Fabio Stassi: “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

Sto riordinando le idee e le emozioni, preparandomi a trasformarle in parole capaci di trasmettere ai lettori de Il Randagio quello che si prova a leggere Bebelplatz. La notte dei libri bruciati di Fabio Stassi.

È proprio in questo momento che fa breccia in me la notizia della cerimonia di apertura della festa per la capitale europea della Cultura che, per il 2025, premia i comuni gemelli di Gorizia e Nova Gorica come esperienza senza precedenti di cultura transfrontaliera, nata nonostante i conflitti e i confini. Assaporando l’eccezionalità della scelta che mi parla di coraggio e di fiducia nella cultura nonostante le ombre, le incertezze e le paure che, in questi tempi, si addensano vicine e lontane da noi, comincio a scrivere. Ma ecco che – a voler cogliere una risonanza positiva – una news dal fronte di guerra di Gaza mi informa che le truppe dell’esercito israeliano si stanno ritirando dal corridoio militarizzato di Netzarim che ha diviso in due la Striscia di Gaza e che da oggi i palestinesi potranno tornare ad attraversare senza essere fermati dai militari israeliani. In rapido susseguirsi, e come se questi segni, già forti, non bastassero a incorniciare il mood in cui scrivo questa recensione, con una sincronicità perturbante con il nuovo libro di Stassi, scopro che la polizia israeliana ha sequestrato le tre librerie arabe a Gerusalemme est con l’accusa che vendevano volumi sovversivi. Proprio quelle Educational Bookshop, su Salah ed-Din, la via principale della Gerusalemme araba, che da anni sono conosciute come un’oasi di tolleranza e discussione.

Cornice tanto unica quanto reale questa, offerta dall’attualità, che si presta inaspettatamente a ripercorrere con voi lettori randagi, l’itinerario del viaggio spaziotemporale di Fabio Stassi, attraverso libri e autori, bruciati e esiliati, verbrannte und verbannte.

Il taccuino di viaggio che lo scrittore-lettore-bibliotecario Stassi annota pazientemente con andirivieni stilistici da un anno all’altro, da un autore all’altro, da un confine e una geografia all’altra, ci fa seguire una pista che sa di fuochi e di cenere, di ingiustizie abusi e sopraffazioni accesi da ideali e atti forti e simbolici da cui “nascano uomini di carattere, non più fatti di libri… L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere” (sic Joseph Goebbels, Berlino, 10 maggio 1933).

Bebelplatz, il titolo dell’opera pubblicata da Sellerio a ottobre 2024, è una dedica a ‘La notte dei libri bruciati’ la cui matrice, in una variabilità diacronica, si ripete dal rogo della biblioteca di Tebe del 1358 a.C. al più recente rogo con cui nel 2015, l’Isis, devastata la biblioteca di Mosul, dà fuoco a migliaia di libri ‘non conformi alla dottrina islamica’. A corollario del suo catalogo di fuochi librari, Stassi ci informa anche dei libri censurati e condannati alla distruzione o alla damnatio memoriae, da quelli di Lucrezio, Seneca e Tacito, passando per i fantasiosi Alice di Lewis Carroll, Winnie Puh di A.A. Milne e Il Mago di Oz, sino ad arrivare ‘in casa nostra’, a Venezia, dove, ancora nel 2015, il sindaco ordina il ritiro dalle scuole di 49 libri per l’infanzia perché lasciavano trasparire un’idea di famiglia non tradizionale.

La storia letteraria dei roghi dei libri giunge sino a noi con il titolo del prolifico autore Fabio Stassi. Romano, di origine siciliana, bibliotecario presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza, è un emblematico scrittore randagio on the railroad che predilige il setting ferroviario per raccogliere le idee e scrivere i suoi libri. La musica delle parole è la cosa più importante in letteratura, ha più volte detto nelle interviste: immaginiamo che per Stassi quella musica venga anche dal ritmo del viaggio e del camminare e in Bebelplatz ci concede di rinforzare questa idea. È infatti un libro con cui l’autore ci fa viaggiare nel tempo e nello spazio, sfogliando con noi libri della cui esistenza spesso non sapevamo o non possiamo più rinvenirne le tracce ridotte in cenere dal fuoco o occultate intenzionalmente dal potere di turno con il proposito di ‘costruire’ l’uomo, e perché no, la donna, nuovi.

Bebelplatz è uno di quei libri larghi, come piace dire a Stassi citando Manganelli che di Pinocchio, tanto caro al nostro autore, ha scritto ‘Nessun libro finisce. I libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina non è che una porta ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l’ultima porta, affinché nessuna porta si chiuda piú.’ Beh, è proprio questa l’esperienza letteraria e sensoriale che ci fa vivere Bebelplatz, quella per cui, attraversando i cerchi di fuoco che hanno bruciato millenni di libri, si siano aperte e si apriranno ancora porte che non saranno mai le ultime e che non si chiuderanno per sempre, ma sempre, come un libro, si apriranno ad abbracciare i lettori del mondo, oltre ogni geografia, al di là di ogni muro, nonostante nemici e sicari.

La damnatio memoriae, a cui sono stati condannati autori e libri bruciati e occultati e di cui Stassi rende un ricco e documentato catalogo, sta persino nel titolo di questo libro. Bebelplatz, infatti, è il luogo ma non il nome della piazza di Berlino teatro inglorioso dove, il 10 maggio del 1933, quarantamila persone ‘si scaldarono’ gli animi al monito e all’incitazione di Joseph Goebbels, obbedendo al suo ordine di compiere l’atto ‘forte e simbolico’ di bruciare i libri ‘decadenti e antitedeschi’ perché dalle loro ceneri rinascesse, come araba fenice, ‘l’uomo di carattere’ del nazionalsocialismo. Il nome della piazza di quella notte delle ceneri era originariamente Platz am Opernhaus, poi Kaiser-Franz-Joseph-Platz e solo nel 1947 le autorità della DDR la intitolarono all’operaio, politico e anch’egli scrittore, August Ferdinand Bebel, cofondatore del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori tedesco. Una sorta di rimozione storica, di capogiro o un timido tentativo di restitutio ad integrum, o entrambe le cose considerato l’imbarazzante drammatico evento? Sta di fatto che Bebelplatz, la piazza e il libro di Fabio Stassi e noi che lo leggiamo non dimentichiamo, anzi. Leggendo questo libro avremo una buona possibilità in più di affinare il nostro fiuto di lettori, oltre ogni odore di benzina e di cenere, per continuare a ‘farci di libri’, a raccontarci e a ri-raccontarci, a scrivere, leggere e ricordare oltre ogni porta, ogni muro, vegliando e alimentando il fuoco sacro della letteratura a cui sta a cuore tutto quanto accade.

E per non togliere il gusto della scoperta ai nostri lettori, ma per attrarli a navigare attraverso la mappa poliedrica, inedita e stupefacente, tracciata da Stassi nel suo libro-taccuino di viaggio, anticipo solo che ci dice molto di cinque scrittori italiani i cui libri furono praticamente o idealmente arsi durante il nazismo.

L’itinerario nello spazio letterario di casa nostra parte da Pietro Aretino, passa da Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Salgari, Ignazio Silone e arriva a Maria Assunta Giulia Volpi. 

Parola di Randagia: nessuna anticipazione su ciascuno di loro per lasciarvi tutto il gusto della scoperta dell’elogio della libertà che Stassi ci offre restituendoci il suo racconto della ‘letteratura dannosa e indesiderata’ che forma e non solo in-forma. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Sulla quotidiana riproduzione tecnica dell’umano e sulla società dello spettacolo, di Antonio Meola

Si è oltre la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Walter Benjamin definisce la riproducibilità tecnica come «tecnica della riproduzione» che «sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione», «moltiplicando la riproduzione», ponendo «al posto di un evento unico una sua grande quantità» e «consentendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione», attualizzando «il riprodotto», perciò privando l’originale del suo hic et nunc, della sua autenticità, «quintessenza di tutto ciò che di esso, fin dalla sua origine, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua testimonianza storica» e della sua autorità, quindi della sua aura. Dalla stampa, la fotografia, il cinema, la radio, si è arrivati quotidianamente a riprodurre il fautore stesso della riproducibilità tecnica, ovvero l’uomo, a detrimento della sua autenticità. Si potrebbe definire questo l’ennesimo stadio di decentralizzazione dell’uomo da se stesso avviato con le teorie copernicane, con la scoperta di un universo che nemmeno ha come suo centro la Via Lattea, con la messa a punto della psicanalisi e, negli ultimi anni, con la riproducibilità tecnica quotidiana dell’umano. 

Con l’avvento di televisione, internet, social network, e con il parallelo progresso raggiunto nelle altre tecniche di stampa, fotografia, radio, cinema, il confine tra la figura dell’operatore dello spettacolo e dello spettatore debordiani si è fatto labile. L’analisi benjaminiana, sebbene escluda l’avvento di televisione, internet e social network, lungimirantemente non esclude il coinvolgimento attivo dello spettatore che ha avuto luogo e sta avendo luogo tutt’oggi. Sebbene la riproduzione tecnica stessa demolisca l’aura insita nell’oggetto, un tempo possedeva anch’essa un’aura propria. Impensabile comprendere oggigiorno lo stupore che produssero le proiezioni dei cortometraggi di Méliès in quei primi spettatori smaliziati, atecnici. Lo spettatore contemporaneo, per intenzione o per nozionismo, indossa come occhiali la tecnica, poiché l’oggetto postcontemporaneo si pone come un trucco di magia seguito dalla logica e disvelante spiegazione del prestidigitatore dopo la sua esecuzione. Dagli scritti sul cinema dei registi sovietici del primo Novecento ai più pratici manuali e tutorial pubblicati oggi per impratichire l’individuo riguardo a tutto, spesso l’operatore fa seguire al suo operato spettacolare una spiegazione tecnica intelligibile pressoché a tutti, a detrimento dell’aura del suo operato.

Il gruppo Meta, proprietario di Facebook, Instagram e Whatsapp, offre un perfetto esempio di spettacolarizzazione quotidiana dell’umano. Facebook regolamenta i rapporti tra utenti con le amicizie, i Mi piace e le reazioni: gli utenti si inviano richieste tra loro e se uno dei due accetta l’altro si diventa amici, e salvo impostazioni della privacy specifiche, si è in grado sia di contattare l’altro, sia di visionarne le pubblicazioni sulla sua bacheca; le pagine, invece, al pari di blog, possono essere seguite e commentate mettendo loro Mi piace. Instagram, come X, non ragiona per amicizie, ma per seguaci e seguiti. Se nella concezione di Facebook la richiesta è un invito all’amicizia, nella concezione di Instagram si fa richiesta di ammissione ad un seguito. Anche Facebook ha poi integrato il concetto di seguito, ma su Instagram e X è la prima legge: ogni profilo ha il suo seguito, quindi intrinsecamente ogni persona virtuale ha il suo seguito. Si può così paragonare l’iscritto a Instagram, senza distinzioni di ceto o fama, alla star di Hollywood, la cui identità pubblica veniva e viene tutt’oggi ridisegnata per fini commerciali. Pertanto si è portati a comportarsi da star nel sistema Instagram, ma ci si comporta anche da medianoi spettatori nella società dello spettacolo siamo a tutti gli effetti diventati operatori dello spettacolo e spettacolo stesso, in quanto appariamo per come vorremmo apparire, non per come siamo. Debord delinea un passaggio verbale ed esistenziale dall’essere all’avere all’apparire. Nel tempo dei social, si è approdati all’apparire come si vorrebbe apparire. In sé la costruzione di una personalità social ingloba tutta la tecnica della fotografia e del cinema: si offrono determinati punti di vista fisici, intellettuali e morali come inquadrature, e al tutto fa da collante il montaggio, una disposizione tecnica soggettiva e mirata di punti di vista di un soggetto e un oggetto oggettivi, il tutto condizionato dai media onnipresenti sui social: se nel primo star system hollywoodiano la star assurgeva a modello comportamentale attraverso stampa, fotografia e cinema, ora la personalità social assurge a modello comportamentale attraverso il social stesso, ovvero uno strumento che offre potenzialmente, in ogni momento della giornata, tramite contenuti poveramente elaborati, modelli comportamentali. Quindi si appare non solo come si vuole apparire, ma anche come gli altri spettatori e operatori dello spettacolo vorrebbero che si appaia.

Checchè se ne dica, la pretesa rimane quella di avere a che fare con gli umani e si ha a che fare invece con umani tecnicamente riprodotti. Le stesse star comunicano un senso di superiorità e un invito all’avvicinamento irreali. La stessa forma di comunicazione è ora una consuetudine tra gli umani, che genera lo stesso risultato: la personalità social, che trova un antenato nella reputazione dell’individuo e nella sua personalità pubblica, non coincide con la vera personalità del soggetto tecnicamente riprodotto. Liberi delle pose e del montaggio, gli umani si rivelano essere per quel che sono, talvolta al di sopra o al di sotto delle aspettative, per un aspetto o per l’altro, mai coincidenti con queste. Eppure, perché riprodotti, gli umani perdono aura. Assume maggior grandezza di significato se tutto il mondo è spettacolo integrato e tutti gli uomini spettatori e operatori spettacolari.

Tutti gli attuali “civili” viventi fanno parte dello spettacolo. L’ultima generazione prespettacolare se ne sta andando, dopo aver per giunta nutrito un forte entusiasmo per esso; la prima generazione e la seconda generazione spettacolari si può dire che l’abbiano combattuto negli anni Sessanta e Settanta, conformandovisi poi; le generazioni a venire, inclusa la nostra, difficilmente sanno riconoscere cos’è spettacolo e cosa realtà. Debord, per assurdo, pone la realtà esattamente al contrario dello spettacolo, e per delinearne i meccanismi consiglia la “frequentazione” di uomini prespettacolari. Grande importanza al dialogo con gli antichi la attribuiva anche Seneca. Si può dire che sia una costante di ogni tempo, quella di doverli frequentare tutti per comprendere bene il proprio, ma direttamente il tramandamento generazionale della prespettacolarità, purché liberato dalla retorica del «Si stava meglio quando si stava peggio», a breve, non sarà più possibile.

Tornare indietro è impossibile. Debord stesso, oltretutto, asserisce che una critica alla società dello spettacolo fatta con i mezzi stessi dello spettacolo tramuta in un moto inconscio di adesione ad essa. Deleterio sarebbe anche solo dare adito a discorsi idealistici, in un’epoca dove la morale ha fallito ancora una volta con l’ideologia del Bene. Quello che emerge però è che le generazioni coinvolte sempre più dallo spettacolo abbiano un rapporto più equilibrato con esso, rispetto alle generazioni prespettacolari superstiti e a generazioni neospettacolari come quelle coinvolte nelle grandi contestazioni degli anni Sessanta e Settanta. Uomini e donne di mezza età e anziani mediamente si rapportano al mondo dello spettacolo attribuendogli l’idea del mondo prespettacolare con una fiducia del tutto immotivata. Le nuove generazioni sono più consapevoli di cosa sia spettacolo o meno, seppur con difficoltà: paradossalmente, l’uso che le nuove generazioni fanno dei social è più consapevole, più accorto, basti pensare a quanti uomini di mezza età e anziani cadano facilmente in truffe e disinformazione e giudichino personalità pubbliche con sempre meno giudiziosità di quanto invece i giovani facciano. Questo perché le nuove generazioni hanno più consapevolezza del fenomeno, e con la consapevolezza viene il controllo. Molta consapevolezza di cosa sia o non sia la società dello spettacolo può venire dalla lettura di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter BenjaminLa società dello spettacolo e Commentari alla società dello spettacolo di Guy Debord.

Antonio Meola

Antonio Meola nasce nel 1999 ad Asola, in provincia di Mantova, da genitori salernitani. Nell’aprile 2021 esordisce con il romanzo di narrativa La fine della notte, Helios Edizioni. Nel settembre 2021 pubblica tre poesie sul numero 9 “Tempo” della rivista I quaderni del Caffè, edita Il Rio Edizioni (La DonnaPassato e Persistenza) e nel giugno 2022 collabora con il collettivo poetico Freesocialpoetry pubblicando tre poesie per la chiamata poetica “Nudes poetici #2” sulla rivista elettronica Crocevia (MutaPoesia e Ricordo). 

Teatro: “Cose che so essere vere” di Andrew Bovell, di Brunella Caputo

Uno spettacolo commovente, nel raccontare, con le piene note della verità, ogni umana fragilità.

Uno spettacolo bello, talmente bello da lasciarti con gli occhi gonfi di beatitudine.

Uno spettacolo intimo, come la storia che racconta. Una storia densa di coraggio, lotta, ribellione, senza tralasciare l’accoglienza e i suoi principi fondamentali che fanno da collante all’interno di una famiglia. 

L’affetto tra i personaggi è viscerale, a tratti arrogante e invadente ma caratterizzato da una disarmante attualità. 

Sono io quella madre o quel padre o quel figlio? Ecco il quesito ricorrente nello spettatore attento, perché l’immedesimazione nella storia, da parte di chi la guarda, è totale: sei dentro quella cucina, in quel giardino, bevi una tazza con qualcosa di caldo, coltivi piante inutilmente, ritorni, vai via, sbatti la porta, parti per un lungo viaggio, cambi sesso, divorzi. 

In questa commedia, striata di dramma, dal sapore malinconico, i protagonisti fanno una lenta esplorazione dei loro fallimenti, nel tentativo di somigliare ad una famiglia serena. Invece, senza saperlo, hanno costruito la loro felicità su fondamenta fragili, impastate con la sabbia delle verità nascoste, affogate nel silenzio (che parla in maniera assordante) senza rendersi conto di volare, velocemente, verso lo scontro che genera, inevitabilmente, una lacerante infelicità. 

Su uno straordinario palcoscenico girevole, volteggiano sei straordinari attori, tutti al servizio di una storia che resta sotto la pelle, carica di dialoghi serrati e sempre perfettamente comprensibili, senza mai cadere nella banalità.

Il cuore resta coinvolto, assorbendo tutte le sfumature, le contraddizioni, l’incoerenza della vita di ognuno; della propria vita.

Il testo di Bovell, drammaturgo e sceneggiatore australiano, esplora sapientemente le complesse dinamiche che regolano le relazioni umane, mettendone in evidenza drammi, paure, delusioni, falsa felicità. 

La regia di Valerio Binasco è perfetta, assecondata da una scenografia che sembra essere l’ulteriore attore (tanto è presente e determinante) e che sottolinea il passare del tempo e le stagioni della vita. 

È comunque l’amore a dominare il tutto. L’amore tra persone e per le persone; l’amore che genera legami indissolubili pur nella loro frantumazione; l’amore che regola lo scorrere del tempo e il senso della vita.

La verità emerge violenta, in ognuno dei protagonisti. Quella verità che è magma incandescente che aspetta solo il momento giusto per esplodere, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Così, l’animo di ogni singolo protagonista corre veloce sulla pista libera della trasparenza e conquista il podio grazie al sostegno della già più volte citata verità.

Non racconterò la trama – la aggiungerò alla fine come mero riassunto – non credo sia necessario. 

Il bello è sapere che esiste uno spettacolo (con una Giuliana De Sio sublime), in giro per l’Italia, capace di coinvolgere lo spettatore nel suo vortice di legami  e famiglia e relazioni. Coinvolgerlo al punto da farlo sentire parte di un nucleo vitale, centro dell’amore di ognuno.

Brunella Caputo*

Trama (dal web)

Bob e Fran Price hanno quattro figli: Pip, Mark, Ben e Rosie. Ognuno di loro affronta difficoltà e segreti che cerca di tenere nascosti ai genitori, ma Fran ha un talento nel comprendere la verità su ciò che accade nelle vite di ciascuno. Sia che si tratti di un matrimonio infelice (Pip), di un cuore spezzato (Rosie), di una sessualità ridefinita (Mark) o dell’uso di droghe (Ben), la madre percepisce ciò che è reale. Mentre i figli tentano di mettere a punto le proprie vite, distaccandosi dalle aspettative e dai sogni dei genitori, ciò che è autentico e genuino nella famiglia Price inizia a sgretolarsi sotto il peso della verità, costringendo Bob e Fran a ridefinire i rapporti con i propri figli e tra loro stessi.

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Diego e Margherita intervistano il pesciolino Lampo, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al pesciolino Lampo!

Margherita: Diego, sei proprio gentile a occuparti delle piante della signora Gigliola mentre è via. Ti accompagno volentieri!  

Diego: Lo faccio con piacere. Questa volta, però, c’è anche un nuovo arrivato da accudire.  

Margherita: Davvero? Chi è?  

Diego: Un pesciolino rosso! Si chiama Lampo.  

Margherita: Oh, perché non lo intervistiamo? Potrebbe essere divertente!  

Diego: Ottima idea! Chissà quante cose ha da raccontarci! Preparo il versoconver.  

Margherita: Ecco la sua boccia, è lì sul mobile della sala.  

Diego: Ciao Lampo! Ti va di rispondere a qualche domanda?  

Lampo: Ciao bambini! Certo che sì! Mi stavo proprio annoiando.  

Margherita: Iniziamo con una domanda semplice: com’è vivere in una boccia di vetro? 

 

Lampo: Beh, è tranquillo, ma a volte un po’ noioso. Al negozio di animali, l’acquario era più grande e c’erano altri pesci con cui nuotare.  

Diego: Capisco! Quindi è tranquillo, ma ti manca un po’ di compagnia. Che ne dici se, quando Gigliola torna, le chiedo di comprarti un altro pesciolino per farti compagnia?  

Lampo: Oh, non c’è bisogno di preoccuparsi. Gigliola mi ha detto che la boccia è solo temporanea! Ha promesso che presto mi sistemerà in un grande acquario, con ossigenatore, piante, un bel fondo di ghiaia grossolana e tanti nuovi amici pesciolini.  

Margherita: Meno male! Ma nel frattempo, cosa fai tutto il giorno per divertirti?  

Lampo: Mi piace fare gare con me stesso! Nuoto velocissimo ed è proprio per questo che Gigliola mi ha chiamato Lampo.  

Diego: Wow, sei un vero campione! Ecco il tuo cibo, dopo tutte queste nuotate sarai affamato!  

Lampo: Sì! Gram gram gnam! 

Margherita: Ehi! Hai già finito!  

Lampo: Era pochissimo… ancora un po’, per favore!  

Diego: Va bene, ecco qui.  

Lampo: Slurp! Gnam! Gnam! Gram! 

Margherita: Sei davvero un lampo anche a mangiare!  

Lampo: Beh, noi pesci rossi non abbiamo lo stomaco, quindi non sappiamo cosa significhi sentirci sazi. Passiamo gran parte della giornata cercando cibo e non rifiutiamo mai il mangime!  

Diego: Infatti Gigliola mi ha avvisato di fare attenzione. Mi ha spiegato che, anche se hai sempre fame, darti troppo mangime potrebbe farti male e inquinerebbe l’acqua della boccia, rendendola tossica.  

Lampo: Hai ragione… allora terrò un po’ di fame per domani. Tornerete a trovarmi, vero?  

Margherita: Certo! E come sempre, abbiamo un libro da consigliarti. Abbiamo scelto una lettura perfetta per te: Ho un pesce rosso di Bruno Tenerezza. Racconta la storia di un pesciolino proprio come te!  

Lampo: Ah sì! Gigliola mi ha detto che avete questa bella abitudine. Lo accetto volentieri!  

Diego: Il libro è stato pubblicato da Giunti Junior e fa parte della collana I miei piccoli amici. Ciò che colpisce subito è la grafica: le pagine sono piene di colori vivaci, illustrazioni e fotografie che rendono la lettura un vero piacere per gli occhi.  

Ma non è solo la bellezza delle immagini a rendere questo libro speciale. La storia spiega in modo semplice e divertente come prendersi cura di un pesce rosso. Imparerai a conoscere ancora meglio le tue caratteristiche, sia fisiche che psicologiche, ci sono suggerimenti da dare a Gigliola per scoprire i segreti per creare un ambiente confortevole e salutare per te che sei i suo amico a pinne rosse!

Margherita: Esatto! Il libro guida passo dopo passo su come scegliere l’acquario ideale, come nutrire i pesci nel modo giusto e come mantenere i pesciolini in perfetta salute. È una guida pratica ricca di consigli utili per ogni bambino e adulto che hanno un pesce rosso.  

Diego: Inoltre, il libro è pieno di curiosità: troverai storie, fiabe e persino proverbi legati a a voi: affascinanti animali. È come fare un viaggio nel tempo e scoprire come i pesci rossi abbiano da sempre affascinato l’uomo.  

Margherita: E non finisce qui! Alla fine del volume, c’è una sezione speciale con tanti stickers colorati e un segnalibro da ritagliare, per rendere ogni lettura ancora più interattiva e divertente. È un modo fantastico per portare con sé un pezzetto di storia e personalizzare il proprio libro.  

Diego: InsommaHo un pesce rosso non è solo un libro, ma un vero compagno di avventure che insegna a diventare un ottimo amico e custode dei pesciolini. Ti prometto che ogni pagina sarà un nuovo spunto di scoperta e divertimento!  

Lampo: Wow, sembra davvero un libro fantastico! Non vedo l’ora di farmelo leggere da Gigliola!

Margherita: Siamo sicure che ti piacerà tantissimo. E se Gigliola non potrà leggertelo ad alta voce, noi saremo qui per farlo insieme a te!  

Diego: Esatto, Lampo! Con questo libro potrai divertirti alla grande! 

Lampo: Grazie allora! A domani!

Cinzia Milite

La capacità di narrare il visibile e l’invisibile nei racconti di Floriana Coppola, di Cristiana Buccarelli

Floriana Coppola, scrittrice e poetessa napoletana, si occupa da un ventennio di narrativa e di poesia. Tra i suoi romanzi voglio ricordare La bambina, il carro e la stella (Edizioni Terra d’Ulivi 2021), dove la protagonista è una bambina rom che diventerà una grande musicista e la cui storia, che mi ha molto emozionata per questo suo essere ai margini e vivere una condizione di smarrimento, da cui poi riesce ad emanciparsi totalmente, si ricongiunge, a mio avviso, ai temi affrontati nei racconti dell’ultima raccolta dell’autrice: Nero Blues (La valle del tempo 2024). 

Infatti anche in questi ultimi racconti si parla di personaggi ai margini: c’è molto spesso un riferimento a condizioni di vita difficili, a volte anche distopiche e a un senso di disagio sociale; non a caso nella premessa alla raccolta l’autrice si riferisce alla parola tedesca ‘’unheimlich’:

Ora, perturbante, si rende in tedesco come unheimlich, ovvero letteralmente ciò che ti porta via dal centro del fuoco… 

I personaggi protagonisti di Nero Blues hanno molto spesso un problema da affrontare, qualcosa che li porta via ‘dal centro del fuoco’, da una condizione di vita tranquilla, come ad esempio il caso di un viaggio di emigrazione, di una malattia, del carcere, della violenza domestica, di un amore tossico, dell’aver avuto una madre difficile, dell’essere sopravvissuti a un incidente aereo, di un inizio di alzheimer, di una pandemia, di una sclerosi multipla. L’autrice ha la capacità di calarsi psicologicamente all’interno delle condizioni di vita di questi personaggi e in tal modo ci racconta, attraverso di essi, la complessità dell’essere umano e quanto il disagio sociale e fisico possa essere funzionale a un percorso di ricerca spirituale e interiore.

Ho chiesto a Floriana se questa operazione di immersione nella sofferenza dell’altro e la condivisione empatica di questi vissuti, le abbiano lasciato una traccia addosso.

E lei mi ha risposto: << per me ogni scrittura sia in narrativa che in poesia, da quando me ne occupo, non esula dal percorso del dolore altrui, dall’empatizzare con le storie degli oppressi, degli ultimi, di coloro che non hanno voce. 

Credo in una letteratura che non abbia in sé un aspetto né consolatorio né descrittivo, ma che sia un’immersione psico-esistenziale nel mondo interiore degli altri. Di conseguenza letteratura e psicoanalisi sono assolutamente intrecciate e per questo motivo le mie storie partono sempre da una convergenza profonda tra l’io narrante e l’io del personaggio che scelgo come se fosse una sorta di specchio, il rappresentante di una complessità che appartiene all’umano e in tal senso opero per una forma di scrittura trasformativa interrogativa e speculativa, mai consolatoria.>>   

C’è un altro elemento, a mio avviso molto interessante nelle narrazioni di Floriana Coppola ed è il fantastico. Questi personaggi subiscono spesso alla fine del racconto uno spostamento, una mutazione, di frequente subentra l’elemento del surreale, che appare come un espediente letterario improvviso che il lettore non si aspetta.

Ad esempio nel racconto Partenope c’è una donna che racconta a un amico un sogno molto inquieto, legato alla possibile distruzione di Napoli, e alla fine della storia entrambi si trasformano in creature marine:

un richiamo imperioso verso gli abissi li spingeva a tuffarsi

Invece nel caso del racconto Migranti, dove l’autrice riesce a descrivere con grande visività un viaggio terribile, crudo e veritiero, come se lei stessa ne avesse una memoria emotiva, la migrante protagonista a un certo punto si riferisce a una mutazione fantastica in un branco di creature marine:

Non eravamo pesci, non eravamo uccelli

In un altro racconto non c’è la mutazione ma è sicuramente presente l’elemento del surreale: si tratta della storia del guardiano di un Castello sul mare. Alla fine del  monologo il lettore scoprirà che questo personaggio è in vita da quasi quattro secoli. Qui si assiste a una fusione tra il tempo di invecchiamento della persona e il tempo millenario e stratificato del Castello, inoltre il protagonista è un grande sognatore fuori dal mondo, forse anche lui in qualche maniera ai margini, e mi ha ricordato per alcuni tratti un racconto di Mary Shelley, L’immortale

Ho chiesto dunque a Floriana cosa rappresenta per lei l’elemento del fantastico in letteratura.

Mi ha risposto così: << quando parlo di fantastico per me non si tratta di pura fantasia ma di immaginazione performativa, cioè di capacità di narrare ciò che è visibile ma anche ciò che è invisibile. Slittare sul piano della surrealtà è fondamentale in tutti i miei libri, e in ogni mio romanzo c’è un riferimento al surreale; ad esempio in Donna creola e gli angeli del cortile (Ed. La Vita felice) c’è l’immagine di questa donna creola che è una profetessa, una sciamana, così anche ne La bambina il carro e la stella (Ed. Terra d’Ulivi) c’è il riferimento alla preveggenza della nonna e di conseguenza anche in questi ultimi racconti il fantastico è il performativo: cioè è quell’elemento che aiuta ad entrare in un’altra dimensione. Tutti gli escamotage fantastici dei miei racconti sono l’allegoria di un’altra dimensione.

È proprio attraverso questo elemento del surreale che molti di questi personaggi si salvano, si liberano dalla propria sofferenza, dal loro smarrimento, ottengono una redenzione.

E quindi le ho posto una terza domanda: <<Tu credi che la fantasia, l’immaginazione, possano nella realtà essere una formula per superare lo smarrimento e la sofferenza del vivere?>>

<<Fantasia e immaginazione non superano lo smarrimento del vivere, la letteratura è l’espressione di uno sguardo che si allarga, sente e percepisce in una maniera direi ‘cosmica’ il dolore dell’essere al mondo, la letteratura amplifica lo smarrimento e proprio in questo ci rende più umani in una visione non più antropocentrica ma capace di connettersi alla natura e al tutto>>.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa.