Il cerchio della storia. Da Medea a Filumena Marturano, di Alessandra De Martino – PRIMA PARTE

Fin dai suoi albori, il teatro è sempre stato un mezzo efficace sia per criticare il potere, sia per raffigurare le variegate sfaccettature dell’umanità, sia per generare una riflessione sui temi trattati in chi assiste alla rappresentazione. Il contributo che segue è tratto da un articolo che ho pubblicato in Francia tempo fa,[1] ed esamina due figure femminili create a circa duemila anni di distanza, che mostrano un sorprendente numero di somiglianze, nonostante la diversità di fondo faccia dell’una il simbolo dell’amore materno e dell’altra della follia infanticida. Sebbene siano state create in epoche distanti e in paesi diversi tra loro, il minimo comune denominatore è lo stesso, e si prestano bene per rappresentare l’infelice attualità della condizione della donna, ma anche degli stranieri, vengano essi da altri paesi o da altre classi sociali. Nel caso di specie, queste due donne hanno caratteristiche comuni e speculari che le rendono estremamente vicine e al tempo stesso ne fanno due eroine: la prima positiva e la seconda negativa. Mi riferisco a Filumena Marturano, protagonista dell’omonima commedia di Eduardo De Filippo, e Medea, l’eroina creata dal poeta tragico greco Euripide.  Filumena Marturano presenta molti elementi riconducibili all’impianto tragico di Medea, e attraverso la lettura parallela dei due testi, cercherò di evidenziare quegli aspetti che, per la loro universalità, permettono di collocare Filumena tra le figure mitiche del teatro italiano, facendone un mito della contemporaneità, così come Medea viene considerata un mito della classicità. 

Filumena Marturano fu scritta nel 1946, e fa parte dalla Cantata dei giorni dispari. Il testo fu scritto per la sorella Titina che si era sentita sottovalutata nelle commedie precedenti. È l’unica commedia che reca nel titolo il nome di una donna ed è la prima commedia che esplora l’universo psicologico femminile. 

Medea fu scritta nel 431 a.C. per le Grandi Dionisie, i festeggiamenti dedicati a Dioniso che si svolgevano ad Atene. Medea è nativa della Colchide, una regione non greca al confine con il Mar Nero, l’odierna Georgia, ed è la figlia del re Eete e la nipote di Elio, o dio Sole. Compare sulla scena quando Giasone arriva con gli Argonauti ad Aia, la capitale della Colchide, per impadronirsi del Vello d’oro. Medea s’innamora di Giasone, e fa uso delle sue arti magiche per superare gli ostacoli che Eete frappone a Giasone per impedirgli di completare la missione.  Quando il Vello d’oro viene conquistato, Medea tradisce il padre, e scappa con Giasone. I fuggitivi sono accolti da Creonte, il re di Corinto, dove si stabiliscono ed hanno due figli. In seguito, Giasone sposa segretamente Glauce, la figlia di Creonte, scatenando la vendetta omicida di Medea che uccide i figli per impedire che siano esiliati, e fugge ad Atene. La tragedia si svolge a Corinto. [2]

Tra tutte le commedie di Eduardo, Filumena Marturano è quella che maggiormente presenta i tratti della tragedia greca.

Partendo dalla didascalia iniziale di ben quattro pagine, colpisce la disposizione dei personaggi: 

[…] In piedi, quasi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte, in atto di sfida, sta Filumena Marturno. Indossa una candida e lunga camicia da notte. Capelli in disordine e ravviati in fretta. Piedi nudi nelle pantofole scendiletto. 

[…] Nell’angolo opposto, precisamente in prima quinta a destra, Domenico Soriano affronta la donna con la decisa volontà di colui il quale non vede limiti né ostacoli, pur di far trionfare la sua sacrosanta ragione, pur di spezzare l’infamia e mettere a nudo, di fronte al mondo, la bassezza con cui fu possibile ingannarlo. 

[…] A sinistra della stanza, nell’angolo, quasi presso il terrazzo si scorge, in piedi, la mite ed umile figura di donna Rosalia Solimene. Ha settantacinque anni. Il colore dei suoi capelli è incerto.: più deciso per il bianco che per il grigio. Indossa un vestito scuro, «tinta unita». Un po’ curva, ma ancora piena di vitalità.

[…] Nel quarto angolo della stanza si scorge un altro personaggio: Alfredo Amoroso. È un simpatico uomo sui sessant’anni, di struttura solida, nerboruto, vigoroso. Dai compagni gli fu appioppato il nomignolo di «’O cucchieriello». Era bravo, infatti, come guidatore di cavalli, per cui fu assunto da Domenico, ed al suo fianco rimase in seguito, ricoprendo il ruolo di uomo di fatica, capro espiatorio, ruffiano, amico. 

La scena d’apertura di Filumena Marturano rispetta i canoni della tragedia greca, con i quattro personaggi disposti sul palcoscenico come maschere immobili. 

Anche le aperture per le continue entrate ed uscite dei personaggi, possono essere paragonate a quelle della tragedia: come «Euripide ha disposto le cose in modo che si abbia un continuo andare e venire»,[3] così Eduardo usa le aperture per creare un continuo andirivieni dei personaggi.

In Medea i personaggi collaterali sono la Nutrice e il Pedagogo a cui corrispondono la balia Rosalia e l’attendente Alfredo. 

Infine, sempre secondo i canoni della tragedia, in Filumena il Coro viene rappresentato dal pubblico, come Eduardo stesso ha spiegato per tutte le sue commedie.[4] Analogamente, in Medea il coro funge da interlocutore alla protagonista che si rivolge alle donne di Corinto.  

