio sesso”. Quali benefici trarrebbe Sputacchiera dall’ascolto del podcast, ammesso che qualcuno al mondo ne possa trarre benefici?

Recalcati è un lacanista notevole ma è anche il tipico intellettuale mediatico per bene, completamente nel giusto e completamente astratto, che è poi il problema di buona parte della sinistra italiana passata troppo allegramente da PPP a VVV, dalla tripla P di Pier Paolo Pasolini alla tripla V di Walter Veltroni. 

A dire il vero ne parlo malino solo per sfinimento domestico, mia madre lo cita di continuo, è il suo primo intercalare. «Come dice Recalcati dobbiamo volerci bene», «Come dice Recalcati dio esiste», «Come dice Recalcati porta fuori l’immondizia». Si è messa persino a leggere Lacan senza capirci niente ma dato che non ha mai capito troppo in generale non si è accorta della differenza.

 C’è stato un tempo in cui i giovani dicevano che non c’erano maestri. Poi sono arrivati i “cattivi maestri”. Oggi chi sono i “maestri” e quali sono i tuoi in campo letterario?

Al momento io, essendo ancora quasi giovane, dovrei comportarmi da illuso, da esaltato e la rivoluzione, diceva uno, comincia quando i ventenni si alleano coi settantenni per far fuori i cinquantenni. Ovviamente, causa disabilità economica, i trentenni di oggi sono i nuovi ventenni e in effetti, dentro e fuori dal testo, sono molto più d’accordo con Cavazzoni, Permunian, Moresco, Pecoraro, sempre giovani e sovversivi, che con buona parte dei quarantenni e cinquantenni prostituiti alla prudenza. 

Faccio un paio di esempi veloci per non cadere nell’ignavo e indefinito: in Giorni di collera e di annientamento Permunian, camuffato dietro il suo alter ego narrante Fifì, spara a sangue caldo su un pulmino di stagisti della Fondazione Mondadori e consegna alla redazione un sacchetto di merda d’autore, la sua, mentre nel Manualetto per la prossima vita Cavazzoni assolve semiseriamente la mafia, dicendo che se andasse al potere non sarebbe tanto peggio dello Stato, e soprattutto accusa il Campiello di avergli sfigurato la prostata. 

Ti capita mai di rileggere un libro? Se sì, mi dici quello più sgualcito?

Può forse capitare di leggere un brutto libro per caso o per amicizia, ma se lo rileggi, se perseveri, sei diabolico o peggio colluso. In tempi di pubblicazione universale mi verrebbe da dire che il vero esordio ormai è la riedizione e che degno di lettura è soltanto un libro che poi si merita anche una rilettura, non più per piacere ma per studio. Credo di aver riletto molto LolitaSeminario sulla gioventù e soprattutto Dostoevskij quando ero universitario e vergine, cioè fino alla settimana scorsa circa.

C’è una frase di Goethe che a me personalmente non è mai piaciuta (ma è assai probabile che non l’abbia capita…): “Guardati da ciò che desideri in gioventù perché l’otterrai nella maturità”. Tu che ne pensi? 

Nella maggior parte dei casi nessuno ottiene ciò che desidera e nel tempo ci si accorge che nemmeno il desiderio stesso era poi tanto nostro, perché non si desidera la roba d’altri, ma come scrive Girard, unico cattolico a cui avrei offerto un aperitivo eucaristico, si desidera il desiderio d’altri. Il desiderio dunque è in qualche modo sempre mediato, praticamente indotto, dalla famiglia familista, dal cattonazismo secolarizzato, dalla pornografia globale, dal cinema americanazzo, dal politicamente corrotto, dai vicini di casa e di social. 

Danza e Letteratura: “L’ultimo viaggio di Sindbad” e “Exodus”, l’esodo eterno come condizione esistenziale, di Serena Cirillo

Letteratura, cinema, teatro, ancora letteratura e infine danza. Una storia senza tempo che approda al mondo di oggi, trasferita dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo. La figura del marinaio Sindbad, fortunato avventuriero delle Mille e Una Notte, è sempre stata estremamente suggestiva, così il regista Maurizio Scaparro nel 2002 invita lo scrittore Erri de Luca a scriverci un’opera teatrale, e l’autore lo colloca nell’attualità.

