Libreria “Un panda sulla luna” – intervista a Gabriele Torchetti, di Angela Notarnicola

In questa intervista il Randagio incontra Gabriele Torchetti, uno dei due librai – l’altro è l’ex giornalista RAI Vito Marinelli – della libreria indipendente “Un Panda sulla Luna” di Terlizzi, un punto di riferimento per gli amanti della lettura e della cultura nella cittadina pugliese in provincia di Bari. Ci racconta la passione, le sfide e le soddisfazioni di operare in un contesto difficile, sempre più dominato dalle grandi catene e dal digitale. Attraverso il suo racconto, pensiamo si avverta una passione autentica nel promuovere la lettura come esperienza intima e comunitaria, nel creare un rapporto con i lettori e offrire uno spazio accogliente dove le storie prendono vita.

Perché e come sei diventato libraio?

Ho lavorato tanti anni nel terzo settore, nello specifico con disabili con ritardo mentale. Da loro ho imparato molto, riuscire a farsi comprendere con poche e semplici parole, senza filtri, senza schemi. Ho imparato a comunicare con uno sguardo, con un gesto. Tutto questo è stato un dono. E poi, come accade ormai a moltissime persone mi sono ritrovato all’improvviso senza un lavoro. Non è facile iniziare un nuovo capitolo, è venuta in soccorso quella sana follia che non ti fa più aver paura del vuoto davanti. Quel desiderio recondito e represso per molto tempo ha iniziato a farsi sempre più spazio tra i pensieri. Lavorare con i libri, lavorare per i libri. Incontrare gente nuova, conoscere autrici e autori, costruire una piccola comunità pensante intorno a un libro, è nato così il progetto di “Un panda sulla luna”. In principio come associazione culturale e in seguito con l’apertura di una libreria indipendente. Io e Vito Marinelli, il mio compagno, pur consci del rischio abbiamo dato corpo a quest’utopia, proprio come il nostro panda, creatura in via di estinzione, che fugge sulla luna per sentirsi al sicuro. Un po’ come quello che sta accadendo oggi, si legge sempre meno, ed è bello pensare che ci sia un luogo in cui le lettrici e i lettori possano sentirsi al sicuro. La nostra libreria è un piccolo satellite per chi non vuole uniformarsi alla massa.

Ci parli della libreria?

Una piccola libreria indipendente in una piccola città ha parecchie difficoltà. Spesso noto sguardi perplessi e sospettosi mentre si aggirano tra gli scaffali, effettivamente può apparire bizzarro avere in esposizione pochissimi titoli presenti in classifica. Ma le classifiche lasciano il tempo che trovano, ci sono tantissimi tesori da scoprire, basta soltanto lasciarsi un po’ andare e sfogliare con curiosità.

Manca in generale, non solo in libreria, la curiosità. Il desiderio di conoscere nuovi mondi, spostare di qualche centimetro il proprio sguardo. Però quando si riesce a trasmettere il messaggio è un traguardo bellissimo.

Siamo molto attivi sul territorio attraverso un’organizzazione capillare di appuntamenti d’autore. Cerchiamo di captare autrici e autori con una spiccata sensibilità, proponendo libri e tematiche che possano in qualche modo germogliare in un pensiero più ampio o lasciare un piccolo segno, per esempio abbiamo molto a cuore tematiche transfemministe e queer. 

I momenti vissuti con più spensieratezza però sono quelli vissuti con i gruppi di lettura. Leggere un libro e confrontarsi è sicuramente un’esperienza arricchente per tutti, ma la gioia più grande è quella di vedere persone molto diverse tra loro fare gruppo, fare squadra. 

Per noi non sono semplicemente clienti, sono amiche e amici, che continueremo a vedere e frequentare qualsiasi cosa accada.

Quali libri suggeriresti ai lettori del Randagio?

