Perché Milan Kundera se ne andò da Praga? E perché Bohumil Hrabal invece restò? Quale fu il discrimine, l’elemento scatenante? E qual è il rapporto di Praga e dei Praghesi con Kundera e con Hrabal oggi? Indifferenza? Amore? Rancore? Rabbia? E la letteratura, la poesia di Kundera e di Hrabal dove nascevano e dove si alimentavano?
Ho girato in lungo ed in largo Praga nel mio ultimo soggiorno. Sono andato in cerca dei luoghi di Kundera e dei luoghi di Hrabal.
Cercavo la magia, questa volta la magia della poesia, della letteratura e con essa anche qualche risposta a tutti quei quesiti.
E vi era ancora, latente dentro di me, un altro quesito che finalmente lasciai salire in superficie: perché tutto questo mio interesse per le storie contrapposte dei due scrittori? Non potevo fermarmi alla loro poetica? Al confronto dei loro paradigmi letterari e poetici? O meglio ancora non potevo accontentarmi di leggere le loro opere e gustarle fino in fondo come si fa quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte? Goderla per il suo contenuto estetico, emozionale e amen?

Il fatto é che Praga dissemina la sua magia ovunque: nell’aria che respiri, nelle guglie delle sue chiese, nelle Sinagoghe, nei vicoli di Staré Mesto, la vecchia città, quella raccolta tra il Ponte Carlo e la piazza dell’Orologio, in Mala Strana, la piccola città con il Castello e la Cattedrale, il vicolo degli alchimisti, nel muro dipinto dell’isola di Campa (Lennon Wall) e nella vena creativa dei suoi poeti e scrittori. Mi son fatto l’idea che questi ultimi traggano da quella magia la loro forza, la loro immaginazione.
Perché alla fine il mistero che ti avvolge a Praga e che respiri a pieni polmoni è la magia della dimensione primordiale dell’Umanità, i suoi valori ancestrali. Niente altro. Certo ogni poeta, ogni scrittore possiede una cifra letteraria, creativa, immaginifica che lo differenzia da tutti gli altri ma qui a Praga ciascuno alimenta quella cifra direttamente nella magia che rende unica questa città. E se te ne allontani quella magia la perdi e diventi qualcun altro.
É quello che successe a Milan Kundera allorché se ne andò o fuggì da Praga.
Cessò di essere un poeta ed uno scrittore legato alla magia, alla dimensione primordiale ed ancestrale di questa terra. Cessò di essere un poeta e scrittore praghese. Semplicemente.
Bohumil Hrabal si rifiutò di andarsene o di fuggire e restò immerso sino alla fine in quella magia. Perché tu puoi essere diverso da chiunque altro ma la magia in cui ti muovi é la stessa per tutti.
Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” a cui Milan Kundera affidò i sentimenti per la sua ormai ex città, la sente ancora, prepotentemente, la magia di Praga. Ella si sarebbe voltata una , due, dieci, cento volte a guardare Praga mentre si allontanava salendo lungo i viottoli della collina di Pettrin. La città le si mostrava, la chiamava, la inondava di tristezza e di nostalgia, avrebbe voluto trattenerla, ma sapeva che lei non si sarebbe fermata nonostante la guardasse e la invocasse come la più bella di tutte le città del mondo. Quel Romanzo scritto nel 1984 a nove anni dalla partenza o fuga da Praga è ancora intriso di bellezza primordiale, di emozioni e sentimenti che scavano nei valori ancestrali più profondi. Gli stessi che aleggiano, seppur violati, traditi e oscurati dal regime che nega persino, anzi prima di tutto, la libertà individuale, ne “Lo scherzo” il primo romanzo praghese di Kundera del 1967 per nulla apprezzato dall’onnipresente regime.
Poi via via la scrittura di Kundera si stacca dalla dimensione primordiale che dà vita alla magia della più bella città del mondo e diventa altra cosa. Diventa pensiero raffinato, diventa ricerca intima e razionale del proprio essere e divenire sino a sfociare nel pensiero disincantato seppure pervaso di quella stessa tristezza e malinconia di Tereze sulla collina di Pettrin.

