Intervista a Chiara Maci per “Quelle due” (Mondadori, 2025), di Loredana Cefalo

Ho seguito con piacere, sui social network,  il racconto del booktour di Chiara Maci, nella sua nuova veste di romanziera, in giro per l’Italia bollente di fine giugno, fra un bicchiere ricolmo di bollicine ghiacciate e il suo sorriso inconfondibile e rassicurante che emerge ogni giorno dalla sua pagina Instagram.

Il suo primo lavoro letterario, “Quelle due” edito da Mondadori, è un delicato inno alle donne, attraverso quattro generazioni. 

Un romanzo di formazione che traccia le linee di un dolore taciuto, narrando la trasformazione del rapporto madre-figlia attraverso ricordi e verità celate. 

Fra una tappa e l’altra siamo riuscite a ritagliarci un angolo di chiacchiere virtuale e mi fa piacere condividere con tutti, randagi e non, quello che ci siamo dette, che va sempre un po’ oltre le pagine scritte.

Chiara, guardando alla tua carriera sempre in evoluzione, mi viene in mente il tuo “nograzienonsipreoccupi” di Adele, la tua protagonista. Nel tuo ritmo incessante vita – lavoro come affronti i momenti in cui pensi di non riuscire a portare avanti tutto?

Credo che la cosa più difficile, per quelle come me, sia imparare a chiedere aiuto. Sono cresciuta con la convinzione di poter fare tutto da sola e allo stesso tempo, riuscendoci poco alla volta, ho avuto la conferma che, sopportando, tutto era possibile. Fondamentale è stato capire che sopportare non vuol dire essere forti e di conseguenza fermarsi e chiedere aiuto perché da soli, spesso, non ci si salva. 

Il tuo romanzo d’esordio “Quelle due” esplora temi a te molto vicini, non sono autobiografici ma prendono spunto anche dalla tua esperienza. Da dove nasce l’esigenza di trasporre in un libro una vicenda che riecheggia in modo così forte la tua biografia di madre single?

Dalla voglia di comunicare qualcosa di bello, un lavoro fatto su me stessa che andava condiviso con chi in qualche modo si riconosce in Adele. Ma anche in Mia. 

L’accettazione della propria storia è qualcosa di intenso, forte. Qualcosa che cambia radicalmente il modo di vedere il percorso fatto e quello ancora da fare. 

Il mio libro vuole essere un augurio a tutte le donne affinché riconoscano la loro unicità nella propria storia. 

Famiglia e legami sono un pilastro della tua comunicazione. Come donna e madre, come ti relazioni con i pregiudizi che la società ancora riserva alle famiglie monogenitoriali in particolare quelle al femminile?

C’è tanto da fare, ancora. Le famiglie monogenitoriali non si conoscono e di conseguenza non vengono riconosciute. Da un punto di vista burocratico è tutto complesso e i retaggi passati ahimè non si superano con una generazione. Ma sono positiva sul lavoro che si sta facendo e che verrà fatto dalle nuove generazioni.

Se tornassi indietro, di cosa avresti bisogno nel momento della decisione di diventare madre? E che consiglio offriresti a una donna che si trovi ad affrontare la tua scelta?

Di sentirmi dire “ci sono io”. Non solo come madre sola ma come madre e basta. 

Nel momento in cui diventi genitore è fondamentale sapere di poter contare su un appoggio. E quindi il mio consiglio è quello di non voler fare le wonder woman ma di appoggiarsi a un genitore, un amico, una persona di fiducia. 

Un tema toccante del romanzo è quello dei bambini costretti a crescere troppo in fretta, un fenomeno che spesso riguarda le femmine. Dal tuo punto di vista, in che modo questa “adultizzazione” precoce può condizionare la capacità di una donna di essere libera e di sviluppare un pensiero autonomo in futuro?

I bambini dovrebbero essere bambini. E a volte succede che, da genitori, riponiamo troppe responsabilità su un figlio e sulla sua crescita precoce. Il “sembra un piccolo adulto” è un’espressione usata moltissimo come un complimento, ma non lo è.

Un genitore deve lavorare su se stesso per non trasmettere ai figli crepe e responsabilità ma allo stesso tempo una madre deve lavorare sulla propria libertà, perché da una madre libera nascono figli liberi. 

Il romanzo esplora due paure genitoriali archetipiche: quella di commettere errori le cui conseguenze ricadono sui figli e quella di dover, un giorno, lasciarli andare. Al di là della finzione letteraria, come convive Chiara Maci con queste preoccupazioni?

Come tutte le mamme, piena di paure e con la convinzione che, come fai fai, sbagli sempre. Ma in fondo ogni età, propria e dei figli, porta con sé cambiamenti e inevitabili momenti di crescita. Non arriverò pronta al lasciarli andare ma vivrò ogni momento con la consapevolezza di quello che è giusto. 

Hai lasciato il tuo segno nel mondo digitale, in quello televisivo e ora in quello editoriale. Guardando al futuro, c’è un nuovo orizzonte professionale che ti affascina o un progetto che senti ancora di voler realizzare?

Non penso mai al segno che lascio, ma penso piuttosto alla mia esigenza di condividere qualcosa di vero, di bello, che parte sempre da dentro. A volte è la cucina, a volte la ceramica, quasi sempre la scrittura. 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Silvana Leonardi: errare del segno e del sogno, di Stefano Taccone

Se ritratti in/versi (Bertoni Editore, 2024) costituisce, come suggerisce lo stesso titolo, una raccolta di ritratti – non solo a base di parole, ma talvolta raddoppiati attraverso la rappresentazione visiva, in grafite e pastelli a olio su carta, ché l’autrice è pittrice oltre che poeta, mentre in/versi allude non solo alla versificazione ma anche all’inversione data dalla scelta, parafrasando una fortunata mostra di Lea Vergine, di dedicare questi ritratti all’ “altra metà” dell’universo creativo, quella femminile – questa successiva, e fin ora ultima, raccolta poetica di Silvana Leonardi,  psicogeometrie erranti (2025), pubblicata per la stessa casa editrice della precedente, oltre che per la stessa collana, Aurora, e prefata ancora da Bruno Mohorovich – curatore della collana – si configura piuttosto come un autoritratto. Meglio ancora come un autoritratto che – come avviene nella pittura cubista o futurista ed anche, per certi versi, in alcune prove impressioniste, benché con strumenti ed esiti differenti – possiede uno sviluppo non solo nello spazio, ma anche nel tempo, dal momento che i componimenti raccolti abbracciano un arco di quasi un decennio. Per quanto ciò sia dissimulato attraverso una disposizione di questi ultimi che non concede nulla alla diacronia, rigorosamente basata sull’ordine alfabetico dei titoli. La non staticità di tale autoritratto è inoltre garantita dal carattere dichiaratamente errante della sua opera, participio presente che associato alla psicogeometria rimanda immediatamente al metodo montessoriano, ma, a sua volta, la psicogeometria potrebbe richiamare alla mente la psicogeografia situazionista, consapevole delle implicazioni emotive proprie dell’ambiente che abbiamo intorno, nonché la deriva, ovvero la principale metodologia che traduca in pratica la disciplina psicogeografica.

Le derive situazioniste tuttavia – come è noto – sono strettamente legate all’ambito urbano. Leonardi, vice versa, pur mantenendo fermissima la relazione tra emozione e ambiente, ne evoca costantemente uno dai tratti ben poco antropizzati. Il suo spazio e il suo tempo sono quelli del mito pre-cristiano, ove l’ancoraggio alla natura e ai suoi ritmi abbraccia la sfera dell’estetica, ma anche quella della morale e persino della politica, intesa chiaramente nel senso più alto del termine. Come “strega e tarantolata quasi in trance”, come “sciamana sciamannata”, l’autrice ci dà così costantemente conto di impregiudicate esplorazioni entro una realtà che confina col sogno sempre pronto a farsi segno. E la gaia inquietudine di tale peregrinazione è restituita appunto dallo stesso curvarsi della sostanziale linearità della sua poesia verso il visivo: la scelta di evidenziare in neretto alcune parole, o parti di parole, di usare il maiuscolo, di eliminare gli spazi tra una parola e l’altra, di aumentare le dimensioni del carattere e, soprattutto, tratto più che mai caratterizzante i suoi versi, di allinearli al centro piuttosto che distribuirli uniformemente, in maniera tale da dare forma a impensabili figure geometriche per lo più assimilabili a rombi, ma talvolta persino a cerchi, irregolari.

Se tale peculiare modellare plasticamente la scrittura acquista, tra l’altro, più o meno consce valenze espressive, se non espressionistiche, assai visualmente evocativo è anche il significato più convenzionale cui i segni mettono capo, sollecitando un mondo archetipico di infallibile fascino e di inequivocabile senso. La Luna è forse la co-protagonista più ricorrente, e sulle implicazioni femminili di tale corpo celeste, fin da tempi antichissimi, è persino superfluo soffermarsi – con essa talvolta si rasenta l’identificazione: «la Luna nel mio corpo / mi illumina da dentro». Subito affianco porrei il mare-madre – ulteriormente dipanabile in variazioni «tra/mare e a/mare» -, un pur non inedito slittamento della più consueta, ma meno dinamica, associazione tra terra e madre, testimonia ancora la passione di Leonardi per l’assonanza-allitterazione e rende palese, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la matrice del suo sentire. La stessa che tra il 1980 e il 1981, giovane laureata in Storia dell’Arte e in Filosofia, la conduce a porre a Roma, sua città natale, la questione della produzione artistica al femminile attraverso mostre e dibattiti che coinvolgono studiosi del calibro di Giulio Carlo Argan, Maurizio Calvesi, Simonetta Lux, Dario Micacchi, Filiberto Menna e Marilena Pasquali, in significativa coincidenza cronologica con quanto Lea Vergine va facendo a Milano, ideando la sopra evocata mostra L’altra metà dell’avanguardia (1980). Una spinta che giunge fino ai nostri giorni, giacché un filo rosso corre da allora fino almeno alla già ricordata raccolta del 2024, composta da trenta ritratti di artiste, per lo più poete, spesso “fuori canone”, nelle cui «vicende autobiografiche mi sono rispecchiata».

Ma anche la matrice che ancora prima, nel 1978, la conduce ad inscenare una performance nella Pineta di Ostia, appena devastata da un incendio, operazione inaugurale del suo percorso che si inscrive in un decennio notoriamente assai pervaso – come i nostri tempi, ma con tante, inevitabili differenze – da una ansia ecologica. Ed anche qui, considerando la sua poesia recente, il cerchio si chiude perfettamente, benché temporaneamente. Malgrado l’afflato ottimista di fondo, a tratti profondamente vitalistico, che connota il suo errare psicogeometrico, la dimensione del mito non è sempre al riparo – e forse non potrebbe essere altrimenti in tempi funesti come questi – dai miasmi tossici della storia, contemporanea. Allora il vitalismo non si spegne ma si tramuta in indignazione, invettiva: «scoppio / di rabbia ed orrore / e lo sconforto cresce / implacabile invade / cuore e mente / scoppio / d’intolleranza / – ed è ora di dirlo – / per tutti i delinquenti / che per loro profitto / hanno distrutto il mondo». E se fosse necessario essere ancora più espliciti: «perduta l’armonia sapiente della natura / la contesa tra il molteplice e l’uno / è divenuta eterna / e tutti noi / in / folle / discesa / verso l’abisso / colpiti da infezione dell’orrore / destinati al declino / e all’estinzione / estrema malattia la distruzione / di alberi prati foreste / e acque dolci / di mari e monti / e infinite bellezze / che abbiamo dissipato / nel nome del guadagno».

Qui però la prospettiva sembra almeno in parte cambiata, giacché non si tratta più – o non solo – di puntare il dito sulle responsabilità altrui. L’umanità tutta – o, quanto meno, il mondo occidentale -, e quindi la stessa autrice – e forse, chissà la stessa felicità dell’arte e della poesia – Walter Benjamin non sostiene forse che ogni documento di civiltà è anche documento di barbarie? – viene posta sul banco degli imputati. Non di meno ella ridiviene fieramente accusatrice quando si tratta di confrontarsi col mondo della cultura, di stigmatizzare le brutture quotidiane agli occhi – e alle orecchie – di chi interroga il linguaggio e lo fa guidato dal senso etico: «di non cader per tracotante eccesso / nel banalmente ovvio e consueto / risaputo fortuito arbitrario /accademico arrogante / autoreferenziale / egocentrico / efferato / gioco / di gruppo / subdolamente / spacciato per poesia».

Stefano Taccone

Stefano Taccone è nato a Napoli nel 1981. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica all’Università di Salerno. Attualmente è docente di Storia dell’arte nella Scuola secondaria di II grado. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, 2010), La contestazione dell’arte (Phoebus Edizioni, 2013; Iod Edizioni, 2015), La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2017), La cooperazione dell’arte (Iod Edizioni, 2020), La critica istituzionale. Il nome e la cosa (Ombre Corte, 2022); le raccolte di racconti Sogniloqui (Iod Edizioni, 2018) e Morfeologie (Iod Edizioni, 2019), il romanzo Sertuccio (Iod Edizioni, 2020) e le raccolte di poesie Alienità (Edizioni Divinafollia, 2019), Terrestri d’adozione (Edizioni Progetto Cultura, 2021) e Sciogliete le rime (Campanotto Editore, 2023). Ha curato i volumi Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità (Ombre Corte, 2014) e Religione/arte/rivoluzione, anche (Massari Editore, 2020). Collabora stabilmente con le riviste “Frequenze Poetiche”, “Segno” ed “OperaViva Magazine”.

“Randagi”, un racconto di Roberta Russo Vizzino

In quel periodo andavo dietro ai cani. Facevo la volontaria in un rifugio. Volevo salvarli tutti. Quelle povere anime avevano subito ogni genere di crudeltà. Avevano tentato di affogarli. Li avevano tenuti a catena. Li avevano affamati. Li avevano fatti combattere. Erano stati picchiati con oggetti contundenti. Alcuni erano bruciati o menomati. Tutti erano stati abbandonati dopo avergli fatto del male. Tutti loro erano sopravvissuti. Che davanti a una persona si pisciassero addosso di paura o tirassero fuori i denti, erano ancora lì e potevano ancora trovare una famiglia nuova, migliore. Qualcuno li avrebbe scelti e amati incondizionatamente. Mi sembrava che se il più brutto, sporco e cattivo di loro fosse riuscito a trovare una vita e un amore stabile, anche io avrei potuto. Invece, quasi sempre, il casolare scoppiava. Quel rifugio era una discarica di mostri. Le bestie si ammassavano come rifiuti. I cani erano così tanti da perdere ogni identità e poesia. Chiamarli con nomi da peluche era tutto ciò che ci restava per non temerli fino in fondo. Resisteva chi aveva imparato a difendersi meglio. Sia tra loro, che tra noi. Io e le altre volontarie arrivavamo col cibo, a gruppi di due o tre persone. Cento nasi famelici ci fiutavano da sotto la porta d’ingresso riconoscendo ogni odore di corpo e di paura. Si azzannavano tra loro per l’euforia. I latrati sinistri ci afferravano dagli spifferi. Il nostro arrivo li eccitava. Iniziavano a mordersi al solo odore di noi. Il chiavistello di ferro tremava di zampe e di unghie, sotto la catena. Il nostro piano era: riempire più ciotole possibile e impilarcele addosso. Entrare tutte insieme in un lampo. Chiuderci la porta alle spalle. Accucciarci e smistare alla velocità della luce una ciotola sotto al muso di ognuno. Pulire mentre loro mangiavano. Solo così potevamo evitare che si aggredissero tra loro e che aggredissero noi. Se due musi entravano nella stessa ciotola era finita. Io trovavo il coraggio solo se entravo con gli occhi chiusi. Per volerli salvare tutti, ne salvavamo pochissimi. Il rifugio si trovava in collina e non si poteva raggiungere a piedi. La strada era dissestata e immersa nell’oscurità. Nel silenzio cieco delle stradicciole paesane, il ringhio di tenebra dei cani, faceva accapponare la pelle. I pochi abitanti del paese avevano lanciato nel rifugio polpette col vetro. Poi con l’antigelo. Poi con il veleno per topi. Puzzava tutto di carogna. Li avevano decimati. Strisciavamo fuori carcasse quasi ogni giorno. Ma non bastava. I cani si erano assaggiati e la carne fraterna gli era piaciuta. Così avevano iniziato a sbranarsi da vivi. Avevamo trovato un mezzo carlino lanciato per aria. Sanguinava incastrato tra il muro e un tubo dell’acqua sospeso in giardino. Aveva ancora i buchi dei denti sul dorso. Avevamo messo un pezzo di recinto per dividerli in due gruppi più piccoli.  Un cane lupo si era incastrato con la zampa nel cancelletto. Gli era stata divorata fino all’osso da quelli dell’altro lato. Era rimasto vivo, nonostante l’amputazione e – forse – persino più cattivo. Un altro era stato dilaniato all’improvviso. Senza motivo. Tutti ne avevano mangiato un pezzo. Persino il più tenero dei piccoli aveva i baffi rossi e qualche pezzo di budella che pendeva dal musetto. Avevamo lavato sangue dal cotto per giorni. Con le pompe dell’acqua. Coi detersivi industriali. Strofinando con le scope. Tutto inutile: le fughe erano rimaste impregnate. Io non volevo che stessero lì, quelli che trovavo io. Allora provavo a portarli con me, ma era già difficile trovarmi da dormire, trovare per me e un animale era quasi impossibile. 

Un giorno era venuto un ragazzo. Voleva vedere i cani. Indugiava lì insieme a me, anche se sembrava che avesse deciso. Alla fine aveva chiesto di adottare un randagio che avevo salvato io stessa in un torrente. Fogli. Numeri. Firme. Sguardi. Mi aveva chiesto di rivederci ma neanche dieci minuti dopo mi aveva invitata a stare da lui. Si era preso la ragazza e il cucciolo. 

«Avevi gli stessi occhi del cane.» aveva detto.

Roberta Russo Vizzino

Roberta Russo Vizzino è attrice, modella d’arte e scrittrice. Dopo un’esperienza di vita in Lettonia durata due anni, si è trasferita a Roma dove abita tuttora. Frequenta la facoltà di Discipline, arti e scienze dello spettacolo presso l’Università “La Sapienza”.

Nel 2023 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti brevi “Io sono onda di mare”.
Nel 2024, il suo racconto “Le chiavi di casa” viene pubblicato nell’antologia “Lingua Madre Duemilaventiquattro, storie di donne non più straniere in Italia” con la casa editrice SEB27.
Nel 2025, con la casa editrice Dialoghi, pubblica una seconda raccolta di racconti brevi “Di carne e parole”.
Dal 2023 collabora con la rivista femminista online Vitamine vaganti.

Diego e Margherita intervistano la signora Farfalla, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla signora Farfalla!

Margherita: Che bella giornata, Diego! C’è il sole, gli alberi sono verdi e l’aria profuma di fiori!

Diego: Già, l’estate è proprio iniziata! Che ne dici, chi intervistiamo oggi?

Margherita: Uhm… non ho idee… Il mio cervello oggi sembra una nuvola vuota!

Diego: Anche il mio! Però accendiamo il nostro Versoconver. Magari incontriamo qualche animaletto curioso che vuole parlare con noi.

Margherita: Ottima idea!

Diego: Aspetta… sento qualcosa vicino all’orecchio…

Margherita: Guarda! È una farfalla! Sta volando proprio intorno a te!

Signora Farfalla: Scusatemi se vi disturbo… Non lo faccio mai, ma ho sentito parlare molto di voi… da mia cugina, la Signora Falena.

Diego: Ma certo! La ricordiamo bene! Era finita dentro casa attratta dalla luce della lampada. Ci ha raccontato un sacco di cose sulle falene. https://ilrandagiorivista.com/2024/06/10/diego-e-margherita-intervistano-la-signora-falena-di-cinzia-milite/

Signora Farfalla: E delle farfalle diurne, non vi interessa sapere nulla?

Margherita: Ma certo che sì! Non ci avevamo pensato, tutto qui! Ci fa molto piacere parlarle.

Signora Farfalla: Oh, meno male! Allora sono pronta: fate pure le vostre domande.

Diego: Ecco la prima! Una volta ho visto una farfalla bere da una pozzanghera di fango. È normale?

Signora Farfalla: Sei un osservatore attento, bravo! Sì, capita spesso. Noi farfalle beviamo il nettare dei fiori, ma anche l’acqua e i sali minerali che si trovano nelle pozzanghere.

Margherita: Che forza! Siete davvero in gamba a trovare quello che vi serve anche in posti così semplici.

Signora Farfalla: Proprio così! Alcune di noi, per non farsi mangiare, si mimetizzano e imitano perfino le formiche. Siamo delicate, ma anche coraggiose!

Margherita: Wow, non lo sapevo! Un’altra curiosità: è vero che vivete solo pochi giorni?

Signora Farfalla: Non è del tutto vero. Alcune specie vivono poche settimane, è vero, ma ce ne sono altre che possono arrivare anche a un anno di vita.

Diego: Fantastico! Ah, forse sua cugina le ha detto che alla fine delle nostre interviste consigliamo un libro…

Signora Farfalla: Ehm… sì… speravo proprio che aveste un libro anche per i miei bruchetti!

Diego: Ma certo! Le consiglio “La storia di una farfalla. Montessori: un mondo di conquiste” di Chiara Piroddi, illustrato da Agnese Baruzzi, pubblicato da White Star.

È un libro cartonato pensato per i bambini più piccoli, ma anche i più grandicelli possono divertirsi con le sue pagine colorate e piene di sorprese! Parla del ciclo della vita della farfalla: dall’uovo al bruco, poi crisalide e infine… volo libero!

Ci sono parti da toccare con le dita – ruvidi, lisci, ondulati – per esplorare il mondo con il tatto. E poi ci sono disegni grandi, facili da capire, e anche attività da fare insieme per imparare giocando. È perfetto per scoprire la natura seguendo il metodo Montessori.

Signora Farfalla: Che meraviglia! Lo cercherò subito per i miei piccolini. Grazie mille ragazzi, siete stati gentilissimi!

Margherita: Grazie a lei per l’intervista!

Diego: Buona estate e saluti anche alla Signora Falena!

Signora Farfalla: Ricambierò! E un saluto anche al Professor Mundis!

Cinzia Milite

Sally Rooney: ‘’Intermezzo’’ (Einaudi, trad. Norman Gobetti), di Angela Molinaro

L’arte di raccontare un tempo sospeso

Cosa succede quando l’amore arriva nel mezzo del dolore? Quando la vita, all’apparenza lineare, si incrina in una pausa che le conferisce un nuovo asse di significato?

Intermezzo, il quarto romanzo di Sally Rooney, parte da qui: dal cuore sospeso del lutto, dal tempo intermedio in cui i personaggi non sanno se stanno andando avanti o tornando indietro. E in quel vuoto – tra fratelli che si perdono, amanti che si scoprono, figli che guardano ai padri con occhi nuovi – Rooney costruisce il suo romanzo più ambizioso, stratificato e, per molti versi, il più intimo. Un libro che si muove tra la perdita e la possibilità, senza la pretesa di spiegare le emozioni, ma con il talento raro di farle sentire.

Peter e Ivan Koubek sono fratelli, ma parlano lingue diverse. Peter ha trentadue anni, è un avvocato di successo, brillante ma irrisolto, alle prese con un’esistenza che sembra sfuggirgli di mano. Ivan, dieci anni più giovane, è un ex bambino prodigio degli scacchi, riflessivo, introverso, fuori sincrono con il mondo. La morte del padre li costringe a rivedersi, e lentamente – attraverso tensioni, silenzi e incomprensioni – a riscoprirsi.

Ognuno di loro, nel frattempo, intraprende una relazione sentimentale che sfida le aspettative e mette in discussione le loro certezze. Ivan si innamora inaspettatamente di Margaret, una donna più grande, separata, che gli offre uno spazio nuovo in cui essere visto per ciò che è, senza timore del giudizio. Peter si divide tra Sylvia, la sua ex compagna – intellettuale lucida ma segnata da un incidente che le ha causato un dolore fisico permanente – e Naomi, una giovane studentessa affascinante e sfuggente.

Intorno a loro, Rooney costruisce una rete delicata di legami: affetti che si cercano, si sfiorano e si fraintendono. Il titolo stesso è una chiave di lettura sottile ma potente. Nell’opera musicale, un intermezzo è un momento di passaggio, spesso lirico, tra due atti. Negli scacchi, è una mossa inattesa che interrompe lo schema previsto e sorprende l’avversario. Rooney sembra giocare con entrambi i significati: i personaggi si trovano in una fase della loro vita in cui tutto può cambiare, o restare immobile. Dove ogni gesto è carico di possibilità, ma anche di precarietà.

Peter e Ivan attraversano questo spazio in modi opposti. Il primo con ansia e inquietudine, alla ricerca di una direzione, ma spesso invischiato nei propri pensieri. Il secondo con sorpresa e apertura, lasciandosi stupire da ciò che non aveva previsto.

Rooney alterna le loro voci con grande finezza. A Ivan assegna uno stile spoglio, limpido, quasi infantile nella sua tensione alla chiarezza: idee rapide, convinzioni ideologiche acerbe, che si fanno via via più complesse. Peter, al contrario, è narrato con un flusso di coscienza quasi joyciano, fatto di frammenti, inversioni sintattiche, citazioni letterarie. Due stili distinti, perfettamente coerenti con due modi diversi di stare al mondo.

La prosa di Rooney resta minimalista, ma profondamente evocativa. Non cerca l’effetto, ma l’autenticità. E quando l’autrice osa – nella rappresentazione della sessualità o del dolore – lo fa con una grazia disarmante. Anche gli oggetti più quotidiani – un viaggio in macchina, un bicchiere d’acqua, un preservativo dimenticato nella valigia – acquistano spessore narrativo. Rooney riesce a rendere visibile ciò che, nella vita reale, è spesso solo un’impressione fugace.

Una delle scelte narrative più evidenti è quella di limitare il punto di vista alle voci maschili. Le figure femminili – Naomi, Sylvia, Margaret – ci arrivano attraverso lo sguardo e i silenzi dei fratelli. Questo le rende a tratti sfuggenti o simboliche, in particolare Naomi e Sylvia. Margaret, invece, è l’unica donna a cui Rooney concede una vera interiorità, e forse per questo è anche il personaggio femminile più riuscito: complessa, tenera, consapevole.

Ma in un romanzo che lavora per sottrazione, ogni omissione è anche una scelta. Proprio attraverso i limiti dello sguardo dei personaggi, Rooney chiede al lettore di immaginare ciò che non è detto e di abitare non solo ciò che è narrato, ma anche ciò che resta in sospeso. L’accento è posto proprio lì: nei vuoti, nei gesti incompiuti, nelle parole trattenute. È in quel “durante” incerto – l’intermezzo, appunto – che il romanzo trova la sua forza.

La pausa diventa centro narrativo, non un semplice momento di passaggio. È lì, nella sospensione tra prima e dopo, che i personaggi cambiano, si smarriscono, o forse si ritrovano. Rooney sembra suggerire che la vita sia fatta proprio di questi intermezzi: momenti in cui tutto vacilla e proprio per questo tutto può cambiare.

Intermezzo è un romanzo che cresce piano, come una musica che non ha bisogno di climax. È fatto di piccoli gesti, silenzi densi, dialoghi mancati. Ma anche profondamente vivo. Si ha la sensazione non di leggere i personaggi, ma di camminare accanto a loro. Non è un libro che ti prende per mano, ma uno che ti accompagna. Un romanzo da assaporare lentamente, da lasciar decantare. Perché in fondo è questo che sembra raccontare: la vita come un intervallo fragile ma reale, in cui possiamo ancora trovarci. E forse anche salvarci.

Angela Molinaro

Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.