Un’altra somiglianza sono i monologhi con cui si esprimono le due eroine, che sono cruciali, sia per lo sviluppo della storia, che per la espressione delle idee che gli autori fanno per bocca delle due donne. La forma più alta di questo meccanismo drammatico è data certamente dal «Grande Monologo» di Medea che ha il suo corrispettivo nel «monologo della Madonna d’ ’e rrose» di Filumena. 

Osserviamo come anche le figure maschili presentino straordinarie affinità: sia Domenico che Giasone sono dei perdenti: il primo dovrà accettare la paternità dei figli non suoi, il secondo invece dovrà rinunciare alla paternità, ma entrambi soccomberanno alla «potenza» delle rispettive compagne su cui non potranno esercitare il loro «potere».[5]Inoltre, entrambi mostrano la loro insensibilità e pochezza riducendo il rapporto coniugale ad una questione meramente economica, ignorando completamente l’aspetto etico e morale sottostante che è alla base dell’agire delle due donne. 

GIASONE […] Ad ogni modo, se vuoi ricevere dalle mie sostanze un aiuto per i figli e per te in vista dell’esilio, dimmelo: io sono disposto a dare con mano generosa e ad inviare dei contrassegni per gli ospiti, che ti tratteranno bene. Se non accetti questa offerta, stolta sarai, o donna. Cessa dall’ira e otterrai migliori vantaggi.

MEDEA Non ricorrerò ai tuoi ospiti, ne accetterò qualcosa da te, e tu non offrire nemmeno: dono di un uomo infame non ha utilità (vv-610-619)

DOMENICO […] ’E denare! E nun te l’avarrìa date? Secondo te, Domenico Soriano, figlio a Raimondo Soriano (borioso) uno dei più importanti e seri dolcieri di Napoli, non avarrìa penzato a te mettere na casa, e a nun te fà avé cchiù bisogno ’e nisciuno?

FILUMENA […] Ma statte zitto! Ma è possibile ca vuiate uommene nun capite maie niente?… Qua’ denare, Dummi’? Astipatille cu bona salute ’e denare. È n’ata cosa che voglio ’a te… e m’ ’a daie! Tengo tre figlie, Dummì! (I- p. 540)

Entrambi poi, chiamano in aiuto il soprannaturale, ben sapendo di essere nel torto per aver tradito le rispettive compagne:

GIASONE Allora io chiamo a testimoni gli dèi che voglio aiutare in ogni modo te e i figli, ma tu non gradisci questi benefici, anzi per orgoglio respingi gli amici. Così soffrirai di più (vv-620-624)

DOMENICO Ah, te credive d’accuncià a faccenna, ‘e te mettere a posto cu ‘a cuscienza, ‘e te salvà d’ ‘o peccato, purtanno dint’ ‘a casa mia tre estranei? … S’hann’a nzerrà l’uocchie mieie! Nun ce mettarranno pede ccà dinto! (Solenne) Ncopp’ all’anema ‘e pàtemo…(I – p. 552)

Ho detto all’inizio che vorrei proporre per Filumena la caratteristica di Mito. Il termine deriva dal greco mythos che significa racconto. Il requisito del mito secondo Richard Buxton è l’essere «una storia tratta dalla tradizione, trasmessa da generazione a generazione, con un forte significato sociale». È generalmente riconosciuta l’importanza universale del mito che riesce a generare degli «archetipi» di riferimento».[6]

Il mito per i greci si rifaceva a fatti realmente accaduti, esponendoli in forma narrativa, e anche Eduardo dichiarò che fu ispirato a scrivere Filumena Marturano da un fatto di cronaca. In entrambi i testi una «finzione» descrive la realtà generando un archetipo: quello della madre e moglie devota, o della madre infanticida.

Vorrei riflettere sul fatto che Euripide si rivolge al pubblico ateniese del quinto secolo a. C. attraverso Medea che denuncia la discriminazione subita dalle donne a causa di un impianto legislativo e culturale radicato. In particolare, condanna il trattamento discriminatorio subito dalle donne e da chi non è cittadino ateniese. Eduardo fa esattamente la stessa cosa: denuncia l’ingiustizia derivante dalla mancanza di una legge, sulla legittimità dei figli nati fuori dal matrimonio, e rivaluta la figura di una prostituta altrimenti disprezzata dalla società.[7]

Proseguendo nel nostro cammino parallelo tra le due opere, analizziamo i tratti che accomunano le due donne. Innanzi tutto, sono spinte dal desiderio di vendetta verso l’uomo che prima le ha sedotte e poi le ha tradite. Ma a ben guardare, la vendetta non è causata da motivi di gelosia. Medea, a costo di arrecare danno prima di tutto a se stessa, vuole punire la mancanza di fedeltà di Giasone che aveva un obbligo giuridico da rispettare. Vediamo come lamenta Medea la sua posizione di oltraggiata:

MEDEA […] solo questo, dunque, vorrei ottenere da te, se riuscirò a trovare una via, una possibilità per far pagare allo sposo il fio di questi mali: che tu taccia. Una donna, per il resto, è piena di paura e imbelle di fronte alla forza e alla vista di un’arma, ma quando le accade di subire ingiustizia riguardo al suo letto, non vi è altro animo più sanguinario. (vv. 258-266)

Lo stesso discorso vale per Filumena. La sua vendetta, sopita e coltivata per venticinque anni, mira al riconoscimento dei suoi diritti e a punire l’uomo che, con la sua ‘disattenzione’ vorrebbe negarle quanto le spetta. Sembra di sentire Filumena, mentre svela il suo piano:

FILUMENA (ironica) Quanto me faie ridere! E quanto me faie pena! Ma che me ne mporta ’e te, d’ ’a figlióla che t’ha fatto perdere ’a capa, ’e tutto chello ca me dice? Ma tu te cride ovèro  ca io ll’aggio fatto pe te? Ma io nun  te curo, nun t’aggio maie curato. Na femmena comm’a me, ll’hê ditto tu e m’ ’o stai dicenno ’a vinticinc’anne, se fa ’e cunte. Me sierve… Tu me sierve! Tu te credive ca doppo vinticinc’anne ch’aggiu fatto ’a vaiassa vicino a te, me ne ievo accussì, cu na mano nnanze e n’ata areto? (I, 540-541)

Ma Filumena mostra tutto il suo coraggio nell’accettare la sconfitta quando si rende conto che il suo piano è fallito e che la legge le dà torto. E in effetti è soltanto un’apparente coincidenza il nomen omen che caratterizza le due figure: Medea, «colei che considera, valuta, ordisce», e Filumena, nome di origine greca risultante dalla combinazione di philos, amico e menos, forza, quindi amante della forza, e quindi donna forte.  

MEDEA […] Manderò a Giasone uno dei miei servitori e gli chiederò di venire al mio cospetto; a lui, quando sarà giunto, rivolgerò dolci parole, che io concordo con lui e che bene fa lui ad avere le nozze regale, conseguite grazie al tradimento nei miei confronti, e che tutto questo va bene, ed è stato ben deciso. E quanto ai figli miei, chiederò che restino, non già perché io voglia lasciare ai miei nemici i miei figli in una terra ostile, esposti all’insulto, ma perché intendo uccider con l’inganno la figlia del re (vv. 774-784)

FILUMENA […] E io manco! (A Domenico) Io nemmeno te voglio! (A Nocella) Avvoca’, procedete. Nun ’o voglio nemmeno io. Nun è ovèro ca stevo mpunt’ ’e morte. Vulevo fà na truffa! Me vulevo arrubbà nu cugnome! Ma cunuscevo sulo ’a legge mia: chella legge ca fa ridere, no chella ca fa chiagnere! (II, 575)

In secondo luogo, entrambe le eroine sono delle straniere, e quindi delle emarginate. L’una proviene da una regione considerata barbarica perché non greca, e «collocata ai limiti della civiltà greca»;[8] l’altra proviene da una classe sociale, il sottoproletariato, considerata ugualmente barbarica dalla società borghese benpensante. È uno degli elementi più rilevanti e direi la chiave di lettura di queste figure affascinanti. La estraneità le rende pericolose, perché agiscono fuori dai parametri femminili, esercitano un potere maschile, e reclamano i loro diritti, indipendentemente dalla estrazione sociale o provenienza. L’estraneità genera sospetto e repulsione allo stesso tempo, in quanto mina la sicurezza su cui riposa la società che le considera una minaccia ai privilegi custoditi dal mondo maschile. 

Non stupisce che entrambe ricevano dai rispettivi partner appellativi dettati da disgusto misto a terrore.  

GIASONE […] Poi, sposata con quest’uomo e avendomi generato dei figli, tu a causa del letto e del talamo li hai sterminati. Non c’è donna greca che avrebbe mai tanto osato, e a preferenza di esse pensai bene di sposare te, connubio per me odioso e funesto, te leonessa, non donna, che hai un’indole più selvaggia della tirrenia Scilla. (vv. 1336-1344

GIASONE O abominio, o donna sommamente la più odiosa agli dèi, a me e a tutto il genere umano, tu che hai avuto l’ardire di vibrare la spada contro le creature, che tu hai generato e anche a me hai tolto la vita, privandomi dei figli.

DOMENICO E maie ca t’avesse visto sottomessa, che saccio? Comprensiva, in fondo, della situazione reale che esisteva tra me e te. Sempe cu na faccia storta, strafuttente… ca tu dice: «Ma avesse tuorto io?… Ll’avesse fatto quacche cosa?». Avesse visto maie na lagrima dint’a chill’uocchie! Maie! Quant’anne simmo state nzieme, nun ll’aggio vista maie ’e chiagnere! (I, p. 538)

[…]

DOMENICO […] Un’anima in pena, senza pace, maie. Una donna che non piange, non mangia, non dorme. T’avesse visto maie ’e durmì. N’anema dannata, chesto si’. (I, p. 539)

DOMENICO (suggestionato dalle parole di Filumena, come uscendo di senno) Che ato staie penzanno?… Strega che si’! Ma io nun te temo! Nun me faie paura! (I, p. 552)

È evidente che entrambi gli uomini hanno una reazione violenta generata dal senso di impotenza e dal timore di essere sopraffatti dalle rispettive donne di cui non comprendono l’animo, ed è per questo che inveiscono contro di loro. Filumena Marturano è stata vista da Maurizio Grande come la «commedia della castrazione», nel senso che dal potere materiale esercitato da Domenico resta escluso il segno maggiore: la paternità. È da questo segno che Domenico è inadempiente e vulnerabile. La vittoria di Filumena consisterà nel ricondurre l’uomo alla realtà, insidiandone l’illusoria onnipotenza e facendogli accettare la resa prima della disfatta. Il trofeo di Filumena sarà la castrazione del maître giunto “a fine corsa”, con il ribaltamento delle iniziali posizioni di potere. Il trionfo di Filumena Marturano sarà costituito dalla riunione della famiglia, sposo compreso, sotto l’egida del principio materno.[9]