Molte scelte, potendo disporre del sapere necessario o magari delle conoscenze, sensibilità acquisite strada facendo, forse non le avremmo fatte, comunque sarebbero state diverse, sembra confessare Kundera nel suo ultimo scritto francese “La festa dell’insignificanza”.
Ma è qui che si erge, in tutta la sua forza, la scelta di Bohumil Hrabal.
Perché Hrabal non fuggì, non scappò e preferì tenersi stretta la magia della sua terra, una magia che a sua volta si alimentava della volontà della gente letteralmente decisa a vivere nonostante tutto.
Certo Il panorama urbano che poteva osservare Bohumil era diverso rispetto a quello in cui era immerso Milan.
Il quartiere Liben in cui abitava Hrabal era un quartiere popolare dove giravano operai e contadini, uomini e donne alle prese con una quotidianità dura. Le case erano povere case, le piazze erano spiazzi invasi da erbacce, le trattorie erano poca cosa e a pranzo la gente andava in una specie di grande mensa allestita dal regime da cui si portava via qualcosa da mangiare frettolosamente. Il quartiere era in piano e nessuna guglia disegnava l’orizzonte e nemmeno il Castello vi compariva. Solo case basse e le ciminiere di qualche birrificio, i depositi dei rifiuti da mandare al macero compresi i libri non graditi al regime. E ovunque, in ogni istante, la necessità di strappare la vita lavorando in una fabbrica o un’altra, su un cantiere o un altro, cercando di coltivare alla meglio un pezzo di terra, qualche patata, qualche ciliegio o pero o melo. Praga non passava di meglio a Bohumil Hrabal quanto a condizioni di benessere materiale, ma gli consentiva di vivere in una dimensione comunitaria piena e totale fatta di solidarietà e compassione, di amicizia e sentimenti dove l’amore, quando scoppiava, era amore vero e durava una vita intera come il suo amore per la moglie Pipsi. E non è che Bohumil non se ne rendesse conto. Certo la fatica al termine della giornata lo sfiancava, come tutti. Certo trovava nelle birrerie il conforto a giornate piene di fatica. Ma egli si muoveva consapevole della sua condizione e di quella di tutta la gente che viveva lì. E sapeva che in quella gente vi era la fonte della sua poesia e della sua magica creatività ironica e sarcastica, malinconica e pugnace.
E scelse di non andarsene.
Perché egli sapeva di potersi e doversi specchiare in quella gente così come quella gente si specchiava in lui. Era un intellettuale Hrabal, aveva fatto l’università, la facoltà di giurisprudenza.
Non era nato da una famiglia borghese o aristocratica né tanto meno la sua famiglia si era riciclata nei quadri della nomenclatura del partito comunista.
Era nato per caso, frutto dei tentativi di una madre che provava a raddrizzare la vita che andava per conto suo, ossia male.
E aveva fatto un sacco di lavori, e tutti manuali, per raddrizzare anche la sua vita, ma sempre guardandola dritto negli occhi che poi erano gli occhi di quanti gli vivevano intorno e che dovevano andare avanti nel bene e nel male, lavorando, in un contesto difficile come poteva essere difficile il dopo guerra che aveva segnato la fine dell’impero austroungarico in quella che allora era la Cecoslovacchia e che egli brillantemente descrisse con sarcasmo ed ironia impareggiabili nel romanzo “Ho Servito il Re d’Inghilterra” da lui ambientato nello straordinario, elegante nelle sue fioriture liberty, ed esclusivo Hotel de Pariz, sempre a ridosso di Staré Mesto e dove chiunque può, come ho fatto io con la mia amica praghese Eva, estimatrice ella pure di Hrabal, andare, ancora
oggi, a fare colazione o prendere un aperitivo o pranzare a prezzi assolutamente normali.

Poi era seguita l’occupazione nazista e la guerra e l’avvento del regime sovietico che per un ventennio, dal 1948 al 1968 avrebbe stretto in una morsa di silenzio il Paese intero concedendo privilegi a pochi e miseria intrisa di violenza a tutti gli altri. E lui decise di rimanere dove gli altri erano costretti a stare. Anche dopo la drammatica fine della primavera praghese del 1968 che riportò nuovamente il paese sotto il calcagno della dittatura sovietica.
Avrebbe potuto andar via. Certo che avrebbe potuto.
Hrabal era uno scrittore noto in patria ed all’estero.
Dal suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” era stato tratto un film con sceneggiatura da lui firmata che aveva vinto l’oscar come miglior film straniero, appena qualche anno prima, nel 1966.
In seguito capi di stato esteri, con il poeta e drammaturgo praghese Václav Havel, presidente della Cecoslovacchia finalmente libera, e Bill Clinton presidente degli Stati Uniti in visita a Praga lo vollero incontrare e si recarono addirittura a trovarlo nella birreria da lui frequentata, da “U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro).

Egli era il riflesso dell’anima praghese, l’interprete della sua magia. Colui che salvava il sapere dei libri mandati al macero dal regime e che perpetuava la dimensione primordiale ed i valori ancestrali dell’umanità violati dalla dittatura comunista praghese teleguidata dal Cremlino. Colui che salvava la magia di Praga e la custodiva per i tempi a venire.
A Praga tutti amano Hrabal.
Lo sentono come l’espressione del loro stesso essere.
Sono andato in giro, con la mia amica praghese Eva, per il suo quartiere, il quartiere periferico n. 8.
Della sua casa al n. 24 della via Liben é stata salvata la facciata insieme a quella di altre casette vicine, tutte trasformate in un murale di oltre duecento metri a lui dedicato, prima di far posto alla metropolitana.
Bohumil vi appare insieme ai suoi gatti, alla sua macchina da scrivere, con il suo viso da adolescente caparbio ed anche un po’ ingenuo, con il viso che gli ride mentre gli occhi scrutano tutto ciò che esiste intorno a lui.
Brani dei suoi romanzi sono riportati nelle intercapedini dei muri.
Tutto intorno non c’è più nulla, solo una enorme ed anonima piazza, ma lo spirito di Bohumil vi aleggia integro. E lo si incontra nel Teatro Pod Palmovkou e nelle trattorie del quartiere che spesso prendono il suo nome.
Nel vecchio mulino sulle sponde del vicino canale che confluisce nella Moldava,
trasformato di recente in centro culturale, ho visitato una mostra a lui dedicata. Un gruppo di artisti ungheresi l’ha organizzata per lui, a Praga, nel suo quartiere a due passi dalla sua vecchia casa.
Lo stesso amore non lo trovi per altri scrittori. Almeno a me non è capitato di intercettarlo.
Il centenario della nascita di Kafka è passato invano a Praga.
La casa natale di Kafka in Staré Mesto fu demolita per far posto ad un nuovo palazzo.
All’angolo di esso un piccolo busto ricorda il grande scrittore mentre una scultura sotto forma di spirale attorcigliata su stessa ne ricorda l’opera sulla vicina piazza. Scriveva in tedesco Kafka e questo lo ha escluso dalla magia praghese. Celebrato nel mondo qui é pressoché ignorato.
È la stessa sorte toccata a Mikan Kundera.
Anch’egli, una volta partito, smise di scrivere in ceco e prese a scrivere in francese. Oggi viene addirittura considerato uno scrittore francese.
Della magia praghese é rimasta la nostalgia ed il rimpianto forse nascosti dentro alla sua ultima opera “La festa dell’Insignificanza”.
Kundera partì da Praga nel 1975. Sette anni dopo la fine della primavera praghese stroncata violentemente dai carri armati sovietici.
Milan era un privilegiato, viveva nella Nuova Città, quella attaccata a Staré Mesto ed a Mala Strana con l’isola di Campa a due passi e la collina di Pettrin a far da sfondo. Il teatro dell’opera e la facoltà di lettere e cinema da lui frequentata in gioventù erano da quelle parti, lungo la Moldava. Anche l’elegante caffè Slavia era sulla stessa strada. Mi ci sono recato, con Marisa, la mia amica italiana trapiantata a Praga, grande estimatrice di Kundera. È grande il caffè Slavia. L’arredamento retrò ti rimanda piacevolmente indietro nel tempo. Il personale è gentile, i prodotti di qualità. Qui ci venivano gli intellettuali,
durante il regime comunista. Era una specie di zona franca, sempre che qualcuno non raccontasse alla polizia politica cosa si diceva lì dentro.
Alle pareti le foto di scrittori, musicisti, poeti, intellettuali.
È antico il caffè Slavia ed elegante. Di fronte il teatro dell’opera frequentato dalla famiglia Kundera.
Ci andava anche Kafka in quel caffè e pure Bohumil, ogni tanto, che ci incontrava i suoi colleghi compreso Milan.
Il regime comunista era stato lieve per la famiglia Kundera. Il padre era direttore del Conservatorio musicale e, si sa, l’appartenenza alla nomenclatura riservava privilegi tra i soviet ma imponeva anche obbedienza e totale allineamento.
Come Bohumil ed altri intellettuali, sarebbe potuto restare e vivere la vita di quanti erano rimasti. Certo il prezzo che il regime gli avrebbe imposto sarebbe stato caro. Magari avrebbe comportato anche l’impegno alla delazione per denunciare gli intellettuali ribelli.
Scelse di andarsene a Parigi.
E probabilmente il suo capolavoro “L’insostenibile leggerezza dell’essere” fu l’ultimo riflesso della magia di Praga che, allungatasi sino a lui attraverso la tristezza di Terese, è forse sopravvissuta in fondo al suo animo per scomparire allorquando egli tagliò definitivamente il cordone ombelicale rinunciando alla stessa sua lingua.
Sono stato al caffè Slavia per respirare l’atmosfera raffinata ed elegante cui era abituato Kundera e sono salito sulla collina di Pettrin in cerca di qualche segnale che evocasse il suo spirito senza tuttavia trovarlo.

E mentre nel quartiere Liben ancora oggi tutti amano Hrabal così non è nella Nuova Città.
Quando lessi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” mi innamorai di quel romanzo.
La fuga dello scrittore dalla dittatura comunista mi sembrò un’epopea degna di Odisseo.
La lotta di un uomo in nome e per conto dell’umanità intera.
Mi sbagliavo, quella era solo frutto di rievocazione, eco lontana di un mondo scomparso.
Era Hrabal e tutti gli intellettuali come lui rimasti nell’inferno comunista di una Praga tramortita ma non doma, che avevano assunto su di sé la fatica di vivere e custodire la magia.
E tuttavia l’eco di quella magia sopravvisse nella letteratura di Kundera, almeno mi illudo, sino a manifestarsi nella resipiscenza nostalgica de “La festa dell’insignificanza”.
Chissà, in essa, la riflessione dello scrittore forse fa il paio con la nostalgia di Terese che sulla collina di Pettrin proprio non riusciva a staccare gli occhi dalla più bella città del mondo.
Antonio Corvino*
* L’articolo è stato scritto dall’autore nel corso del recente soggiorno praghese ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha presentato il suo “Cammini a Sud”.

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori.
Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.
In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso.
Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi di cui “Cammini a Sud” è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.
Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.
Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.
Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali. Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo.
Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.