Quando ero ragazzo ero capace di leggere in piedi, nel pieno delirio di un autobus o di un treno stracolmo. Adesso vinco a mani basse per accidia, mi piace leggere sprofondato su un divano o su una poltrona. L’esperienza di lettura è sempre unica, ognuno deve farla seguendo le proprie inclinazioni e anche i propri gusti. Ma visto che siamo qui a “un panda sulla luna” suggerisco qualche titolo che qui non conosce spazio e tempo, sono sempreverdi.

Luci d’estate: ed è subito notte – IPERBOREA – di Jòn Kalman STEFANSSON un paese microscopico con 400 anime immerso nella campagna islandese più remota. La luce preponderante dell’estate che fa venir voglia di scoperchiare i tetti delle case e il buio dell’inverno, quello della notte eterna che accende sogni e speranze. Cosa possiamo avere in comune con la gente di questo posto? Pensavo nulla e invece ho imparato che nei posti piccoli la vita diventa più grande.

Ho paura torero – Marcos Y Marcos – di Pedro Lemebel. C’è poco da dire, è un capolavoro. Una storia d’amore impossibile ambientata in Cile durante la dittatura di Pinochet. Una fata (una donna transessuale) perde letteralmente la testa per un militante del Fronte Patriottico. Leggiadro, ipnotico, barocco, un’esplosione di colori e gioia, impossibile da dimenticare.

E infine chiudo con una scrittrice che amo immensamente, 

Natsuo Kirino – Neri Pozza – Ambos Mundos. Kirino racconta il lato oscuro del Giappone, nessun mandorlo in fiore, le sue pagine sono una stilettata. Racconti inquietanti, cinici, immorali, storie di donne che devono combattere ogni singolo giorno per rivendicare la propria esistenza.

Angela Notarnicola 

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

Antonio Franchini: “Il fuoco che ti porti dentro” (Marsilio), di Valeria Jacobacci

In copertina l’immagine di una giovane donna (da una foto di Charles H. Traub, Naples, 1985) suggerisce quel fuoco di cui il titolo precisa, perfetta sintesi della storia, “che ti porti dentro”.

La ragazza non è una signora, appare scanzonata, stringe fra due dita affusolate, l’indice e il medio della mano destra, un mozzicone di sigaretta che regge fra le labbra, consumato quasi fino al filtro, mentre gli occhi scuri leggermente socchiusi ammiccano di sfida, il viso è angoloso ma i tratti sono regolari. Piccoli cerchi si intravedono alle orecchie, i capelli sono bruni, il pullover è rosso, un paio di occhiali da sole sono infilati nello scollo, non sono appariscenti, le unghie sono laccate di rosso ma tagliate corte. La sua età non arriva ai trenta, non trapela l’adolescenza o l’infanzia, non si prevede una vecchiaia. 

    

Come tutte le immagini, informa su luci e colori tralasciando sensazioni tattili e olfattive, anche per questo, nel primo paragrafo del primo capitolo la frase “mia madre puzza” colpisce il lettore come un affronto, invitandolo a continuare a suo rischio e pericolo. Può darsi che alcuni abbiano chiuso o siano andati poco più avanti per riprendere la lettura in un altro momento, o non riprenderla affatto, una reazione comprensibile considerando quanto la madre, il suo odore, il calore e la morbidezza del suo corpo siano alla radice della vita di ogni essere umano. Poco conta la proposizione concessiva che precede: “Benché da molti sia considerata una bella donna”. 

La prima pagina continua impietosa, senza parafrasi e senza allusioni, con il preciso intento di provocare da subito repulsione e disprezzo. Mettendo subito le cose in chiaro, l’autore avvisa che “nessuno di noi si sente in imbarazzo, nessuno prova vergogna”, il corpo umano puzza, come testimoniano le filastrocche imparate dalla nonna che parlano di puzze e puzzette, i bambini di solito ridono, si divertono: al mondo puzzano tutti, i bambini più degli altri. 

Allora qual è il problema?  Arriva il momento della fuga. Lontano dalla madre, lontano dal Sud, lontano dalle contraddizioni. Perché i figli possono odiare? Di solito lo fanno quando sono o si sentono respinti, quando non si riconoscono in chi li ha messi al mondo, quando non sono incoraggiati. In questo libro di memorie non solo la madre è protagonista, entrano in gioco la storia e la terra. 

