Marco Vitruvio Pollione: “Architettura” (Rizzoli, trad. Silvio Ferri), di Sonia Di Furia

Quando Marco Vitruvio Pollione, architetto romano del I sec. a.C., scrisse e dedicò il trattato “De Architectura” all’imperatore Cesare Augusto, si stava ideando una nuova strutturazione urbana della città di Roma, che fosse adeguata ai suoi compiti di grande capitale, in un momento storico in cui la costruzione degli edifici di maggior rilievo dimostrava l’enorme disponibilità di denaro, materiali e manodopera di cui poteva disporre l’autorità pubblica.

Il testo viene qui proposto nella preziosa edizione BUR Rizzoli, classici greci e latini, anticipata da un’approfondita introduzione dell’insigne archeologo classico Stefano Maggi e presentata, tradotta e commentata dallo studioso del mondo antico e della storia dell’arte greca e romana Silvio Ferri. L’architettura e l’urbanistica sono tra le attività umane più legate alle strutture e agli organismi sociali e politici: lo sono state soprattutto nel mondo antico. Oggi tale legame tende a non essere più così stretto, pur rimanendo prioritaria la gestione del problema urbanistico – architettonico.  

Se si vogliono comprendere le società che ci hanno preceduto o persino il quadro della vita attuale, è necessaria una vera e propria archeologia dei tempi moderni e contemporanei. Non si tratta di ricostruire il passato in quanto tale, ma piuttosto di rinnovare una relazione tra forma e società. Nel mondo romano, più che nel mondo moderno, lo Stato modella lo spazio urbano secondo le proprie strutture ideologiche. Il potere è in grado di definire e dichiarare la propria ideologia politica anche attraverso architetture e complessi architettonici in cui si riconosca. Alla politica governativa, che enfatizza l’impegno nei servizi pubblici per creare un’impressione di solidità e ricchezza e di interesse e protezione nei confronti del cittadino, si associa in questo modo quella delle classi elevate che esprimono così il loro appoggio all’impero, in nome del mantenimento di un equilibrio da cui esse stesse traevano la sicurezza del loro ruolo.

 Non dobbiamo però pensare a un’immagine esclusivamente monumentale di Roma: i grandi complessi emergono entro il tessuto articolato e vario dell’edilizia residenziale, della complessità della rete viaria e dei servizi pubblici più minuti (botteghe, fontane, latrine). Il complesso dei fori imperiali rappresenta la massima emergenza urbanistica della capitale dell’impero, ma tutta Roma viene caratterizzata, nell’arco di tempo che vide la loro realizzazione, da edifici che per il loro alto valore rappresentativo ne definirono l’immagine grandiosa destinata a durare nei secoli.

Nel tentativo di sistematizzare una materia contraddittoria ed estremamente varia, Vitruvio tratta di templi e teatri, di piazze e ginnasi, di porti e case private; stabilisce relazioni tra le misure del corpo umano e le dimensioni degli edifici e le loro proporzioni; esamina la formazione e la cultura dell’architetto, facendovi confluire più tradizioni; espone la sua teoria urbanistica della formazione della città, con la costruzione delle mura, la disposizione delle strade in funzione dei venti, la distribuzione degli spazi e degli edifici pubblici; dedica un intero capitolo all’idrologia e all’idraulica e l’ultimo alla meccanica.

In un primo momento Vitruvio non osa pubblicare i suoi “prolissi ed astrusi scritti sull’architettura”, come egli stesso li definisce, nel timore di incontrare il disappunto dell’imperatore, vedendo poi che egli ha cura, non solo del bene di tutti e dello Stato, ma anche degli edifici pubblici, stima che sia arrivato il momento di pubblicare l’opera. Questo trattato rimane l’unico di architettura antica a noi pervenuto e conserva intatto il fascino del passato, insieme al dibattito su chi pensa che l’architettura debba possedere regole ben definite e chi crede che si possa fare tutto sotto l’ispirazione della pura fantasia. Rimane la convinzione che pensare storicamente porta al recupero della dimensione umana del vivere, che è poi quello di cui ha bisogno una cultura che rischia di inseguire troppo i tecnicismi.

Così come già detto, per l’architettura e l’urbanistica, due facce della stessa realtà, non si tratta di riesumare l’esempio dell’antico, ma di considerare storicamente e criticamente una lezione che gli antichi sono ancora in grado di trasmetterci. Questo ha fatto un grande spirito moderno dell’architettura del secolo scorso, Le Corbusier, che visitando la città di Pompei guardò, fotografò, disegnò, annotò, ma soprattutto misurò. E poi scrisse: – Le misure sono la causa di questa bellezza – aggiungendo che la rilettura antiaccademica dell’antico gli aveva svelato i principi basilari della modernità. 

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Tsitsi Dangarembga: “Nevrosi” (trad. Stefano Pirone – Pidgin Edizioni), di Rita Mele

La soluzione è annullare il modo di pensare razzializzato e altri modi gerarchici basati su dati demografici come genere, sesso, religione, nazionalità e classe. E qualsiasi altra cosa che è stata e continua a essere gli elementi costitutivi dell’impero nel corso della storia e in tutto il mondo“.

Con il tuo lavoro, hai lottato contro ogni previsione, l’abbiamo visto, sei stata fermata, con ogni mezzo possibile, scrivendo, facendo film, facendo rumore per chi non ha voce e per la libertà di espressione nel tuo paese, lo Zimbabwe. Per favore, leggete la letteratura africana! Guardate oltre il vostro orizzonte. Siamo qui, siamo forti. Leggete cosa viene scritto nel continente. Non lasciate che questo rimanga un incidente isolato. Leggete libri africani”.

Ottobre 2021. Fiera del Libro di Francoforte. Consegna del Premio per la Pace. Scambio di battute ufficiali tra la scrittrice Tsitsi Dangarembga e la sua amica sociologa e scrittrice Auma Obama (sì, la sorellastra di Barack), che le ha consegnato il premio.

Scrittrice, regista, politica, Tsitsi Dangarembga è un personaggio straordinario. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina a Cambridge, nel 1983 si sperimenta con successo in gruppi teatrali universitari e nel 1985, subito dopo la laurea in psicologia ad Harare, intraprende la sua carriera di scrittrice con la prima pubblicazione di una raccolta di racconti, per poi andare a studiare cinema a Berlino.

Ritornata in Zimbabwe ad Harare nel 2000, pochi anni dopo, entra in politica. Da allora ha continuato a denunciare la situazione nel suo Paese, nel 2020 è stata arrestata nel corso di una protesta antigovernativa perché ‘armata’ di un cartello We want better reform our Institutions, condannata e dopo sei mesi assolta in appello. 

Seguendo Tsitsi nei suoi andirivieni biografici, tipici degli stati nevrotici, scopriamo che quando taglia il nastro dei suoi 28 anni, compie quel passo sensazionale, dissidente, trasgressivo che, oggi, la riporta sino a noi nella traduzione di Stefano Pirone: debutta nel mondo come autrice di “Nervous Conditions, il primo romanzo scritto in inglese da una donna nera dello Zimbabwe, che ancora dopo 30 anni dalla prima edizione, nel 2018, la BBC, nomina come uno dei 100 migliori libri che hanno plasmato il mondo. 

Che cosa fa accadere Tsitsi, narrando in “Io”, in quel suo primo libro di una altrettanto appassionata e prismatica trilogia a cui, per il momento, ha messo un punto nel 2020 con “This Mournable Body“?

Due decenni prima che lo Zimbabwe ottenesse l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il 18 aprile 1980, e mettesse fine al governo della minoranza bianca, quando ancora quello Stato dell’Africa orientale, senza mare, era Rhodesia meridionale, semplicemente Rhodesia, la tredicenne Tambudzai Sigauke inizia le scuole superiori. Sulle sue spalle riposano le speranze economiche dei suoi genitori, fratelli e sorelle e della famiglia allargata, e dentro di lei arde il desiderio di indipendenza. Una cronistoria di formazione con andate e ritorni nel tempo, in una terra oramai fuori dal tempo politico, eppure, con le radici culturali mai eradicate dal colonialismo e dall’imperialismo culturale. 

Nervous conditions“, oggi “Nevrosi“, traccia il viaggio di Tambu verso la sua individuazione femminile e la crescita della sua personalità in una nazione che si ritrova anch’essa ad individuarsi socialmente e politicamente, nello sforzo di cambiare ed emergere sulla scena internazionale. Tambu si presta, nel divenire della storia, a rispecchiare i tormenti intimi e familiari originati e accentuati dalla colonizzazione. Fin da piccola, Tambu è fatta sentire diversa dalla sua famiglia, tanto che la discriminazione razzista e sessista innestata dai colonizzatori con i loro modi da bianchi ha plasmato, corrotto, il modo in cui vede il mondo e sé stessa, e il modo in cui la sua gente (famiglia, amici, colleghi) la vede. I temi dell’alterità, della perdita del senso di sé, della sofferenza da migrazione di ritorno, della cesura culturale e sociale ancorché spaziale e temporale e del razzismo radicato formano la costellazione che prende forma nel racconto scandito, minuzioso e potente di Tsitsi Dangarembga, alias Tambu.

Le figure femminili che popolano le scene e i ritratti di famiglia che percorrono il racconto sono numerose e dai densi profili che lasciamo scoprire ai lettori di Nevrosi. Due le protagoniste, forse l’una l’altra faccia dell’altra: Tambu, appunto, che incarna il desiderio di migliorare la propria condizione di ragazza del villaggio e di donna, attraverso l’istruzione ‘bianca’ che tutto consente solo se vuole, di cui presto ne vedrà le crepe che le daranno una sensazione crescente di soffocamento, sino a pensare con sospetto che, forse c’è qualcosa che non va in quella dinamica colonizzatori-colonizzati. 

Nyasha, la cugina ‘bianchizzata’ di Tambu, è la ragazza che soffre per la migrazione di ritorno. Ha difficoltà a reintegrarsi in quella società rhodesiana così diversa da quella che aveva sperimentato in Inghilterra dove i genitori si sono trasferiti per molti anni. La terra africana delle radici ritrovata da Nyasha diventa traumatica a tal punto da scontrarsi duramente con il padre e porre in essere strategie di evitamento, estraneamento e allontanamento sino a trovare rifugio fatale nell’anoressia.

Qui il mal d’Africa è tutt’altro che quello degli esotici viaggiatori. Corrisponde piuttosto al senso del titolo Nervous Conditions preso in prestito dall’introduzione di Jean-Paul Sartre a I dannati della terra di Frantz Fanon: 

La ‘condizione nervosa’ del nativo è una funzione di atteggiamenti che si rafforzano a vicenda tra colonizzatori e colonizzati che condannano i colonizzati a ciò che equivale a un disturbo psicologico.

Nevrosi, che torna in Italia grazie all’editore napoletano PIDGIN, è un libro semibiografico che descrive e anticipa i moti psichici che accompagneranno l’autrice lungo il corso della sua vita, in un caleidoscopio di affetti, nostalgia, isolamento, desiderio, bisogno di riscatto e tensione verso la libertà, non già solo liberazione.

Il talento di Dangarembga è proprio quello di aver preso la sua autobiografia e averla trasformata in un romanzo tanto poliedrico quanto altamente realistico, popolato di personaggi e di altrettanti profili psicologici, maschili e femminili, ognuno a proprio modo ‘danneggiati’ dall’interferenza straniera e dal sessismo. Sebbene le sue donne non sfidino apertamente e non rovescino i sistemi repressivi, non incidano una volta per tutte sui modi di pensare prevalenti, la loro forza e il loro successo sembrano essere radicati nel desiderio incrollabile di avere successo dove altri hanno fallito.

Al punto che neanche la morte di una persona cara può fermarle, anzi apre per loro passaggi nuovi seppur contraddittori…ma questo lo lasciamo scoprire ai lettori e alle lettrici di Nevrosi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Laura Acero: “Donne della nebbia” (Ventanas Edizioni, trad. Serena Bianchi), di Valeria Jacobacci

“Ci sistemiamo nelle sala da pranzo della casa, una grande tavola di legno su cui dispongo il materiale, e ci sediamo sulle panche, assi di legno in bilico su alcuni mattoni e casse di birra.”

Dopo un lungo percorso in auto un gruppo di donne, attraversata una parte del Pàramo di Sumapaz, in Colombia, arriva nel luogo deputato per un laboratorio di scrittura molto particolare. Sono donne avvolte nella nebbia, donne della nebbia, come recita il titolo del romanzo.

Il Pàramo di Sumapaz è infatti una regione pianeggiante in mezzo alle Ande, a venti chilometri da Santa Fé, semi inesplorata, ricca di un fascino di sacralità, dovuta anche a un clima dominato dalle escursioni termiche, gelo e pioggia con improvvise schiarite, sullo scenario di una laguna ritagliata nell’azzurro abbacinante, in alto, a mille metri sul livello del mare, in  mezzo alle montagne. Chi sono queste donne?

Il titolo originale del romanzo è “La paramera”. La donna che abita questo paesaggio è figlia della natura selvaggia che la circonda, ma figlia sofferente e ribelle, ansiosa di scavalcare il limite e darsela a gambe. Non è nella psiche di tutti la voglia di varcare il confine alla ricerca della libertà? Se lo è per tutti, in questo romanzo si tocca con mano l’allarme che sa di disperazione, uno stato di allerta. Senza contare la situazione politica –  immersa da sempre nelle guerre civili che strappano i figli alle madri, che scaraventano i corpi di rivoluzionari di infinite rivoluzioni  (memorabile quella del non lontano 2005),  nell’Iconanzo, un suggestivo burrone dentro un canyon senza fondo – qui è soprattutto l’isolamento del territorio a creare il clima claustrofobico che riempie gli uomini di follia. L’immenso spazio è circoscritto, la vastità non serve a niente se non si scorge la via di fuga. Non sono però gli uomini ad accorgersi di tutto questo ma le donne. Perché?

Probabilmente è l’essere madri, corpi addetti al ciclo della riproduzione, a rendere le donne più esasperate e quindi consapevoli, determinate. La maternità è trappola e salvezza contemporaneamente. Lo sente la protagonista della storia, una giovane professoressa, laureata all’università di Bogotà, altruisticamente protesa verso le sorelle, contadine, offuscate dalla nebbia di una vita isolata, nella realtà primordiale della solitudine. Lo sentono tutte, protese più o meno consapevolmente alla conoscenza, perché della conoscenza si tratta.

L’originale laboratorio di scrittura costringe la prof a percorrere parecchi chilometri per realizzare il progetto, affidando il figlio di appena sette mesi al marito, affettuoso e comprensivo, ben diverso dai compagni delle altre donne del gruppo. Il proprio corpo le ricorda ogni paio d’ore di essere madre, le esigenze del neonato le riempiono il seno di latte. Il rapporto con il corpo è difficilissimo per lei, non per le sue allieve, anni luce lontane dai problemi delle donne occidentali degli Stati Uniti o della vecchia Europa,  immerse nel mondo del lavoro, al quale hanno dato la precedenza assoluta su tutto, in particolare sulla maternità. L’assurdo è nel fatto che questa ostacolante maternità  è l’unico bene prezioso. Questo le donne del laboratorio di scrittura non lo sanno e forse non lo sapranno mai.

La più simile alla prof è Adriana, spregiudicata, tenace, pronta a cogliere la prima occasione per fuggire all’incubo del compagno ottuso e assillante con il suo bisogno di sesso. Adriana fa il bagno nella laguna durante una breve sosta del tragitto in macchina verso il luogo della riunione letteraria.  Un bagno fisico e allegorico. La prof ammira il corpo nudo stillante acqua gelida, il groviglio dei capelli bagnati e le gambe robuste e forti. Niente di esile in questi corpi di donne andine, niente personaggi eterei.

L’unica astrazione è la scuola di scrittura che dovrà servire come psicanalisi per indurre a raccontare l’indicibile e il mai raccontato: esercizio psicanalitico alla ricerca almeno della consapevolezza di sé. La libertà nasce appunto da questo. Il torbido di quello che Freud definisce “inconscio” sta nella condizione originaria della creatura umana, che tutto riconduce al sesso. Nelle civiltà occidentali un tortuoso cammino ha portato a dissotterrare quell’ascia di guerra che in mezzo alle Ande è ben in chiaro. Qui fra le montagne gli uomini sono dei bruti. Sono rozzi e ignari,  non possono nascondersi perché non immaginano di doverlo fare. Per questi uomini quasi non c’è differenza fra donne ed esemplari femminili di altre specie: servono a sfogare l’impellenza dell’istinto. Non essendo completamente allo stato primitivo, a volte cantano ballate romantiche, ispirate ai fuorilegge o a chi tale è considerato, chi può saperlo.

Tuttavia la civiltà, se così vogliamo definirla, si fa sentire nonostante, in qualche modo si è sempre fatta sentire: la cultura è il passaporto per una vita diversa. Non tutto quello che è ferino lo è fino in fondo, tutto e tutti possono cambiare, benché essere scaraventati nel burrone sia davvero orribile. L’autista Albeiro trasporta le donne con il suo mezzo sgangherato verso il laboratorio, e loro arrivano, e cominciano a raccontare le loro storie. Raccontano di gravidanze a tredici anni, di botte, di soprusi, di amplessi sopportati. L’istinto è potente. L’essere donna è la carta vincente. Le donne sono abituate ad avere figli che alleveranno da sole, perché gli uomini le abbandonano invariabilmente, secondo la loro natura. L’amore materno spalanca gli orizzonti e mette in chiaro la strada da seguire. La cultura legata al cibo, la coltivazione e la sua preparazione sono il segno della vita che continua. La voglia di vivere viene da lì. E’ forse per questo che due forze uguali e contrarie si sfidano in questo mondo primitivo. La corsa verso la conquista della libertà, oltre i confini delle montagne – scuola, università, altre lingue e altri mondi – da una parte, e bellezza di paesaggi, odori e sapori di una terra fantastica, istinti travolgenti,  la sacralità della madre e del suo corpo, dall’altra. Se il maschio nel suo istinto è bestiale anche la femmina lo è. Se la natura selvatica del Pàramo è crudele, la sua bellezza è sacra, affascinante e indimenticabile, come un paesaggio magico o stregonesco. Allontanarsene porta la nostalgia ancor prima di partire. Chi passerà le montagne? Lo faranno i libri. Come afferma l’autrice colombiana,  Laura Acero, dalla non lontana Università: “la letteratura non deve essere un saggio con note a pié di pagina” .

Le storie di donne sono tutt’altro che rare nel nostro attuale panorama letterario,  gli scaffali delle librerie ne sono pieni. La lotta per affermare diritti delle donne sempre negati s’imbatte oggi nell’incredibile realtà dei continui femminicidi, proprio nel moderno mondo occidentale, e proprio nel nostro avanzato paese. In più, i fantasmi del passato risorgono nel mondo arabo, gli uomini coprono le donne con spessi drappi di stoffa, terrorizzati all’idea che possano sfuggire al controllo. Non è un problema geografico. Forse è un problema antropologico? Religioso? Psicanalitico? La prima cosa che s’impedisce alle donne in quel tipo di mondo è l’istruzione. Proibito alle donne andare a scuola. Nel Pàramo nasce invece un laboratorio di scrittura. Va bene. E’ da qui che si parte e si riparte. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Intervista a Erica Mou per “Una cosa per la quale mi odierai” (Fandango, 2024), di Gabriele Torchetti

Chissà quante volte Erica Mou si sarà sentita definire “artista poliedrica.” Vorremmo trovare altre parole, ma ci riesce difficile. La sua carriera, infatti, è un intreccio di forme d’arte che si alimentano a vicenda: dalla musica alla letteratura, dal teatro al cinema. Erica, infatti, è una cantautrice affermata che porta la sua sensibilità musicale nella narrativa e sembra sempre capace di trasformare ogni esperienza in un racconto, in una canzone, in una storia.

In questa intervista ci parla del percorso che l’ha portata a scrivere Una cosa per la quale mi odierai, un romanzo intenso, intimo, che affonda le radici nelle sue vicende personali e che siamo certi toccherà il cuore di molti lettori.

Ciao Erica, grazie per questa intervista “randagia”. Facciamo un bel salto indietro nel tempo e torniamo ai tuoi 18 anni, ho ritrovato una tua vecchia intervista per Tgcom24 che intenerisce e fa sorridere, questo è un piccolo estratto: “Dico sempre che scrivo canzoni “per non uccidere nessuno”, ed è la verità! mi sfogo e in un certo senso “esorcizzo” ciò che ho dentro, ognuno trova la sua strada per farlo.” A distanza di tanti anni ti rifaccio la stessa domanda: perché scrivi?

Scrivo ancora per non uccidere, forse, ma anche per amare. Scrivendo tutto diventa più intenso, viene condiviso e dunque acquista un peso, una dimensione, una profondità. Soprattutto però è una faccenda d’istinto, di necessità.

Il tuo percorso professionale ha avuto sempre un punto di contatto con le altre arti: il cinema, il teatro e la letteratura. Soffermiamoci un attimo proprio su quest’ultimo. Sei forse una delle poche cantautrici ad aver scritto canzoni appositamente per un libro: “La strada del ritorno è sempre più breve” e “Adesso” per gli omonimi romanzi di Valentina Farinaccio e Chiara Gamberale. E infine “Madre”, il tuo ultimo singolo che è colonna sonora di “Una cosa per la quale mi odierai”. Come sono nate queste commistioni tra letteratura e musica?

Con Valentina Farinaccio e Chiara Gamberale è stato come scrivere musica per un film. Leggendo i loro romanzi mi lasciavo guidare delle immagini che evocavano e che ho musicato, come fosse cinema. Sono state due esperienze uniche. Per “Madre” e “Una cosa per la quale mi odierai” invece la storia è diversa, canzone e libro si sono influenzati a vicenda, fanno parte dello stesso racconto ed è stato proprio lo scrivere quella canzone che ha dato l’avvio alla scrittura del romanzo che avevo in cantiere da tanti anni.

Nel mare c’è la sete” è il tuo sorprendente romanzo d’esordio: chi legge accompagna Maria (io narrante) nelle 24 ore di una giornata, un breve arco temporale per una scelta cruciale. Com’è nata questa storia e quanto di te c’è nella protagonista rispetto alle tue canzoni?

Credo che il primo spunto per questa storia, nella mia mente, sia stato proprio il finale. Ho immaginato l’ultima pagina del libro e mi sono chiesta quali potessero essere le ragioni che potevano portare la protagonista a vivere quel momento in quel posto. Un altro spunto è venuto dalle poesie che intervallano le pagine, scritti che avevo raccolto nel tempo e che diventano una sorta di collezione per Maria che, inevitabilmente, in molte cose mi somiglia.

Come dici bene durante le presentazioni dal vivo “Una cosa per la quale mi odierai” è in realtà una grande dichiarazione d’amore per tua madre

Sì e mi piace che un testo così pieno di amore contenga, nel titolo, il suo opposto. Penso che i sentimenti, all’apice della loro forza, si contaminino con il loro contrario. Così come si somigliano l’inizio e la fine della vita, cosa che sta al centro di queste pagine.

E’ quasi impossibile non abbracciare e condividere il tuo dolore, il vostro dolore. Quanto è stato difficile per te mettersi completamente a nudo con un libro così intimo e privato?

È stato sorprendentemente facile, naturale. Ho scritto questo libro seguendo un flusso che aspettava da dieci anni che una diga crollasse. Sono molto commossa dal fatto che una storia così personale stia diventando, per molti lettori, un racconto in cui identificarsi.

Cerchi” è il titolo del tuo prossimo album e nello stesso tempo èun concept presente nella narrazione del libro, nove mesi per accompagnare e lasciar andare via la persona più amata e nove mesi per accogliere una nuova vita probabilmente a sua volta la più amata. Cosa rappresentano questi cerchi nella tua scrittura e nella tua vita?

Sono lo scorrere del tempo, un tragitto che non segue per forza una linearità ma nel quale cose simili ritornano trovandoci però diversi, creando simmetrie inattese, seguendo il movimento della natura, dell’universo. L’album racconterà tante storie di questo tipo. Sono già usciti i singoli “Madre” che citavamo prima e “La festa del santo” nel quale la circolarità del tempo è scandita dal ritorno, anno dopo anno, di una festa di paese in cui sorprendersi diversi, nell’immutabilità dell’evento.

Faccio un piccolo spoiler alle amiche e agli amici del Randagio, questo libro è forse uno dei più commoventi che abbia mai letto. Si piange e molto. Ma si ride anche e molto, perché se c’è una cosa che non manca nella tua famiglia è proprio l’allegria. E allora rimaniamo nel mood della spensieratezza, che commento sagace avrebbe potuto fare Lucia leggendo “Una cosa per la quale mi odierai”?

Hai fatto bene a scrivere quello che ti pare, tanto io sono morta, che mi importa!

Un’ultima cosa” è uno spettacolo bellissimo con la regia di Teresa Ludovico. In scena tu e Concita De Gregorio. Com’è lavorare con un’intellettuale con uno spessore così detonante?

È come stare vicino al fuoco, riscaldarsi, rimanere ipnotizzati, provare a rubarne una scintilla. Sono molto orgogliosa del lavoro che stiamo portando in teatro da diversi anni ormai e sono certa che, senza quel testo, quella regia, quella ispirazione e soprattutto senza i nostri discorsi fuori scena, anche questo mio nuovo romanzo non esisterebbe.

Ultima domanda, questa volta per davvero. Qual è l’ultimo libro che hai amato profondamente?

“L’età fragile” di Donatella Di Pietrantonio, come tutto quello che scrive.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Danza e Letteratura: “Il rosso e il nero”, di Serena Cirillo

Romanzo storico potente, importante e denso, che descrive la società francese nel 1830, lo stesso anno della sua pubblicazione, in costante equilibrio tra satira politico-sociale e introspezione psicologica. La trama prende spunto da un fatto di cronaca, l’affaire Berthet, accaduto nel 1827 in un paesino della Francia, dove Il figlio di un maniscalco aveva ucciso la sua amante, moglie del notaio del paese. Stendhal riprende e arricchisce l’episodio rendendolo un romanzo storico a sfondo sociale ricco di tematiche collaterali. Racconta l’ascesa della borghesia nascente, l’odio di classe, i privilegi della nobiltà e le manifestazioni di un’energia popolare che la società conservatrice della restaurazione reprime. Il rosso e il nero descrive con realismo la struttura sociale della Francia immediatamente precedente la rivoluzione del 1830, i contrasti tra Parigi e provincia, borghesia e nobiltà, gesuiti e giansenisti.

L’analisi psicologica è profonda e dettagliata. L’autore tratteggia un affresco della società reazionaria post-napoleonica mostrando le ambizioni, il cinismo e l’ipocrisia di cui si nutrono quotidianamente i rapporti umani. Secondo Nietzsche Stendhal è l’ultimo dei grandi psicologi francesi. Il protagonista di questo romanzo, Julien Sorel, diventa oggetto di uno studio vero e proprio: ambizione, amore, passato…tutto viene analizzato. Il lettore segue costantemente i meandri del suo pensiero e di quelle delle due donne che lo amano, lo scrittore mette a nudo un caleidoscopio di emozioni, sensazioni e sentimenti. Com’è possibile tradurre in balletto un romanzo così lungo e denso? Il coreografo tedesco Uwe Scholz ci è riuscito, e ha creato nel 1988 l’omonimo balletto, rendendo in movimento un’opera letteraria di straordinaria intensità. Attualmente in scena al teatro dell’Opera di Roma, “Il rosso e il nero”, ripreso dal coreografo ripetitore Giovanni De Palma, già assistente del compianto maestro Scholtz, esprime tutta la forza di una storia di intrighi, passioni, struggimenti e turbamenti. 

Julien Sorel, ragazzo di provincia arido e arrivista, mosso da una sfrenata ambizione, tenta la scalata sociale grazie al suo innato talento unito alla determinazione, ma anche all’ipocrisia e gli inganni. Freddo e calcolatore, sembra riuscire nel suo intento fino a quando non viene travolto dalla passione che lo porta alla rovina. La stessa sorte tocca alla sua amante, Madame de Renal, madre dei ragazzi di cui Sorel è precettore. La donna vede la sua vita ideale di moglie di un notabile e madre devota, costruita sul castello di carte dei valori borghesi della Francia del 1830, anno in cui è stato pubblicato il romanzo, distrutta nel momento in cui decide di lasciarsi andare all’amore, prima casto e poi sensuale, che non aveva mai provato. Meno tragica, seppur ugualmente intrisa di disperazione, è l’evoluzione di Mathilde de la Mole, giovane a cui Sorel si lega, probabilmente per interesse, quando è costretto ad abbandonare la sua prima amante, Madame de Renal, in seguito allo scandalo suscitato dalla loro relazione clandestina.

L’atmosfera è a tratti fosca, a tratti idilliaca; la splendida musica di Berlioz, che sembra composta per l’occasione, accompagna perfettamente, crescendo e diminuendo, le varie fasi dell’introspezione psicologica dei personaggi, tutto il pathos dei sentimenti e i vari mutamenti di stato d’animo dei protagonisti. I numerosi e complessi monologhi interiori e i dialoghi, densi di drammaticità, sono tradotti in una coreografia piena di gestualità, estremamente narrativa, quasi cinematografica. Si può parlare di un vero e proprio romanzo ballato, un’opera in cui i movimenti illustrano non solo le parole, ma anche i pensieri, la psiche dei personaggi e tutti i loro mutamenti, la complessità dei rapporti, basati sull’ipocrisia, in una società di tradizione monarchica che assiste alla “pericolosa” ascesa della borghesia. 

Straordinaria la capacità comunicativa dei danzatori che interpretano i personaggi principali. Michele Satriano, Primo ballerino, dà corpo ad un Julien Sorel intenso, determinato ma allo stesso tempo disperato. Volto e corpo tesi ad esprimere minuto per minuto l’avvicendarsi di sensazioni ed emozioni, Satriano riesce a coniugare perfettamente l’abilità tecnica tipica del balletto classico con un’interpretazione da grande attore. L’étoile Rebecca Bianchi, nel ruolo di Madame de Rènal, dà prova di maestria e padronanza della scena quando, con leggiadria e competenza nell’esecuzione di variazioni e passi a due riesce a “raccontare” interi capitoli di un romanzo lungo e fitto di risvolti psicologici. La parte estremamente complessa di Mathilde de la Mole è affidata alla prima ballerina Marianna Suriano, che, accanto alla tecnica ineccepibile rivela eccellenti doti drammatiche. Passa dalla spensieratezza frivola della ragazza ricca e viziata, alla rabbia violenta dell’innamorata orgogliosa; dalla gioia della giovane donna che si abbandona all’amore, al dolore lancinante per la perdita del suo amato, che la porta alla follia. Le danze corali rispecchiano perfettamente lo stile di Uwe Scholz, che usa la ripetizione matematica delle combinazioni come si fa con la musica, e ciò rende la coreografia altamente tecnica e dinamica al tempo stesso.

Un balletto originale e poco rappresentato, diverso dal solito sia per la tematica introspettiva, sia perché vede protagonista un eroe tragico, un uomo col suo dramma personale e sociale e non un’eroina romantica come avviene nelle produzioni di repertorio. Ancora una volta il connubio tra danza e letteratura si rivela una scelta vincente.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie