Il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk: finalmente l’amore! di Gigi Agnano

Il Museo dell’innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati

che non trovano un posto a Istanbul dove baciarsi. 

Pubblicato da Einaudi nel 2009, Il Museo dell’Innocenza è il primo romanzo di Orhan Pamuk dopo che gli sia stato assegnato nel 2006 il Nobel per la Letteratura. E’ una storia d’amore affascinante e nostalgica, sul desiderio e sull’assenza, che dimostra una volta di più l’immenso talento dello scrittore turco. 

Racconta l’ossessione che assorbe tutta la vita di Kemal, un giovane ricco dell’élite di Istanbul, per Füsun, una sua lontana parente di famiglia assai più modesta. 

All’inizio del romanzo, Kemal ha una trentina d’anni, conduce, in un mix di Dolce Vita e Grande Gatsby, un’esistenza rilassata tra feste, club e ristoranti mondani, ha un’ampia rete di amici, gira per le strade della città in una elegante Chevrolet del ’56 e ha da molti anni una fidanzata, Sibel, anch’essa di ottima famiglia, con la quale è destinato a sposarsi.

Dall’età di vent’anni sentivo in cuor mio di avere su di me una corazza invisibile che mi proteggeva da qualunque disgrazia e infelicità. Questa impressione, del resto, mi faceva intuire che occuparmi troppo delle altrui infelicità avrebbe reso infelice anche me, e avrebbe potuto scalfire la mia corazza.

Un giorno però, casualmente, mentre sta facendo acquisti per la sua ragazza, incontra la bellissima e giovanissima Füsun, che lavora come commessa in una boutique alla moda in una zona elegante di Istanbul. I due in breve tempo iniziano una relazione: si incontrano regolarmente in un appartamento vuoto della famiglia di Kemal, appartamento che diventa uno dei personaggi chiave del romanzo. Qui è dove si depositano gli oggetti inutilizzati di casa, i vestiti e le scarpe vecchi della madre, i giocattoli dell’infanzia, ma è anche il luogo dove si tengono gli incontri via via più passionali dei due giovani.  Kemal finisce per innamorarsi:

Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo.

Infatti, Kemal non comprende all’inizio l’importanza del suo innamoramento e, nel rispetto delle convenzioni borghesi, non rinuncia al legame con l’ignara Sibel. 

È solo quando Füsun scompare, subito dopo il fidanzamento “ufficiale” tra Sibel e Kemal (con tanto di festa in grande stile all’hotel Hilton, presente tutta la buona società cittadina, compresi Füsun e Pamuk stesso in una sorta di cameo cinematografico), che Kemal, memore dei momenti felici vissuti insieme, capisce quanto sia perdutamente innamorato. 

In assenza di Füsun che rifiuta di incontrarlo, il giovane comincia allora a far visita ogni giorno alla famiglia della ragazza per assaporare il mondo in cui lei aveva vissuto e respirato. E ogni volta porta via di nascosto degli oggetti che le appartenevano (un fermaglio, una tazzina, un orecchino, una saliera, il cagnolino di porcellana che siede sopra il televisore, ecc…), pezzi che andranno a comporre il museo dedicato al suo amore finito. Le giornate di Kemal trascorrono nel ricordo ossessivo di Füsun, al punto che non riesce a non confessare tutto a Sibel e a rompere il fidanzamento. Passano i mesi e Kemal – rimasto progressivamente solo, senza fidanzata, amante e amici – quando rintraccia finalmente l’ex amante, la scoprirà sposata con l’aspirante regista Feridun. A quel punto, l’ossessione del nostro protagonista diventerà sempre più dolorosa quanto più disperata diventa la storia d’amore, ma non racconto ulteriori parti di una trama tutt’altro che prevedibile per lasciare al lettore il piacere della scoperta. 

Aggiungo solo che ancora una volta, come in quasi tutti i suoi romanzi, Pamuk scrive in modo lirico e poetico di Istanbul (richiamando alla memoria del lettore sia le città “reali” di Auster e Mahfuz, sia quelle fantastiche e allegoriche di Calvino e di Borges). La inquadra tra gli anni ’70 e ’80, anni in cui Oriente e Occidente sembrano più vicini, in cui la sua città resta come mai in bilico tra storia e modernità, tra le casette in legno decadenti e gli sfarzosi appartamenti dei nuovi ricchi. Si avverte molto forte il contrasto tra una città di tradizione e di valori ottomani e musulmani ed una che vuole essere più moderna, “europea”. Pamuk racconta l’impatto dell’architettura, dell’arte e dell’estetica occidentali su una società islamica. In ogni angolo aleggia un conflitto che si riflette anche nella mentalità delle persone, in particolare dell’alta borghesia, da un lato orgogliosamente tradizionaliste e dall’altro desiderose di un approccio più “libero”, “all’occidentale”, soprattutto per quel che riguarda le tematiche della vita privata relative all’amore ed il sesso.

E il romanzo presenta questa contrapposizione. Infatti, mentre la prima parte si legge come una storia di passione spericolata, distruttiva, che si scontra con le convenzioni borghesi; altrove molte pagine sono dedicate al peccato, al pentimento, ad opprimenti temi tradizionali, come per esempio alla verginità perduta prima del matrimonio da Sibel – della quale Kemal si sente in qualche modo “responsabile” -, o a quella di Füsun che “ha deliberatamente scelto di donarla a Kemal”.

Ma il tema centrale del romanzo è il furto compulsivo, infantile e feticistico degli oggetti, che trovano la loro casa nel museo che dà il titolo al romanzo, un santuario della vita quotidiana costruito negli anni. E’ un’idea evidentemente proustiana, ispirata all’idea del tempo passato recuperabile attraverso le sensazioni vissute nel presente. Pamuk ha sempre dichiarato di avere un interesse per le “collezioni” e di aver concepito il romanzo anche come una raccolta fisica di ricordi legati ai protagonisti e soprattutto alla sua città. Sia il suo collezionismo che lo stesso Museo dell’Innocenza sono esempi di ciò che il grande scrittore turco chiama “hüzün”, ovvero la parola turca traducibile con malinconia, intesa anche come perdita e dolore amorosi (si noti l’assonanza tra “hüzün” e il nome della ragazza, “Füsun”). 

Nel 2012 Orhan Pamuk ha curato e aperto il vero e proprio Museo dell’Innocenza nel quartiere Cukurcuma di Istanbul, in un edificio rosso in una parte antica della città.

Qui è esposta, in un ambiente buio, ovattato e silenzioso, la vasta collezione di cimeli. L’esposizione si apre con quello che forse è il pezzo più toccante ed esemplare: come in un insettario, il visitatore si trova di fronte ad un enorme pannello con i mozziconi delle 4213 sigarette fumate da Füsun dal 1976 al 1984. I mozziconi sono organizzati per colonne rappresentative di ogni anno, e ciascun mozzicone riporta un’etichetta col giorno in cui è stato fumato. Altro pezzo fondamentale della collezione è l’orecchino che la ragazza porta la prima volta che si dichiarano innamorati e che costituirà il primo pezzo del museo.

Attraverso foto, riprese, fazzoletti, orologi, bicchieri, ombrelli, cagnolini, scarpe, vestiti, ecc…, lo scrittore realizza il desiderio sicuramente innovativo per il mondo letterario di condividere col lettore non solo una storia (che per tanti versi ricorda Lolita o L’amore ai tempi del colera), ma anche una raccolta fisica di oggetti che mostrano – dice l’Autore stesso – “la bellezza della vita ordinaria”. E al lettore – eventualmente visitatore – non resta che abbandonarsi al fascino e alla tenerezza e alla raffinatezza della testimonianza di Pamuk:

Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice.

Gigi Agnano

Cercatori d’acqua di Erri De Luca (Giuntina) di Amedeo Borzillo

“Se la provvista non scende dall’alto, bisogna cercarla nel suolo. Il pozzo è l’opera d’ingegno necessaria.

Deserti e assedi sono metafore ricorrenti nell’epoca attuale. La figura del pozzo, di una sorgente viva, è invece poco adottata.

Trascurato nei nostri giorni riforniti con allaccio a rete idrica. Il pozzo è dotazione strategica durante un assedio. Diverso dalla cisterna che raccoglie acque convogliate, il pozzo attinge alle falde raggiunte dallo scavo. E’ benedizione e dono di una generazione alla seguente, come l’albero.

E’ tappa nel deserto dove permette l’habitat dell’oasi e consente sia la coltivazione che l’allevamento, i mestieri di Caino e Abele. Intorno al pozzo possono convivere.

Intorno a quest’opera dell’ingegno umano si muovono le storie dei cercatori d’acqua in terre aride.”

E’ Tempo di Caccia – Intervista a Jeffery Deaver di Cristina Marra

Ne ha fatta di strada Jeffery Deaver da editor del magazine del liceo a corrispondente legale del Wall Street Journal fino alla pubblicazione del romanzo Il collezionista di ossa nel 1997 che lo proietta nell’olimpo degli autori di thriller best seller in tutto il mondo. Se il suo personaggio più noto Lincoln Rhyme, è tetraplegico ma viaggia con la mente, Colter Shaw è un randagio, si sposta in vari stati americani e macina chilometri per ricercare persone scomparse. Shaw è il cacciatore di ricompense più famoso d’America e con Tempo di Caccia edito da Rizzoli, è al suo quinto caso, apparentemente impossibile, da portare a termine. E’ sempre la sfida a incuriosirlo e a spingerlo ad accettare incarichi rischiosi.  Anche questa volta per annotare storie e piste da seguire non si separa dal suo taccuino nero 13×18 e dalla stilografica delta titanio Galassia  e trova che  quello strumento così elegante, fosse più gentile per la mano rispetto a una penna a sfera. Pure l’inserimento di questi dettagli personali, di cui Deaver è un vero maestro,  denotano il rispetto del protagonista verso i casi di cui si occupa quando accetta un incarico allettato dalla ricompensa ma senza trascurare il fattore umano. Tempo di caccia , tradotto da Sandro Ristori, riporta Deaver in  tour in Italia e il suo protagonista, entrato ormai nel cuore di tanti lettori,  va alla ricerca del prototipo di un rivoluzionario dispositivo per reattori nucleari sottratto all’azienda dell’uomo d’affari Marty Harmon, forse dall’ingegnera Allison Parker, sparita insieme alla figlia Hanna.  Da Ferrington, la nuova città immaginata dallo scrittore, tra sparizioni e fughe, un poliziotto psicotico, un’adolescente ribelle, tanti segreti e straordinarie rivelazioni, la caccia orchestrata da Deaver inizia con una trappola.   

Ciao Jeff e benvenuto su Il Randagio. Nei tuoi romanzi i luoghi vengono sempre descritti molto accuratamente, al punto da non stare sullo sfondo, ma diventano dei veri e propri personaggi al fianco dei protagonisti. Con quale criterio li scegli e perché per Tempo di caccia hai voluto Ferrington?

Ciao ai lettori di Il Randagio. Mi piace che le ambientazioni siano dei personaggi a sé stanti,
per cui mi assicuro di dare loro delle personalità realistiche. Ferrington è un’opera di
fantasia, ma si basa su città vicine a quelle in cui sono cresciuto, che ora sono depresse a
causa del trasferimento delle industrie. Anche i problemi di droga sono abbastanza reali in posti come quello, a causa della disoccupazione giovanile.

Nel romanzo ti soffermi molto sul rapporto tra genitori e figli (Colter e suo padre, Hanna e Allison e John). La famiglia e i suoi equilibri sono al centro del romanzo?

Direi che mi piace esplorare le relazioni tra tutti i membri della famiglia nei miei libri, perché ai lettori piace tanto quanto i crimini di cui scrivo. Mi piace creare tensione nei drammi personali, tanto quanto negli omicidi!

La fuga che racconti è soprattutto fuga da se stessi?

Ottima osservazione. Sì, nel libro le persone scappano dagli assassini, ma scappano anche dal loro passato – o cercano di farlo. Fino a quando si rendono conto che non si può scappare dal passato, ma che bisogna affrontarlo!

Azione, colpi di scena e denuncia sociale restano gli elementi principali dei suoi romanzi?

Sì, scrivo ciò che i lettori vogliono. I libri non riguardano affatto me, ma i lettori. E loro amano la mia specializzazione, i colpi di scena, l’azione e le osservazioni sociali e politiche che faccio.

Che rapporto hanno i personaggi di Tempo di caccia con la verità e il senso di colpa?

I miei personaggi sono sempre fedeli alle persone reali su cui li baso. I cattivi in genere non si sentono in colpa. Purtroppo come molte persone (compresi i politici americani!).

Leggeremo di un incontro tra Colter e Lincoln?

Sì, i due si incontreranno presto in un romanzo.

Faletti e Camilleri. Quanto è importante per lei la narrativa italiana? Quali sono i tuoi libri preferiti?
Sono tanti gli autori italiani che leggo per esempio Michele Giuttari e Gianrico Carofiglio mi piacciono molto. Le altre mie letture vanno da Ian Fleming a John Le Carrè a Conan Doyle fino a Ernest Hemingway. 

Cristina Marra

Cristina Marra e Jeffery Deaver

Grande Meraviglia di Viola Ardone (Einaudi) di Vincenzo Vacca

Ho finito di leggere Grande Meraviglia di Viola Ardone. Un libro che accompagna il lettore nell’inferno dei manicomi prima della legge Basaglia. I “matti” non solo confinati in luoghi lontani e chiusi dal mondo dei “normali”, ma sottoposti a violenze indegne di un Paese civile. Il libro, non perdendo la sua peculiare caratteristica di un romanzo, affronta brillantemente il rapporto con la follia, in considerazione che la follia è costitutiva di ogni essere umano e ognuno ci fa i conti a partire dall’infanzia. Lo stile letterario di Ardone rende il racconto avvincente e restituisce al lettore una sorta di bilancio, con i risultati conseguiti ma anche con le delusioni, di quella che è stata la stagione basagliana, parte integrante di una entusiasmante stagione politica e sociale di un forte rinnovamento del Paese, di aperture di una serie di Istituzioni. Grande Meraviglia costituisce una prova evidente di come la letteratura può diventare il termometro della storia, avvicinando accadimenti degli anni ’70 con le persone che stanno vivendo i primi vent’anni di questo ultimo secolo e trasmette l’importanza delle libere scelte, ma anche la paura di essere veramente liberi. Non a caso gli esseri umani, anche solo inconsciamente, chiedono di essere liberati dalla loro libertà per affidarsi al Messia del momento. Conseguenzialmente, Grande Meraviglia ci racconta che, per essere veramente liberi, bisogna liberarsi anche da chi ci ha indicato il percorso della libertà. In questo libro c’è tanto altro con diversi protagonisti che esprimono esplicitamente e/o implicitamente le loro svariate, intime, contraddittorie sfaccettature. Un libro da leggere, controcorrente in questa fase storica, fatta di banalizzazione, di rifiuto della complessità.

Vincenzo Vacca

Intervista a Lorenzo Marone di Bianca Miraglia del Giudice

Il libro è dedicato al piccolo Sergio De Simone, il piccolo bambino vomerese sottoposto, in un lager nazista, a sperimentazione chimica e poi barbaramente ucciso a soli otto anni. Cosa rispondi a chi obbietta che ormai è tutto affidato alla Storia, che è ultroneo continuare a testimoniare le atrocità dei campi di concentramento?
Rispondo che non c’è male peggiore di non continuare a raccontare la Storia, di perdere la memoria. La generazione che ha vissuto quelle atrocità, la cosiddetta Generazione Silenziosa, sta finendo ormai, ma questo non significa che, con loro, debba finire quella che è stata la loro storia. L’uomo senza memoria, senza conoscenza del passato, non ha la possibilità di interpretare il presente e quindi è una grande fesseria!

Due anni fa, hai raccontato di Matteuccia, staffetta partigiana, ne Il bosco di là, Aboca edizioni: è stato, in qualche modo, un prodromo di Cono e Serenella?
Ma no, all’epoca del Bosco di là non avevo ancora idea di scrivere questa storia; è sicuramente un periodo storico che mi affascina e che sento mio, da qualche parte, nel senso che sono i ricordi e i racconti dei miei nonni. Sulla storia di Matteuccia ho il piccolo rimpianto di non averla allargata facendola diventare un romanzo. È un bellissimo racconto lungo al quale sono molto legato, dal tema bello e poco raccontato.

Cono è un ragazzo passionale dominato da forti sentimenti: l’amore innanzitutto, la gelosia, l’intolleranza verso le ingiustizie sociali ed i soprusi messi in essere dal fascismo. Quanto c’è di te in lui? Quanto ti ha coinvolto emotivamente scrivere questo romanzo?
In Cono c’è poco di me, lui è un personaggio costruito perché doveva essere funzionale a quella che è la parte reale storica del romanzo e cioè i ragazzi costretti a boxare nei campi di concentramento, scelti tra quelli più in salute e più prestanti fisicamente. Lui nasce come un personaggio che non si interessa di politica, come anche la sua famiglia, cerca di non farsi notare dal regime, è un contadino figlio di mezzadri, che ama la sua terra, ama Serenella, è un ruspante e per questo viene soprannominato Galletta, non si tiene i soprusi e sa menare le mani; dovevo costruire un personaggio forte capace di resistere in quell’inferno, andando a boxare con le SS. In questo romanzo, io non sono nei personaggi ma nella terra perché è un romanzo sull’amore e sulle radici.

Una storia d’amore, bella come poche, cui fa da contraltare il vissuto terribile nel campo di concentramento; hai scritto tutto di getto oppure hai avuto bisogno di più scritture per trovare la dimensione perfetta di questo romanzo?
Io volevo scrivere una storia d’amore, ma non avrei scritto una storia romantica, non scritta al presente ma al passato; la storia d’amore dei nostri nonni, una storia incentrata su quell’energia intorno alla quale tutto gira, per dirla con Battiato, tutto obbedisce all’amore.
Nel romanzo c’è l’amore di Cono e Serenella, ma anche l’amore di Cono per la sua terra, il suo podere, suo padre, sua madre, sua sorella; ci sono due grandi amicizie, per Briscola e per Palermo. L’amore che tiene in vita e permette di resistere e che si contrappone al grande male. Io non volevo raccontare una storia partigiana, io volevo raccontare la storia di tanti ragazzi di umili origini, anche un po’ ignoranti, costretti a combattere né per la gloria né per la patria, ma, come dice Cono, “per poter tornare a dormire nel fienile con la mia Serenella”.

Nei “Ringraziamenti” posti alla fine del libro, affermi che la memoria serve a dare significato ai valori e, per chi sa custodirla, è essa stessa radici perché restituisce la vita a ciò che non c’è più, a chi non c’è più. Quanto vissuto, sereno o doloroso, occorre per comprendere appieno il significato profondo del ricordare?
La memoria per me è sempre stata un valore fondamentale, sia per il lavoro che faccio, sia perché nei miei romanzi ci sono i miei ricordi camuffati e travestiti, c’è il mio vissuto, ci sono aneddoti della mia vita. Qui l’aggancio con il mio vissuto e la mia infanzia è la terra dove ho deciso di ambientare il romanzo, perché Monte Rianu è un paese immaginario che nasce dalla combinazione di Teggiano e Monte S. Giacomo: sono due paesi a cui sono molto legato perché lì è nata mia nonna, lì d’estate andavano i miei zii e mio padre, perché lì fino ad una certa età mi recavo a trovare nonna Erminia, perché lì sono sepolti due miei zii; è una terra che amo molto che mi riporta al concetto di radici che io ho sempre cercato di rigettare e rifiutare per il vissuto che ho, che non sto qui a dire. Forse, con questo romanzo, sono tornato a far pace con le mie radici.

Bianca Miraglia Del Giudice