La storia è quella che dagli anni Sessanta arriva ai giorni nostri, la terra è un meridione contraddittorio e diviso fra città e provincia, non troppo diverso, se si riflette, dalla dicotomia città-campagna presente anche al Nord, come in alcuni romanzi di Pavese. A questo segue la naturale contrapposizione Nord Sud.

Nel napoletano, in realtà, le differenze esistono molteplici nelle diverse classi sociali, sono frammiste a pregiudizi  ostinati, si sviluppano in stratificazioni complicate e antiche, si scontrano e si affrontano in una lotta senza fine. Non è la cultura che manca. Tutti, più o meno, ne posseggono una parte cospicua, fatta di sovrapposizioni di epoche e influenze diverse, il risultato di un irrimediabile cinismo sviluppato forse nei secoli.      

Angela, la madre mai chiamata mamma, ma sempre con il suo nome di battesimo, che, fra l’altro e chissà perché, non le piace, viene in città dalle montagne del Sannio, da un paesino del beneventano, Cautano, è di umili origini, quando si trasferisce in città, a Napoli, è solo una bambina, il padre muore quasi subito, con la madre e una sorella affronta le difficoltà e la miseria del dopoguerra. 

Aiutate da alcuni parenti di condizioni sociali più elevate, le donne riescono a superare le iniziali difficoltà, una sorella si ammala e muore, l’altra, Angela, conquista il cuore di un quarantenne della buona borghesia, scapolo, deciso, dopo alcune storie d’amore, a crearsi una famiglia con una donna di vent’anni più giovane, estranea al suo ambiente. Si tratta forse di una scelta di comodo, ma c’è un prezzo da pagare ed è quello dell’impossibilità di intesa fra educazione e gusti diversi, pagheranno i figli questa incongruenza di base.

A questo punto è Napoli la protagonista, o, meglio, il teatro di un intreccio che rappresenta gran parte del tessuto sociale così spesso descritto e analizzato da scrittori e commediografi, fino a creare stereotipi, categorie false o travisate, spesso lontane dalla realtà perché non si tratta di un’unica realtà. Il cliché è nel teatro di Eduardo ma esistono altre dimensioni. Viene in mente una versione di Napoli, quella descritta nei romanzi della Ferrante, dove “Un’amica geniale” scavalca con intelligenza le distanze sociali, sicuramente meno vera, meno interessante e priva di drammaticità, molto diversa dalla protagonista di questo romanzo, una storia, in ogni caso, spostata più avanti di qualche decennio, dove si sente, nonostante tutto, l’odore di cucina e i pettegolezzi delle portinerie.

Le canzoni romantiche ottocentesche, le gouaches del Settecento restano nei salotti, la generazione alto borghese che ha vissuto guerra e dopoguerra frequenta i circoli dove si va in barca a vela e si gioca a carte, non si può fare a meno di pensare a “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, è questo l’ambiente al quale appartiene il marito di Angela.

Lei, invece, è consapevole di una difformità di fondo, aggravata dal fatto di venire dalla provincia, ma non lo riconoscerà mai, tutto si tramuta in odio, nel disprezzo che non dipende dalla consapevolezza di un’ingiustizia, più auto inflitta che voluta da altri, è, piuttosto, un senso di superiorità, il suo, con il quale combatte tutto e tutti sentendosi scaltra, più dotata di chiunque, in diritto di criticare, infierire, giudicare.

  Almeno è così che il figlio la percepisce. Angela ha frequentato il liceo classico e la Facoltà di Lettere ma parla esclusivamente in dialetto, un napoletano ricco di sfumature diverse tratte dal Sannio, origini di cui è orgogliosa perché i Sanniti sconfissero e umiliarono i Romani alle Forche caudine. Quasi tutti nel romanzo parlano in napoletano, in stridente contrasto con la prosa elegante del narratore, c’è differenza fra il napoletano parlato dalle persone colte e quello aspro di Angela, arricchito di continue invettive fra le più truci e volgari.

C’è da immaginare le difficoltà e le sofferenze dei figli, costretti a vivere nel contrasto fra la vita esterna e quella fra le pareti domestiche, dove il padre si muove come un fantasma, in un alone discreto di profumo, in abiti ricercati o in pigiama e veste da camera. 

Non è in questo il vizio capitale della donna. Il suo peccato è una cattiveria di fondo che le fa negare qualunque valore umano, è lo scherno, l’aggressività con la quale si scaglia contro il mondo intero. E’ davvero così? E’ questo il fuoco che la brucia dall’interno? Perché? 

E’ un vizio personale o la prerogativa di una napoletanità esattamente opposta all’immagine comune di “gente col cuore in mano”? Una questione di quartiere? Perfino la gente  umile a Posillipo o a Chiaia è diversa da quella del Vasto o della Ferrovia. Eppure Angela costringe il marito ad abbandonare l’antica  via Bausan per una casa rumorosa nel caotico centro a ridosso della Stazione dei treni, la “ferrovia”.

Anche questo fa parte di una particolare concezione borghese: il marito accontenta la moglie nelle sue richieste e in cambio ha la libertà di vivere fuori casa, nel suo studio di commercialista o nei circoli che lei non frequenta. Non ha nessuna importanza che la donna abbia modi da megera e abbia portato in casa una madre che è peggiore  di lei, le donne contano molto poco, l’importante è vivere la propria vita, fuori della famiglia e nonostante la famiglia.

Un padre da odiare? No. La colpa è della madre, mai solidale, neanche con le altre donne, soprattutto con le altre donne. La sua colpa è la protervia.

Difficile dire se questa condizione, aggravata da un orgoglio smisurato, sia stata la conseguenza di un difficile dopoguerra, se abbia colpito solo una città come Napoli, o se sia una dimensione umana che si raggiunge quando imitare modelli considerati superiori appare un’impresa impossibile che genera solo odio, se questo accada ad alcune persone in particolare o si tratti di un problema più specificamente sociale. 

In alcuni luoghi comuni di Angela si vedono chiaramente le grettezze di ambienti molto ristretti, l’angustia dei paesi piccoli, dove l’artigiano è di più del contadino, dove le donne stanno appostate dietro le finestre per spiare le malefatte altrui, quelle stesse che una volta in città pensano di poter diventare furbe e accalappiare mariti o amanti che le mantengano, quelle che non hanno riguardo per la virtù e oltraggiano chiunque, virtuoso o vizioso che sia. E’ questo il cattivo odore.

 E’ davvero così? Si tratta esclusivamente di questo? 

Questo romanzo non parla di questo. Non si tratta di questo. Il lettore si accorgerà di essersi sbagliato. Allora non potrà fare a meno di sentirsi scosso. E commosso. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Annalisa Angelone: “Diana Spencer. Morte, mito e misteri” (Alessandro Polidoro Editore), di Bernardina Moriconi

Il 31 agosto 1997 moriva nella galleria dell’Alma a Parigi la Principessa Diana. A quasi trent’anni da quel tragico incidente che costò la vita anche al suo compagno Dodi Al-Fayed e all’autista Henri Paul ancora  troppi appaiono i misteri irrisolti che circondano quell’evento.

Ciò che invece è assodato è che quella fine prematura ha consegnato la bionda principessa inglese alla leggenda trasformandola in una delle icone, forse l’ultima in ordine di tempo, di quel ventesimo secolo che volgeva alla fine. E se la sua vicenda nuziale con l’erede al trono britannico aveva per un momento reso realistico e tangibile il mito fiabesco di Cenerentola, il rapido epilogo di quelle nozze aveva confermato che l’happy end  raramente si realizza nella realtà, ma aveva anche rivelato all’opinione pubblica la capacità di questa  giovane donna di svestire gli abiti di principessa per indossare quelli di una  Wonder Woman, capace di destreggiarsi tra mondanità e battaglie sociali, avviate, queste ultime, malgrado ostilità e pericoli: prima fra tutte quella intrapresa dopo la sua missione umanitaria in Angola e poi in Bosnia per l’eliminazione delle mine antiuomo, i cui effetti devastanti, soprattutto sulle fasce più deboli delle popolazioni, Diana aveva  avuto la possibilità di osservare con orrore in prima persona: “Dopo la sua morte, ne erano disseminate nel mondo circa duecento milioni, quattrocento se si contavano anche quelle stoccate, per un valore complessivo di circa un miliardo e quattrocento milioni di dollari”.

Di tutto questo ci parla il libro di Annalisa AngeloneDiana Spencer. Morte, mito e misteri” (Polidoro editore), che offre al lettore un contributo interessante e prezioso per addentrarsi nella breve ma intensa vicenda umana di Diana, vicenda di cui il libro illumina su molti punti non chiari o poco noti e nel contempo racconta e fa conoscere, anche alle giovani generazioni, questa straordinaria figura di principessa lontanissima dai cliché: un mix di ingenuità e seduzione, di apparente remissività e di audace caparbietà, tormentata e spesso ferita dalle sue relazioni sentimentali, ma sempre sorridente e spensierata nelle immagini che la ritraggono accanto ai suoi bambini che non vedrà diventare uomini.

La Angelone ovviamente non ha pretese di  giungere alla soluzione di un caso che ha impegnato per anni apparati giudiziari e polizieschi e che ha visto sorgere anche tesi di uno strampalato complottismo come quella secondo cui l’omicidio sarebbe stato orchestrato dalle associazioni di fiorai per realizzare vendite eccezionali in occasione del tragico evento oppure quella (udite! udite!) secondo cui Diana sarebbe stata eliminata avendo scoperto che i reali inglesi erano in realtà lucertoloni che avevano assunto sembianze umane…  

E proprio per la vastità ed eterogeneità di materiali informativi, Annalisa Angelone rivela in questo lavoro tutta la sua professionalità e competenza giornalistica nel verificare fonti e confrontare dati, alla ricerca non di una verità accertata, ma almeno di elementi che, tralasciati o ignorati in modo approssimativo o sospetto, possano contribuire a delineare i possibili scenari che avrebbero portato a una morte non accidentale ma congegnata come una accuratissima operazione di Intelligence. 

Anche perché con l’accrescersi della sua  popolarità, le scelte di vita della principessa creavano disagio e preoccupazione: sia nell’ambito della famiglia reale, che mal tollerava il probabile matrimonio con un miliardario arabo; sia presso le alte sfere politiche e militari, e non solo britanniche, per quell’impegno che  si era tramutato quasi in una crociata contro le mine antiuomo: “Nell’agosto del 1997 la battaglia contro le mine aveva dato grazie a lei risultati insperati. Con l’adesione di Clinton e il trattato di Ottawa in via di approvazione la messa al bando internazionale stava per diventare realtà.”  Insomma, in pochi anni la timida fanciulla si era trasformata in una donna fiera e audace: in una parola, scomoda. Ne è una prova inconfutabile il fatto che, ci informa l’autrice, il governo americano conservi ancora oggi nei suoi archivi ben 1.190 documenti segreti sulla principessa inglese.

Il libro di Angelone si legge insomma come una intrigante spy story, corredata però di note e di un’ampia bibliografia finale che ne attestano lo spessore documentario. Nelle oltre 370 pagine del volume la scrittrice si sofferma anche su altri molteplici aspetti e momenti di Diana, la principessa triste e la mamma allegra, la donna umiliata che affida il suo riscatto al glamour di un tubino nero (il Revenge Dress) e quella che cerca sicurezza e conforto nella fede e per la quale fu fondamentale l’incontro con Madre Teresa di Calcutta che forse fu una delle prime a cogliere lo spessore spirituale di Diana Spencer.

C’è da chiedersi, a questo punto, se quella frase che – durante una delle sue abituali visite in ospedale – Diana rivolse come estrema forma di conforto a un malato terminale: “Ce la spasseremo di più dall’altra parte” si sia avverata per lei almeno in quel di là, da cui forse ogni tanto lancia uno sguardo distratto e soave vero quest’atomo opaco del male.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.

Musica Randagia: la playlist di settembre 2024

Dal Baltico alla Guinea, dalla Svizzera al Madagascar, dal Mali alla Giamaica, da New York al Libano, questi sono i giri musicali del Randagio per la quarta playlist di Musica Randagia.

La playlist di musica randagia

I musicisti:

Titi Robin, chitarrista e compositore gitano francese;

Nahawa Doumbia, cantante di musica Wassoulou, una regione del sud del Mali, al confine con la Guinea e la Costa d’Avorio;

Hyperculte, duo ginevrino;

Kassa Overall, cantante, batterista e produttore originario di Seattle, da anni sulla scena hip hop newyorkese;

OKI, giapponese dell’Okkaido, la sua musica è un mix di musica tradizionale Ainu e reggae e due;

Cleo Sol, londinese di origini serbo-spagnole;

Charif Megarbane, musicista e compositore libanese;

Rajery, malgascio, virtuoso della valiha, un’arpa tubolare tipica del Madagascar;

Thru Collected, collettivo di artisti visuali e produttori musicali attivo sul territorio napoletano dal 2020;

Toots & the Maytals, ska e reggae dalla Giamaica;

Vieux Farka Touré, maliano, è uno dei figli del leggendario chitarrista Ali Farka Touré;

Gidon Kremer, lettone, è considerato uno dei più grandi violinisti al mondo;

Orchestre della Paillote, gruppo guineano;

Ballaké Sissoko, maliano, maestro di kora;

Chilly Gonzales, pianista canadese residente a Parigi;

Arvo Pärt, compositore estone.

Per ascoltare la playlist randagia di luglio, clicca sulla foto:

Danza e Letteratura: “L’Arlésienne”, di Serena Cirillo

Cosa spinse Roland Petit nel 1974 a creare una coreografia da un’opera teatrale rappresentata un secolo prima, a sua volta tratta da un racconto di Alphonse Daudet, uno dei maggiori esponenti del naturalismo francese? In parte la sua attrazione per le storie da melodramma romantico, poi, forse, il desiderio di raccontare atmosfere tipicamente francesi, come avviene nel balletto “L’Arlésienne”.

Primo della raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, ambientato in Provenza come quasi tutti gli altri, L’Arlésienne descrive un ambiente, un territorio e uno stile di vita tanto caro ai romantici non solo francesi (basti pensare che anche nella celeberrima opera di Giuseppe Verdi, La Traviata, si parla della Provenza come luogo ideale, luogo dell’anima, panacea di tutti i mali) e celebra un tipico eroe romantico, che lo stesso autore incarna alla perfezione. Nato nel cuore della Provenza nel 1840, anno che coincise col fallimento dell’azienda di famiglia, Alphonse Daudet si definì “la cattiva stella per i miei genitori”. La situazione familiare difficile, la fuga a Lione in cerca di fortuna, la morte del fratello maggiore, l’abbandono da parte dei genitori, lo portarono a condurre una vita da vagabondo a soli tredici anni. Lo salvò l’amore per la letteratura, quel fuoco sacro che lo animò fino a fargli comporre le prime poesie e un romanzo appena sedicenne, quando fu costretto a impiegarsi come istitutore per aiutare la sua famiglia. A Diciassette anni raggiunse il fratello a Parigi, dove fu subito notato per il suo talento di scrittore e poeta che gli permise di entrare come redattore a “Le Figaro”. Sebbene fosse di salute cagionevole, lavorò senza sosta, la sua breve vita fu estremamente produttiva e i suoi lavori (poesie, romanzi, racconti e opere teatrali) ebbero molto successo. Aveva la capacità di trasformare in letteratura episodi di vita vissuta, impressioni tratte dall’osservazione della natura e degli uomini… persino i ricordi di guerra furono trasformati in romanzi da Daudet che, come dirà il figlio “Non separò mai la vita dalla letteratura”. I protagonisti delle sue opere erano autentici: con pregi, difetti, debolezze e virtù, ma soprattutto con una carica umana universale. Le sue opere furono definite dalla critica “impressioniste”, proprio perché create con il preciso intento di riprodurre nel lettore l’impressione provata dall’artista al contatto con la realtà. La raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, pubblicata nel 1869, appartiene al periodo in cui lo scrittore, non ancora trentenne, era tornato in Provenza per “sognare ed essere solo”. Aveva affittato un vecchio mulino a vento abbandonato e da questo rifugio immaginò di scrivere agli amici lontani piccoli fatti e leggende della vita del paese, insieme a suoi pensieri e fantasie. Dal racconto “L’Arlésienne” Daudet stesso trasse un dramma omonimo rappresentato nel 1872 con musica di Bizet, ma, nonostante il compositore fosse entusiasta di collaborare con uno scrittore di quel calibro, l’opera non ebbe successo. 

Il successo sulle scene arrivò circa un secolo dopo, quando L’Arlésienne fu trasformata in un balletto dal titolo omonimo dall’intuizione geniale di Roland Petit, il più grande coreografo francese di tutti i tempi. Nel balletto di Roland Petit l’amore tra Vivette e Frederi, che appaiono in scena intenti a partecipare alla festa del paese, è ostacolato dall’ossessione di quest’ultimo per il ricordo dell’Arlésienne, donna da lui amata in passato che non riesce a dimenticare. All’allegria del momento fa da contrappunto il dramma interiore che consuma il giovane, che non riesce ad amare Vivette perché tormentato dalla nostalgia per l’Arlésienne. Lei non compare mai in scena, fa parte di un antefatto. L’Arlésienne è soltanto un senso di perdita, di sconfitta, di abbandono che sconvolge l’animo e turba la mente di Frederi, portandolo via da un presente che potrebbe essere felice, ma è intriso di disperazione. Vane le attenzioni di Vivette, i cui sentimenti F. vorrebbe corrispondere ma non riesce perché il ricordo dell’altra lo logora fino a portarlo al suicidio. Roland Petit, eccellente coreografo narrativo, porta i protagonisti ad esprimere un caleidoscopio di emozioni. Lo spettatore è coinvolto e trascinato nell’allegria della festa dai paesani, nella dolcezza dell’amore puro da Vivette, nella malinconia del ricordo che man mano diventa un’ossessione e poi disperazione. La struttura coreografica accompagna e rende tangibili tutti i cambiamenti di stato d’animo, rispettando le intenzioni di Daudet di descrivere la realtà senza filtri. Rappresentato per la prima volta, con successo, nel 1974 dal Balletto Nazionale di Marsiglia, il balletto è stato riproposto in molti teatri dal mondo, dall’Opera di Parigi alla Scala di Milano, dall’Opera di Roma al Balletto Nice Méditerranée, entrando a pieno titolo nei classici del balletto del ‘900. Attualmente in scena al Teatro San Carlo di Napoli, è interpretato da Danilo Notaro e Claudia D’Antonio. Danilo Notaro che ha colto a pieno il dramma interiore del protagonista, colpisce per l’espressività del movimento e quindi la dimensione tragica del vissuto che rendono fedelmente le intenzioni dell’autore. Il sentimento di disperata rassegnazione di Claudia D’Antonio nei panni di Vivette arriva forte e diretto, è il dramma di una donna il cui amore è respinto, azione resa palese dalle immagini fortemente evocative che Petit rappresenta con una gestualità esplicita.

Ancora una volta le pagine di un classico della letteratura prendono forma, diventano tangibili con tutti i sensi tramutandosi in musica e movimento, le arti si uniscono a creare armonia e ad amplificare la bellezza.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie