Stranieri alle porte di Zygmunt Bauman (trad. Marco Cupellaro, Laterza ed., 2016), di Gigi Agnano

In un’intervista del 2004, Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo nato in Polonia nel 1925 e scomparso nel 2017 in Inghilterra, così riassumeva la ben nota metafora della “liquidità”:

“Oggi tutto è temporaneo. Come i liquidi, la società moderna è caratterizzata dall’incapacità di mantenere la forma. Le nostre istituzioni, strutture, stili di vita, credenze e convinzioni cambiano prima di avere il tempo di solidificarsi in costumi, abitudini e verità”.

Se in un recente passato “solido” i rischi erano noti – si pensi alla Guerra Fredda -, nella modernità “liquida” anche le paure sono “liquide”, ovvero le minacce (inquinamento, cambiamento climatico, globalizzazione, precarietà del lavoro, terrorismo) si percepiscono in maniera più vaga.

In Stranieri alle porte, un saggio breve di poco più di un centinaio di pagine pubblicato nel 2016, ovvero poco prima della sua morte, Bauman sente la necessità di esplorare e di smantellare le paure che derivano dalle migrazioni, ma che sono generate in primis e ad arte dalla politica. Il tema era particolarmente sentito in quanto nel 2015 l’Europa, sulla scia delle Primavere Arabe e di un mix esplosivo di conflitti e di crisi economica, stava attraversando quella che veniva considerata la più importante crisi migratoria dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, con l’ingresso di circa un milione di immigrati irregolari.

“Telegiornali, quotidiani, discorsi politici, tweet – avvezzi a offrire temi e sbocchi alle ansie e alle paure pubbliche – non parlano d’altro oggi che della “crisi migratoria” che travolgerebbe l’Europa, preannunciando il collasso e la fine dello stile di vita che conosciamo, conduciamo e amiamo”

Questa paura, che Bauman chiama “panico da migrazione”, genera indifferenza e cecità morale e l’opinione pubblica, pensando anche di fare il proprio interesse, smette progressivamente di provare compassione per la tragedia dei profughi. E l’Europa, a sfregio delle proprie tradizioni illuministiche e di cosmopolitismo kantiano, assume atteggiamenti apertamente o ipocritamente ostili, confortati dai successi elettorali di partiti e movimenti razzisti che agitano fanaticamente la bandiera dell’interesse nazionale (“la Francia ai francesi”, “prima gli italiani”, ecc..).

Ma innanzitutto Bauman osserva che le migrazioni e i rifugiati non sono una novità nella storia dell’Europa:

“E’ dall’inizio della modernità che profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui unica prospettiva è la fame bussano alla porta di altri popoli: e per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati (come lo sono oggi) stranieri.”

E gli stranieri, proprio perché “strani”, sono ospiti indesiderati, sconosciuti in quanto estranei. E spaventosi perché diversi e imprevedibili: potrebbero essere proprio loro, gli sfollati provenienti da altri angoli del mondo a sconvolgere le nostre abitudini di vita. Questa xenofobia, alimentata dall’isteria dei media, viene sfruttata spudoratamente dai politici in particolar modo tra individui vulnerabili e tra quelle masse crescenti della popolazione che si sentono progressivamente escluse dal benessere sociale.

Le sole politiche proposte e considerate accettabili sono quelle che tendono a segregare e tenere a distanza gli stranieri. I governi dei vari Stati europei, e più in generale occidentali, anziché trovare ricette per alleggerire le preoccupazioni economiche dei “propri” cittadini, invece di creare ponti e favorire il dialogo, promuovono l’immagine di uno Stato che protegge dall’invasione straniera. Identificano cioè la migrazione con un problema di sicurezza, la qual cosa peraltro finisce per favorire la propaganda dei gruppi terroristici su persone emarginate, alienate, che cercano una qualche forma di vendetta. Bauman evidenzia infatti come l’esclusione sociale sia la causa principale della radicalizzazione dei giovani musulmani nell’unione europea, a fronte della quale occorrerebbe il massimo impegno in termini di investimenti che favoriscano l’inclusione e l’integrazione.

In buona sostanza, per Bauman una risposta valida non è la separazione, ma la connessione; non i muri e i centri di detenzione, ma il dialogo, la convivenza pacifica e reciprocamente vantaggiosa, cooperativa e solidale. Pare proprio che non ci sia alcuna alternativa praticabile:

“… dobbiamo andare in cerca di occasioni di incontro ravvicinato e di contatto sempre più approfondito, sperando di arrivare in tal modo a una fusione di orizzonti […]. L’umanità è in crisi: e da questa crisi non c’è altra via di uscita che la solidarietà tra gli uomini”

Gigi Agnano


I migranti, soggetti fragili: intervista a Gluaco Iermano, coordinatore Area Minori Stranieri non Accompagnati e Socio Lavoratore della Cooperativa Dedalus

La Dedalus Cooperativa Sociale nasce a Napoli nel 1981 per sviluppare la ricerca sociale sui temi legati al mercato del lavoro nel Mezzogiorno, poi ai , flussi migratori sia dal punto di vista delle sue caratteristiche e evoluzioni, sia per quanto attiene le possibili politiche per affrontare e governare tale fenomeno. In questo quadro, proprio a partire da quanto appreso con la ricerca e l’osservazione, inizia a progettare e realizzare servizi di welfare rivolti alle persone con background migratorio, trasformandosi nel 1997 in cooperativa sociale.

La cooperativa vede oggi impegnati nelle sue attività e nei suoi servizi circa 80 lavoratrici e lavoratori dipendenti gestendo interventi rivolti alla popolazione migrante e non solo, in particolare nei settori dell’accoglienza, della prossimità, del supporto all’inclusione socio-lavorativa, alla promozione dell’intercultura e del contrasto a ogni forma di discriminazione

In questo quadro, nello specifico degli interventi rivolti ai minori del territorio e ai minori soli non accompagnati, circa 20 anni fa, Dedalus apre il primo centro interculturale della città di Napoli (per altro uno dei primi in Italia e sicuramente nel Mezzogiorno). Il Centro interculturale “Nanà” nasce nel 2004 come spazio aperto di confronto sui temi delle diversità, dell’intercultura e dell’integrazione e da sempre promuove iniziative di sensibilizzazione ed informazione su questi temi. 

Abbiamo posto alcune domande a  Gluaco Iermano, coordinatore Area Minori Stranieri non Accompagnati e Socio Lavoratore della Cooperativa Dedalus, impegnato da circa trent’anni nell’ambito dell’immigrazione dell’intercultura, vincitore del Premio Internazionale Child10 Award nel 2020

****Uno dei principali  meriti del Centro Nanà è stato quello di porre l’attenzione sulla fragilità dei soggetti rappresentati dai minori non accompagnati che arrivano in Italia dopo mille traversie e sofferenze.  In pratica, come agite?

minori stranieri soli, in quanto non accompagnati da genitori/parenti e in un paese straniero, sono per evidenti ragioni soggetti fragili; essi rappresentano una categoria di persone la cui caratteristica principale è una vulnerabilità di cui è necessario tenere conto nella loro presa in carico. 

Vivere l’immigrazione in generale, ma ancor di più in questa condizione di fragilità, è un’esperienza esistenziale complessa, faticosa, intensa, traumatica, e comporta un percorso di vita pieno di incertezze, di rischi e di pericoli. La vita e la crescita dei minori stranieri è quindi evidentemente caratterizzata da una “doppia fragilità”. 

I minori stranieri soli vivono una condizione socio-giuridica complessa, in quanto minori/ stranieri/ immigrati, difatti il loro status giuridico è duplice e complesso, perché si trovano tra due normative diverse e spesso opposte: la legislazione nazionale e internazionale sulla protezione dei minori e la cospicua, complessa e spesso restrittiva legislazione sull’immigrazione. Insomma, al minorenne straniero viene garantito un completo e complesso sistema di tutela e protezione, ma quando raggiunge i 18 anni (“e un giorno”) perde la sua protezione per ritrovarsi improvvisamente catapultato nel mondo degli adulti e in un regime normativo restrittivo e discriminante. 

Dal punto di vista educativo, la loro presa in carico è basata sui pilastri metodologici – Programmi Individualizzati, MLC, lavoro di Rete –  e prevede una modalità di intervento integrata, poiché gli adolescenti stranieri – MSNA – necessitano di essere seguiti in maniera individuale, continuativa e attenta da personale fisso e presente, con cui instaurare delle relazioni assidue e quotidiane per creare fiducia e affidamento nei ragazzi stessi. Il tutto deve realizzarsi lottando con il poco tempo disponibile della loro presa in carico (8-12 mesi in media) in cui svolgere le molte attività socio-educative e formativo-lavorative predisposte per loro, per la loro autonomia ed emancipazione. 

****Altro aspetto, il tema dei bisogni: 

Nella pluriennale esperienza napoletana, abbiamo potuto incontrare e conoscere il groviglio socio emozionale dei giovani migranti minorenni e neomaggiorenni, caratterizzato dai bisogni del minore e dai bisogni del migrante; dai bisogni espressi e non espressi, di apprendimento, di affetto/coccole e di autonomia 

Nel percorso di educazione-istruzione-formazione-lavoro, e durante il processo di apprendimento continuo del giovane migrante, vengono usate indistintamente ed in maniera integrata l’Educazione: Formale, informale e non formale

Questo modello di intervento di intervento si è andato definendo negli anni, dal 2004 al 2023, ed ha riconosciuto come validi, opportuni ed efficaci, alcuni pilastri:

  • Il Centro interculturale Nanà come luogo libero, aperto e protetto, per accogliere le fragilità e supportare i bisogni, osservare i fenomeni socio-culturali, in un’ottica di Ricerca-azione volta a mettere a punto futuri interventi e servizi – un centro misto: interculturale e di bassa soglia; 
  • La stretta Integrazione tra i progetti per i Msna (adolescenti stranieri), i Servizi residenziali e il centro Nanà, mediante la continua collaborazione con il territorio e con una rete composta da enti, istituzioni, associazioni, imprese, scuole, ecc.                                                                                                  
  • Il lavoro a tempo pieno degli operatori impegnati nell’Area, per realizzare al meglio i programmi individualizzati dei destinatari, e con l’impiego dei Mediatori Culturali inseriti nell’organico stabile dell’équipe;                                                                                                            

Il Centro Nanà è anche luogo di opportunità per persone migranti e in particolare per minori stranieri non accompagnati. Un luogo dove chi vi accede può gratuitamente essere seguito per la pratica del permesso di soggiorno, orientato ed accompagnato nel mondo servizi al cittadino, avviare un percorso di lingua, essere supportato nei percorsi scolastici per la terza media, avviare la pratica di cittadinanza, partecipare a percorsi di cittadinanza attiva, frequentare un corso sull’uso dei media ed atro.

Il Centro Nanà funge da:

  • Antenna del territorio, per conoscere ma anche per riqualificare
  • Luogo di Ricerca-azione continua sui fenomeni sociali territoriali
  • Luogo di incontro protetto ed alternativo alla strada per socializzazione ed inclusione
  • Sede diurna delle attività dei Msna accolti nei Gruppi appartamenti Dedalus
  • Punto di riferimento dei Msna a Napoli, dove creare relazioni e conoscenze
  • Luogo di incontro dei destinatari con altre realtà (scuole, volontari, ecc.) 
  • Luogo di sostegno per Msna di altre comunità, per ex utenti, per migranti
  • Luogo di memoria, simbolico e pratico, per accogliere e rassicurare i nuovi Msna giunti a Napoli
  • Luogo di lavoro dell’equipe msna

*** Nanà in questi anni ha operato in modo incisivo e concreto: numeri di tutto rispetto ne certificano l’operato. Quanti siete a lavorarci e con che ruoli?

L’équipe dell’Area Msna è composta da circa 11 operatori/ici impegnati in numerose attività, collegate alla gestione del centro Nanà, di 2 gruppi appartamento per minori (Vavisol e Aliante) e di 2 appartamenti di semiautonomia per neomaggiorenni (Pag e Marhaba). 

L’équipe gestisce corsi di italiano, attività di formazione, di socializzazione, di orientamento, di inserimento lavorativo, di relazione con i Servizi Sociali, enti e istituzioni (ministeri, tribunali, questure, ambasciate, CPI, scuole, banche, imprese, ecc.). 

Dal 2004 sono stati più di 4000 i minori stranieri non accompagnati accolti al Centro Nanà.

Dal 2008 sono stati 224 i ragazzi accolti nei 4 appartamenti, per minori e neomaggiorenni stranieri soli.

Amedeo Borzillo

Lisetta Carmi: ho fotografato per capire

Oggi la grande fotografa Lisetta Carmi (Genova, 15 febbraio 1924 – Cisternino, 5 luglio 2022) avrebbe compiuto cento anni e noi Randagi abbiamo voglia di farle gli auguri e di ringraziarla per tutto quanto ha rappresentato per la cultura italiana.

La Carmi, di famiglia ebraica, trascorse l’adolescenza in Svizzera per evitare le persecuzioni razziali; nell’immediato dopoguerra, a poco più di vent’anni, era già una promettente pianista e faceva concerti in giro per il mondo, ma smise di suonare improvvisamente nel 1960 dopo aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro la convocazione a Genova del congresso del Movimento Sociale Italiano.

Lasciata la musica, cominciò ad avvicinarsi alla fotografia. Dei primi anni Sessanta sono i suoi reportage sull’Italsider e sui camalli del porto di Genova e le collaborazioni con alcune riviste come il Mondo e l’Espresso. Dal ’65 inizia a fotografare i travestiti dell’antico ghetto ebraico genovese (per intenderci la via del Campo di De Andrè) e questo lavoro fu raccolto nel ’72 in un volume dal titolo I travestiti, che all’epoca dette un tale scandalo da non essere nemmeno distribuito nelle librerie. Benché ebrea, nel ’67 dopo la guerra dei sei giorni, documentò le tragiche condizioni di vita dei campi profughi palestinesi e dopo quell’esperienza non volle mai più far ritorno in Israele.

Eseguì ritratti, tra gli altri, di Ezra Pound, Alberto Arbasino, Carmelo Bene, Edoardo Sanguineti, Judith Malina, Charles Aznavour, Leonardo Sciascia, Lucio Fontana, Luigi Nono, Claudio Abbado, Jacques Lacan e fece importanti reportage dall’America Latina all’Asia, dalla Sicilia (con testo di Sciascia) alla Barbagia delle operaie di un sugherificio, dalla Firenze dell’alluvione all’Irlanda del Nord della guerra civile nel ’74.

Dopo l’incontro nel ’76 in India con lo yogi Babaji, fondò un ashram a Cisternino in Puglia, dove nel ’79 acquistò un trullo che è stato la sua casa fino alla fine, nell’estate del 2022, a 98 anni. A Cisternino diceva di aver finalmente trovato, nel corso della sua quinta vita, la libertà che aveva cercato nelle vite precedenti.

La Carmi, che viene a ragione considerata come uno dei più grandi fotografi del Novecento, aveva il dono di saper cogliere la vita degli ultimi con uno scatto e usava la macchina fotografica come uno strumento di denuncia sociale. Il suo sguardo delicato e anticonformista ha raccontato gli invisibili, i proletari, i diversi, denunciato le ingiustizie nei confronti dei settori più deboli della società, testimoniato la marginalità sia esistenziale che nel mondo del lavoro. Era solita dire: “Ho fotografato per capire”.

Gigi Agnano

Tre domande a Viola Ardone, di Amedeo Borzillo (foto di Ciro Orlandini)

Gli ultimi tre romanzi di Viola Ardone sono stati tre successi editoriali che l’hanno resa in pochi anni una autrice tra le più lette in Italia e tradotte all’estero. 

Noi de “il Randagio” abbiamo avuto il piacere di incontrarla in occasione dell’ultima Conversazione Letteraria organizzata dalla nostra Bianca Miraglia del Giudice che su base mensile invita autori a dialogare con i lettori, in un salotto letterario che consente un rapporto diretto, quasi confidenziale con lo scrittore di turno.

Viola, insegnante di italiano e storia in un liceo napoletano (non intende lasciare questo lavoro anche perché le piace e le garantisce, in un rapporto e confronto continuo con i ragazzi, la visione del futuro “in presa diretta”, come lei stessa dichiara) confessa che dialoga con i personaggi dei suoi libri a lungo prima di scriverne la storia, e ne diventa “amica” per sviluppare con loro il racconto.

Viola visita la “paura” (della miseria, dell’oppressione e della violenza) nei suoi vari aspetti e con sguardo positivo, lasciando trapelare che potrebbe nei prossimi romanzi affrontare il tema della guerra.

Le abbiamo pertanto posto tre domande non immediatamente riconducibili al suo ultimo libro “Grande Meraviglia”, ma più in generale al suo contesto letterario di riferimento ed al suo approccio alla scrittura 

*** Negli ultimi 3 romanzi affronti tematiche che riconducono al ventennio di egemonia culturale che la sinistra registrò a cavallo degli anni 50-70 che oggi è andata persa.

In particolare nel “Treno dei bambini” la Solidarietà, in “Olivia Denaro” l’emancipazione della donna e in  “Grande Meraviglia” il rispetto della persona umana e il diritto alla salute.

Continuerai a scrivere senza separare il racconto dal contesto/denuncia ?

Sono una persona “politica” e credo che questo si rifletta anche nei miei scritti, ciò non significa per me propagandare un’idea o un partito. Anzi, è l’opposto di quello che la letteratura debba fare. La mia scrittura è politica nel senso che è situata nel passato o nel presente per comprendere il passato e il presente, per raccontare un pezzo della nostra Storia attraverso le storie delle persone. Che cosa la povertà fa alle persone, che cosa la violenza fa alle persone, che cosa la discriminazione fa alle persone. Queste sono le domande che vorrei che i miei libri lasciassero aperte. I buoni libri, o almeno quelli che piacciono a me, non forniscono risposte ma seminano dubbi.

*** E’ opinione diffusa che premessa necessaria ma ovviamente non sufficiente per scrivere un buon libro sia “avere una bella storia da raccontare”. 

Le tue storie sono su argomenti così importanti che rischiano di mettere in secondo piano, soprattutto nella critica, la bellezza, l’intensità e la musicalità del tuo scrivere ed il tuo fare letteratura.

Il Randagio invece vuole sapere proprio chi sono i tuoi maggiori riferimenti letterari, su chi ti sei formata e magari quali i tuoi libri preferiti

È vero: i giornali, la televisione, la radio hanno bisogno di una storia per affezionarsi a un libro, è una semplificazione che coincide con le agende dei programmi e dei quotidiani: il caso del giorno, la storia del momento, l’indignazione di questa settimana. Ma la letteratura quando è buona non si lega al caso di oggi o al limite lo rende eterno, archetipico. A me piace lavorare sugli archetipi: nel Treno dei bambini c’è l’allontanamento, che è la molla narrativa di tutte le fiabe, in Oliva Denaro c’è la difficoltà del crescere per una ragazza, anche questo è un tema favolistico, basti pensare alla Bella addormentata, a Biancaneve, a Cenerentola e a tutte le fiabe in cui un’adolescente incontra il tema del desiderio, della bellezza, dell’amore, della paura dell’apparire e dell’essere vista.

Tutto questo deve essere sorretto dalla scrittura, ci sono problemi stilistici, narratologici, prosodici che l’autrice si pone appena stabilita qual è la storia da raccontare. La domanda per me non è mai solo “che cosa scrivere”, ma “come scrivere”. Nel corso della mia intensa carriera di lettrice ho amato molti autori e autrici dallo stile inconfondibile, dalla scrittura ardita, “difficile”. Erano peccati di gioventù, oggi sono convinta che la prosa di Calvino sia un punto di arrivo incredibilmente complesso. Tutte quelle frasi levigate, ironiche, lineari. Tutta quella “facilità” che nasconde un lavoro da minatore della sintassi. La metafora che mi viene in mente è quella celebre di La Capria, che parlava di “stile dell’anatra”, un’andatura che a prima vista sembra lineare e senza sforzo mentre sott’acqua nasconde un lavorio incessante di zampette.

*** Il treno dei Bambini è diventato un film di imminente uscita, Olivia Denaro è in Teatro con Ambra Angiolini. 

Dal Film “la meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, di Basaglia e della medicina “democratica” non si sente più parlare a cinema: c’è speranza con “La grande Meraviglia” ? 

Lo spero anche io, anche perché lo stesso produttore che ha realizzato il Treno dei bambini ha opzionato Grande Meraviglia. Sarebbe bello veder tornare i “matti” al cinema!

Amedeo Borzillo

Antonio Corvino: Cammini a Sud, sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno, di Francesco Saverio Coppola

In una epoca in cui misuriamo le distanze economicamente e temporalmente, escogitando mezzi di locomozione più o meno verdi o viviamo la stasi incipiente della transizione digitale, che senso ha il camminare e il dove camminare? Trascurando la mobilità consumistica e quella sportiva, esiste una altra dimensione che confina con il fantastico e con l’avventura, il piacere di scoprire non solo luoghi nuovi, ma storie antiche e moderne, vecchi saperi e tradizionali sapori, personaggi e persone. La meta ha un puro significato di orizzonte, quello che conta è il percorso e il fluire della nostra coscienza. Capitalizziamo emozioni, dove riemerge il fanciullino di pascoliana memoria o lo stupore dei personaggi leopardiani. I cammini hanno come pietre miliari molti libri e racconti che hanno raccolto emozioni, osservazioni, riflessioni di viandanti, a queste pietre miliari oggi se ne aggiunge una altra scolpita da Antonio Corvino. Il libro dal titolo “Cammini a Sud, sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”, pubblicato da Giannini editori, si apre con una dedica agli Angeli dei pellegrini e ai viandanti e in cinque capitoli ripercorre un itinerario non turistico, ma letterario. C’è da chiedersi ma i pellegrini hanno degli angeli? Sicuramente non si viaggia mai soli, nel caso di Corvino, il protagonista viaggia con due spiritelli “Scazzamurieddhu” e “Shacuddhi”, impersonificazione dell’ambivalenza umana e dei suoi processi dialettici.  Ma i due spiritelli sono solo estroflessioni del proprio io o rappresentano anche indirettamente dei genius loci, come le antiche storie ci tramandano. Vivono con noi o anche fuori di noi. Non lo sapremo mai, ma sicuramente avvertiamo la loro presenza. I piani storici di questa transumanza umana si sovrappongono e si mischiano facendo rivivere antiche divinità, eroi, anarchici, briganti, santi e arcangeli, riscoprendo antiche mura, torri che ancora sfidano il cielo, castelli silenziosi a guardia di niente, chiese, scrigni di arte e di riti del passato. Un caleidoscopio assimilabile ad un moto browniano, dove si riafferma la multidimensionalità della nostra coscienza e la sua percezione atemporale. L’esperienza di vita di Antonio Corvino, economista, saggista e poeta, si è concretizzata in forma letteraria nel racconto di alcuni cammini del Sud Italia che hanno interessato tre regioni la Campania, il Molise, la Puglia, alla ricerca di identità culturali, storiche e sociali.  Un grande patrimonio naturalistico e culturale da valorizzare che ancora trova un modesto interesse da parte delle Istituzioni, ma che può costituire un volano di sviluppo e soprattutto per le giovani generazioni occasioni di occupazione e di attività imprenditoriali, pur nel rispetto del paesaggio e dell’ambiente.

Alcune esperienze di cammino di Corvino erano state già oggetto di pregevoli articoli apparsi sulla rivista Politica meridionalista. Civiltà di Europa dell’Associazione internazionale Guido Dorso. I cammini tuttavia non riguardano solo sentieri, tratturi o terre isolate o paesaggi incontaminati, interessano anche strutture urbane con livelli di lettura   più complessi da decifrare. Le riflessioni che seguono sono più mirate a discutere sui tradizionali cammini e meno su quelli di carattere cittadino.

Che cosa è un cammino? Sembra una domanda banale, ma non lo è.

Un percorso fisico facile o difficile, misurato prima dalla fantasia e dalla curiosità del potenziale camminatore, successivamente dalla fatica muscolare, dal sudore, ma anche dalla visione di paesaggi, ma soprattutto dalla memoria dei luoghi. Il cammino è una sfida con se stessi, un confrontarsi con la natura e immergersi in essa. Pietre, terra, acqua, pioggia, vegetazione e fauna visibile o nascosta sono i compagni giornalieri di un camminatore. Sicuramente, senza richiamare gli archetipi junghiani, vi sono motivazioni profonde che spingono e hanno spinto nei secoli a camminare. Sicuramente una certa modernità ha messo da parte queste esperienze del passato, favorendo la mobilità veloce, alla mobilità lenta. Sono cambiate anche le abitudini di vita, le comodità sono prevalse sulle scomodità, il facile sul difficile, si è indebolito lo spirito di avventura, ma anche il senso del rischio. Oggi assistiamo sempre più ad una riscoperta di queste antiche esperienze anche se l’Italia pur essendo ricca di percorsi è in ritardo rispetto ad altri paesi, tra cui soprattutto emerge la Spagna. Il libro di Antonio Corvino è una opera letteraria che si libra fra la realtà fisica, sogno e la memoria presente e atavica dei luoghi. Un’opera che si inserisce nel filone della riscoperta dei luoghi e dalle loro stratificazioni culturali. Una domanda si pone. È solo una opera di riscoperta, nata dal piacere dell’autore o anche un tentativo di valorizzazione dei luoghi? La lettura di questo libro, che nasce dall’esperienza diretta dell’autore, è solo una forma di piacere culturale? una possibile guida, alla maniera salgariana, di avventure, di viaggi di valore culturale o di fantasia? una forma di esortazione paideutica a intraprendere esperienze antiche e fuori dalle mobilità moderne soprattutto per le giovani generazioni. Con le tipiche deformazioni dell’economista, ritengo che questo libro possa essere di incitamento per lo sviluppo economico di tanti territori e soprattutto delle aree interne. Il Mezzogiorno è ricco di cammini naturalistici nelle zone costiere, ma anche nella zona appenninica, oltre i percorsi di carattere religioso anticamente usati per raggiungere la terra santa o i santuari di cui è ricco il territorio. Pur rispettando la natura dei cammini, la loro storia, come le antiche memorie ci tramandano, possono essere implementati una serie di servizi lungo i percorsi che spaziano dalla ristorazione, all’alloggio, al trasporto di bagagli e all’editoria culturale per l’approfondimento della memoria dei luoghi. I cammini vivacizzano e fanno rivivere l’artigianato locale e la biodiversità, rafforzando le identità e le radici stesse della comunità. Inoltre possono costituire nuovi gangli di produzioni locali e di filiere commerciali, volte a valorizzare le enogastronomie. Essere una tappa di un cammino diventa una forma di identità di luoghi ormai quasi cancellati dalle carte geografiche. I luoghi dell’abbandono possono ridiventare luoghi di vita e di produzione, diventando le novelle Sirene per non far partire tanti giovani verso altre terre, anzi possono diventare attrattori per tanti giovani che vogliano fondare la loro vita su variabili diverse. Esistono tuttavia non solo servizi tradizionali ma nuove competenze che possono essere appannaggio delle nuove generazioni come l’architettura dei cammini, che richiede una visione multidisciplinare che da una parte rispetti il principio DNSH e dall’altra crei quelle condizioni minime di sicurezza nel percorso e aiuti soprattutto i camminatori ad avere una chiara percezione dei rischi a cui possono andare incontro. Il tracciamento dei cammini richiede uno studio approfondito della fauna e della flora dei luoghi, della loro geologia, ma anche della loro storia. Assume rilievo anche la segnaletica e i tabelloni cartografici che richiedono una opportuna pianificazione e una standardizzazione, facilmente interpretabile da camminatori italiani ma anche stranieri. La transizione digitale offre oggi una grande possibilità di rispettare la natura dei luoghi in maniera non incisiva. Anche l’utilizzo intelligente dei droni può essere utile nella costruzione dei cammini offrendo una visione del territorio integrale. Una altra professione è la guida dei gruppi che percorrono i cammini, soprattutto quelli che manifestano maggiori difficoltà. Negli ultimi anni la cultura dei cammini ha avuto uno sviluppo anche in diverse regioni italiane, molte volte trattasi di iniziative locali che non rientrano nella pianificazione culturale e turistica delle Regioni. Una attenzione diversa oggi è stata fornita dal PNRR e dal piano strategico del turismo 2023-2027. Sarebbe utile che le varie regioni facendo uso dei fondi comunitari 2021-27 incentivino queste come di mobilità interagendo fra di loro, in quanto molti cammini per loro natura sono interregionali. Due importanti annotazioni sono contenute nel piano strategico del turismo già citato:

Turismo religioso e dei cammini

Il turismo religioso gode dell’indubbio vantaggio del forte legame che si crea tra luoghi di culto e fedeli. Le mete religiose non possono approfittare di questo vantaggio se offrono servizi dequalificati e a basso valore aggiunto. La sfida principale delle policy di segmento è quella di accompagnare la qualificazione dell’offerta (ospitalità e ristorazione in particolare) puntando sulla sostenibilità ambientale e sulla digitalizzazione e mantenendo, al contempo, un livello dei prezzi accessibile al vasto segmento dei fedeli. Il sistema del turismo lento e dei cammini in Italia in quanto forma di turismo sostenibile e inclusivo (ridotto impatto ambientale, volano di sviluppo economico e sociale di aree marginali) deve essere sostenuto da specifiche politiche di incentivazione e sostegno:

  1. un sistema di infrastrutture adeguato a pellegrini ed escursionisti, come l’ospitalità a basso costo (laica o religiosa);
  2. un sistema di manutenzione costante, adeguato al percorso e alla segnaletica;
  3. una campagna di promozione internazionale partendo proprio dalla collaborazione con ENIT, Agenzia Nazionale di Promozione del Turismo all’estero;
  4. la creazione di un osservatorio permanente per monitorare e misurare il passaggio e l’arrivo dei pellegrini e il loro impatto economico;
  5. incentivi per la predisposizione e/o il miglioramento dei servizi di supporto per il pellegrino come trasporto zaini, wi-fi, caricatori per biciclette elettriche, ecc.

Turismo delle radici

Il turismo delle radici è stato oggetto di attenzione anche da parte del PNRR, una parte del quale è dedicato a politiche per il turismo. Il progetto, che si trova all’interno dei programmi rivolti alla collettività italiana all’estero, prende il nome di “Turismo delle Radici – Una Strategia Integrata per la ripresa del settore del Turismo nell’Italia post Covid-19”, di cui è responsabile il MAECI. Lo scopo complessivo è stimolare l’occupazione giovanile, sostenendo la formazione di nuove figure professionali specializzate e sviluppando forme di aggregazione tra nuovi occupati e persone con esperienza nel settore del turismo.

Il PNRR ha dato una particolare attenzione allo sviluppo dei Borghi , di cui è ricco il nostro paese, ma ha trascurato le interconnessioni e le strade di collegamento fra di loro vedendoli come centri isolati e non come sistema articolato di cammini. I cammini sicuramente possono essere dei capillari dello sviluppo che vivificano i territori, soprattutto delle cosiddette aree interne o aree di mezzo, come , usa chiamarle Corvino. Occorre una strategia sistemica che partendo dalla formazione professione degli architetti/tracciatori alle guide, incentivino le forme imprenditoriali soprattutto di giovani che possano fornire i servizi anche differenziati in funzione della tipologia dei viaggiatori. È ora che le Regioni assumano una responsabilità diversa nella pianificazione e gestione dei cammini, non solo contribuendo allo sviluppo di attività produttive funzionali, ma anche tutelandoli ed evitando che speculazioni edilizie/commerciali possano prendere il sopravvento distruggendo la loro bellezza e autenticità. Le pagine curate da Antonio Corvino, al di là della illustrazione dei paesaggi e della ricostruzione delle stratificazioni culturali dei territori, ci offre anche uno spaccato delle esigenze del camminatore. Dopo queste sintetiche riflessioni sia di carattere letterario, che economico, mi chiedo, che cosa questo libro offre ai lettori. Sicuramente una emozione, che non nasce solo dalla voglia e dalla curiosità di ripercorrere sentieri, tratturi, ma dal seguire il flusso della propria coscienza vagando tra sogno e fantasia in un mondo dove le antiche Muse riprendono a danzare.  

Francesco Saverio Coppola

Francesco Saverio Coppola

Segretario generale Associazione internazionale Guido Dorso, coordinatore A.I.M (Alleanza Istituti di ricerca e di cultura meridionalisti), Presidente Bri Banca delle risorse immateriali, Coordinatore Comitato scientifico Osservatorio di Economia e Azione sociale, Presidente Gruppo Seniores Banco di Napoli, Presidente Centro studi Carlo Cattaneo. E’ amministratore della società Ingenius Consulting Service per il supporto alla progettazione a Imprese ed Enti per investimenti con utilizzo fondi PNRR e Fondi comunitari. Fa parte e ha fatto parte di comitati scientifici e consigli di Istituzioni meridionaliste tra cui Svimez. E’ stato capo dell’Ufficio studi del Banco di Napoli e Direttore generale di S.R.M ( Studi e Ricerche del Mezzogiorno) del Gruppo Intesa Sanpaolo. E’ stato assessore tecnico alle Finanze del Comune di Benevento. Giornalista, saggista, curatore e autore di diversi libri a carattere economico e sociale, docente universitario, dirige e ha diretto riviste di carattere economico e culturale (Rassegna economica, Dossier UE, Nuove Frontiere, Politica meridionalista. Civiltà di Europa ecc)

Nato a Napoli, ha maturato in ambito aziendale, in ambito universitario, in ambito istituzionale, in centri di ricerca e di promozione sociale molteplici esperienze nel campo dell’economia delle imprese pubbliche e private, della finanza privata e pubblica, dell’economia bancaria, del marketing territoriale. Ha maturato esperienze nel settore delle infrastrutture materiali e immateriali, nel settore della logistica e della mobilità urbana. Ha sviluppato significative competenze manageriali nella direzione di strutture bancarie, di strutture associative, di strutture pubbliche e di attività progettuali. Si è specializzato in operazioni di risanamento, ristrutturazione e riequilibrio finanziario di aziende pubbliche e private.

Si è specializzato sull’ intervento pubblico in economia a livello nazionale, europeo e degli Organismi internazionali. Ha curato studi sull’innovazione e sulla sua diffusione. Ha curato azioni e studi per lo sviluppo e la promozione dei territori. Ha sviluppato esperienze di studio e operative nel mondo non profit, con particolare attenzione ai processi di coesione sociale e di economia del bene comune e alla finanza etica. 

Antonio Corvino

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

 Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.