Il Sindbad di De Luca è una reincarnazione mediterranea del personaggio di “Le Mille e una notte”, conosce del mare il bene e il male, la calma e la tempesta, la bellezza e i pericoli. Ha trasportato uomini e donne dall’Europa all’America nel primo novecento verso il sogno americano, ha visto la loro disperazione e intuito le loro speranze, ne ha accompagnato i desideri e le ambizioni. Oggi, ormai anziano, il moderno Caronte traghetta verso il sogno italiano, o europeo, i nuovi migranti, ben diversi da quelli del secolo scorso per condizioni di vita e obiettivi.

Traspare un altro tipo di disperazione, che l’autore tratteggia per tutta la narrazione attraverso i dialoghi tra Capitano e Nostromo, tra Capitano e passeggeri, e nei monologhi di Sindbad.  Nella prefazione Erri de Luca afferma: “Ho scritto di un Sindbad del Mediterraneo, un marinaio più insonne che immortale, e del mare degli emigranti italiani del 1900 inghiottiti vivi dalle Americhe. Qui Sindbad è all’ultimo viaggio. Trasporta migratori e migratrici verso il nostro occidente chiuso a filo spinato. Quest’opera con Sindbad è ancora affidata alla misericordia delle onde, che sono più ospitali della nostra terraferma.” Ha parole aspre come quelle del Capitano, Erri De Luca, dalle quali traspare tutta la drammaticità di una storia tragica, mai a lieto fine, di destini segnati e di un riscatto impossibile. Un testo scritto per il teatro che ha il ritmo di un racconto, intenso ed incisivo.

Testo duro, dissacrante, impietoso sin dalle prime parole. Il capitano della nave saluta i passeggeri dicendo: “Malvenuti a bordo. Per la durata della traversata resterete nella stiva. Sarà permesso di uscire un uomo alla volta e per un’ora al giorno. Nessuna donna esce. Ci sono satelliti che controllano pure quanti pidocchi abbiamo in testa. Chiaro?”. Il linguaggio del capitano e del marinaio che collabora è stringato, essenziale, crudo ai limiti della volgarità. I commenti dei passeggeri, caratterizzati dalla triste rassegnazione alla loro condizione di merce di scambio, ma allo stesso tempo dalla disperata speranza di approdare in un mondo migliore, sono di un realismo tragico e agghiacciante: “Io ho pagato per la libertà. Non importa come viaggio, mi possono infilare pure in una cassa da morto, basta che mi fanno sbarcare vivo”; o anche: “Mi sono imbarcato per non andare in guerra. Scappo dall’esercito che manda a combattere contro i nostri fratelli”. Lo stile è scarno, le frasi sono brevi, semplici ed essenziali, come se l’autore volesse sottolineare l’importanza del contenuto limitando al massimo la forma. 

L’argomento, tanto doloroso quanto attuale, è stato trasposto in danza, con tutta la sua tragicità, dai coreografi Mariana Porceddu ed Emiliano Pellisari e dai danzatori della compagnia NoGravity: Saverio Cifaldi, Anna Balestrieri, Luca Forgone e Lella Ghiabbi. Colpita dal testo di Erri De Luca, sensibile da sempre alla questione dei migranti, la coreografa e prima ballerina della compagnia ha ritenuto necessario apportare il suo contributo per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un problema che molti tendono ad ignorare o a liquidare in modo superficiale facendo ricorso a insulsi luoghi comuni. Così nasce “Exodus”, una creazione a quattro mani, struggente ed incisiva come la narrazione di De Luca, che descrive il viaggio iniziatico di qualsiasi essere umano e l’esodo eterno di ogni popolo che è stato costretto ad emigrare per cercare una vita migliore. Prima di mettere in scena la produzione, i due coreografi hanno consultato la bibliografia che ha usato Erri De Luca per “L’ultimo viaggio di Sindbad”, dall’Antico Testamento a “Uomini Vuoti” di T.S. Elliot, passando per “Le Metamorfosi” di Ovidio.

 La coreografia di NoGravity si apre con una massa indistinta di corpi sulla scena che sembrano tutti uguali, proprio per sottolineare l’esodo di un popolo simile ad un’onda di materia di cui ogni uomo è solo una piccola parte in balia del destino. In un gioco di specchi e simmetrie i corpi si staccano e si riattaccano tra loro creando essi stessi la scenografia. Dopo aver percorso, allegoricamente, il deserto, i corpi diventano una barca con cui varcare il mare, dalla quale ad un certo punto viene espulso il passeggero il cui sacrificio, secondo l’antica credenza, serve a far placare la tempesta (come accade nel testo di Erri De Luca). Poi i corpi diventano la balena che inghiotte il passeggero gettato in mare, con un chiaro richiamo a Giona il profeta,  e i passeggeri superstiti iniziano a recitare le preghiere come estremo gesto scaramantico tra il sacro e il profano. Le preghiere sono cristiane, ortodosse, ebraiche e musulmane, simbolo di uguaglianza di tutte le religioni di fronte all’universo e di fratellanza tra gli uomini a prescindere dal loro culto.  La performance dei danzatori-acrobati racconta una storia senza tempo, un viaggio di anime sospese, anime senza gravità che scorrono leggere sulla terra e si sussurrano storie nell’orecchio per restare vivi alla maniera di Sherazade in “Le mille e una notte”.

Contemporaneamente l’attore Moni Ovadia, presente sulla scena, recita brani da “Le Metamorfosi” di Ovidio che hanno dei riferimenti con la storia. Uno spettacolo intriso di cultura mediterranea, nel quale anche le musiche sono tradizionali, etniche, riproduzioni di quelle degli strumenti citati nell’Antico Testamento. Il finale è tragico, senza speranza, metafora di una condizione esistenziale che si ripete dalla notte dei tempi, che trasmette un messaggio diretto come  un grido di dolore per l’umanità intera.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Musica Randagia: la playlist di giugno 2024

Nusrat Fateh Ali Khan, Black Uhuru, N’gou Bagayoko, Tinariwen, Ryuichi Sakamoto e altri per la seconda playlist di Musica Randagia.

La playlist di musica randagia

I musicisti:

Super Deluxe, tra l’India e la Svezia, suonano reggae con influenze di musica indiana e un tocco di rock’n roll;

Popkulies & Rebecca, nati a Berlino nel 2006, si spostano nel sud della Francia, poi a Capo Verde, infine in Danimarca. Acustica fusa all’elettronica e la voce malinconica di Rebecca;

M.B.T’s Sound, Congo funky;

Hinds, duo rock al femminile di Madrid;

Nusrat Fateh Ali Khan, scomparso nel ’97, è il musicista pakistano più famoso al mondo grazie anche alle collaborazioni con Peter Gabriel e l’etichetta Real World. Cantante di qawwali, musica religiosa sufi;

Black Uhuru, gruppo reggae giamaicano nato nel 1972; progetto che nasce dall’incontro delle ninnananna Bantu con la musica elettronica e l’hip hop;

Sahra Halgan, cantante e attivista del Somaliland;

N’Gou Bagayoko, chitarrista del Sud-Est del Mali. In questo brano è accompagnato dalla moglie Nahawa Doumbia, una cantante molto popolare della regione Wassoulou;

Tinariwen, gruppo Tuareg, i cui musicisti vengono da Mali e Algeria. Suonano il Tishoumaren, un mix di musica tradizionale e blues;

Amir Perelman, cresciuto in Israele, fonde il Jazz con la tradizione indiana, armena e mediterranea;

Ryuichi Sakamoto, scomparso nel 2023, è molto probabilmente il più noto compositore giapponese, per la collaborazione con David Bowie e le numerose colonne sonore, tra cui L’ultimo imperatore e Il tè nel deserto;

David Sylvian, inglese, classe 1958, è stato il cantante dei Japan per poi intraprendere dal 1983 la carriera solista proponendo un’elettronica tra l’intimismo e l’avanguardia;

Majid Bekkas, Rachid Zeroual, African Gnaoua Blues, musica berbera del sud del Marocco.

Buon ascolto!

“Gaza” di Gad Lerner (Feltrinelli) e “Palestina Israele” di Mario Capanna e Luciano Neri (Mimesis): due libri in una recensione, di Amedeo Borzillo

Recensire due libri insieme non è usuale ma questi due “saggi” sulla questione israelo-palestinese e sulla guerra in atto in Palestina forse lo richiedono.

Un leader sessantottino (Mario Capanna)  mai pentito ed un giornalista (Gad Lerner) “sionista critico” ancora innamorato del suo Paese scrivono – mentre imperversa una guerra che ha assunto aspetti di rara brutalità, (36.000 morti e 90.000 feriti, paesi rasi al suolo, due milioni di palestinesi in fuga) – due diversi libri per arrivare ad una identica conclusione, condivisa da milioni di persone ma che ancora oggi viene ignorata dal Governo Israeliano e dai principali Governi del mondo occidentale. 

Fughiamo subito ogni dubbio sulla possibilità che siano “instant book” in quanto gli autori Capanna e Lerner sin dagli anni ’70 seguono le vicende della Palestina e di Israele in prima persona. 

I due autori sono stati entrambi partecipi, con ruoli di primo piano, del grande movimento giovanile che fu il ’68  (e gli anni successivi): Capanna da leader e Lerner da giornalista furono tra i primi a recarsi rispettivamente in Palestina ed Israele per portare solidarietà o semplicemente per capire e riferire a noi tutti cause e prospettive dello scontro in atto tra i due popoli.

Il libro di Capanna “Palestina e Israele” ha l’innegabile merito di storicizzare con date, eventi, Dichiarazioni e Risoluzioni ONU, Trattati di Pace stipulati e poi saltati, tutte le tappe che dal dopoguerra ad oggi hanno portato al 7 Ottobre ed alle terribili conseguenze, illustrandoci soprattutto le responsabilità israeliane e come le fazioni in campo palestinese giocassero ruoli e si ponessero obiettivi diversi. 

Il libro di Lerner “Gaza, Odio e amore per Israele” riesce, sia in chiave storico-politica sia in quella socio – antropologica, e  con gli occhi di un ebreo, a spiegarci come si sia arrivati ad un Governo in Israele che massacra un popolo, costruisce muri e semina rancori perenni,  indifferente al discredito ed isolamento internazionale cui le atrocità commesse lo stanno condannando.

Due analisi che viaggiano in parallelo e che in grandissima parte si integrano in una comune visione sia delle cause che delle possibili soluzioni.

I due autori infatti  alla condivisa condanna della Organizzazione politica Hamas e della strage del 7  Ottobre, aggiungono le stesse considerazioni, analizzandone genesi e cause che hanno decretato lo sviluppo e la popolarità fino all’egemonia di questo movimento a Gaza, e individuando dall’altro canto le precise responsabilità anche dirette nei Governi che si sono succeduti in Israele dalla fine degli anni ’80 in funzione anti Fatah.

“La lugubre popolarità di cui gode Hamas dacchè il suo popolo è divenuto oggetto di una vera e propria carneficina non mi ha fatto cambiare idea e resto convinto che Hamas sia una serpe in seno, nata e cresciuta tra i palestinesi , capace di esaltarli mentre li conduce alla rovina” (Gad Lerner).

Sia Lerner che Capanna hanno avuto precisi riferimenti: Alexander Langer il  primo e Yasser Arafat il secondo: un pacifista e ambientalista italiano e l’uomo dell’accordo di Oslo nel 1993. Entrambi perseguirono tenacemente l’obiettivo della Pace in Palestina senza riuscire a vederlo realizzato.

Sia Lerner che Capanna, nello scrivere i due libri,  hanno ripreso in mano i loro vecchi scritti riportandone considerazioni ancora attuali e ricordandoci che da quasi cinquant’anni è stato tutto un susseguirsi di errori e di assenze del mondo occidentale nel prendere decisioni e nel pretenderne il rispetto. Entrambi ritengono che lo svilimento del ruolo dell’ONU di cui Israele ha ignorato le Risoluzioni ha privato il mondo intero dell’autorevolezza di una figura internazionale, cui aderiscono 193 Paesi, e che resta  l’unica voce  riconosciuta a dirimere controversie tra Stati.

“il fatto spaventevole è che oggi non c’è parvenza di legalità internazionale e a dominare è la prepotenza del più forte. E’ questo il motivo per cui la guerra prospera e il mondo sta bruciando tra tensioni crescenti.” (Mario Capanna).

In occasione della presentazione organizzata da “il Randagio” del libro di Mario Capanna e di quella alla libreria Feltrinelli del libro di Gad Lerner,  che si sono susseguite nel giro di pochi giorni a Napoli, Il Randagio ha posto agli autori le stesse due domande: cosa fare nell’immediato e quale può essere la soluzione di questo secolare conflitto.

Ebbene, partendo da presupposti diversi, da storie diverse, entrambi ci hanno risposto allo stesso modo: CESSARE IL FUOCO subito e in prospettiva creare le basi per la costituzione di un vero Stato Palestinese che conviva pacificamente con quello di Israele. 

Per dirla con Bertold Brecht, “è la semplicità che è difficile a farsi”.  Ma è l’unica strada da percorrere.

Amedeo Borzillo