Lisetta Carmi: ho fotografato per capire

Oggi la grande fotografa Lisetta Carmi (Genova, 15 febbraio 1924 – Cisternino, 5 luglio 2022) avrebbe compiuto cento anni e noi Randagi abbiamo voglia di farle gli auguri e di ringraziarla per tutto quanto ha rappresentato per la cultura italiana.

La Carmi, di famiglia ebraica, trascorse l’adolescenza in Svizzera per evitare le persecuzioni razziali; nell’immediato dopoguerra, a poco più di vent’anni, era già una promettente pianista e faceva concerti in giro per il mondo, ma smise di suonare improvvisamente nel 1960 dopo aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro la convocazione a Genova del congresso del Movimento Sociale Italiano.

Lasciata la musica, cominciò ad avvicinarsi alla fotografia. Dei primi anni Sessanta sono i suoi reportage sull’Italsider e sui camalli del porto di Genova e le collaborazioni con alcune riviste come il Mondo e l’Espresso. Dal ’65 inizia a fotografare i travestiti dell’antico ghetto ebraico genovese (per intenderci la via del Campo di De Andrè) e questo lavoro fu raccolto nel ’72 in un volume dal titolo I travestiti, che all’epoca dette un tale scandalo da non essere nemmeno distribuito nelle librerie. Benché ebrea, nel ’67 dopo la guerra dei sei giorni, documentò le tragiche condizioni di vita dei campi profughi palestinesi e dopo quell’esperienza non volle mai più far ritorno in Israele.

Eseguì ritratti, tra gli altri, di Ezra Pound, Alberto Arbasino, Carmelo Bene, Edoardo Sanguineti, Judith Malina, Charles Aznavour, Leonardo Sciascia, Lucio Fontana, Luigi Nono, Claudio Abbado, Jacques Lacan e fece importanti reportage dall’America Latina all’Asia, dalla Sicilia (con testo di Sciascia) alla Barbagia delle operaie di un sugherificio, dalla Firenze dell’alluvione all’Irlanda del Nord della guerra civile nel ’74.

Dopo l’incontro nel ’76 in India con lo yogi Babaji, fondò un ashram a Cisternino in Puglia, dove nel ’79 acquistò un trullo che è stato la sua casa fino alla fine, nell’estate del 2022, a 98 anni. A Cisternino diceva di aver finalmente trovato, nel corso della sua quinta vita, la libertà che aveva cercato nelle vite precedenti.

La Carmi, che viene a ragione considerata come uno dei più grandi fotografi del Novecento, aveva il dono di saper cogliere la vita degli ultimi con uno scatto e usava la macchina fotografica come uno strumento di denuncia sociale. Il suo sguardo delicato e anticonformista ha raccontato gli invisibili, i proletari, i diversi, denunciato le ingiustizie nei confronti dei settori più deboli della società, testimoniato la marginalità sia esistenziale che nel mondo del lavoro. Era solita dire: “Ho fotografato per capire”.

Gigi Agnano

Tre domande a Viola Ardone, di Amedeo Borzillo (foto di Ciro Orlandini)

Gli ultimi tre romanzi di Viola Ardone sono stati tre successi editoriali che l’hanno resa in pochi anni una autrice tra le più lette in Italia e tradotte all’estero. 

Noi de “il Randagio” abbiamo avuto il piacere di incontrarla in occasione dell’ultima Conversazione Letteraria organizzata dalla nostra Bianca Miraglia del Giudice che su base mensile invita autori a dialogare con i lettori, in un salotto letterario che consente un rapporto diretto, quasi confidenziale con lo scrittore di turno.

Viola, insegnante di italiano e storia in un liceo napoletano (non intende lasciare questo lavoro anche perché le piace e le garantisce, in un rapporto e confronto continuo con i ragazzi, la visione del futuro “in presa diretta”, come lei stessa dichiara) confessa che dialoga con i personaggi dei suoi libri a lungo prima di scriverne la storia, e ne diventa “amica” per sviluppare con loro il racconto.

Viola visita la “paura” (della miseria, dell’oppressione e della violenza) nei suoi vari aspetti e con sguardo positivo, lasciando trapelare che potrebbe nei prossimi romanzi affrontare il tema della guerra.

Le abbiamo pertanto posto tre domande non immediatamente riconducibili al suo ultimo libro “Grande Meraviglia”, ma più in generale al suo contesto letterario di riferimento ed al suo approccio alla scrittura 

*** Negli ultimi 3 romanzi affronti tematiche che riconducono al ventennio di egemonia culturale che la sinistra registrò a cavallo degli anni 50-70 che oggi è andata persa.

In particolare nel “Treno dei bambini” la Solidarietà, in “Olivia Denaro” l’emancipazione della donna e in  “Grande Meraviglia” il rispetto della persona umana e il diritto alla salute.

Continuerai a scrivere senza separare il racconto dal contesto/denuncia ?

Sono una persona “politica” e credo che questo si rifletta anche nei miei scritti, ciò non significa per me propagandare un’idea o un partito. Anzi, è l’opposto di quello che la letteratura debba fare. La mia scrittura è politica nel senso che è situata nel passato o nel presente per comprendere il passato e il presente, per raccontare un pezzo della nostra Storia attraverso le storie delle persone. Che cosa la povertà fa alle persone, che cosa la violenza fa alle persone, che cosa la discriminazione fa alle persone. Queste sono le domande che vorrei che i miei libri lasciassero aperte. I buoni libri, o almeno quelli che piacciono a me, non forniscono risposte ma seminano dubbi.

*** E’ opinione diffusa che premessa necessaria ma ovviamente non sufficiente per scrivere un buon libro sia “avere una bella storia da raccontare”. 

Le tue storie sono su argomenti così importanti che rischiano di mettere in secondo piano, soprattutto nella critica, la bellezza, l’intensità e la musicalità del tuo scrivere ed il tuo fare letteratura.

Il Randagio invece vuole sapere proprio chi sono i tuoi maggiori riferimenti letterari, su chi ti sei formata e magari quali i tuoi libri preferiti

È vero: i giornali, la televisione, la radio hanno bisogno di una storia per affezionarsi a un libro, è una semplificazione che coincide con le agende dei programmi e dei quotidiani: il caso del giorno, la storia del momento, l’indignazione di questa settimana. Ma la letteratura quando è buona non si lega al caso di oggi o al limite lo rende eterno, archetipico. A me piace lavorare sugli archetipi: nel Treno dei bambini c’è l’allontanamento, che è la molla narrativa di tutte le fiabe, in Oliva Denaro c’è la difficoltà del crescere per una ragazza, anche questo è un tema favolistico, basti pensare alla Bella addormentata, a Biancaneve, a Cenerentola e a tutte le fiabe in cui un’adolescente incontra il tema del desiderio, della bellezza, dell’amore, della paura dell’apparire e dell’essere vista.

Tutto questo deve essere sorretto dalla scrittura, ci sono problemi stilistici, narratologici, prosodici che l’autrice si pone appena stabilita qual è la storia da raccontare. La domanda per me non è mai solo “che cosa scrivere”, ma “come scrivere”. Nel corso della mia intensa carriera di lettrice ho amato molti autori e autrici dallo stile inconfondibile, dalla scrittura ardita, “difficile”. Erano peccati di gioventù, oggi sono convinta che la prosa di Calvino sia un punto di arrivo incredibilmente complesso. Tutte quelle frasi levigate, ironiche, lineari. Tutta quella “facilità” che nasconde un lavoro da minatore della sintassi. La metafora che mi viene in mente è quella celebre di La Capria, che parlava di “stile dell’anatra”, un’andatura che a prima vista sembra lineare e senza sforzo mentre sott’acqua nasconde un lavorio incessante di zampette.

*** Il treno dei Bambini è diventato un film di imminente uscita, Olivia Denaro è in Teatro con Ambra Angiolini. 

Dal Film “la meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, di Basaglia e della medicina “democratica” non si sente più parlare a cinema: c’è speranza con “La grande Meraviglia” ? 

Lo spero anche io, anche perché lo stesso produttore che ha realizzato il Treno dei bambini ha opzionato Grande Meraviglia. Sarebbe bello veder tornare i “matti” al cinema!

Amedeo Borzillo

Antonio Corvino: Cammini a Sud, sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno, di Francesco Saverio Coppola

In una epoca in cui misuriamo le distanze economicamente e temporalmente, escogitando mezzi di locomozione più o meno verdi o viviamo la stasi incipiente della transizione digitale, che senso ha il camminare e il dove camminare? Trascurando la mobilità consumistica e quella sportiva, esiste una altra dimensione che confina con il fantastico e con l’avventura, il piacere di scoprire non solo luoghi nuovi, ma storie antiche e moderne, vecchi saperi e tradizionali sapori, personaggi e persone. La meta ha un puro significato di orizzonte, quello che conta è il percorso e il fluire della nostra coscienza. Capitalizziamo emozioni, dove riemerge il fanciullino di pascoliana memoria o lo stupore dei personaggi leopardiani. I cammini hanno come pietre miliari molti libri e racconti che hanno raccolto emozioni, osservazioni, riflessioni di viandanti, a queste pietre miliari oggi se ne aggiunge una altra scolpita da Antonio Corvino. Il libro dal titolo “Cammini a Sud, sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”, pubblicato da Giannini editori, si apre con una dedica agli Angeli dei pellegrini e ai viandanti e in cinque capitoli ripercorre un itinerario non turistico, ma letterario. C’è da chiedersi ma i pellegrini hanno degli angeli? Sicuramente non si viaggia mai soli, nel caso di Corvino, il protagonista viaggia con due spiritelli “Scazzamurieddhu” e “Shacuddhi”, impersonificazione dell’ambivalenza umana e dei suoi processi dialettici.  Ma i due spiritelli sono solo estroflessioni del proprio io o rappresentano anche indirettamente dei genius loci, come le antiche storie ci tramandano. Vivono con noi o anche fuori di noi. Non lo sapremo mai, ma sicuramente avvertiamo la loro presenza. I piani storici di questa transumanza umana si sovrappongono e si mischiano facendo rivivere antiche divinità, eroi, anarchici, briganti, santi e arcangeli, riscoprendo antiche mura, torri che ancora sfidano il cielo, castelli silenziosi a guardia di niente, chiese, scrigni di arte e di riti del passato. Un caleidoscopio assimilabile ad un moto browniano, dove si riafferma la multidimensionalità della nostra coscienza e la sua percezione atemporale. L’esperienza di vita di Antonio Corvino, economista, saggista e poeta, si è concretizzata in forma letteraria nel racconto di alcuni cammini del Sud Italia che hanno interessato tre regioni la Campania, il Molise, la Puglia, alla ricerca di identità culturali, storiche e sociali.  Un grande patrimonio naturalistico e culturale da valorizzare che ancora trova un modesto interesse da parte delle Istituzioni, ma che può costituire un volano di sviluppo e soprattutto per le giovani generazioni occasioni di occupazione e di attività imprenditoriali, pur nel rispetto del paesaggio e dell’ambiente.

Alcune esperienze di cammino di Corvino erano state già oggetto di pregevoli articoli apparsi sulla rivista Politica meridionalista. Civiltà di Europa dell’Associazione internazionale Guido Dorso. I cammini tuttavia non riguardano solo sentieri, tratturi o terre isolate o paesaggi incontaminati, interessano anche strutture urbane con livelli di lettura   più complessi da decifrare. Le riflessioni che seguono sono più mirate a discutere sui tradizionali cammini e meno su quelli di carattere cittadino.

Che cosa è un cammino? Sembra una domanda banale, ma non lo è.

Un percorso fisico facile o difficile, misurato prima dalla fantasia e dalla curiosità del potenziale camminatore, successivamente dalla fatica muscolare, dal sudore, ma anche dalla visione di paesaggi, ma soprattutto dalla memoria dei luoghi. Il cammino è una sfida con se stessi, un confrontarsi con la natura e immergersi in essa. Pietre, terra, acqua, pioggia, vegetazione e fauna visibile o nascosta sono i compagni giornalieri di un camminatore. Sicuramente, senza richiamare gli archetipi junghiani, vi sono motivazioni profonde che spingono e hanno spinto nei secoli a camminare. Sicuramente una certa modernità ha messo da parte queste esperienze del passato, favorendo la mobilità veloce, alla mobilità lenta. Sono cambiate anche le abitudini di vita, le comodità sono prevalse sulle scomodità, il facile sul difficile, si è indebolito lo spirito di avventura, ma anche il senso del rischio. Oggi assistiamo sempre più ad una riscoperta di queste antiche esperienze anche se l’Italia pur essendo ricca di percorsi è in ritardo rispetto ad altri paesi, tra cui soprattutto emerge la Spagna. Il libro di Antonio Corvino è una opera letteraria che si libra fra la realtà fisica, sogno e la memoria presente e atavica dei luoghi. Un’opera che si inserisce nel filone della riscoperta dei luoghi e dalle loro stratificazioni culturali. Una domanda si pone. È solo una opera di riscoperta, nata dal piacere dell’autore o anche un tentativo di valorizzazione dei luoghi? La lettura di questo libro, che nasce dall’esperienza diretta dell’autore, è solo una forma di piacere culturale? una possibile guida, alla maniera salgariana, di avventure, di viaggi di valore culturale o di fantasia? una forma di esortazione paideutica a intraprendere esperienze antiche e fuori dalle mobilità moderne soprattutto per le giovani generazioni. Con le tipiche deformazioni dell’economista, ritengo che questo libro possa essere di incitamento per lo sviluppo economico di tanti territori e soprattutto delle aree interne. Il Mezzogiorno è ricco di cammini naturalistici nelle zone costiere, ma anche nella zona appenninica, oltre i percorsi di carattere religioso anticamente usati per raggiungere la terra santa o i santuari di cui è ricco il territorio. Pur rispettando la natura dei cammini, la loro storia, come le antiche memorie ci tramandano, possono essere implementati una serie di servizi lungo i percorsi che spaziano dalla ristorazione, all’alloggio, al trasporto di bagagli e all’editoria culturale per l’approfondimento della memoria dei luoghi. I cammini vivacizzano e fanno rivivere l’artigianato locale e la biodiversità, rafforzando le identità e le radici stesse della comunità. Inoltre possono costituire nuovi gangli di produzioni locali e di filiere commerciali, volte a valorizzare le enogastronomie. Essere una tappa di un cammino diventa una forma di identità di luoghi ormai quasi cancellati dalle carte geografiche. I luoghi dell’abbandono possono ridiventare luoghi di vita e di produzione, diventando le novelle Sirene per non far partire tanti giovani verso altre terre, anzi possono diventare attrattori per tanti giovani che vogliano fondare la loro vita su variabili diverse. Esistono tuttavia non solo servizi tradizionali ma nuove competenze che possono essere appannaggio delle nuove generazioni come l’architettura dei cammini, che richiede una visione multidisciplinare che da una parte rispetti il principio DNSH e dall’altra crei quelle condizioni minime di sicurezza nel percorso e aiuti soprattutto i camminatori ad avere una chiara percezione dei rischi a cui possono andare incontro. Il tracciamento dei cammini richiede uno studio approfondito della fauna e della flora dei luoghi, della loro geologia, ma anche della loro storia. Assume rilievo anche la segnaletica e i tabelloni cartografici che richiedono una opportuna pianificazione e una standardizzazione, facilmente interpretabile da camminatori italiani ma anche stranieri. La transizione digitale offre oggi una grande possibilità di rispettare la natura dei luoghi in maniera non incisiva. Anche l’utilizzo intelligente dei droni può essere utile nella costruzione dei cammini offrendo una visione del territorio integrale. Una altra professione è la guida dei gruppi che percorrono i cammini, soprattutto quelli che manifestano maggiori difficoltà. Negli ultimi anni la cultura dei cammini ha avuto uno sviluppo anche in diverse regioni italiane, molte volte trattasi di iniziative locali che non rientrano nella pianificazione culturale e turistica delle Regioni. Una attenzione diversa oggi è stata fornita dal PNRR e dal piano strategico del turismo 2023-2027. Sarebbe utile che le varie regioni facendo uso dei fondi comunitari 2021-27 incentivino queste come di mobilità interagendo fra di loro, in quanto molti cammini per loro natura sono interregionali. Due importanti annotazioni sono contenute nel piano strategico del turismo già citato:

Turismo religioso e dei cammini

Il turismo religioso gode dell’indubbio vantaggio del forte legame che si crea tra luoghi di culto e fedeli. Le mete religiose non possono approfittare di questo vantaggio se offrono servizi dequalificati e a basso valore aggiunto. La sfida principale delle policy di segmento è quella di accompagnare la qualificazione dell’offerta (ospitalità e ristorazione in particolare) puntando sulla sostenibilità ambientale e sulla digitalizzazione e mantenendo, al contempo, un livello dei prezzi accessibile al vasto segmento dei fedeli. Il sistema del turismo lento e dei cammini in Italia in quanto forma di turismo sostenibile e inclusivo (ridotto impatto ambientale, volano di sviluppo economico e sociale di aree marginali) deve essere sostenuto da specifiche politiche di incentivazione e sostegno:

  1. un sistema di infrastrutture adeguato a pellegrini ed escursionisti, come l’ospitalità a basso costo (laica o religiosa);
  2. un sistema di manutenzione costante, adeguato al percorso e alla segnaletica;
  3. una campagna di promozione internazionale partendo proprio dalla collaborazione con ENIT, Agenzia Nazionale di Promozione del Turismo all’estero;
  4. la creazione di un osservatorio permanente per monitorare e misurare il passaggio e l’arrivo dei pellegrini e il loro impatto economico;
  5. incentivi per la predisposizione e/o il miglioramento dei servizi di supporto per il pellegrino come trasporto zaini, wi-fi, caricatori per biciclette elettriche, ecc.

Turismo delle radici

Il turismo delle radici è stato oggetto di attenzione anche da parte del PNRR, una parte del quale è dedicato a politiche per il turismo. Il progetto, che si trova all’interno dei programmi rivolti alla collettività italiana all’estero, prende il nome di “Turismo delle Radici – Una Strategia Integrata per la ripresa del settore del Turismo nell’Italia post Covid-19”, di cui è responsabile il MAECI. Lo scopo complessivo è stimolare l’occupazione giovanile, sostenendo la formazione di nuove figure professionali specializzate e sviluppando forme di aggregazione tra nuovi occupati e persone con esperienza nel settore del turismo.

Il PNRR ha dato una particolare attenzione allo sviluppo dei Borghi , di cui è ricco il nostro paese, ma ha trascurato le interconnessioni e le strade di collegamento fra di loro vedendoli come centri isolati e non come sistema articolato di cammini. I cammini sicuramente possono essere dei capillari dello sviluppo che vivificano i territori, soprattutto delle cosiddette aree interne o aree di mezzo, come , usa chiamarle Corvino. Occorre una strategia sistemica che partendo dalla formazione professione degli architetti/tracciatori alle guide, incentivino le forme imprenditoriali soprattutto di giovani che possano fornire i servizi anche differenziati in funzione della tipologia dei viaggiatori. È ora che le Regioni assumano una responsabilità diversa nella pianificazione e gestione dei cammini, non solo contribuendo allo sviluppo di attività produttive funzionali, ma anche tutelandoli ed evitando che speculazioni edilizie/commerciali possano prendere il sopravvento distruggendo la loro bellezza e autenticità. Le pagine curate da Antonio Corvino, al di là della illustrazione dei paesaggi e della ricostruzione delle stratificazioni culturali dei territori, ci offre anche uno spaccato delle esigenze del camminatore. Dopo queste sintetiche riflessioni sia di carattere letterario, che economico, mi chiedo, che cosa questo libro offre ai lettori. Sicuramente una emozione, che non nasce solo dalla voglia e dalla curiosità di ripercorrere sentieri, tratturi, ma dal seguire il flusso della propria coscienza vagando tra sogno e fantasia in un mondo dove le antiche Muse riprendono a danzare.  

Francesco Saverio Coppola

Francesco Saverio Coppola

Segretario generale Associazione internazionale Guido Dorso, coordinatore A.I.M (Alleanza Istituti di ricerca e di cultura meridionalisti), Presidente Bri Banca delle risorse immateriali, Coordinatore Comitato scientifico Osservatorio di Economia e Azione sociale, Presidente Gruppo Seniores Banco di Napoli, Presidente Centro studi Carlo Cattaneo. E’ amministratore della società Ingenius Consulting Service per il supporto alla progettazione a Imprese ed Enti per investimenti con utilizzo fondi PNRR e Fondi comunitari. Fa parte e ha fatto parte di comitati scientifici e consigli di Istituzioni meridionaliste tra cui Svimez. E’ stato capo dell’Ufficio studi del Banco di Napoli e Direttore generale di S.R.M ( Studi e Ricerche del Mezzogiorno) del Gruppo Intesa Sanpaolo. E’ stato assessore tecnico alle Finanze del Comune di Benevento. Giornalista, saggista, curatore e autore di diversi libri a carattere economico e sociale, docente universitario, dirige e ha diretto riviste di carattere economico e culturale (Rassegna economica, Dossier UE, Nuove Frontiere, Politica meridionalista. Civiltà di Europa ecc)

Nato a Napoli, ha maturato in ambito aziendale, in ambito universitario, in ambito istituzionale, in centri di ricerca e di promozione sociale molteplici esperienze nel campo dell’economia delle imprese pubbliche e private, della finanza privata e pubblica, dell’economia bancaria, del marketing territoriale. Ha maturato esperienze nel settore delle infrastrutture materiali e immateriali, nel settore della logistica e della mobilità urbana. Ha sviluppato significative competenze manageriali nella direzione di strutture bancarie, di strutture associative, di strutture pubbliche e di attività progettuali. Si è specializzato in operazioni di risanamento, ristrutturazione e riequilibrio finanziario di aziende pubbliche e private.

Si è specializzato sull’ intervento pubblico in economia a livello nazionale, europeo e degli Organismi internazionali. Ha curato studi sull’innovazione e sulla sua diffusione. Ha curato azioni e studi per lo sviluppo e la promozione dei territori. Ha sviluppato esperienze di studio e operative nel mondo non profit, con particolare attenzione ai processi di coesione sociale e di economia del bene comune e alla finanza etica. 

Antonio Corvino

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

 Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni. 

Adania Shibli: Un dettaglio minore (trad. Monica Ruocco, La nave di Teseo), di Gigi Agnano

La scrittrice e saggista palestinese Adania Shibli, che vive tra Berlino e Gerusalemme, avrebbe dovuto ricevere il 20 ottobre scorso, nell’ambito della Fiera del Libro di Francoforte, il LiBeraturpreis 2023, un premio annuale assegnato a scrittrici provenienti da Africa, Asia, America Latina e mondo arabo, con la seguente motivazione: “un’opera d’arte rigorosamente composta che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone“.

Il giorno stesso della premiazione, però, l’associazione LitProm che consegna il premio ha annunciato che avrebbe rinviato la cerimonia “a causa della guerra iniziata da Hamas, di cui soffrono milioni di persone in Israele e Palestina“.

Una lettera aperta – firmata da più di 350 autori, tra cui i premi Nobel per la letteratura Annie Ernaux, Abdulrazak Gurnah e Olga Tokarczuk, i vincitori del Booker Prize Anne Enright, Richard Flanagan e Ian McEwan; il romanziere irlandese Colm Tóibín, il libico Hisham Matar (vincitore del Pulitzer 2017), e la scrittrice britannico-pakistana Kamila Shamsie – ammonisce gli organizzatori della fiera, affermando che “è loro responsabilità creare spazi aperti in cui gli scrittori palestinesi possano condividere pensieri, sentimenti e riflessioni sulla letteratura attraverso questi tempi terribili e crudeli“. 

Questo episodio ha sollevato importanti questioni sul ruolo della letteratura in tempi di conflitto e sulla necessità di mantenere aperti gli spazi culturali come luoghi di dialogo e comprensione reciproca.

Il romanzo in questione è Un dettaglio minore, pubblicato in Italia nel 2021 da La nave di Teseo per la traduzione di Monica Ruocco. Si compone di due storie correlate: la prima – realmente accaduta – è quella dello stupro e dell’omicidio di una ragazza beduina nel 1949 per mano di un’unità dell’esercito israeliano, raccontata da un ufficiale responsabile dell’azione; l’altra, conseguenza della prima, è quella – immaginaria – di una giornalista palestinese di Ramallah che, diversi decenni dopo, per indagare sul crimine, intraprende un viaggio verso il sud del Paese, sfidando i limiti consentiti dalla legge israeliana per la sua carta d’identità. 

Il primo racconto inizia con un plotone israeliano che si accampa nel Negev, al confine desertico con l’Egitto. Siamo tra il 9 e il 13 agosto 1949, un anno dopo la Nakba (700 mila palestinesi espulsi dalle loro case e allontanati dalle proprie terre), e quei soldati hanno il compito di rastrellare la zona e di ripulirla dagli arabi rimasti. Le giornate trascorrono lente e monotone – “Tutto era immobile, tranne i miraggi” -, ma durante un pattugliamento di routine, alcuni militari si imbattono in un gruppo di nomadi che viene immediatamente sterminato. L’unica sopravvissuta è una giovane donna che, presa prigioniera, è portata al campo. Sarà l’ufficiale stesso a violentarla e a ordinarne l’uccisione. Ed è lui a raccontare ai lettori sconcertati gli stupri e le violenze con un linguaggio freddo, giornalistico, concreto, che non denota alcun tipo di emozione. La scelta stilistica è particolarmente significativa: il distacco emotivo del primo narratore amplifica l’orrore degli eventi narrati. La sua prosa burocratica riflette una disumanizzazione che va oltre il singolo episodio, diventando metafora di una violenza generalizzata e “necessaria”.

Il romanzo poi si sposta nello spazio e nel tempo. A Ramallah, una donna palestinese, ossessionata da un articolo di giornale che rievoca quell’omicidio avvenuto anni prima, vuole avviare un’indagine per ricostruire gli avvenimenti assumendo il punto di vista della vittima. Da qui il viaggio verso sud, attraverso villaggi devastati, in direzione di un sito nei dintorni di Rafah. Anche in questa seconda parte la narratrice (come l’ufficiale della prima) resta impassibile di fronte al fallimento della sua ricerca. Emerge però il desiderio e, quindi, l’ostinazione di voler correggere i torti storici attraverso la scrittura. E affiora sempre più incalzante il desiderio di restituire libertà rappresentando la brutalità della vita quotidiana in un Paese occupato. La paralisi della narratrice di fronte all’impossibilità di ricostruire la verità storica diventa essa stessa una potente metafora della condizione palestinese contemporanea: la ricerca di giustizia si scontra continuamente con barriere fisiche e metaforiche, negazioni e cancellazioni.

La strada che, fino a qualche anno fa, mi era familiare era più stretta e con più curve, mentre questa è abbastanza larga e diritta. Su entrambi i lati sono state erette pareti alte cinque metri, oltre le quali ci sono molti edifici nuovi, raggruppati in insediamenti che prima non esistevano oppure non erano facilmente visibili, mentre la maggior parte dei villaggi palestinesi che si trovavano qui è scomparsa. Alzo lo sguardo, spalancando bene gli occhi alla ricerca di una traccia di quei villaggi con le loro case, che ricordo disseminati qua e là come rocce sulle basse colline, collegati tra loro da strade strette e tortuose che si diramavano in molteplici deviazioni, ma è inutile. Non riesco a scorgere nulla. Più guido, meno riesco a capire dove sono! Finché, a sinistra, mi accorgo di un’altra strada secondaria che è stata chiusa. A questo punto mi rendo conto che in passato avevo davvero percorso quella strada decine di volte, e quella che ora è interrotta da un cumulo di terra e da massicci blocchi di cemento era la strada che portava al villaggio di al-Jib.

La prosa di Un dettaglio minore descrive minuziosamente ogni movimento compiuto da entrambi i protagonisti: nella prima parte l’ufficiale si lava, si cambia i vestiti, cerca insetti, si scalda col corpo della giovane beduina; nella seconda parte la donna scende dall’auto, apre il cancello, torna in macchina. Ma, mentre l’ufficiale si muove sicuro, senza particolari ansie, i movimenti della donna sono costantemente dettati dalla paura. Questa attenzione ossessiva al dettaglio fisico ha un duplice scopo narrativo: da un lato accentua il realismo del racconto, dall’altro evidenzia il contrasto tra la libertà dell’oppressore e la precarietà dell’oppresso. La Shibli mostra come il calvario di un popolo possa essere fatto di innumerevoli insostenibili “dettagli minori”. Il titolo del romanzo sottende una penosa ironia: ciò che viene presentato come “dettaglio minore” è in realtà il cuore della tragedia, per cui ogni singolo atto di violenza, apparentemente isolato, si rivela parte di un più ampio, sistematico “memoricidio”. E’ infatti proprio in quello spazio apparentemente marginale della Storia con la “S” maiuscola che la Letteratura trova la sua ragion d’essere più profonda. Mentre gli archivi custodiscono i “grandi eventi”, i documenti ufficiali, le date e i nomi della narrazione dominante, la Letteratura si insinua negli interstizi, recuperando ciò che la Storia ha ritenuto di tralasciare. La violenza sulla giovane beduina – un episodio assente negli archivi militari, che non è stato registrato nelle cronache del tempo – diventa attraverso la scrittura della Shibli non solo un atto di resistenza alla rimozione, ma anche una potente metafora della capacità della Letteratura di lasciare una traccia di ciò che è stato silenziato.

Gigi Agnano