Intervista a Silvia Ballestra per “Una notte nella casa delle fiabe” (Laterza, 2024), di Gabriele Torchetti

In questa intervista di Gabriele Torchetti, ripercorriamo con Silvia Ballestra alcuni dei momenti salienti della sua variegata carriera di romanziera, saggista e giornalista. Dall’incontro con Tondelli nel ‘90 e dal romanzo d’esordio Il compleanno dell’iguana o dall’iconico personaggio di Antò Lo Purk, passando attraverso memorie giovanili, riflessioni sull’evoluzione del ruolo delle donne e i saggi su Joyce Lussu, arriviamo al suo ultimo lavoro da poco in libreria con Laterza, Una notte nella casa delle fiabe, con il quale si conferma come una delle autrici più originali del panorama letterario italiano. Ci racconta In particolare del suo viaggio personale e intellettuale nel cuore dell’universo dei fratelli Grimm, offrendo interessanti spunti sulla sua evoluzione di scrittrice e intellettuale.​​​​​​​​​​​​​​​​

Ciao Silvia e benvenuta a Il randagio. Facciamo un bel salto temporale nel tempo e torniamo al tuo esordio letterario nel 1991 con Il compleanno dell’iguana. Antò Lo Purk è un ragazzo abruzzese a cui sta stretta la vita di provincia e sogna il successo lontano da Montesilvano, arriva a Bologna e persino a Berlino, ma questo successo sembra non arrivare mai. In una vecchia intervista hai definito i personaggi del libro come frustrati e perdenti, in qualche modo allora ti sei riconosciuta anche tu in quello stato d’animo. A distanza di tantissimi anni, che ricordi hai di quel periodo e come ti senti oggi? Ti capita mai di ripensare a quegli scapestrati degli Antò, dove te li immagini adesso?

    Ciao, grazie. In realtà non mi capita spesso di ripensare agli Antò letterari, più di frequente e proprio in questi giorni in cui ricorre il trentennale mi è capitato di rivedere scene del film che è stato tratto anni dopo e che ho scoperto essere diventato, lentamente, un cult per una generazione successiva. Non ne sapevo niente perché all’epoca non c’erano i social e perché è stato un fenomeno molto del centro Italia (credo romano, oltre che abruzzese). Stando a Milano non ne avevo avuto notizia. Inoltre il libro – i libri, visto che erano due – non vengono ripubblicati da un bel po’ (l’ultima edizione credo risalga al 2005 per Einaudi, da allora niente più ristampe) per cui anche nella mia vita sono rimasti indietro rispetto ad altri libri e altri percorsi che nel frattempo ho intrapreso. Lavorando molto sulla ricerca, si va avanti. E in generale non sono incline a nostalgie o ripensamenti del passato. Frustrati di sicuro, perdenti non lo so. Ho completamente perso l’aggancio con quel periodo, con quel mondo, che era Bologna negli anni ’90. La città stessa è cambiata, l’università è cambiata, la realtà è completamente stata stravolta da internet, da certo conformismo, da fenomeni epocali come la pandemia con cui dobbiamo ancora fare i conti e da mille altri eventi come il diritto allo studio che è venuto meno. Quello che ahimè non è cambiato è che c’è sempre la guerra, oggi più di allora. Ma adesso le voci alternative, la controinformazione, le proteste, sono soffocate da un conformismo micidiale. Questo impatta anche sulla creatività e sullo sperimentalismo. Insomma, oggi non ci sarebbe posto per narratori di un certo tipo (vedi lo scouting di Tondelli), perché non c’è nessuno veramente interessato alla voce dei giovani, a fare spazio, a dare ascolto. Forse succede nella musica, e infatti i risultati si vedono, ma non nella letteratura.

    Comunque, visto che gli Antò si ispiravano anche a persone realmente esistenti (che vedo e seguo anche su facebook ahahaha), che dire? Veleggiano verso la sessantina, chi con figli e nipoti e chi no, alcuni sono rincoglioniti altri no, pochi hanno fatto carriera (non erano, per fortuna, programmati per questo), molti sono tornati in provincia e lì tirano avanti come tutti, come possono.

    Nel 2008 hai scritto Piove sul nostro amore. Una storia di donne, medici, aborti, predicatori e apprendisti stregoni, un libro inchiesta sulla legge 194: campagne elettorali contro l’aborto, propagande violente pro-life, mullah ipercattolici del movimento per la vita e tante storie di donne che hanno abortito tra umiliazioni e vessazioni. Se dovessero ripubblicarlo adesso, nel 2024, quali sarebbero le tue note aggiuntive?

    Non lo so, adesso su certi argomenti lascerei davvero la parola alle donne più giovani. Molti problemi posti dalla tecnica sono sul tavolo, in maniera ancora più complicata di prima. Mi sembra di poter dire comunque che in questo momento c’è una ripresa di consapevolezza. In generale, sull’argomento donne (se così si può dire), corpo delle donne, ruolo delle donne, rappresentanza politica eccetera, c’è ancora molto da lavorare ma bisogna farlo anche andando a riprendere un po’ di storia. Ci sono riflessioni, testi, storie, libri che non sono abbastanza noti, o che non si trovano più da anni. Sono parte di un patrimonio molto ricco e ancora “nuovo”, nel senso di fresco e alternativo, che è stato accantonato, tagliato fuori, oscurato, per mille motivi, come spesso succede con il sapere delle donne. 

    Joyce Lussu è sicuramente un punto cardine nella tua bibliografia: nel 1996 l’hai intervistata per il libro  Joyce L. Una vita contro. Diciannove conversazioni incise su un nastro, il cerchio si è chiuso con la biografia La SibillaVita di Joyce Lussu. Hai dedicato parole appassionate per lei: “è stata un tempo, un intero secolo, ed è stata un mondo”. Cosa ha rappresentato per te? Ha influito in qualche modo nella tua scrittura?

    Sulla scrittura intesa proprio come stile non so, lei ha scritto prevalentemente poesia e saggistica e si è misurata con l’autobiografia, con una scrittura molto bella e limpida. Di sicuro nella sua ironia rintraccio una certa marchigianità che potrebbe essere comune a molti parlanti e pensanti del nostro territorio, una verve dissacratoria e “gioiosamente aggressiva” (uso questa sua espressione che mi piace molto: esempio sì di come abbia influito, come dico nel libro mi accorgo subito quando uso sue parole!) che caratterizza soprattutto i suoi pamphlet degli anni ’70. Comunque, tanto per dirne una, l’anglopescarese degli Antò deriva dall’anglomarchigiano di Joyce riferito ai suoi avi inglesi. Così come Fabio di Vasto falsario è ispirato a Joyce falsaria durante la Resistenza.

    A proposito di sibille, di magie e incanti vari, è uscito da pochissimo Una notte nella casa delle fiabe, è una domanda che ti hanno già posto: “che c’entri tu con i Grimm”? 

    C’entro che c’era questa collana nuova di Laterza che prevede di mandare uno scrittore a passare una notte da qualche parte, nello specifico in un museo, e poi raccontarlo. Sono passata dal Grimmwelt, letteralmente il mondo dei fratelli Grimm di Kassel, e sono rimasta folgorata da questo museo costruito sulla lingua e sulle storie. Si è riattivata tutta una serie di ricordi, di letture fatte da piccola, di studi sulle lingue fatti all’università, di agganci con il presente, che mi hanno spinta a lavorare su una serie di piste suggerite proprio dalla visita al museo, che è un museo contemporaneo e vivo. Con opere d’arte legate a Documenta e un gran lavoro sulla filologia e sulle romantiche figure dei Grimm.

    Il libro è nato da un’avventura solitaria in Germania, hai passato una notte da sola in un museo tra le stanze dei fratelli Grimm, al Grimmwelt a Kassel. Che cosa è successo? 

    Eh eh, si sono animate alcune cose che normalmente ci sembrano inanimate. È un percorso tra parole, voci, lingue. Vi si parla di traduzioni, streghe, narratori e narratrici, del lavoro delle donne, delle riscritture delle storie. Di animali che parlano, di intellettuali impegnati che hanno perso il posto in Università per restare fedele al loro ideale di libertà. I Grimm sono stati degli studiosi formidabili, il loro lavoro è un monumento alla ricerca. E alla libertà, come peraltro ha magnificamente raccontato l’antropologa Laura Marchetti in vari suoi libri e anche in un discorso politico molto forte che riguarda le strade delle fiabe, che uniscono e favoriscono scambi.

    Il tuo saggio ha tre parole chiave: “Lingua”, “Strega”, “Scala”. Data la passione comune per la magia e l’incanto, vuoi dirci qualcosa in più su Strega?

    Aiuto, ci ho scritto mezzo libro! Diciamo che le streghe di cui si parla qui sono le stesse fate e sono le donne emarginate e silenziate, le vittime della caccia che per decenni ha insanguinato l’Europa nel periodo di più furiosa misoginia e isteria collettiva, le depositarie di antichi saperi cancellati dai poteri maschilisti e patriarcali (vedi la Sibilla, nell’accezione di Joyce Lussu, appunto: una donna che conosceva benissimo la sua comunità, la medicina, la gestione dei beni comuni, cancellata dall’avvento di poteri spietati fondati su sfruttamento, accumulazione, schiavismo, tutti rigorosamente maschili). 

    Ormai sei un’esperta in materia, puoi consigliare alle amiche e agli amici del Randagio delle fiabe poco conosciute e da recuperare?

    Le fiabe che ho letto con più stupore (perché non le conoscevo) sono quelle della filatura, cioè quelle che raccontano il lavoro delle donne. L’immaginario Disney, il più potente e glamour – attenzione, sono una grande fan di Disney! – ci consegna principesse canterine e scintillanti che si sposano con principi che arrivano a salvarle. Ma in realtà sono ragazze che lavorano (sia Biancaneve che Cenerentola sgobbano di brutto) e spesso sono loro con i loro lavoro a salvare fratelli e padri. Tra tutte citerei senz’altro “La signora Holle” perché Holle è una figura molto forte parente della nostra Befana, discendente da dee madri (e qui si torna alle streghe), e “Le tre filatrici” per il discorso sul lavoro delle donne. Ma in generale consiglio di leggere le fiabe dei Grimm nella prima versione (uscita in uno splendido volume Donzelli curato da Camilla Miglio) per scoprire come al centro delle fiabe ci sia sempre la famiglia e che famiglia! Una famiglia moderna e allargata, ricomposta, o cupissima, o spezzata… A mille ce n’è, come dicevano le fiabe sonore, e ce ne sono sempre state: non solo di storie ma anche di famiglie!

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    “Ricette Letterarie”: il Cous cous da “Partire” di Tahar Ben Jelloun, di Anne Baker (video)

    🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

    La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

    Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

    La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

    🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

    Questa settimana, la nostra Anne trae ispirazione da “Partire” – un romanzo del marocchino Tahar Ben Jelloun, che col consueto lirismo parla di immigrazione – e ci propone la ricetta del Cous cous alle verdure.

    IL COUS COUS

    👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

    ✨ Ricette Letterarie: il Cous cous di Tahar Ben Jelloun ✨

    Vuoi provare a farlo in casa? Eccovi la preparazione.

    COUS COUS MAROCCHINO

    Dosi per 4 persone

    Tempo di esecuzione: 2 ore

    INGREDIENTI

    • 200g di cous cous
    • 250g di acqua
    • 1 peperone rosso
    • 1 peperone giallo
    • 1 peperone verde
    • 1 melanzana
    • 1 zucchina
    • 1 cipolla dorata
    • 2 spicchi di aglio
    • 100g di uvetta e albicocche disidratate
    • 10 g mix di spezie marocchine a base di origano e cumino
    • Qualche fogliolina di menta
    • Olio extravergine di oliva
    • Sale e pepe

    Opzionale

    Se si vuole aggiungere una proteina al piatto:

    200g di ceci ammollati il giorno prima poi cotti e saltati in padella con aglio e timo

    PREPARAZIONE

    Arrostire i peperoni sulla fiamma, poi chiuderli in un sacchetto di carta. Quando si sono sufficientemente raffreddati aprirli per rimuovere i semi e la pelle. Eventualmente sciacquarli per togliere ogni residuo bruciato, poi dividerli in falde e tagliarli a listarelle. Mettere da parte.

    Arrostire la melanzana sulla fiamma poi chiuderla nella carta stagnola. Quando sarà fredda rimuovere la pelle e i semi e estrarre la polpa e mettere da parte.

    Nota: se non si dispone della fiamma arrostire i peperoni irrorati con un filo di olio extravergine di oliva e la melanzana chiusa nella stagnola in forno caldo a 200°C.

    Pelare la cipolla e affettarla sottile, poi stufarla in una casseruola con olio extravergine di oliva (e un poco di burro se piace) fin quando diviene fondente. Salare e pepare a metà cottura e girare spesso con un cucchiaio di legno per evitare che la preparazione imbrunisca o bruci.

    Lavare, mondare e tagliare a metà la zucchina. Dividere ciascuna parte per il verso della lunghezza e rimuovere i semi. Girare le quattro calotte di zucchina così ottenute e tagliarle in bastoncini piuttosto spessi. Saltare in padella le zucchine con uno spicchio di aglio, salare e pepare dopo la prima girata. Attenzione a non cuocerle troppo dovrebbero rimanere consistenti e poi mettere da parte.

    Ammollare l’uvetta e le albicocche disidratate in acqua tiepida. Se le albicocche sono intere tagliarle in dimensioni simili a quelle dell’uvetta.

    Versare il cous cous in una ampia ciotola di ceramica dotata di coperchio (o mettere il rotolo della pellicola trasparente a portata di mano) e portare a bollore i 250g di acqua in una casseruola. Quando l’acqua bolle versarla sul cous cous, aggiungere un filo di olio extravergine di oliva, mescolare velocemente e subito chiudere con il coperchio (o pellicola). Lasciare rinvenire il cous cous per 10 minuti senza mai aprire la ciotola.

    Nel frattempo saltare i peperoni in padella con un poco di olio e uno spicchio di aglio. Salare e pepare.

    Passati i 10 minuti il cous cous dovrebbe essere pronto. Sgranare quindi i chicchi con una forchetta e procedere all’assemblaggio del piatto: per prime mescolare le cipolle, poi la polpa di melanzana e infine i peperoni, poi fare un buco al centro e mettervi le zucchine. Distribuire tutt’attorno l’uvetta ormai rinvenuta e strizzata bene dall’acqua e finire il piatto con la polvere di spezie e le foglioline di menta. Servire  eventualmente con i ceci a parte.

    Diego e Margherita intervistano il Bracco Baldo, di Cinzia Milite

    Ciao bambini e bambine!

    Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

    “Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

    Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

    Vi raccontiamo l’intervista al Bracco Baldo!

    Margherita:  Diego, oggi devo fare un favore a mia zia. Starà fuori tutto il giorno e mi ha chiesto di andare a casa sua per dare da mangiare al suo cane, un Bracco di nome Baldo. Vuoi accompagnarmi?

    Diego:  Certo, con piacere! Magari posso usare il versoconver per fargli qualche domanda: ci sono cose che non capisco bene nel comportamento dei cani.

    Margherita: Perfetto! Ecco, siamo arrivati. Entriamo dal cancello del giardino. Mia zia dice che Baldo adora stare all’aria aperta e la sua cuccia è fuori. Oh, guarda! Sta arrivando verso di noi, scodinzolando!

    Diego: Che cane amichevole! Accendo subito il versoconver.

    Baldo: Ciao Margherita, benvenuta! Mi hai portato la pappa? Sono un po’ affamato. E lui chi è? Un tuo amico?

    Margherita: Ciao Baldo, sì, ti ho portato la pappa e anche un biscottino. Lui è Diego, un mio amico. Di solito, quando siamo insieme, ci piace intervistare gli animali con il versoconver del dottor Mundis.

    Baldo: Oh, lo so già! Me l’ha detto la tua gatta, Milù, quando sono passato da casa tua con la zia. Mi chiedevo quando sareste venuti a trovarmi! Cominciavo a pensare che non vi interessasse parlare con un cane.

    Margherita: Ma no, Baldo! Anzi, Diego ha già una domanda per te.

    Diego:  Proprio così! Finalmente abbiamo il tempo per farla, Baldo. La mia prima domanda riguarda il rapporto tra cani e gatti. Ho sentito che Milù ti ha parlato di noi… quindi andate d’accordo? Non è vero allora il detto “sono come cane e gatto” per indicare inimicizia?

    Baldo:  Eh, è un luogo comune. La gente pensa che cani e gatti non possano andare d’accordo, ma non è sempre così. Molti cani e gatti vivono insieme senza problemi e tutto dipende dall’indole, dalla razza, dalle abitudini e da come gli umani li educano. Spesso, se cane e gatto crescono insieme fin da piccoli, imparano a capirsi e convivono serenamente. Anche io e Milù ci conosciamo da quando eravamo cuccioli e andiamo d’accordo!

    Diego:  Grazie Baldo, ora ho capito meglio.

    Margherita:  Anch’io ho una domanda: perché si dice che il cane è il migliore amico dell’uomo?

    Baldo: Beh, la spiegazione più semplice è che, se gli dai cibo e una casa, il cane ti è grato e fedele. Vivendo da secoli accanto agli umani, i cani hanno imparato a capire come si sentono e a stargli vicini nei momenti difficili. Anche in silenzio, sappiamo dare conforto. 

    Margherita: Grazie delle spiegazioni, Baldo! Ora ti meriti proprio un biscotto!

    Baldo: Gnam! Grazie! Ma… mi consigliate anche qualche bel libro?

    Diego:  Certo! Ti consigliamo “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà” di Luis Sepúlveda. È un libro emozionante, scritto dall’autore per i suoi nipoti. Racconta la storia di un pastore tedesco che si chiama Fedele e che, da cucciolo, viveva libero tra i Mapuche, una popolazione che lo considerava parte della loro comunità e gli insegnava a rispettare la natura. Fedele era cresciuto con Aukamañ, il suo “fratello umano,” e con lui esplorava il mondo in armonia con la terra.

    Poi, però, la vita di Fedele cambia: viene catturato dagli uomini bianchi, separato dal suo fratello umano e addestrato a cacciare. Anche se la sua vita diventa più dura, lui continua a dimostrare lealtà verso i suoi nuovi padroni. Ma un giorno, durante una caccia, Fedele sente un odore familiare che risveglia in lui i ricordi della sua prima vita con i Mapuche e lo riporta ai giorni di libertà e amicizia.

    È un libro per bambini dagli 8 anni in su, che insegna l’importanza del rispetto verso tutti gli esseri viventi e ci ricorda come i cani, nonostante tutto, restino fedeli agli umani. Sepúlveda, attraverso questa storia, parla anche del legame tra uomo e natura e dei danni che a volte infliggiamo al nostro pianeta.

    Baldo:  Sembra un libro davvero interessante! Grazie! Gnam gnam e grazie anche per il biscottino e la pappa, bambini! Sapete, non tutti i giorni si riceve una visita così interessante. Vi aspetto presto per altre chiacchierate… magari con un menù degustazione di biscotti diversi, eh?

    Margherita:  Ahah, vedremo cosa possiamo fare, Baldo! 

    Baldo: Perfetto, allora! Tenete a mente: qui c’è un Bracco affamato di storie e biscottini, pronto a scodinzolare alla prossima visita!

    Cinzia Milite

    Ahou Daryaei: cosa possiamo fare? di Francesca Chiesa

    6 novembre 2024

    Quando ho cominciato a scrivere questo contributo era il cinque di novembre, ieri.

    Il tono della mia scrittura era improntato alla tristezza – per la vicenda di Ahou Daryaei, l’universitaria di Teheran che ha deciso di spogliarsi pubblicamente in segno di protesta contro gli agenti che l’avevano molestata perché non portava il velo – ma anche alla speranza che il giorno seguente, oggi, per la prima volta gli USA potessero avere un presidente non uomo e non bianco.

    In riferimento a questa situazione avevo iniziato una riflessione a partire dalla domanda che sentivo risuonare nel web delle ragazze italiane.  

    «Cosa possiamo fare?» 

    Una domanda commovente, anche perché al momento ha una sola risposta: leggete!

    Forse arriverà anche il momento in cui sarà necessario anche un aiuto più concreto: per adesso preparatevi, leggete, ma fatelo nella giusta prospettiva! 

    Leggete in modo rivoluzionario, come è stato rivoluzionario per le ragazze iraniane leggere Lolita a Tehran. Leggere e scrivere è sempre una rivoluzione ma in modi diversi secondo i tempi e gli obiettivi.

    Le scrittrici persiane oggi scrivono quello che le loro giovani lettrici – le più esposte alla morte per carenza di libertà – hanno bisogno di conoscere per continuare ad avere il coraggio di rischiare: che esiste un mondo dove ci si veste a piacere, si parla a voce alta senza paura, si fa l’aperitivo e si fanno mattane. Un mondo dove si ascolta musica e si balla anche nei parchi, dove ci si bacia quando se ne ha voglia e si fa all’amore senza paura.

    Le ragazze persiane che vivono in Iran di un mondo cosÌ possono solo leggere e sognare.

    Le ragazze persiane per continuare a vivere devono sapere che non sono sole, devono leggere e leggere: per sapere che le ragazze iraniane sono tante e quasi tutte pronte a cambiare il mondo.

    Quello che avrei voluto scrivere alle ragazze italiane, è stato superato dai fatti. 

    Ieri avrei voluto consigliare loro di non fermarsi alla narrativa contemporanea, ma di rivolgersi con profonda attenzione ai classici persiani perché è lì che troviamo le storie meravigliose delle regine preislamiche: autori che conoscevano e rispettavano il potere delle donne, donne che intrecciavano storie indimenticabili.

    Questo, ieri. 

    Oggi, sei novembre, è cambiato tutto: il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà un uomo appartenente a quel partito repubblicano che ha sempre appoggiato il regime degli Ayatollah. È decisamente difficile credere che la nuova amministrazione cambi orientamento e ponga tra le proprie priorità un appoggio alla lotta per la libertà che sta costando morti e sofferenze alle donne iraniane!

    Oggi, a partire da oggi, chi vuole capire l’ Iran, i fatti che hanno determinato la situazione presente e quelli che molto probabilmente seguiranno, non può certo limitarsi a leggere la narrativa contemporanea o le opere classiche che cantano il glorioso passato delle regine achemenidi e sassanidi.

    Oggi è tempo di guardare a un passato meno remoto.

    Oggi, se siete tristi come me perché è sfumata l’ennesima speranza che le donne iraniane e le donne del mondo potessero avere un’alleata alla guida dell’Impero, lasciate da parte i quotidiani e leggete come hanno “contribuito” alla storia dell’Iran uomini che si chiamavano  Kermit “Kim” Roosvelt e Ronald Wilson Reagan.

    Vi propongo tre libri che sono leggermente datati ma appaiono ancora oggi di una stupefacente attualità.

    1. Il primo è “Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della rivoluzione islamica del 1953“. Opera di un coraggioso diplomatico italiano, Stefano Beltrame, che lo pubblica nello stesso anno, il 2009, in cui Barack Obama ammette il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di stato che rovesciò, con l’aiuto del clero sciita, il governo nazionalista di Mohammad Mossadeq.
    2. Di Antonello Sacchetti, “Iran, 1979, pubblicato nel 2018: una acuta analisi della rivoluzione khomeinista in tutti i suoi chiaroscuri, compresa ll’oscura vicenda della occupazione dell’ ambasciata statunitense a Teheran, da parte di circa 500 studenti islamici aizzati dall’Imam Khomeini, che avvenne alle 6.30 del 4 novembre del 1979 e determinò la rovina politica del democratico Carter a favore del repubblicano Reagan. 

    Antonello Sacchetti conduce anche un interessante podcast su Youtube, dal titolo Conversazioni sull’Iran. In questi giorni potrebbe rivelarsi un ottimo strumento di aggiornamento.

    • Pubblicato nel 2016, “L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro” è stato scritto da Alberto Zanconato anche sulla base di una lunga e intensa esperienza come corrispondente dell’ANSA a Teheran (1994-1997 e 2001-2011); di grande interesse per illuminare la vera natura dei rapporti tra il “Grande Satana” (=USA) e l’Iran khomeinista.

    Ecco qui: da insegnante coscienziosa quale ero – e innamorata dell’Iran com’era e com’è – spero di avere contribuito ad allargare l’area della coscienza.[1]


    [1] Qui cito Allen Ginsberg, uno dei padri della beat generation.

    Francesca Chiesa

    Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

    Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

    Pubblicazioni recenti:

    Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

    Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

    Anna Foa: “Il suicidio di Israele” (Editori Laterza), di Vincenzo Vacca

    Anche con questo libro, “Il suicidio di Israele“, Anna Foa dimostra di essere una efficace divulgatrice della storia. Teniamo conto che questa importante intellettuale è stata docente di Storia moderna all’ Università di Roma “La Sapienza”. Inoltre, tiene frequentemente incontri pubblici su tematiche storiche.

    A scanso di equivoci,  Foa nel libro citato tiene subito a precisare che “queste pagine contengono le riflessioni di un’ ebrea della diaspora di fronte a quanto sta succedendo in Israele e in Palestina. Esse nascono dal dolore per l’ eccidio del 7 ottobre e per quello per i morti e le distruzioni della guerra di Gaza. È lo stesso dolore per gli uni e per gli altri“.

    L’ autrice ripercorre sinteticamente, ma proficuamente, la storia del sionismo, anzi, come lei tiene a precisare, la storia dei sionismi. 

    Infatti, è  necessario esaminare l’ ideologia sionista e le sue trasformazioni dalla seconda metà dell’ Ottocento alla nascita dello Stato di Israele. 

    Il sionismo, da non confondere con la politica di Israele, ha una lunga storia che nasce nel diciannovesimo secolo, e ritiene gli ebrei un popolo avente diritto al ritorno nella loro terra originaria, la Palestina. Un movimento di rinascita nazionale paragonabile al Risorgimento italiano. 

    Foa tiene a sottolineare che il sionismo si pone non solo l’ obiettivo del “ritorno” in quella che allora era ancora una terra sotto il dominio ottomano, per poi divenire Palestina sotto protettorato inglese, ma anche quello di creare un ebraismo nuovo che cancelli i venti secoli di diaspora, mettendo fine, quindi, al fenomeno di minoranze di ebrei sparse tra le nazioni.

    Nel libro si illustrano le varie correnti del sionismo e le diverse, per alcuni aspetti, sorprendenti tappe storiche che hanno originato l’ attuale situazione. 

    A questo proposito voglio citare due fatti che possono stupire.

    Il primo si svolge nel 1918 quando l’ emiro Faysal, capo della dinastia hashemita, e il presidente dell’ organizzazione sionista mondiale, Chaim Weizmann, stringevano un accordo che prevedeva una sostanziale accettazione da parte di Faysal della dichiarazione Balfour, appena emanata dagli inglesi.

    La conferenza di pace di Parigi, stabilendo che la Siria diventasse un protettorato francese, contravvenendo alle promesse fatte allo stesso Faysal in cambio dell’ appoggio nella guerra, determinava una rottura tra i sionisti e il mondo arabo. Faysal diveniva re dell’ Iraq e il nazionalismo arabo, che aveva al suo centro la Siria, si spostava alla Palestina.

    Il secondo si svolge, invece, nel 1925 ovvero quando veniva fondato un gruppo di duecento intellettuali, tra cui spiccava quello di Martin Buber, che auspicava la creazione di uno stato binazionale ebraico ed arabo dove ebrei e arabi godessero degli stessi diritti.

    Anche la sinistra del movimento sionista era a favore di uno Stato binazionale e di una pacifica convivenza con gli arabi.

    Ma nel 1936, il Gran Muftì organizzava una grande rivolta sia contro gli ebrei che contro gli inglesi mettendo fine a ogni ipotesi di accordo. Infatti, gli inglesi  reagivano con un piano che veniva accettato solo dagli ebrei, nella persona di Ben Gurion.

    Questi due fatti storici, tra i tanti che vengono raccontati nel libro, dimostrano che la convivenza tra arabi ed ebrei era possibile e lo può essere ancora, nonostante che la strada per raggiungere ciò diventi sempre più stretta. 

    Come già accennato in precedenza,  Foa ci racconta dei sionismi per arrivare agli incontri e agli scontri con gli arabi. 

    Nell’ ambito di questa ricognizione storica, l’ autrice menziona la minaccia tedesca del 1942 che incombeva sulla Palestina, venuta meno grazie alla sconfitta ad El Alamein dei tedeschi e degli italiani. Se questo non fosse avvenuto, gli ebrei presenti in Palestina sarebbero stati sterminati. Occorre ricordarlo a chi esalta sistematicamente il valore dei combattenti italiani di El Alamein, pur facendo grandi affermazioni di amicizia nei confronti di Israele.

    Ma l’ aspetto fondamentale del libro di cui stiamo parlando sta soprattutto nel focalizzare gli estremismi che guidano attualmente gli opposti schieramenti. 

    Da parte israeliana abbiamo Netanyahu che è a capo di un governo di estrema destra sostenuto dal partito “Potere ebraico”, rappresentato dal ministro Itamar Ben Gvir.

    Questo partito è erede del partito Kach, di cui Ben Gvir è stato dirigente, un partito messo fuorilegge negli anni Ottanta. Il leader del partito Kach è stato espulso dalla Knesset in base ad una legge contro il razzismo.

    Inoltre, lo stesso Ben Gvir è stato condannato nel 2007 per istigazione al razzismo. Egli sostiene la necessità di creare la grande Israele e di espellerne tutti i palestinesi.

    Un altro ministro convintamente estremista è quello delle Finanze, Bezalel Smotrich, del partito sionista religioso Truma. Smotrich risulta coinvolto in atti illegali ed arresti. È un razzista ed è sostenitore dell’ espulsione degli arabi.

    I citati ministri determinano la politica di Netanyahu. Infatti, se si dimettessero il governo cadrebbe. 

    Secondo Foa, quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas hanno attaccato i Kibbutzim posti vicino al confine con Gaza, la maggior parte delle divisioni dell’ esercito israeliano erano state spostate sul confine con la West Bank (così è chiamata la Cisgiordania), lasciando sguarnito quello con Gaza. 

    L’ esercito doveva servire a proteggere gli insediamenti illegali e le aggressioni dei coloni ai palestinesi su quel confine, in previsione di un ulteriore avanzamento di quello che dovrebbe diventare lo Stato palestinese, non a proteggere i kibbutz sulla Striscia: tutti formati da israeliani laici e di sinistra, impegnati nel mantenere rapporti di amicizia e aiuto con i palestinesi. 

    Da parte palestinese abbiamo Hamas che nel 2006 ha vinto le elezioni a Gaza. Ne è seguita una guerra civile tra l’ OLP e Hamas vinta da quel’ ultima che attuava una dura repressione e una intensa opera di islamizzazione, aumentando il peso della legge islamica, uccidendo gli oppositori dell’ OLP e/o costringendoli all’ esilio.

    Come noto, Hamas non riconosce il diritto di esistere allo Stato di Israele.

    Di fronte a tutto ciò, Anna Foa auspica la costruzione in Israele di una società civile democratica, di cittadini liberi e uguali nelle loro diversità e questo fa a pugni con uno Stato ebraico incentrato sulla supremazia degli ebrei. In fondo, occorre una ulteriore trasformazione del pensiero sionista volto a evitare il “suicidio” di Israele. 

    Leggere “Il suicidio di Israele” offre l’ opportunità di evitare banalizzazioni, luoghi comuni, di approfondire la conoscenza di quanto effettivamente è avvenuto in quella martoriata terra, ponendo le basi teoriche per un tentativo di riavvicinamento tra i due popoli, pur coscienti che non sarà facile rimarginare le ferite profonde e superare gli odî reciproci.

    Vincenzo Vacca