A Cono era stato insegnato a non lasciare la fame al povero, e solo ora capiva che nessuna umiliazione nella vita è grande quanto quella di stare affamato dinanzi a chi affamato non è.
È un significativo passaggio che traggo dall’ultimo libro di Lorenzo Marone, Sono tornato per te. Un romanzo che parla di un ragazzo vivace, non a caso soprannominato “Galletta”, che vive nella zona del Vallo di Diano, tra la Campania e la Basilicata. Si chiama Cono Trezza. Aiuta molto volentieri i genitori a lavorare nei campi assorbendo l’amore per quel luogo e per i suoi abitanti, a eccezione dei fascisti arroganti e violenti. Il ragazzo osserva nei lavori agricoli, oltre il proprio padre, anche il compare Gerardo, detto “Cucozza” per via della testa pelata. Una sorta di secondo padre. A un certo punto della sua giovane vita, Cono si innamora perdutamente di Serenella, figlia di un uomo con idee socialiste. Siamo negli anni Trenta del Novecento, e tutti sappiamo l’orrore verso cui corre l’Italia e il mondo a causa del nazifascismo. Il bel romanzo di Lorenzo Marone narra come si dipanerà la storia d’amore tra Serenella e Cono che dovrà inevitabilmente impattare con gli effetti della seconda guerra mondiale, ma inizialmente con la violenza del regime fascista. Quello che è assolutamente da sottolineare è il fatto che lo scrittore evidenzia un aspetto non molto conosciuto nei lager nazisti, infatti per una serie di vicissitudini il protagonista del romanzo si ritroverà rinchiuso in un campo di concentramento tedesco come prigioniero politico. Dato che Hitler aveva una passione per la boxe, nei lager spesso si organizzavano tornei di pugilato con annesse scommesse ai quali partecipavano sia i tedeschi che i prigionieri internati nei campi. Cono viene scelto come pugile e anche ciò gli darà la forza morale di affrontare la vita abominevole del lager. Ancora una volta, con questa sua nuova fatica, Marone conferma il suo stile letterario avvincente, arguto, capace di creare una forte, immediata e continua empatia tra i protagonisti del romanzo con i/le lettori/rici. Un libro che parla di sentimenti d’amore, di dignità, di comprensione, di insofferenza per le ingiustizie, ma anche di come l’uomo può essere capace di produrre il male. Marone ci parla degli orrori del “secolo breve”, ma anche della capacità di resistere in nome della bellezza della vita fatta soprattutto delle nostre radici.
Da giugno è in tutte le librerie Il ladro di quaderni, il nuovo splendido romanzo di Gianni Solla, edito da Einaudi, che racconta la storia di Davide, un ragazzino che vive a Tora e Piccilli, un paese nel casertano, dove viene confinato dal regime fascista il coetaneo Nicolas, insieme al padre e altri trentaquattro ebrei, nel settembre del 1942. Grazie alle segrete lezioni del padre del nuovo arrivato, Davide impara a scrivere; in lui la ricerca della parola giusta e perfetta diventa necessaria e salvifica, come un faro sulla visione del suo possibile. Nato zoppo, costretto a vivere dal padre persino in un porcile, Nicolas ha nella giovane Teresa l’unica persona che lo difende e lo incoraggia. Raccontando con sensibilità e poesia gli anni di evoluzioni e cambiamenti, di allontanamenti e di ritorni dei tre protagonisti, fino alla chiusura di un ideale cerchio della vita, Gianni Solla ci fa emozionare profondamente fino alla commozione. A Tora e Piccilli, anni fa, fu piantato un albero di ulivo per ricordare il coraggio col quale gli abitanti si adoperarono per la salvezza di decine di ebrei dalle deportazioni naziste; pochi giorni fa, l’Ulivo della Shoah, nel parco del paese casertano, è stato di notte vigliaccamente distrutto!
Qual è stata la genesi di questo romanzo? Il trasferimento dei trentasei ebrei napoletani a Tora e Piccilli, imposto dal regime fascista nel 1942, non era una vicenda molto nota; tu come l’hai scoperta? La curiosità è il mio unico talento. In quel periodo facevo ricerche personali non finalizzate alla scrittura, anche se lo so che poi non è così, e quando ho letto di questa storia ho subito riconosciuto una vicenda che poteva essere raccontata con i miei strumenti, con la narrativa. Chi mi conosce sa che sono un bugiardo cronico, ma attraverso la bugia e la mistificazione, riesco a dire la verità.
In Tempesta Madre, edito da Einaudi, le parole descrivono i fatti; nel Ladro di quaderni, il significante si evolve e diventa elemento necessario per veicolare un significato, che permette al protagonista di affermare se stesso: penso Davide che definiva solitudine ciò che in realtà era indipendenza. Le parole sono ancora fondamentali oggi, in un’epoca di espressività digitale? Credo che le parole siano e resteranno l’elemento primo del pensiero e della comunicazione. Quando penso, penso “parlando”, pronunciando cioè frasi a me stesso, esattamente quello che faccio quando scrivo. I miei due libri hanno molti elementi di sovrapposizione ma per certi versi sono anche molto diversi. Quando mi avvicino a una storia nuova da scrivere, ho necessità di scoprire un nuovo continente, esiste una parte avventurosa alla quale non riesco a rinunciare. Oggi si scrive moltissimo, dai messaggi ai post sui social, le guerre generazionali sono sempre perse dalla retroguardia, e tutto sommato questi tempi sono per la parola di massimo splendore. Mai come in questi anni stiamo attenti a non ferirci usando parole sbagliate, addirittura siamo disposti a rivedere testi passati depurandoli da parole che oggi sarebbero offensive. Salviamo la parola, la morale, il decoro, ma perdiamo l’arte e il significato.
Gli effetti della povertà educativa e l’analfabetismo di ritorno creano un popolo con un alto tasso d’ignoranza, volto al disinteresse verso la politica, alla paura del diverso, alla xenofobia; scrivi “Non sapevamo niente degli Ebrei, ma ci era stato detto che dovevamo odiarli”; secondo te, l’omologazione e la povertà del linguaggio si riflettono anche sulla capacità di pensiero critico? Sicuramente la povertà di linguaggio si riflette anche in una povertà di pensiero, magari non di sentimenti, ma dietro ogni parola esiste una possibilità di stare al mondo che se non conosciamo diventa inaccessibile. Forse le paure vengono da altri contesti, quella per gli stranieri è stata una grande propaganda della destra attualmente al potere, così come la riduzione di ogni diversità a un fatto minimo. Lo stesso stanno facendo con Ultima generazione e con chi si occupa di ecologia. Mi spaventano gli algoritmi dei social, il processo per cui ti viene proposto solo quello che ti piace costringendoti a restare in un recinto piacevole. Preferisco il perturbante.
La paura nasce dalla solitudine e dall’ignoranza; l’evoluzione legislativa contemporanea tende alla cancellazione dello studio della Storia, della Filosofia e dell’Arte dalle vite dei ragazzi, caratterizzati sempre più da rapporti d’amicizia solo virtuali. Il ladro di quaderni è un romanzo sulla crescita, sulla scoperta delle proprie emozioni e passioni, sulla rottura con un passato opprimente e condizionante; secondo te, è più complesso oggi diventare adulti? Credo che il passaggio della linea d’ombra sia stato sempre il più complesso possibile, solo che adesso, il passaggio più delicato accade sotto gli occhi di tutti, su un social network. È il momento in cui siamo più esposti. Diventiamo adulti in un flusso di comunicazione che non riusciamo a gestire. Prima accadeva all’interno della propria famiglia, quasi vergognandosene. Oggi sei un vincente o un perdente già a tredici anni. Per uno lento come me è un incubo.
Ami il teatro e il cinema? “Non essere nulla mi permetteva di poter recitare tutto”: assolutamente vero… L’arte è una scatola di mattoncini Lego per costruire il mondo.
Come è nato il tuo amore per la lettura e qual è l’ultimo libro che hai letto? Sei d’accordo con chi afferma che la lettura è attività tipica di una personalità introversa? Leggo e scrivo in maniera disordinata. Più che l’ultimo che ho letto, che cambia sempre, sono grato al primo, un Reader’s digest di mia madre, trovato in un mobile del soggiorno. Dei romanzi mi piacciono più le voci che le storie. Le frasi più dei paragrafi. Gli scrittori mi hanno salvato la vita, lo dico sempre, entravo in libreria, Feltrinelli a Ponte di Tappia, e mi aggiravo tra gli scaffali come se avessi la febbre. La febbre è rimasta. Da bambino ero introverso, adesso ho dato sfogo alla vanità che non sapevo di avere e tutto sommato vivo meglio.
Il 12 settembre è uscito, edito da Einaudi, il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, La verità e la biro. In un articolo su Domani è l’autore stesso a scrivere: “Ma quale autofiction, ho raccontato i cazzi miei!”. E aggiunge: “Quel che non sopporto è che nel frattempo il termine ‘autofiction’ si stia mangiando tutto il campo della scrittura autobiografica. Qualunque libro in cui l’autore o l’autrice parli di sé ormai viene sbrigativamente definito ‘autofiction’. Come se fosse scontato che chi scrive su di sé ci metta della finzione, pasticciando con i propri ricordi, inscenando sé stesso con una manipolazione strategica, in vista dell’effetto che vuole ottenere. Mi irrita questo allargamento indebito della parola autofiction perché mortifica il valore dell’esperienza individuale effettivamente vissuta, e della possibilità di raccontarla e condividerla.”