Milan Kundera: La festa dell’insignificanza (Adelphi, 2013 – trad. Massimo Rizzante), di Gigi Agnano

Non fatevi ingannare dall’apparente semplicità di questo libretto di un centinaio di pagine, il decimo ed ultimo romanzo del grande scrittore ceco, il quarto scritto direttamente in francese, pubblicato da Adelphi nel 2013, prima ancora che uscisse in Francia con Gallimard nell’aprile del 2014. Se proprio volessimo parlare di “semplicità” dovremmo fare ricorso alla fin troppo abusata leggerezza o alla “squisita semplicità” di un piatto di gnocchi di pane o di una zuppa di cipolle preparati da uno chef stellato. Semplici sono solo le cose della vita che però bisogna saper raccontare e Kundera lo fa da grandissimo scrittore, aggiungendo poesia e complessità, mescolando banale ed essenziale, malinconia e felicità traboccante, tragedia e farsa.

Ma La festa dell’insignificanza, questo “non romanzo” costruito come un’opera teatrale in sette parti, non è affatto semplice. Ci sono infatti molti più significati di quanti possiate immaginarne in questa insignificanza, un’insignificanza che svela sorridendo l’assurdità dell’esistenza, un’insignificanza che, come dice Ramon, uno dei protagonisti, è “l’essenza dell’esistenza.”

Il romanzo si apre con Alain che camminando per le strade di Parigi osserva affascinato e turbato che la moda del momento per le ragazze è di mettere in mostra l’ombelico, “come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.” Ma mentre riesce a spiegarsi il motivo per cui un uomo possa essere sedotto dalle cosce , dalle natiche e dal seno, viceversa si chiede: “come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata nell’ombelico?”

Mentre Alain riflette sulle diverse fonti della seduzione femminile, Ramon, l’intellettuale in pensione, passeggia senza meta nei giardini di Lussemburgo perché ha appena rinunciato alla visita di una mostra dedicata a Chagall a causa della coda “disgustosa” alla biglietteria, di cui non vuole essere parte. Dice: “Guardali! Pensi che, d’un tratto, abbiano cominciato ad amare Chagall? Sono disposti ad andare ovunque, a fare qualsiasi cosa, solo per ammazzare il tempo che non sanno come impiegare. Non hanno idea di nulla, quindi si lasciano guidare. Sono splendidamente guidabili.”

Camminando Ramon incrocia D’Ardelo, il narcisista, che per il solo piacere di mentire finge di confessargli di avere un cancro, ma nel contempo lo invita alla sua festa di compleanno, chiedendogli se conosce qualcuno in grado di organizzarne il catering.

Dopo un’ora, Ramon è a casa di Charles, l’amico che sogna di mettere in scena una commedia di marionette su un aneddoto della vita di Stalin, da cui emergerebbe un dittatore ironico e burlone, che si prende gioco dei suoi più stretti collaboratori che non osano ridere per servile ossequio (metafora della nostra incapacità di cogliere il senso dell’ironia). I due osservano che tra questi lacchè c’è Kalinin, il funzionario con la vescica debole, che dà ancora oggi il nome alla città natale di Kant (Kaliningrad), mentre invece, ironia della Storia, il tiranno baffuto pare svanito dalla memoria soprattutto dei più giovani.

A casa di Charles c’è poi l’attore disoccupato Caliban, che si diverte a inventare nuove identità e a creare lingue immaginarie. I due fanno saltuariamente i camerieri per sbarcare il lunario.

Ecco così presentati dal narratore i protagonisti del racconto, omuncoli insignificanti che non fanno o dicono granché, sprofondati nell’inconsistenza della vita quotidiana. Tutti loro si incontreranno durante la festa nel salotto di D’Ardelo, osservatori di un mondo troppo pieno di vanità, della vacuità di un divertimento per cui ogni ospite si dà delle arie per apparire più importante di quanto non sia, si compiace dei propri successi e fa sfoggio della propria felicità intorno ai bicchieri di alcol appoggiati su un vassoio. La festa è il pretesto per Kundera per sorridere della banalità del nostro tempo, che è “comico proprio perché ha perso ogni senso dell’umorismo”.

Nonostante le poche pagine, il libro è ricco di passaggi indimenticabili come quello su Quaquelique, il seduttore, che conquista le donne con osservazioni banali, che non richiedono risposte intelligenti o presenza di spirito perché l’essere brillante le sfida a competere, mentre l’insignificanza le tranquillizza, le rilassa, rendendole più facilmente abbordabili.

È la consueta misoginia dell’autore già emersa nei precedenti romanzi e “spiegata” ne L’arte del romanzo, dove si ricorderà la distinzione tra maschilista e misogino: il primo adora la femminilità archetipa (maternità, debolezza, ecc…), esalta la propria virilità e la famiglia, mentre il secondo ha orrore della femminilità e il suo ideale è restare celibe con molte amanti…

Nel romanzo infatti, mentre gli uomini sono amici (“solo una parola è sacra: ‘amicizia’”), le donne sono per lo più assenti, personaggi secondari, a volte anche un po’ spaventosi. C’è la madre di Charles che sta morendo, quella di Alain che l’ha abbandonato alla nascita e con la quale Alain ha un dialogo immaginario, una tale M.me Frank, la vedova allegra, che ha trasformato la morte del marito in un’opportunità per dimostrare agli altri il proprio valore.

Le poche relazioni uomo-donna appena accennate sono all’insegna dell’ incomunicabilità: quella tra Alain e Madeleine per la differenza di età, quella di Caliban con la cameriera portoghese perché i due parlano lingue diverse. Più che personaggi del racconto, le figure femminili sembrano bozzetti funzionali solo a dimostrare un più generale disagio maschile.

Arte (sottratta all’individuo dalla massa), sessualità, erotismo, desiderio (un tempo piaceri assoluti, oggi banalizzati), amicizia, ironia, rapporti problematici tra uomo e donna, tra madri e figli, la politica, la vecchiaia (“le sue dichiarazioni non conformiste, che un tempo lo ringiovanivano, facevano ora di lui, malgrado l’ingannevole apparenza, un personaggio inattuale, fuori dal tempo, perciò vecchio.”) sono tra le tematiche trattate in questo libretto, in una sorta di compendio finale o di manifesto della poetica di Kundera, che, all’età di 84 anni, sa che quello che sta scrivendo potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

I protagonisti ricordano i tempi di Stalin, di Krusciov e dell’Unione Sovietica (“un’epoca di cui non rimarranno più tracce”), elaborano discutibili teorie sulla seduzione (quanta distanza da scene ad alto contenuto erotico come quella de Il libro del riso e dell’oblio del 1978 con Karel che guarda Eva che si masturba sulle note di una suite di Bach!), riflettono sull’insignificanza e sul suo impatto sulla felicità, si confrontano sul posto che deve assumere nella vita l’assurdo e il riso, quest’ultimo tema cui, com’è noto, Kundera ha dedicato almeno tre romanzi: Lo scherzo, La vita è altrove, ma soprattutto Il libro del riso e dell’oblio. Secondo Ramon, ispirato da Hegel, “il vero umorismo è impensabile senza l’infinito buonumore, l’ “unendliche Wohlgemutheit”. Non lo scherno, non la satira, non il sarcasmo. Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne.”

Tutto finisce nell’inno di Ramon all’insignificanza, con la celebrazione della vita che in fin dei conti non significa nulla. In realtà non c’è un vero e proprio finale, così come a volerla dire tutta non c’è una trama. Non c’è descrizione fisica dei personaggi, rappresentati solo attraverso le loro discussioni e introspezioni. Nessuna parola di troppo, nessun superlativo, nessun abuso di aggettivi. Ci sono però i pensieri e le domande di sempre, sospesi come la piuma che gli ospiti della festa osservano galleggiare nell’aria in lentissima caduta. Pensieri sintetizzati, domande riformulate da un uomo consapevole di essere alle battute finali.

La festa dell’insignificanza, questa piccola grande eredità di Kundera, ricorda per la leggerezza del tocco e la vivacità della prosa gli ultimi lavori – perdonate l’azzardo – di Woody Allen, meno brillanti dei suoi film migliori, ma sempre attraenti per sapore e personalità, fascino ed eleganza. “L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla. Qui, in questo parco, davanti a noi, guardi, amico mio, è presente in tutta la sua evidenza, in tutta la sua innocenza, in tutta la sua bellezza. Sì, la sua bellezza. L’ha detto anche lei: l’animazione perfetta — e del tutto inutile —, i bambini che ridono — senza sapere perché —, non è forse bello? Respiri, D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…».”

Gigi Agnano

Lorenzo Marone: Sono tornato per te (Einaudi), di Bernardina Moriconi (foto di Ciro Orlandini)

Se mi fosse dato di descrivere  con una parola “Sono tornato per te”, l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone per Einaudi, quella parola sarebbe profondità: la profondità del bene e del male, della saggezza e della fede religiosa di quei semplici che nulla hanno degli umili manzoniani ma che pure comprendono e applicano nella prassi quotidiana, anche in modo inconsapevole, il messaggio di Cristo; e, ancora, la profondità degli affetti – domestici, amicali e soprattutto dell’amore -, la profondità della rabbia e della capacità di resistere e, grazie a questa, di continuare a esistere. 

Tutto questo mi pare, infatti, ottimamente rappresentato attraverso una narrazione ricca di eventi al punto che, come spiega lo stesso autore nella postilla conclusiva, l’opera sembrerebbe contenere  due romanzi scissi, a sé stanti, se non fosse per la brevissima introduzione, in cui incontriamo Cono Trezza, il protagonista, intento a tirare pugni e a schivare quelli dell’avversario in improvvisati e appassionanti incontri di boxe all’interno del Lager nazista in cui si trova prigioniero: una premessa che fa diventare tutta la successiva prima parte del romanzo una lunga analessi, attraverso la quale viene raccontata adolescenza e prima giovinezza di Cono in un paesino di poche case a ridosso del fiume Tanagro, nella zona del Vallo di Diano. Soprattutto, questa parte della narrazione ci mostra in fieri il formarsi di una salda coscienza nutrita di dignità e coraggio che gli derivano in primis dall’esempio domestico e presto anche dall’amore per Serenella, che sarà la motivazione forte a tornare, a non essere sopraffatto nell’inferno del campo in cui il giovane protagonista resta internato per un anno e più e che costituisce incandescente materia narrativa della seconda parte dell’opera.

Un romanzo quindi articolato e che si snoda su due piani tematici distanti eppure consequenziali. Nella parte iniziale lo scrittore napoletano ci trasporta in una realtà rurale e povera della seconda metà degli anni Trenta: un mondo che ricorderebbe un po’ il Verga novelliere, per quei soprannomi più significanti dei nomi di battesimo, per il contatto diretto, costante, a volte affettivo con le bestie che diventano parte della famiglia, per la ruvidità di una esistenza di ristrettezze e di fatica quotidiana subordinata ai cicli atmosferici e alla volontà dei padroni e anche per una certa ineluttabilità della sorte umana cui è difficile scampare: “la storia è un carnaio, a qualcuno va bene e a qualcuno va male, e di tutte le strade percorribili da quella sera Cono imboccò la più disgraziata”. Eppure, in Marone il rapporto con l’ambiente naturale del luogo -i campi, il fiume, l’intero paesaggio che avvolgi con lo sguardo – conserva un tratto se non bucolico certo rigenerante e vivificante, addirittura poetico se cogliamo i rimandi sparsi qui è lì al  Montale di “Meriggiare pallido e assorto”, al Cardarelli di “Autunno”, addirittura al Leopardi della “Quiete dopo la tempesta”:  il tutto, accentuato dal contrasto con la grigia realtà dei tempi in cui gli aspetti più truci del regime trovano modo di affermarsi anche in un piccolo centro di campagna apparentemente lontano dai grandi eventi storici che precipitavano vorticosamente verso la catastrofe.

Nello stesso tempo, proprio in forza di quella permessa iniziale, il lettore non può fare a meno di domandarsi cosa possa accadere al protagonista, quale successione di eventi di lì a poco lo renderanno un prigioniero costretto ad assistere e a sperimentare la ferocia degli aguzzini nazisti.

Ed è in questa successiva sezione del romanzo che Marone conferma una ormai pienamente matura capacità di padroneggiare la materia narrativa. Perché il racconto del viaggio nei treni piombati e quindi l’esistenza, ch’è poi una sopravvivenza, dei prigionieri nel campo tedesco implica per noi lettori l’inevitabile raffronto con le tante (ormai troppe) narrazioni letterarie e cinematografiche che ci parlano dei crimini nazisti. Eppure, giusto per restare nell’ambito letterario più recente, oltre – ma per altri aspetti – al romanzo “Che cosa c’è da ridere” di Federico Baccomo, mi sembra che pochissimi autori siano riusciti al pari di  Marone a trattare con tanta “medietas” argomenti cosi agghiaccianti, senza cedimenti retorici ma con un tratto di esemplare delicatezza e con la capacità di coinvolgere emotivamente il lettore grazie anche alla vividezza dei personaggi che l’autore ci fa incontrare e diventare via via familiari: ciascuno di essi col proprio bagaglio di ricordi rimpianti speranze illusioni e disillusioni ad accompagnarli nella nudità psichica e fisica con cui macerano quel poco di esistenza che giornalmente viene loro concessa dagli aguzzini: è questo il piccolo mondo di amicizie tenaci e disperate che ruota intorno a Cono. E, ancora una volta, è la profondità, questa volta degli affetti nuovi e imprevedibili, a farla da padrona e a fornire a Cono la forza,  di volontà più che fisica, di inventarsi pugile per sopravvivere e per riscattare con l’esultanza momentanea delle vittorie l’orgoglio dei sommersi. 

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

“Addio a Berlino” di Christopher Isherwood (Adelphi, trad. Laura Noulian) e “Cabaret” nella versione di Arturo Brachetti e Luciano Cannito, di Serena Cirillo

Anche la danza può essere un piacevole ed efficace strumento per avvicinarsi alla letteratura. Aver visto di recente il musical “Cabaret”, ha suscitato la mia curiosità spingendomi a leggere il romanzo da cui prende spunto: “Addio a Berlino” di Christopher Isherwood nella traduzione di Laura Noulian pubblicata da Adelphi.

Si tratta di un racconto autobiografico dello scrittore inglese che nel 1930 si stabilisce a Berlino per viverci un paio d’anni. Si trova improvvisamente a frequentare il “sottobosco” della società berlinese con i suoi personaggi da corte dei miracoli. In cerca di ispirazione, tenta di scrivere un romanzo mentre, per sbarcare il lunario, dà lezioni di inglese a personaggi dell’alta borghesia. La sua esperienza berlinese si traduce in una sorta di bipolarismo: una parte della sua vita si svolge nei salotti borghesi dei suoi clienti, un’altra in compagnia di personaggi strani e ambigui, spesso equivoci, che popolano i bassifondi, i locali da lui frequentati e le pensioni dove alloggia, sempre più modeste man mano che si assottigliano le sue risorse. L’ambiente, i personaggi e le situazioni sono descritti con un realismo a tratti angosciante. Le situazioni tragiche vengono trattate con ironia e apparente leggerezza; i temi sociali e politici sono appena accennati, proprio per non far perdere all’opera il suo carattere di romanzo di formazione. Il senso di decadenza e di precarietà si respira ovunque: sia presso la famiglia della classe operaia che gli affitta una camera del proprio appartamento per arrotondare, assillata dai debiti e dalla vita di espedienti ai limiti della legalità che conducono i figli, sia nell’ambiente altolocato in cui transita, in cui sono tutti angosciati dalla pericolosa piega che sta prendendo la scena politica nazionale. Il triste presagio di una guerra imminente si fa sempre più concreto, avvalorato dalle varie manifestazioni di protesta a sfondo politico da parte dei nazisti o dei comunisti, o, peggio ancora dalle rappresaglie antisemite. Così l’autore si aggira tra ladruncoli, faccendieri, prostitute e protettori, truffatori di tutti i livelli e nazionalità, ma anche tra umili e onesti lavoratori, mantenendo sempre lo stesso atteggiamento di osservatore esterno super partes, che si rivelerà completamente alla fine, quando tornerà nel suo paese subito prima dello scoppio della guerra per evitare di esserne coinvolto.

La prosa è scorrevole, fluida, asciutta ma attenta ai dettagli e ad ogni minimo particolare. Lo stile moderno si rispecchia nella forma e nei contenuti, innovativi e a tratti persino scandalosi per l’epoca. Il lessico è infarcito di neologismi e colloquialismi, la storia di Sally, la co-protagonista, è quella di una ragazza di facili costumi e degli uomini lascivi a cui si accompagna nella speranza di fare carriera nel mondo dello spettacolo. L’atteggiamento di sfida apertamente anticonformista è tipico delle donne che all’epoca volevano essere emancipate.

Lo spettacolo “Cabaret” nella nuova versione firmata da Arturo Brachetti e Luciano Cannito, è stato strepitoso. Entrato nella storia del teatro e della filmografia internazionale grazie al musical proposto a Broadway e al film di Bob Fosse del 1972 con Liza Minnelli, vincitore di otto Oscar, viene ripresentato nei teatri italiani con un format del tutto originale. La trama ha subito delle variazioni nell’adattamento teatrale, rendendo la sceneggiatura estremamente efficace. La grande novità della versione attuale è la proposta di Arturo Brachetti protagonista nel ruolo di Emcee, presentatore ambiguo e sfrontato del Kit Kat Club. Brachetti, mito vivente della visual performing art, che spazia dal teatro comico al musical ed è considerato il più grande trasformista contemporaneo, diventa maestro di cerimonie del famoso locale berlinese in un’atmosfera di eccessi, decadenza e contraddizioni, in un momento storico in cui l’euforica disperazione del dopo guerra stava per cedere il passo agli orrori della dittatura nazista. Lo spietato presentatore, che strumentalizza la dilagante libertà sessuale e i giochi di potere, altro non è che una metafora della crescente minaccia del terzo Reich. Ruolo drammaticamente attuale espresso in tutta la sua completezza con Brachetti, che interpreta perfettamente il mood contemporaneo e provocatorio, esplorando temi di politica, amore e libertà personale in un’epoca di grande incertezza. Con lui condivide la scena Diana Del Bufalo nel ruolo che fu di Liza Minnelli: la ragazza di facili costumi, soubrette che nel musical vive con lo scrittore (americano nella trasposizione teatrale) una relazione destinata poi a diventare una grande storia d’amore. La cantante dà un’interpretazione tutta sua al personaggio di Sally, incantando il pubblico con la sua voce straordinaria e la sua imponente presenza scenica. Nel cast ottimi cantanti, attori e ballerini. Ognuno di essi ha dato un tocco particolare al suo personaggio mantenendo un perfetto equilibrio tra comicità e tragedia, tra l’ironia e la drammaticità che rimane sempre sullo sfondo, data la delicatissima tematica che Isherwood ha inteso solo tratteggiare nel suo romanzo.

“E’ uno spettacolo di rottura, che può diventare impegnativo, con riferimenti politici sempre presenti” – afferma il Maestro Cannito – “pertanto ho preferito dare spazio alla leggerezza, senza sottolineare la tragicità del contenuto che è comunque evidente”.

Di grande impatto emotivo il finale, evocativo di un momento storico che ha segnato per sempre le sorti dell’umanità. Una trovata geniale che lascia il pubblico senza fiato.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Tutti i Candidati al Premio Strega 2024 (Dozzina, Europeo, Poesia)

Premio Strega 2024

  • Sonia Aggio, «Nella stanza dell’imperatore» (Fazi), proposto da Simona Cives.
  • Adrián N. Bravi, «Adelaida» (Nutrimenti), proposto da Romana Petri.
  • Paolo Di Paolo, «Romanzo senza umani» (Feltrinelli), proposto da Gianni Amelio.
  • Donatella Di Pietrantonio, «L’età fragile» (Einaudi), proposto da Vittorio Lingiardi.
  • Tommaso Giartosio, «Autobiogrammatica» (minimum fax), proposto da Emanuele Trevi.
  • Antonella Lattanzi, «Cose che non si raccontano» (Einaudi), proposto da Valeria Parrella.
  • Valentina Mira, «Dalla stessa parte mi troverai» (SEM), proposto da Franco Di Mare.
  • Melissa Panarello, «Storia dei miei soldi» (Bompiani), proposto da Nadia Terranova.
  • Daniele Rielli, «Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale» (Rizzoli), proposto da Antonio Pascale.
  • Raffaella Romagnolo, «Aggiustare l’universo» (Mondadori), proposto da Lia Levi.
  • Chiara Valerio, «Chi dice e chi tace» (Sellerio), proposto da Matteo Motolese.
  • Dario Voltolini, «Invernale» (La nave di Teseo), proposto da Sandro Veronesi.

Premio Strega Europeo 2024

immagine per Premio Strega Europeo
  • Shida BazyarDi notte tutto è silenzio a Teheran (Fandango Libri), tradotto da Lavinia Azzone, Blogger Prize for Literature.
  • Paul LynchIl canto del profeta (66thand2nd)tradotto da Riccardo Duranti, Booker Prize 2023.
  • Tore Renberg, La mia Ingeborg (Fazi)tradotto da Margherita Podestà Heir, Miglior libro 2023 per i librai norvegesi.
  • Neige SinnoTriste Tigre (Neri Pozza)tradotto da Luciana Cisbani, Prix Femina 2023.
  • Rosario VillajosL’educazione fisica (Guanda)tradotto da Roberta Arrigoni, Premio Biblioteca Breve 2023.

Premio Strega Poesia 2024

immagine per Premio Strega Poesia
  • Alida AiraghiQuanto di storia, Marco Saya.
  • Alessandro AnilTerra dei ritorni, PordenoneLegge-Samuele Editore.
  • Gian Maria AnnoviDiscomparse, Aragno
  • Daniela AttanasioVivi al mondo, Vallecchi Firenze.
  • Alessandro Baldacci, Il dio di Norimberga, Pequod.
  • Antonio BuxMappe senza una terra, RP libri.
  • Roberto Cescon, Natura, Stampa2009.
  • Stefano Dal BiancoParadiso, Garzanti.
  • Giovanna FreneEredità ed Estinzione, Donzelli.
  • Rosaria Lo RussoTande, Vydia Editore.
  • Tommaso OttonieriCinema di sortilegi, La Vita Felice.
  • Enrico TestaL’erba di nessuno, Einaudi.

Intervista a Orso Tosco per “L’ultimo pinguino delle Langhe” (Nero Rizzoli), di Cristina Marra

Orso benvenuto su Il Randagio. La prima domanda ti tocca e ti cade anche a pennello. Sei un randagio della scrittura, spazi dalla sceneggiatura, alla poesia, ai romanzi fino a questo tuo primo giallo per Nero Rizzoli. Essere randagio cosa significa per te?

Cara Cristina per prima cosa lasciati ringraziare per l’attenzione e la cura che hai scelto di dedicare al mio libro, e grazie a Il Randagio per la preziosa ospitalità. Essere randagio per me rappresenta l’unica condizione grazie alla quale io non finisca per sentirmi un ipocrita. Nascere nell’estremo ponente ligure significa innanzitutto confrontarsi da subito con l’idea artificiale di confine, con la pretesa odiosa di tracciare e imporre dei limiti utili soltanto a pochi, pochissimi, e ingiusti e stancanti per il resto della popolazione. Da questi ragionamenti nasce la mia predilezione per tutti quei personaggi che nelle loro esistenze si sono preoccupati di allargare i confini, arrivando a distruggerli se necessario, pur di scrollarsi di dosso il peso asfissiante e paludoso del potere costituito. Questo tipo di approccio, tanto nella vita quanto nella scrittura, o nella lettura, non può che farti diventare un randagio. 

Da “quel ponente ligure aspro e ripido in cui è nato alla morbidezza delle Langhe. Un trasferimento inaspettato che riporta alla mente un celebre detective, eppure il tuo  Gualtiero Bova, detto il Pinguino, è originale, unico. E’ un personaggio-corale ed è soprattutto il frutto di due territori che solo appaiono esteriormente diversi ma che hanno origine comune. E’ questo il Pinguino? E’ l’espressione di un’appartenenza comune?

Hai perfettamente ragione, ho sempre immaginato il Pinguino come il portatore, magari involontario e persino scocciato, di alcune delle caratteristiche che legano questi due territori, da sempre così diversi e così uniti. C’è in lui una propensione al lirismo, un lirismo che spesso lo conduce alla malinconia o al silenzio più ostinato, ma che per via di un pudore atavico, il pinguino non può che tradurre in una strana forma di sarcasmo. Un sarcasmo che lui rivolge per prima cosa verso se stesso, e che dunque non è un modo per sentirsi migliore o superiore, ma al contrario, è una forma molto pudica e maldestra di affetto. Più passa il tempo e più mi convinco che questo tipo di sarcasmo altro non sia che la forma di empatia concessa ai più timidi.

Il Pinguino è dipendente dalle “gocce” che provocano dentro la sua testa un lavoro sulle parole “raggruppandole di quattro in quattro senza un legame logico tra loro, giusto un po’ di rima”. Sono quelle parole che diventano quartetti il “segreto” delle sue indagini?

Volevo fortemente che il Pinguino avesse un legame viscerale con le parole, ma al tempo stesso volevo che fosse un legame sbilenco, poco ortodosso, lontano dal rigore accademico e dall’aridità del linguaggio giuridico. Le gocce, il loro effetto, rappresentano in questo senso un legame bizzarro e viscerale, il genere di medicina che potrebbe essere al tempo stesso la migliore medicina possibile e un semplice regalo del più comunque effetto placebo. Il Pinguino si affida a loro come altri si affidano ai santi.

Dislessico, ascolta musica hub, fuma la pipa, è uno scrittore mancato, non è un lettore veloce ma ammette di leggere i libri per riempirsi “la testa di un impasto di parole, un po’ come si fa col compost, è un modo per mettere tutto assieme e vedere se ne esce del nutrimento”. Nel romanzo ci sono tanti libri citati in modo più o meno evidente, credo siano tuoi omaggi. Perché un uomo come il Pinguino sceglie di fare il poliziotto?

Paradossalmente per ribellione. Mi divertiva l’idea che qualcuno scegliesse la professione più di tutte legata all’ordine per opporsi ad un ordine giunto dai propri familiari. Infatti il padre del Pinguino, mosso da ideali romantici e anarchici, quando lui era giovane gli disse, nella vita fai quello che vuoi, ma non fare lo sbirro. E lui, proprio per poter contare sull’unico divieto, e dunque su di una libertà quasi assoluta di cui non sa che farsene, sceglie proprio quell’unica strada proibita e la fa sua. Scavando più in profondità credo sia un modo, contorto, elaborato e un po’ assurdo, di non lasciarsi privare di suo padre, ormai morto. Un modo per tenerlo vicino, seppur all’interno di un buffo e taciuto senso di colpa.

Gilda gildina, la bassotta è la sua spalla, la sua compagna di vita, ma anche un bassethound e un capriolo insieme a altri animali compaiono nella storia. Che importanza hanno i personaggi animali nella tua scrittura e in questo romanzo?

Sai, quando nella vita ti capita di chiamarti Orso, credo che ci siano solo due strade percorribili: o degli animali ti disinteressi del tutto, oppure non puoi che accettare l’idea che questo sia un viaggio animalesco condiviso con altri animali. Io ho chiaramente scelto la seconda strada, e devo dire che mi sembra la più ricca e la più credibile. Penso che privarsi di un rapporto il più possibile profondo con gli animali ci renda mutilati e semi analfabeti. 

“E’ sempre vicino alla luce più intensa che le ombre scavano il loro regno profondo”, che rapporto ha Il Pinguino con il dolore e con l’amore?

Temo che abbia deciso di ricevere l’amore e il dolore come si trattasse della stessa sostanza. Io penso che nella vita sia meglio accogliere l’amore e il dolore con due bocche diverse e distinte, pur nella consapevolezza che poi lo stomaco dove finiranno è uno soltanto e lo stesso. Perché questa distinzione, seppur arbitraria e illusoria, ci permette di frapporre un qualcosa tra questi due sentimenti così importanti e lancinanti. Il Pinguino invece, per coraggio o amarezza, difficile dirlo, ha imparato a ricevere i pochi baci e i tanti calci con lo stesso paio di labbra. 

Le indagini scoperchiano un mondo di apparenze e opportunismo. Il Pinguino è “abituato a osservare la vita più che a viverla” e nel romanzo eccentrici, sognatori, sprovveduti, esaltati, ricchi e poveracci scorrono come nei gironi danteschi. Il passato oscuro alle spalle è l’elemento che li accomuna?

Credo che ogni passato, anche il più apparentemente privo di nota, sia in verità un’amalgama incredibile di zone d’ombra e squarci di luce, è il vero legame che ci rende simili e incompleti, è il motivo per cui ci rivolgiamo agli altri con la speranza di comprenderci, o quando la stanchezza o il dolore prendono il sopravvento, di dimenticarci di noi stessi.

 Che rapporto hai tu con i libri, quale il libro o i libri che ti hanno incantato e formato e che consigli ai lettori randagi?

Con la lettura ho un rapporto viscerale e disordinato, procedo per periodi, per innamoramenti che poi vengono sostituiti da nuovi innamoramenti ma che non scompaiono mai del tutto. Grazie al Pinguino e alle Langhe ho riletto Beppe Fenoglio, un gigante, un maestro, l’esempio di una forza e di una sensibilità fuori dal comune e totalmente riversate nella propria opera, senza pose, senza troppa attenzione verso se stesso. Sempre per via del Pinguino e quindi come conseguenza della sua natura “provinciale” ho letto il primo romanzo di Piero Chiara, “Il piatto piange”: meraviglioso. Tornando ai nostri anni, mi sentirei di consigliare alle amiche e agli amici che ci leggono l’ultimo romanzo di Pier Franco Brandimarte, “La vampa”: sono in pochi gli scrittori e le scrittrici in grado di compiere una operazione così ambiziosa e stimolante. E poi sicuramente “Arsenale di Roma distrutta” di Aurelio Picca. Più in generale, qualsiasi libro di Aurelio è un regalo che il lettore si offre. 

Cristina Marra