Strega 2024 – Intervista a Eduardo Savarese, di Daniela Marra

Le Madri della Sapienza di Eduardo Savarese, Wojtek edizioni, proposto allo Strega 2024 da Riccardo Cavallero, è stato spesso definito un romanzo distopico. Eppure appare evidente già dalle prime pagine che qualsiasi vestito risulta imperfetto. Troppo corto, troppo stretto, troppo alla moda o troppo largo, questo accade perché il romanzo di Savarese che ha la forma di vero romanzo tradizionale otto-novecentesco, in particolare ricorda per alcuni versi la produzione russa, è un’opera trasformista, che attinge a una moltitudine di registri diversi ma sapientemente armonizzati.
Visionario, surreale, imprevedibile, racconta una storia-mondo, attraverso un ricchissimo sottobosco di personaggi e trame. Un inno sacro e provocatorio alla potenza dell’amore non come sentimento ma come forza trasformativa, come silenzioso sacrifico, nel senso più classico della parola: Sacer Facio, fare sacro, rendere sacro.

Abstract romanzo:
Il primo ministro Anselmo Riccardi ha l’ossessione di rifondare la famiglia tradizionale. Dietro di lui, dentro di lui, agisce Ulrica Neumond, maga e fondatrice della Casa Europea dei Nuovi Ariani.
Il loro famelico disegno di conquista si abbatte sul monastero delle Madri della Sapienza, ordine laico fondato da tre maturi omosessuali: Luciano (Cinzia), Giorgio (Olimpia) e Fernando (Gridonia).
Le Madri non sono sole: al loro fianco si schierano Licia, undicenne e mistica figlia del premier, e Barbara, moglie combattiva che, da alleata, si trasforma in antagonista di Anselmo.
Aleggia su di loro Fosco Nunziante, intellettuale morto da tempo, come l’ombra del demonio sul destino dei vivi.
Dramma wagneriano, racconto esoterico e commedia fantastica, Le Madri della Sapienza oppone, alla paura indotta da un potere politico magico-autoritario, un neo-monachesimo libertario e umanista, antidoto allo sradicamento della vita interiore.

Nell’introduzione all’ intervista ho parlato di vestito, ma l’obiettivo di rintracciare una categoria di appartenenza per il tuo romanzo, malgrado lo sforzo, è stato vano. Non sono riuscita a trovare un abito appropriato. E allora ho deciso di procedere per sottrazione. È solo spogliandolo che il lettore può osservarlo, trovandosi davanti a una complessa stratificazione. La forma romanzo si colorisce di tante sfumature, si forma, trasformandosi continuamente. Perciò sarebbe interessante raccontarci quando è stato concepito Le Madri della Sapienza e qual è stata la sua gestazione.

Questa tua considerazione, così appropriata, circa la natura sfuggente delle Madri a una
categorizzazione mi fa molto piacere. I mezzi di costruzione del racconto, in questo romanzo, sono, all’apparenza, molto classici. E d’altra parte, nella mia formazione e nella mia ‘pratica’ artistica, ricerco, nell’articolare il pensiero, nello scegliere le parole, nel comporre le figure e le scene, quel che generalmente diciamo il ‘classico’. In altri termini, tutto qui sembra molto convenzionale (nel senso letterale di aderenza a certe convenzioni consolidate del romanzo), però poi il punto di arrivo spiazza (o i vari punti di arrivo, parziali e finali). Posso dire questo: la gestazione nasce da un input molto chiaro dato a me stesso. Sentiti libero di osare, di complicare, di immaginare rispettando profondamente la dignità del tuo immaginario. Sentiti libero di divertirti. Non preoccuparti di esaudire un’aspettativa esterna al tuo processo creativo.

Ci sono alcune categorie che attraversano tutto il romanzo. Una di queste è il potere. Il potere che distrugge e crea assuefazione, illusione, menzogne. Il potere per il potere ricorda per alcuni versi il Macbeth. Quanto la coppia Anselmo-Barbara è ispirata alla tragedia shakespeariana?

Moltissimo, ed in modo evidente, anche mediante riferimenti espressi, variazioni su citazioni quasi letterali (anche dalla versione operistica di Macbeth, quella di Verdi). Il potere è uno dei pilastri del romanzo: ed il potere in coppia mi ha sempre solleticato la fantasia e la meditazione. Per cui Anselmo e Barbara non potevano non avere quel referente.

Chiaramente l’autore di questo romanzo è un nuovo Eduardo, o meglio un Eduardo più completo, forse anche più vero, che mette in luce per la prima volta nella scrittura ogni sua sfaccettatura. Memoria emotiva, memoria intellettiva e realtà quotidiana si fondono e si confondono, ma sono sempre raccontate attraverso la lente dell’ironia, un’ironia garbata che rende ogni provocazione delicata. Che cosa consente questa chiave di scrittura ironica e oserei anche autoironica?

Che bella domanda… l’ironia (e soprattutto l’autoironia, anche del narratore circa i processi narrativi attuati: vedi la citazione schizofrenica che oscilla da Borges ad Angela da Foligno) nasce dallo sguardo compassionevole sul mondo. Lo sguardo che, da tempo, mi interessa di più è quello. Lo sguardo che può lenire la crescente violenza del mondo.

Realtà inquiete, sante, maghe e visioni profetiche, la sensazione spesso è di trovarsi catapultati in un’opera lirica, dove l’irrazionale e il fantastico sono dimensioni che conferiscono potenza alla realtà, ancora più del realismo puro. Quanto ha influito l’amore per l’Opera nella tua scrittura?

Enormemente. Ma me ne sono accorto in una fase avanzata della prima stesura (le stesure sono state tre, in tre anni). E me ne sono accorto precisamente nel punto in cui decidevo di superare
l’autocensura sull’irruzione della presenza fantastica nel monastero delle Madri. Il teatro lirico ha rilasciato il salvacondotto all’espressione del mio immaginario, in termini di possibilità del racconto… poi ci sono le incursioni più decifrabili (il nome verdiano della maga Ulrica, o la presenza, in un sogno, delle fanciulle fiore wagneriane…).

Le Madri della sapienza insegnano senza essere didascaliche. Con la riscoperta del monachesimo ci ricordano l’importanza della dimensione comunitaria, che oggi è sempre più infranta e dimenticata. Quanto è importante recuperare questa dimensione?

Mi pare sia vitale. Disintegrati a questo modo possiamo solo continuare a disintegrarci fino
all’estinzione nell’ignominia. La dimensione comunitaria, fondata su valori altamente spirituali, e su forme di disciplina condivise, oggi avrebbe molto da darci: certo, va reinventata, ma è una bellissima sfida del pensiero e dell’azione.

Parliamo di Amore, sembrerebbe una grande categoria universale e sentimentale, eppure nelle
Madri della Sapienza l’amore è sapienza. Un ritorno all’ordine nel disordine quotidiano dove
sembra sparita ogni bussola. Amare nella verità è un ritorno all’essenziale. Quanto e come risulta salvifico l’amore nel tuo romanzo?

L’amore è sempre stato al centro di tutto quello che ho scritto finora, anche nel saggio-racconto sul fine vita, Il tempo di morire. L’amore che dà salvezza, nelle Madri, deriva dalla combinazione tra verità e misericordia: è l’amore di Cristo. Io ho fame e sete di occasioni per parlarne con libertà, consapevolezza, passione e ironia. In questo romanzo ho provato a ritagliarmi una piccola, grande occasione.

Dimensione onirica, ironia, favola nera e surrealismo, solo alcuni ingredienti dell’alchimia delle
Madri della Sapienza. Sul grande schermo immaginerei una regia di Terry Gilliam e tu?

Terrence Malick. Magari… E, forse ancor più: Alice Rorhwacher.

Con quale personaggio del tuo romanzo andresti all’Opera e a cena e quale Opera andresti a
vedere?

Nessun dubbio: andrei con Ulrica Neumond e andremmo a vedere I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Forse Ulrica però non cenerebbe, berrebbe soltanto, quello sì, ma in niente di meno che nel calice del Graal…

Daniela Marra

Eduardo Savarese (1979) vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato i romanzi “Non passare per il sangue” (2012) e “Le inutili vergogne” (2014) per e/o, “Le cose di prima” (2018, minimum fax) e il racconto “La camera di Ondino” (Tetra, 2022). È autore anche di ibridazioni tra saggio e narrativa, su temi etico-giuridici (“Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”, e/o, 2015; “Il tempo di morire”, Wojtek, 2019), o intorno alla propria melomania (“È tardi!”, Wojtek, 2021). Scrive per «Il Riformista» e «L’Indice dei Libri del Mese».

Nuovi Randagi – Serena Cirillo: La scuola di danza

Il tempo sembrava si fosse fermato. È stata la prima sensazione che ho avvertito varcando la soglia finalmente calma, serena, riconciliata con quel mondo, un mondo intero che passava attraverso quella scuola e il mio maestro.

Erano passati vent’anni dall’ultima volta che avevo visto la mia scuola di danza, vent’anni in cui avevo cambiato casa, vita, ambiente, mondo. Ero uscita da quella porta con gli occhi gonfi di lacrime, scendendo per le scale di corsa, appena in tempo per nascondere al maestro la mia disperazione; ero troppo orgogliosa a vent’anni, volevo apparire soddisfatta della mia scelta, dimostrare che rinunciare alla carriera artistica non mi pesava. Invece allora fu una rimozione: impiegai molto tempo ad elaborare il lutto e per qualche anno rifiutai di assistere a qualunque spettacolo di balletto fino a quando, dietro insistenza della mia amica Alessandra, che diversamente da me aveva continuato e che finalmente ballava per la prima volta da solista, andai al suo spettacolo e piansi per tutto il tempo.

A poco a poco ricominciai ad avvicinarmi al mondo della danza fino a quando non decisi di varcare nuovamente la soglia della mia vecchia scuola, luogo di gioia e di dolore, speranza e delusione, passione e rigore. Man mano che salivo le scale mi arrivavano sempre più chiare le note familiari del pianoforte. Dal ritmo riuscivo a distinguere il tipo di esercizio che si stava eseguendo in sala e quale corso stava prendendo lezione: era sicuramente rond des jambes, quarto corso. Dal cortile si sentiva già l’odore, o meglio, si sentivano tutti gli odori della scuola: l’umido delle tavole consumate dai tanti salti e pirouettes che provavamo all’infinito, quello un po’ polveroso della moquette che rivestiva il pavimento di spogliatoio, corridoio e sala d’aspetto (il maestro ci teneva così tanto a quella moquette fuori moda perchè i piedi delle ballerine non si dovevano raffreddare); gli effluvi di profumo delle ragazze che uscivano dopo la doccia soddisfatte delle loro fatiche quotidiane; il fumo lontano di qualche sporadica sigaretta di genitori annoiati che aspettavano nel cortile.

Varcata la soglia mi hanno assalito una miriade di immagini: foto attaccate al muro del maestro con varie stelle del balletto, foto di scena dei numerosi allievi che avevano fatto carriera, foto con dedica e lettere di ringraziamento di ballerini famosi. Un caleidoscopio di immagini che rimandava amore per la danza attraverso quei sorrisi sognanti e soddisfatti. Ho rallentato.

Rischiavo di nuovo di essere sopraffatta dalla commozione a quarant’anni, con una nuova casa proprio lì vicino, una splendida bambina di quattro anni dotatissima per la danza e una bella carriera avviata, quella per cui avevo barattato la mia passione da ballerina. Ho deglutito facendomi forza; dovevo percorrere il corridoio e la sala d’attesa per giungere all’ufficio del maestro, diventato settantenne, che da quella piccola stanza sentenziava sul destino di ognuna di noi. Mi arrivavano dallo spogliatoio le voci delle ragazze, alcune concitate e preoccupate, altre allegre e spensierate, e dalla sala i comandi della maestra, imponente sebbene piccola di statura, che si rivolgeva con esortazioni o rimproveri alle aspiranti ballerine, spesso alzando la voce, e con tono distaccato al pianista, chiedendogli di aumentare o diminuire la velocità del brano che stava eseguendo.

Finalmente sono giunta a destinazione. La porta era aperta, ma ho bussato leggermente, fermandomi sulla soglia. Il maestro ha sollevato lo sguardo dai bozzetti che stava commentando con la costumista, ha sgranato gli occhi sorridendomi, poi subito si è alzato per venirmi incontro. Ci siamo abbracciati senza una parola e abbiamo pianto insieme col cuore traboccante di emozione.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Lucio Dell’Accio: Il tempo del cinema (Giovane Holden Edizioni)

Estratto:

Vedevo il suo volto. Lo sguardo vago, rapito, vinto, e un fine sorriso nascosto nel bianco e nero di una fotografia velata di polvere, graffiata, umida, impregnata di aria senza luce di un archivio. I suoi occhi indecifrabili, carichi di miraggi, in cui riconoscevo il tramonto di chi si è perduto, oltrepassavano il confine tra l’immagine e un altro luogo, un varco invisibile all’osservatore. Teneva calcato obliquo sulla fronte un cappello Homburg di feltro chiaro a falda rotonda, indossava una giacca scura, abbottonata sopra una camicia candida con bottoni gioiello e il colletto a punta da cui spuntava il raffinato nodo della cravatta, e aveva una spilla a forma di corona all’occhiello del bavero. Era la figura scolpita del viveur approdato dall’oceano, il creatore di sconfinati inganni, che rubò l’anima alle contesse d’Europa e conquistò gli onori dei fascisti italiani. Avevo cercato la sua storia senza conoscere il suo vero nome. Lo scoprii in quell’archivio. Edgar Laplante, il grande attore americano, si faceva chiamare Capo Cervo Bianco, il principe pellerossa seguace di Mussolini e fedele amico di D’Annunzio. Lo acclamarono nei teatri e per le strade, lo accolsero in suites sontuose colme di fiori e di suppliche. Fu il dio che stordì le folle. 

[…] La pellicola del film si spezzò nei miei occhi sul primo piano del capotribù pellerossa che cantava Giovinezza. Sentivo il brusio di un proiettore, il rumore cadenzato dei bordi strappati della pellicola che battevano contro le bobine che giravano a vuoto, e vedevo lo sfarfallio della lampada che irraggiava fasci di luce su uno schermo invisibile. Non capivo l’origine di quell’illusione. Attraversavo visioni provvisorie. Ero naufragato nella storia di Capo Cervo Bianco e sognavo un film senza sapere se l’avrei mai girato. Ma questa fu la mia storia in un’altra città, sulla riva di un altro fiume.

Lucio Dell’Accio: estratto da Il tempo del Cinema (Giovane Holden Edizioni).

Lucio Dell’Accio: laureato in cinema al DAMS dell’Università Alma Mater di Bologna. Scrittore e regista, ha girato film di fiction e documetari, tra cui Scene di una strage (2011), docu-film che racconta la strage di piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974) – distribuito in dvd, con il libro collettaneo Brescia: Piazza della Loggia, nella collana Storia e Memoria di Ediesse Edizioni. Tiene laboratori di scrittura creativa ed ha pubblicato suoi racconti in antologie e su riviste. Il romanzo Il tempo del cinema, edito da Giovane Holden Edizioni, è uscito nell’estate del 2023, è stato presentato al Pisa Book Festival 2023 e sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2024.     

Fratellino di Amets Arzallus Antia e Ibrahim Balde, trad. di Roberta Gozzi (Feltrinelli), di Amedeo Borzillo

Per quanto le storie di migranti e delle traversie subite ci siano ormai tristemente familiari,
leggere questo libro ci fa capire quanto siamo lontani dal comprendere davvero i drammi e
le avversità che migliaia di ragazzi africani si trovano a dover vivere e superare, in una
lotta che non riguarda, come pensiamo, solo la loro sopravvivenza ma investe sentimenti,
costumi, sensibilità e affetti familiari che, pur stravolti, resistono e nella sofferenza
sopravvivono.

“Fratellino” è un libro scritto ad una voce e 2 mani, nel senso che è una vera e propria
dettatura della sua storia di migrante da parte di Ibrahim ad un giornalista basco, Amets
Arzallus Antia, in un linguaggio che diviene un “parlato scritto” che proprio per questo
motivo dona autenticità e fa vivere per davvero, con particolare compenetrazione,
commozione e turbamento la lettura.

L’autore è un giornalista francese di lingua basca, volontario in una associazione di
assistenza migranti, e non a caso scrive poesie, perché questo libro si arricchisce di una
narrazione delicata e profonda di un viaggio dalla Guinea al Mediterraneo con mille tappe,
mille avventure e mille volte il rischio di morire del nostro Ibrahim, alla disperata ricerca del
suo fratellino anche lui partito per il viaggio della speranza. Tutto raccontato facendo
emergere la profonda umanità del protagonista, la sua specificità e ricchezza personale,
che contrasta con la visione corrente che tutti un po’ abbiamo di omologare i migranti
disumanizzandone le specifiche peculiarità.

Ibrahim ci sorprende e commuove per la sua caparbietà nel proseguire un cammino di
migliaia di chilometri, cambiando mille mestieri prima per sopravvivere e giungere oltre il
Mediterraneo per poter aiutare la famiglia, poi alla disperata ricerca del suo fratellino.
Ibrahim è raccontato con le sue parole, in un linguaggio che si arricchisce di termini non
tradotti propri dei dialetti e delle lingue che il colonialismo non è riuscito a cancellare, e per
questo rende più intensa e partecipata la lettura degli incontri di varia umanità che si
succedono nel suo viaggio verso il Mediterraneo.

Violenza ma anche aiuto, sopraffazione ma anche solidarietà, torture ma anche
accoglienza, si susseguono nelle numerose tappe che per mesi rallentano il percorso di
avvicinamento al mare ed al riscatto del sogno di un lavoro da camionista che possa
aiutare quel che resta della sua famiglia.

Ibrahim ci racconta quindi ,della sua giovinezza negata con la determinazione di un adulto,
o se vogliamo di un ragazzino assunto la ruolo di capofamiglia che sente e vive la
responsabilità con una forza interiore che proviene dalla nostalgia e dall’affetto per la sua
famiglia.

L’autore Amets Arzallus Antia ha il merito di averla raccontata “insieme” a Ibrahim,
donando alla sua storia poesia e sentimento.

Amedeo Borzillo

La tragedia di Cutro tra “pull” e “push” factor, di Paolo Di Giannantonio

Quanto è avvenuto lo scorso anno sulla spiaggia di Steccato di Cutro col naufragio del caicco “Summer Love”, proveniente dalla Turchia con a bordo 180 vite umane, è relativamente facile da tracciare, basandosi sulla agghiacciante essenzialità dei numeri: 94 morti, dei quali 35 minori, alcuni dispersi; due inchieste della Procura di Crotone che riguardano la prima l’identificazione e le responsabilità degli scafisti e la seconda quello che non ha funzionato nel dispositivo di sorveglianza delle coste, con un imbarazzante rimpallo di responsabilità tra l’agenzia Frontex, Guardia Costiera e Guardia di Finanza italiane. Per ora c’è stata una condanna, a vent’anni, in primo grado, di uno dei quattro accusati di far parte dell’organizzazione.

Al di là del codice penale, però, la discussione, le polemiche e il dolore riguardano il modo in cui il nostro paese ha deciso di affrontare questa emergenza. Il “decreto Cutro” istituzionalizza una visione poliziesca che ribalta quanto era stato pensato ed attuato in un passato ancora abbastanza recente ma ormai percepito come “remoto”. In quel periodo ebbi l’opportunità di seguire una missione di salvataggio a bordo della nave “Diciotti” davanti le coste della Libia. In tre giorni trascorsi in mare furono portate in salvo quasi 200 persone. E il clima era di soddisfazione, di fierezza, per aver compiuto una azione eticamente robusta, in linea con i principi e gli ideali di fratellanza che animano il nostro Paese e la nostra Costituzione.

grafica Anna Di Rosa

Oggi è tutto cambiato e sono quasi sicuro che gli uomini in divisa bianca o in divisa grigia non si arrischierebbero ad esprimere entusiasmo per il soccorso ed il salvataggio di disperati che accettano di sfidare il Mediterraneo per regalarsi una chance di vita migliore. C’è timore di passare per “amici degli scafisti”, per “terzomondisti”, per avversari della “linea dura” propugnata dalle autorità di governo.

Meglio rimanere nei porti, per quanto è possibile, meglio applicare le disposizioni alla lettera, meglio non rischiare di fare un passo in più. Credo che questo sia l’atteggiamento che ha causato quella catena di distrazione ed equivoci che ha portato al mancato intervento di salvataggio nelle acque di Calabria. Voglio specificare ancora meglio: molti esponenti politici ritengono che andare a recuperare esseri umani poco al di fuori delle acque territoriali dei paesi del Nordafrica costituisca un “pull factor”, un fattore di attrazione per quei migranti che si trovano sull’altra sponda. Un atteggiamento come quello adottato nel caso di Cutro (ma anche in molte altre occasioni) fungerebbe, invece, da “push factor”, ovvero da fattore di dissuasione. E fa il parallelo con quel “pacchetto” di norme che ha colpito le ong che schierano in mare le loro imbarcazioni: porti di attracco sempre più lontani e possibilità di effettuare un solo salvataggio, pena multe salatissime e sospensione dei periodi di navigazione.

A Cutro, un anno fa, non funzionarono i soccorsi. A Cutro, oggi, non funzionano le promesse fatte un anno fa, specialmente quelle relative ai congiungimenti familiari. E resta una ferita di credibilità che riguarda tutti gli italiani, che debbono essere consci di una quasi, tragica, certezza: ci saranno altre Cutro, ci saranno altri bambini che, come il piccolo siriano Sultan, rischieranno di morire di freddo, in mare o una spiaggia.

Sultan come Aylan. Nomi che si rischia di scordare.

Paolo Di Giannantonio