Possiamo notare una castrazione anche in Giasone al quale viene addirittura sottratta la paternità. Gli viene impedita la continuazione della specie, elemento fondamentale della mascolinità, e Medea vola via alla volta di Atene, portandosi dietro i corpi dei figli a cui Giasone non può nemmeno dare sepoltura. Avendo privato Giasone dei propri discendenti, sia uccidendo Glauce che i due figli, Medea lo ha reso inetto secondo i parametri sociali dell’epoca che consideravano la riproduzione uno degli elementi fondamentali della vita civile, poiché «veniva considerata un servizio prestato alla città».[10] Se è vero che ciò riguardava le donne in primo luogo, cui era dato il compito di fornire cittadini alla polis, rappresentava anche un requisito di mascolinità richiesto al buon cittadino maschio. Ma c’è dell’altro, i due personaggi maschili sono chiaramente dei perdenti e cederanno entrambi, accettando l’uno la paternità di figli non suoi e l’altro la mancata sepoltura dei suoi figli.

Sebbene con modi ed effetti diversi, Medea e Filumena mettono in crisi la famiglia patriarcale che rappresentava l’unità primaria della società sia Ateniese che Italiana. Al posto della moglie/compagna remissiva e pronta ad accettare il tradimento del maschio di casa viene esaltata la donna ribelle. Le due donne hanno qualità ritenute maschili, come il coraggio, la determinazione e, per certi versi, la crudeltà. Ma i due autori vanno oltre, attribuendo alle due protagoniste qualità divine: Medea, figlia di Elios, uscirà di scena come deus ex machina volando via su un carro trainato da draghi; Filumena sarà la portavoce, nientemeno che, della Madonna in persona, che le si manifesterà attraverso la fatidica frase «’e figlie so’ figlie». Queste parole sono cariche di un grosso significato extra-testuale e riassumono un’intera filosofia di vita: bisogno d’amore, dignità, uguaglianza, rispetto, diritti umani. 

FINE PRIMA PARTE

continua


[1] “Medea allo specchio. Un mito nella modernità” (2016), in Réécrire le mythe. Réception des mythes anciens dans le théâtre italienne contemporaine, sous la direction de A. Capra et V. Cimmieri, Collection de l’Ecrit, n. 14, Toulouse.

[2] I testi citati sono tratti da: Filumena Marturano, in Eduardo De Filippo Teatro, Volume secondo, Cantata dei giorni dispari, Tomo primo(2005), edizione critica e commento a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, I Meridiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, pp.529-598. 

Vincenzo Di Benedetto, Medea, (1997) Traduzione e appendice metrica di E. Cerbo, Milano BUR Rizzoli.

[3] V. Di Benedetto, «Introduzione», in Euripide, Medea, pp. 8-9.

[4] Se in una commedia vi sono due, cinque, otto personaggi, il nono per me è il pubblico: il coro. È quello a cui do maggiore importanza perché è lui, in definitiva, a darmi le vere risposte ai miei interrogativi. E. De Filippo, «Nota», in I capolavori di Eduardo, Torino, Einaudi, 1973, pp. VII-IX, p. IX.

[5] Si veda M. Grande, (1994), Dodici donne, pp. 119-135.

[6] Citato da J. March in «Introduction», in The Penguin Book of Classical Myths p. 4.

[7] Possiamo dire che la commedia abbia contribuito all’impulso legislativo, in quanto nel 1947 l’Assemblea Costituente approvò quello che sarebbe divenuto l’Articolo 30 della Costituzione italiana promulgata nel 1948, che recita: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio».

La commedia ha anche il merito di aver sollevato la questione spinosa del diritto della donna all’interruzione della gravidanza. Solo trent’anni dopo, il Parlamento emanò la legge sull’Interruzione volontaria della gravidanza del 22-5-1978, n. 194. 

[8] Si veda R. Blondell (1999), in Women on the Edge, p. 153.

[9] M. Grande, Dodici donne, p. 120. 

[10] Si veda R. Blondell, M. Gamel, N. Sorkin Rabinowitz, B. Zweig, «Introduction», in Women on the Edge, p. 53.

Alessandra De Martino 

Alessandra De Martino 

Dopo avere conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II, si è trasferita in Inghilterra dove vive dal 1984. È traduttrice ed è stata docente di lingua e cultura italiane e tecniche di traduzione presso la Facoltà di Lingue moderne dell’Università di Warwick, in Inghilterra, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Traduzione teatrale, con una tesi sulla trasposizione culturale nelle traduzioni dal napoletano all’inglese di alcune delle commedie di Eduardo De Filippo. 

Durante la sua docenza universitaria, ha condotto svariati progetti di traduzione e adattamento teatrale di opere di Dacia Maraini, Gianrico Carofiglio, Serena Dandini, Stefano Benni e Giuseppe Catozzella.  

Nel 2014 ha fondato l’International Network of Italian Theatre, la prima piattaforma globale di teatro italiano, di cui è anche direttrice (www.newinit.org). 

Nel 2019 ha lasciato la docenza per dedicarsi esclusivamente alla regia e scrittura teatrale ed è ora Ricercatrice associata presso la Scuola di Teatro, sempre all’università di Warwick.

Nel 2020 e nel 2022 ha messo in scena a Londra i suoi adattamenti di alcuni monologhi da lei tradotti in inglese tratti da Ferite a morte di Serena Dandini e Maura Misiti, e della commedia Non ti pago, di Eduardo De Filippo. I monologhi fanno anche parte di un testo in inglese dal titolo Class Action, di cui Alessandra è co-autrice. 

Nel 2024 ha partecipato ad un progetto sperimentale del Teatro dell’Oppresso del regista brasiliano Augusto Boal, realizzando un adattamento teatrale delle notizie dei giornali e dei media. 

Fa parte del Comitato Italiano di Eurodram, la rete europea di traduzione teatrale, che promuove la diffusione di opere teatrali per lo più inedite con particolare attenzione alla diversità linguistica.

È stata invitata come relatrice da università nazionali e internazionali, tra cui l’Università di Studi Internazionali di Shanghai, l’Università di Tolosa Jean Jaurès e L’Università Statale di Milano. Ha scritto numerosi articoli e capitoli pubblicati in riviste e testi accademici ed è co-curatrice di due volumi, in italiano e in inglese, sul teatro dei margini, il titolo italiano è Diversità sulla scena, e al momento sta lavorando a una monografia sull’adattamento teatrale. 

Nel luglio 2024 è stata invitata, dalla Associazione Culturale Onlus Effetto Donna, a presiedere la giuria tecnica della XI edizione della Settimana Letteraria, e a presentare il suo lavoro Medea allo specchio, accompagnato da una lettura scenica di brani tratti da Filumena Marturano e Medea eseguita dagli attori Alina di Polito e Paolo Puglia con l’accompagnamento musicale del maestro Mauro Navarra. 

“Ricette Letterarie”: la Baklava da “Persepolis” di Marjane Satrapi, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana, la nostra Anne ci propone la ricetta della Baklava, un dessert dell’area balcanica e mediorientale, traendo ispirazione da “Persepolis”, la famosa graphic novel autobiografica scritta e disegnata dall’iraniana Marjane Satrapi.

*** LA BAKLAVA ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: la Baklava di Marjane Satrapi ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Il dolce Baklava profuma di acqua di rose e cardamomo, con note di cannella e anice stellato che ne esaltano il ripieno di frutta secca, in particolare i pistacchi, che sono una specialità dell’Iran. È un dolce sofisticato e di effetto, ma se si acquista la pasta fillo già pronta non è particolarmente laborioso e risulta di facile esecuzione.

Dosi per una teglia in vetro rettangolare 27×18 (12 pezzi)

Tempo di esecuzione: 2 ore

INGREDIENTI

Per il ripieno

  • 200g pistacchi sbucciati e non salati
  • 100g di nocciole pelate e tostate 
  • 100g di mandorle pelate
  • 1 cucchiaino di cardamomo in polvere

Per la pasta

  • 25 fogli di pasta fillo (circa 300g)
  • 250g burro chiarificato (ghee)

Per lo sciroppo

  • 200g zucchero semolato
  • 120g acqua
  • 50g miele millefiori
  • 20g acqua di rose
  • Il succo di un mezzo limone con le sue zeste
  • Zeste di una arancia (non il succo)
  • 2 bastoncini di cannella e 2 anice stellato
  • Qualche stigma di zafferano

PROCEDURA

  1. Tritare la frutta secca separatamente utilizzando un mixer. Evitare di ridurre in polvere soprattutto i pistacchi e le nocciole. Le mandorle si polverizzano abbastanza facilmente, per cui prestare attenzione. Mescolare le mandorle con la polvere di cardamomo. Tenere da parte un pò di frutta secca per la decorazione. In particolare pistacchio.
  2. Sciogliere i burro in una casseruola e spennellare la base e i bordi della teglia con il burro fuso. 
  3. Disporre uno strato di pasta fillo sulla teglia e spennellarlo con burro fuso, poi ripetere l’operazione stratificando ed imburrando altri 10 fogli. In tutto si dovrebbero ottenere 11 stati imburrati. Non eccedere mai con il burro.
  4. Distribuire sulla base di pasta metà del ripieno di mandorle e nocciole, poi coprire con 2 fogli di strati imburrati e distribuire sull’ultimo strato i pistacchi. 
  5. Coprire con altri 5 fogli di pasta fillo imburrati e distribuire il resto delle mandorle e delle nocciole. Coprire con altri 2 fogli di pasta fillo sempre imburrati e distribuire i pistacchi.
  6. Completare con i fogli di pasta fillo rimanenti (5), spennellando sempre ciascuno con il burro fuso.
  7. Tagliare la superficie del Baklava in 12 pezzi (quadrati) utilizzando un coltello dalla lama affilata. Spennellare per l’ultima volta con il burro, in particolare fra i tagli e nei bordi per estrarre facilmente i dolcetti.
  8. Cuocere il Baklava in forno preriscaldato a 165°C per 50 minuti, fin quando la superficie del dolce diviene dorata.

Nel frattempo preparare lo sciroppo:

  1. In una casseruola dal fondo spesso mescolare lo zucchero semolato con l’acqua. Portare a bollore e mescolare con un cucchiaio di legno per fare sciogliere lo zucchero. Quando l’acqua arriva a bollore abbassare la fiamma e aggiungere il miele e il succo di limone. Lasciare addensare lo sciroppo a fiamma bassa per circa quindici minuti.
  2. Poi spegnere il fuoco e aggiungere gli aromi: l’acqua di rose, le stecche di cannella, l’anice stellato, lo zafferano e le zeste degli agrumi. Lasciare raffreddare lo sciroppo e poi filtrare il tutto.

Quando il Baklava è cotto, versare lo sciroppo freddo e filtrato assicurandosi di bagnare bene tutti i pezzi di dolce. Aspettare almeno quattro ore prima di servire e decorare a piacere con le mandorle, nocciole o pistacchi.

William Faulkner – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

William Faulkner è considerato uno degli scrittori americani più straordinari e sconcertanti. Ha confuso intenzionalmente il suo pubblico, usando frasi complesse, narratori inaffidabili e immagini stravaganti. Il suo lavoro è scioccante, creativo, esilarante e stimolante. Allora come possono i lettori navigare nei suoi labirinti letterari?

Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su William Faulkner.

Buona visione!


William Faulkner (1897-1962) è considerato uno dei più importanti scrittori americani del XX secolo. Nato a New Albany, Mississippi, Faulkner è noto per aver ambientato gran parte delle sue opere nella fittizia contea di Yoknapatawpha, ispirata alla sua terra natale. Alcuni dei suoi romanzi più famosi sono:

L’urlo e il furore (1929) – Considerato uno dei suoi capolavori, racconta la storia della famiglia Compson attraverso quattro diversi punti di vista narrativi.

Mentre morivo (1930) – Una narrazione incentrata sui diversi personaggi presenti durante il funerale della matriarca della famiglia Bundren.

Luce d’agosto (1932) – Esplora il tema del razzismo e delle difficoltà di vivere nell’America del sud attraverso la storia di Joe Christmas.

Assalonne, Assalonne! (1936) – Un complesso romanzo storico che ripercorre le vicende della famiglia Sutpen nell’arco di diverse generazioni.

Faulkner era noto per il suo stile innovativo e sperimentale, che rompeva con la narrativa tradizionale attraverso l’uso di tecniche come il flusso di coscienza e la polifonia narrativa. Le sue opere sono considerate pietre miliari della letteratura modernista americana.​​​​​​​​​​​

Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Intervista a Silvia Ballestra per “Una notte nella casa delle fiabe” (Laterza, 2024), di Gabriele Torchetti

In questa intervista di Gabriele Torchetti, ripercorriamo con Silvia Ballestra alcuni dei momenti salienti della sua variegata carriera di romanziera, saggista e giornalista. Dall’incontro con Tondelli nel ‘90 e dal romanzo d’esordio Il compleanno dell’iguana o dall’iconico personaggio di Antò Lo Purk, passando attraverso memorie giovanili, riflessioni sull’evoluzione del ruolo delle donne e i saggi su Joyce Lussu, arriviamo al suo ultimo lavoro da poco in libreria con Laterza, Una notte nella casa delle fiabe, con il quale si conferma come una delle autrici più originali del panorama letterario italiano. Ci racconta In particolare del suo viaggio personale e intellettuale nel cuore dell’universo dei fratelli Grimm, offrendo interessanti spunti sulla sua evoluzione di scrittrice e intellettuale.​​​​​​​​​​​​​​​​

Ciao Silvia e benvenuta a Il randagio. Facciamo un bel salto temporale nel tempo e torniamo al tuo esordio letterario nel 1991 con Il compleanno dell’iguana. Antò Lo Purk è un ragazzo abruzzese a cui sta stretta la vita di provincia e sogna il successo lontano da Montesilvano, arriva a Bologna e persino a Berlino, ma questo successo sembra non arrivare mai. In una vecchia intervista hai definito i personaggi del libro come frustrati e perdenti, in qualche modo allora ti sei riconosciuta anche tu in quello stato d’animo. A distanza di tantissimi anni, che ricordi hai di quel periodo e come ti senti oggi? Ti capita mai di ripensare a quegli scapestrati degli Antò, dove te li immagini adesso?

    Ciao, grazie. In realtà non mi capita spesso di ripensare agli Antò letterari, più di frequente e proprio in questi giorni in cui ricorre il trentennale mi è capitato di rivedere scene del film che è stato tratto anni dopo e che ho scoperto essere diventato, lentamente, un cult per una generazione successiva. Non ne sapevo niente perché all’epoca non c’erano i social e perché è stato un fenomeno molto del centro Italia (credo romano, oltre che abruzzese). Stando a Milano non ne avevo avuto notizia. Inoltre il libro – i libri, visto che erano due – non vengono ripubblicati da un bel po’ (l’ultima edizione credo risalga al 2005 per Einaudi, da allora niente più ristampe) per cui anche nella mia vita sono rimasti indietro rispetto ad altri libri e altri percorsi che nel frattempo ho intrapreso. Lavorando molto sulla ricerca, si va avanti. E in generale non sono incline a nostalgie o ripensamenti del passato. Frustrati di sicuro, perdenti non lo so. Ho completamente perso l’aggancio con quel periodo, con quel mondo, che era Bologna negli anni ’90. La città stessa è cambiata, l’università è cambiata, la realtà è completamente stata stravolta da internet, da certo conformismo, da fenomeni epocali come la pandemia con cui dobbiamo ancora fare i conti e da mille altri eventi come il diritto allo studio che è venuto meno. Quello che ahimè non è cambiato è che c’è sempre la guerra, oggi più di allora. Ma adesso le voci alternative, la controinformazione, le proteste, sono soffocate da un conformismo micidiale. Questo impatta anche sulla creatività e sullo sperimentalismo. Insomma, oggi non ci sarebbe posto per narratori di un certo tipo (vedi lo scouting di Tondelli), perché non c’è nessuno veramente interessato alla voce dei giovani, a fare spazio, a dare ascolto. Forse succede nella musica, e infatti i risultati si vedono, ma non nella letteratura.

    Comunque, visto che gli Antò si ispiravano anche a persone realmente esistenti (che vedo e seguo anche su facebook ahahaha), che dire? Veleggiano verso la sessantina, chi con figli e nipoti e chi no, alcuni sono rincoglioniti altri no, pochi hanno fatto carriera (non erano, per fortuna, programmati per questo), molti sono tornati in provincia e lì tirano avanti come tutti, come possono.

    Nel 2008 hai scritto Piove sul nostro amore. Una storia di donne, medici, aborti, predicatori e apprendisti stregoni, un libro inchiesta sulla legge 194: campagne elettorali contro l’aborto, propagande violente pro-life, mullah ipercattolici del movimento per la vita e tante storie di donne che hanno abortito tra umiliazioni e vessazioni. Se dovessero ripubblicarlo adesso, nel 2024, quali sarebbero le tue note aggiuntive?

    Non lo so, adesso su certi argomenti lascerei davvero la parola alle donne più giovani. Molti problemi posti dalla tecnica sono sul tavolo, in maniera ancora più complicata di prima. Mi sembra di poter dire comunque che in questo momento c’è una ripresa di consapevolezza. In generale, sull’argomento donne (se così si può dire), corpo delle donne, ruolo delle donne, rappresentanza politica eccetera, c’è ancora molto da lavorare ma bisogna farlo anche andando a riprendere un po’ di storia. Ci sono riflessioni, testi, storie, libri che non sono abbastanza noti, o che non si trovano più da anni. Sono parte di un patrimonio molto ricco e ancora “nuovo”, nel senso di fresco e alternativo, che è stato accantonato, tagliato fuori, oscurato, per mille motivi, come spesso succede con il sapere delle donne. 

    Joyce Lussu è sicuramente un punto cardine nella tua bibliografia: nel 1996 l’hai intervistata per il libro  Joyce L. Una vita contro. Diciannove conversazioni incise su un nastro, il cerchio si è chiuso con la biografia La SibillaVita di Joyce Lussu. Hai dedicato parole appassionate per lei: “è stata un tempo, un intero secolo, ed è stata un mondo”. Cosa ha rappresentato per te? Ha influito in qualche modo nella tua scrittura?

    Sulla scrittura intesa proprio come stile non so, lei ha scritto prevalentemente poesia e saggistica e si è misurata con l’autobiografia, con una scrittura molto bella e limpida. Di sicuro nella sua ironia rintraccio una certa marchigianità che potrebbe essere comune a molti parlanti e pensanti del nostro territorio, una verve dissacratoria e “gioiosamente aggressiva” (uso questa sua espressione che mi piace molto: esempio sì di come abbia influito, come dico nel libro mi accorgo subito quando uso sue parole!) che caratterizza soprattutto i suoi pamphlet degli anni ’70. Comunque, tanto per dirne una, l’anglopescarese degli Antò deriva dall’anglomarchigiano di Joyce riferito ai suoi avi inglesi. Così come Fabio di Vasto falsario è ispirato a Joyce falsaria durante la Resistenza.

    A proposito di sibille, di magie e incanti vari, è uscito da pochissimo Una notte nella casa delle fiabe, è una domanda che ti hanno già posto: “che c’entri tu con i Grimm”? 

    C’entro che c’era questa collana nuova di Laterza che prevede di mandare uno scrittore a passare una notte da qualche parte, nello specifico in un museo, e poi raccontarlo. Sono passata dal Grimmwelt, letteralmente il mondo dei fratelli Grimm di Kassel, e sono rimasta folgorata da questo museo costruito sulla lingua e sulle storie. Si è riattivata tutta una serie di ricordi, di letture fatte da piccola, di studi sulle lingue fatti all’università, di agganci con il presente, che mi hanno spinta a lavorare su una serie di piste suggerite proprio dalla visita al museo, che è un museo contemporaneo e vivo. Con opere d’arte legate a Documenta e un gran lavoro sulla filologia e sulle romantiche figure dei Grimm.

    Il libro è nato da un’avventura solitaria in Germania, hai passato una notte da sola in un museo tra le stanze dei fratelli Grimm, al Grimmwelt a Kassel. Che cosa è successo? 

    Eh eh, si sono animate alcune cose che normalmente ci sembrano inanimate. È un percorso tra parole, voci, lingue. Vi si parla di traduzioni, streghe, narratori e narratrici, del lavoro delle donne, delle riscritture delle storie. Di animali che parlano, di intellettuali impegnati che hanno perso il posto in Università per restare fedele al loro ideale di libertà. I Grimm sono stati degli studiosi formidabili, il loro lavoro è un monumento alla ricerca. E alla libertà, come peraltro ha magnificamente raccontato l’antropologa Laura Marchetti in vari suoi libri e anche in un discorso politico molto forte che riguarda le strade delle fiabe, che uniscono e favoriscono scambi.

    Il tuo saggio ha tre parole chiave: “Lingua”, “Strega”, “Scala”. Data la passione comune per la magia e l’incanto, vuoi dirci qualcosa in più su Strega?

    Aiuto, ci ho scritto mezzo libro! Diciamo che le streghe di cui si parla qui sono le stesse fate e sono le donne emarginate e silenziate, le vittime della caccia che per decenni ha insanguinato l’Europa nel periodo di più furiosa misoginia e isteria collettiva, le depositarie di antichi saperi cancellati dai poteri maschilisti e patriarcali (vedi la Sibilla, nell’accezione di Joyce Lussu, appunto: una donna che conosceva benissimo la sua comunità, la medicina, la gestione dei beni comuni, cancellata dall’avvento di poteri spietati fondati su sfruttamento, accumulazione, schiavismo, tutti rigorosamente maschili). 

    Ormai sei un’esperta in materia, puoi consigliare alle amiche e agli amici del Randagio delle fiabe poco conosciute e da recuperare?

    Le fiabe che ho letto con più stupore (perché non le conoscevo) sono quelle della filatura, cioè quelle che raccontano il lavoro delle donne. L’immaginario Disney, il più potente e glamour – attenzione, sono una grande fan di Disney! – ci consegna principesse canterine e scintillanti che si sposano con principi che arrivano a salvarle. Ma in realtà sono ragazze che lavorano (sia Biancaneve che Cenerentola sgobbano di brutto) e spesso sono loro con i loro lavoro a salvare fratelli e padri. Tra tutte citerei senz’altro “La signora Holle” perché Holle è una figura molto forte parente della nostra Befana, discendente da dee madri (e qui si torna alle streghe), e “Le tre filatrici” per il discorso sul lavoro delle donne. Ma in generale consiglio di leggere le fiabe dei Grimm nella prima versione (uscita in uno splendido volume Donzelli curato da Camilla Miglio) per scoprire come al centro delle fiabe ci sia sempre la famiglia e che famiglia! Una famiglia moderna e allargata, ricomposta, o cupissima, o spezzata… A mille ce n’è, come dicevano le fiabe sonore, e ce ne sono sempre state: non solo di storie ma anche di famiglie!

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    “Ricette Letterarie”: il Cous cous da “Partire” di Tahar Ben Jelloun, di Anne Baker (video)

    🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

    La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

    Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

    La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

    🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

    Questa settimana, la nostra Anne trae ispirazione da “Partire” – un romanzo del marocchino Tahar Ben Jelloun, che col consueto lirismo parla di immigrazione – e ci propone la ricetta del Cous cous alle verdure.

    IL COUS COUS

    👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

    ✨ Ricette Letterarie: il Cous cous di Tahar Ben Jelloun ✨

    Vuoi provare a farlo in casa? Eccovi la preparazione.

    COUS COUS MAROCCHINO

    Dosi per 4 persone

    Tempo di esecuzione: 2 ore

    INGREDIENTI

    • 200g di cous cous
    • 250g di acqua
    • 1 peperone rosso
    • 1 peperone giallo
    • 1 peperone verde
    • 1 melanzana
    • 1 zucchina
    • 1 cipolla dorata
    • 2 spicchi di aglio
    • 100g di uvetta e albicocche disidratate
    • 10 g mix di spezie marocchine a base di origano e cumino
    • Qualche fogliolina di menta
    • Olio extravergine di oliva
    • Sale e pepe

    Opzionale

    Se si vuole aggiungere una proteina al piatto:

    200g di ceci ammollati il giorno prima poi cotti e saltati in padella con aglio e timo

    PREPARAZIONE

    Arrostire i peperoni sulla fiamma, poi chiuderli in un sacchetto di carta. Quando si sono sufficientemente raffreddati aprirli per rimuovere i semi e la pelle. Eventualmente sciacquarli per togliere ogni residuo bruciato, poi dividerli in falde e tagliarli a listarelle. Mettere da parte.

    Arrostire la melanzana sulla fiamma poi chiuderla nella carta stagnola. Quando sarà fredda rimuovere la pelle e i semi e estrarre la polpa e mettere da parte.

    Nota: se non si dispone della fiamma arrostire i peperoni irrorati con un filo di olio extravergine di oliva e la melanzana chiusa nella stagnola in forno caldo a 200°C.

    Pelare la cipolla e affettarla sottile, poi stufarla in una casseruola con olio extravergine di oliva (e un poco di burro se piace) fin quando diviene fondente. Salare e pepare a metà cottura e girare spesso con un cucchiaio di legno per evitare che la preparazione imbrunisca o bruci.

    Lavare, mondare e tagliare a metà la zucchina. Dividere ciascuna parte per il verso della lunghezza e rimuovere i semi. Girare le quattro calotte di zucchina così ottenute e tagliarle in bastoncini piuttosto spessi. Saltare in padella le zucchine con uno spicchio di aglio, salare e pepare dopo la prima girata. Attenzione a non cuocerle troppo dovrebbero rimanere consistenti e poi mettere da parte.

    Ammollare l’uvetta e le albicocche disidratate in acqua tiepida. Se le albicocche sono intere tagliarle in dimensioni simili a quelle dell’uvetta.

    Versare il cous cous in una ampia ciotola di ceramica dotata di coperchio (o mettere il rotolo della pellicola trasparente a portata di mano) e portare a bollore i 250g di acqua in una casseruola. Quando l’acqua bolle versarla sul cous cous, aggiungere un filo di olio extravergine di oliva, mescolare velocemente e subito chiudere con il coperchio (o pellicola). Lasciare rinvenire il cous cous per 10 minuti senza mai aprire la ciotola.

    Nel frattempo saltare i peperoni in padella con un poco di olio e uno spicchio di aglio. Salare e pepare.

    Passati i 10 minuti il cous cous dovrebbe essere pronto. Sgranare quindi i chicchi con una forchetta e procedere all’assemblaggio del piatto: per prime mescolare le cipolle, poi la polpa di melanzana e infine i peperoni, poi fare un buco al centro e mettervi le zucchine. Distribuire tutt’attorno l’uvetta ormai rinvenuta e strizzata bene dall’acqua e finire il piatto con la polvere di spezie e le foglioline di menta. Servire  eventualmente con i ceci a parte.