“La rivolta iraniana nel mondo distopico”, di Antonio Corvino

Nella realtà rovesciata del mondo distopico nulla è al proprio posto.

Non lo Stato che é organizzato per portare la popolazione a censurarsi da sé e ciascuno a riconoscersi come un buon cittadino o cattivo a seconda della adesione totale o meno alle azioni perseguite dai governi per raggiungere la fedeltà più ampia possibile e addirittura la totale subordinazione alle regole fissate per tutti dal capo supremo che risiede oltre Oceano. 

Conformismo, docilità, dedizione e controllo ne sono i postulati mentre ogni individuo è investito della responsabilità di garantire l’ordinato dispiegarsi della comunità distopica attraverso lo scherno prima e la delazione poi con conseguente irrisione e denuncia di qualsiasi  sospetto di deviazione.

Per i più facinorosi e per quanti non sopportano l’incasellamento, la realtà distopica ha in serbo la lobotomizzazione come via d’uscita dall’infelicità. 

Essa finalmente acquieterà le pulsioni rivoltose e restituirà al soggetto, che volontariamente sarà indotto a sottoporvisi, l’agognata tranquillità.

Il capo supremo tutto vede e controlla attraverso i suoi adepti e con il supporto degli invisibili satelliti che dal cielo osservano e accatastano dati ed informazioni su ogni individuo e le fissano sugli algoritmi a beneficio delle guardie rivoluzionarie ovunque dislocate contro ogni deriva all’assembramento ed alla sedizione che dovesse manifestarsi.

Egli organizza e sollecita la residua volontà  di opposizione incoraggiando quanti sono intimamente insoddisfatti e desiderosi di rovesciare l’ordine costituito. 

Per questo asseconda le loro argomentazioni rivoluzionarie, suggerisce loro luoghi segreti di incontro, spinge quanti si sentono a disagio nel nuovo ordine ad incontrarsi, a riconoscersi, addirittura ad organizzarsi come comunità coesa capace di custodire storie di amicizia e sentimenti amorosi che negano l’ordine generale e alimentano speranze di ritorno alla vita tumultuosa del tempo passato i cui ricordi si vanno spegnendo. 

É il paterno afflato del capo supremo che personalmente si fa carico di mostrare agli ultimi epigoni del vecchio disordine definitivamente archiviato, delle pulsioni libertarie ormai estinte, delle derive che alimentavano gli infiniti, differenti, inutili,  comportamenti, la superiorità del nuovo ordinamento. 

Quel che resta del linguaggio ancora infarcito di parole  ed espressioni che danno senso all’inquietudine interiore potrà così essere catalogato ed eliminato e sostituito dalla nuova lingua priva di asperità e tensioni creative quanto pericolose. 

Anche i sentimenti frutto di passioni non ancora domate finalmente smetteranno di turbare l’animo individuale e intorpidire la coscienza collettiva.

Il capo supremo conosce, per averli veduti nelle rappresentazioni del grande algoritmo, i pericoli del libero pensiero, le distruzioni provocate da una società abbarbicata all’illusione di autogovernarsi, le suggestioni dell’immaginazione senza limiti e confini, il caos creativo generato dalla cultura, dalle arti, i sentimenti e le emozioni capaci di sovvertire ogni regola, i sommovimenti frutto di un’opinione pubblica senza briglie dedita a criticare i governi e addirittura a pretendere il cambiamento delle loro  decisioni se non il loro stesso rovesciamento. 

Era un mondo caotico. 

Impossibile da capire, da incasellare, da incanalare… Era come un mare in tempesta, un fiume in continua esondazione, una burrasca senza freni, incomprensibile quanto ingovernabile.

Vi era stato un lungo periodo di tranquillità precedentemente. 

Il mondo diviso in due. 

Una grande guerra aveva fatto da spartiacque. 

Da una parte e dall’altra la gente correva, smaniosa di ritrovarsi, di conoscersi e riconoscersi. 

Gli eserciti, i carri armati, i missili, gli aerei, le portaerei, i sommergibili e le bombe atomiche  erano  ferme, bloccate ai margini, vittime del loro stesso pregiudizio distruttivo. I militari ridotti all’impotenza. Anche il servizio di leva obbligatorio era stato ovunque abolito.

I popoli avevano conosciuto un vorticoso processo di contaminazione e confusione generale. 

Lo chiamavano progresso. 

Lo indicavano come frutto della liberazione umana dalla schiavitù, dalla  fame, dalla povertà. 

Erano caduti muri dappertutto. 

La gente si muoveva da ogni parte, convulsamente. 

Il mondo era diventato una specie di villaggio. Tutti fratelli… tutti protagonisti di un’umanità consapevole del proprio futuro, dedita ad eliminare incomprensioni e tabù religiosi, sociali, nazionalistici e razziali… anche le ricchezze della terra erano diventate una specie di patrimonio collettivo. 

Avanzava il convincimento che il pianeta fosse la casa comune da custodire. Altro che sfruttamento. 

Un’ubriacatura incomprensibile. 

Un caos rivoltante che poteva compromettere ogni equilibrio. 

Idee come cooperazione e progresso condiviso, umanità senza razze e nazioni ostili, ricchezza diffusa, governi responsabili e sottoposti alle leggi ed agli equilibri dei poteri oltre che alla volontà dei popoli, felicità oltre ogni vincolo di religione, di sfruttamento reciproco, di sopraffazione, tutela del pianeta e salvaguardia della natura, sembravano aver conquistato il mondo. 

Bisognava porre qualche rimedio…

Per fortuna la gente aveva dimenticato in quell’ubriacatura le sofferenze passate… aveva perso la memoria. 

La corsa verso le metropoli aveva favorito l’omologazione dei comportamenti e dei pensieri. 

L’azione silenziosa, puntigliosa e paziente dei detentori delle ricchezze nascoste, delle materie prime sotterrate e non, l’intervento dei controllori degli eserciti e delle bombe atomiche,  la fede dei custodi delle religioni asservite al potere, i miracoli dei detentori delle tecnologie, avevano infine sortito gli effetti desiderati.

Gli Stati e le Nazioni avevano ripreso ad innalzare muri. 

La ricchezza era tornata nelle mani di pochi. 

Il lavoro ed il sapere avevano smesso di essere veicoli di mobilità ed avanzamento sociale. 

La tecnologia aveva raggiunto livelli spaventosi quanto a controllo del mondo. 

E soprattutto essa era nelle mani dei nuovi iper capitalisti che dominavano il pianeta. 

La rinuncia degli Stati alla loro natura di strumenti della felicità dei popoli e la loro trasformazione in agenti asserviti alla potenza ipercapitalista aveva fatto il resto…

Per fortuna, pensava il capo supremo.

Il caos  era finito. 

Il mondo era tornato nella totale disponibilità dei detentori della ricchezza.  

Anche gli eserciti, le risorse naturali, il pianeta stesso era ormai nella loro disponibilità. 

Le armi le producevano nelle loro fabbriche. 

Anche i satelliti per controllare lo spazio interplanetario erano di proprietà di oligarchi, magnati, iper capitalisti. 

Gli stati ed i governi erano ridotti ad esecutori, anch’essi direttamente posseduti da  quelli. 

Restava da convincere il popolo della bellezza e della bontà del nuovo ordine che doveva essere per sempre.

Così ragionava tra sé il capo supremo d’occidente che partecipava alla provvisoria configurazione del cerbero a tre teste, mentre, attraverso gli schermi animati dagli algoritmi guardava il mondo.  

Vi erano ancora delle sacche fuori controllo… delle schegge impazzite arrivate dal vecchio ordine…

Comunisti e ayatollah tuttavia erano ormai alla fine della loro corsa. 

I comunisti un avanzo della storia erano pronti per essere smaltiti in discarica. 

Anche Cuba avrebbe fatto quella fine. 

Era davvero insopportabile la presenza di Cuba a due passi da casa. 

Come avevano fatto i suoi predecessori a tollerare quella protervia era davvero un mistero. Anzi no. Mentecatti, mentecatti e smidollati, ecco cosa  erano stati quelli che erano venuti prima e che avevano consentito quello scempio.

C’era ancora molto da fare per completare il nuovo ordine, rifletteva il capo supremo nel suo studio ovale mentre osservava l’ala est della casa bianca demolita per fare spazio alla sala del trono. Il suo trono. 

L’annessione della Groenlandia, magari anche del Canada, la definitiva sottomissione del Messico e di tutta intera l’America meridionale… e poi l’Europa da smantellare.

Ma adesso c’era l’Iran, l’antico impero persiano, da sistemare. 

Aveva  preso fuoco e non sembrava volersi  spegnere.

Da quelle parti la gente si sentiva ancora popolo. Erano scesi tutti, ma proprio tutti ed in tutte le città, contro i ministri di dio che comandavano da cinquant’anni. 

Roba assurda. 

Veli in testa alle donne, preghiere cinque volte al giorno e la pretesa di dare una lezione anche ad Israele, il suo fedele alleato in quella regione… una pretesa senza senso, da squilibrati. 

Il Capo supremo l’aveva già bastonati più volte gli Ayatollah a suon di bombe ovviamente. Ma quelli non se ne davano per intesi.

Adesso però non era solo questione di bombe atomiche, di religione, di veli e di dominio nelle terre del Medio Oriente.

La gente non ne poteva più. 

Un milione e mezzo di Ryal per un dollaro che rimaneva pur sempre la moneta di riferimento, nonostante fosse ammaccata, e parecchio anche, con tutto quel debito pubblico accumulato da quegli incapaci dei suoi predecessori. 

Insomma da quelle parti erano scesi in piazza tutti, ma proprio tutti…

Stavano lavorando per lui, pensava il capo supremo mentre i guardiani della rivoluzione ammazzavano la gente, ed  il popolo iraniano moriva a centinaia, a migliaia. 

L’amico/nemico/alleato che con gli stormi dei suoi satelliti tiene sotto scacco il mondo intero questa volta si era offerto per aiutare i ribelli. 

Gli Ayatollah avevano spento Internet per impedire al mondo di avere consapevolezza dei loro misfatti. Quello generosamente, quanto furbescamente, si era offerto di accendere l’occhio di Starlink per rimediare…

Intanto il vecchio erede dello scià di Persia era corso da lui, il Capo supremo, per mettersi a disposizione e lui aveva preso tempo…

“Vedremo” aveva sibilato mentre osservava i grandi schermi. “Vedremo. Ti farò sapere”. 

Certo l’occasione è ghiotta per eliminare quella pustola islamica e mandare al macero gli Ayatollah e con  essi il popolo iraniano che pensa di liberarsi  della barbarie che lo affligge, di stracciare veli e tabù, di auto governarsi e di decidere da sé il suo futuro dopo tanto sangue. 

Illusi… 

Benvenuti nel mondo distopico con o senza scià…

A meno che… 

A meno che il mondo finalmente non si ribelli, tutto, ma proprio tutto, a cominciare dagli americani statunitensi, come stanno facendo donne e uomini, ragazze e ragazzi iraniani, dando loro una mano e dandola anche a sé stessi, spegnendo gli schermi e disattivando gli algoritmi del capo supremo e dei suoi accoliti e finalmente mandandolo sotto processo e  rispedendo negli inferi anche  il cerbero con le sue tre teste. 

Rileggendo

Orwell ed il suo “1984”

Nell’edizione che più vi garba.

Zamjatin ed il suo “ Noi” nell’edizione tradotta da Alessandro Niero per Voland 2013

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Renato Minutolo: “Con la violenza si risolve tutto ovvero quando la diplomazia getta la spugna” (De Agostini), di Silvia Lanzi

Anche se molti studenti la pensano così, la storia è – o dovrebbe essere – più di un mucchio di date e di avvenimenti che si succedono senza soluzione di continuità da imparare a memoria. Ma tant’è.

Qualche tempo fa ho letto un libro che ho trovato fighissimo – forse non dovrei usarla ma è la prima parola che mi è venuta in mente – dal titolo “Con la violenza si risolve tutto ovvero quando la diplomazia getta la spugna” (De Agostini, 2021, 240 pp).
L’ho letto in un paio di giorni, e devo dire che è stato rigenerante approcciarmi alla storia così.
L’autore è Renato Minutolo comico e stand up comedian, appassionato di storia – sua è l’imitazione, riuscitissima, di Alessandro Barbero, tanto per stare in tema.

E la sua passione trasuda da ogni pagina, perché propone questa materia in modo lieve ed ironico, senza però snaturarla o banalizzarla. È anche molto rigoroso perché, ove possibile, cita le fonti da cui attinge. Nulla di più diverso, comunque, da quei noiosissimi tomi universitari pieni di minuscole note a piè pagina su cui tanti perdono giornate intere e che, per essere decifrati compiutamente, necessiterebbero di almeno un paio di lauree (lettere antiche, filologia romanza e un dottorato post-laurea) perché l’approccio è molto frizzante e godibilissimo e dalla sua scrittura si capisce quanto l’autore ami la materia. 

Ci sono però alcuni nodi che, a parer mio è necessario segnalare.
La mia prima perplessità riguarda certe citazioni, che mi hanno ricordato quella della quarta egloga di Virgilio: semplici da riconoscere sul momento, ma ardue nel lungo periodo.
Anche certe ‘modernizzazioni’ introdotte nel racconto – ad esempio chat e videochiamate – sembrano un po’ troppo estreme.

Renato, che ho contattato facendogli questi rilievi mi ha risposto innanzitutto ringraziandomi non solo per i complimenti, ma anche per le critiche – e questo credo ne sottolinei la modestia e il piglio di vero studioso e ha aggiunto: “devo dire che in parte condivido la criticità dell’attualizzazione di certi concetti. Anche io mi sono posto il problema. Diciamo però che, essendo un libro che vuole raccontare la storia creando appigli con il lettore, immagini e modernizzazioni mi erano utili per tenere viva l’attenzione e dare anche una sorta di bussola per chi non conosce quel dato avvenimento storico“.
Senza dubbio la sua spiegazione risulta ineccepibile.
In complesso, dunque, il volume è godibilissimo e arguto, e lascia i lettori – non solo gli studenti di cui sopra ma anche chi desidera una libro leggero ma non banale – con la voglia di saperne di più. 
E spero che il suo post-scriptum (“…e non sai cosa mi hanno fatto cancellare!!!”) sia foriero di un secondo capitolo.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Agustina Bazterrica: “Cadavere squisito” (Eris, 2024, trad. Francesca Signorello), di Silvia Lanzi

Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana.

Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.

Dalla sinossi del libro

Crudo, è proprio il caso di dirlo. 
Una narrazione molto intensa.
Una storia incredibile sulla crudeltà umana.
Un finale ineccepibile.
Tutto questo è “Cadavere squisito” di Agustina Bazterrica, un libro che si legge in fretta ma che lascia tracce indelebili. E non credo sia successo solo a me.
Di solito diffido dei “casi editoriali” e non mi sento particolarmente attratta dalla letteratura sudamericana (complice un incontro non troppo felice con “Cent’anni di solitudine”).
Questa volta ho fatto un’eccezione. E il risultato è stato al di là di ogni aspettativa.
La storia, raccontata con maestria e senza sbavature, è costellata di dilemmi etico-morali che si risolvono nella domanda: “Cos’è un essere umano?”.
Secondo Kant ciò che ci distingue dalle altre forme di vita è la capacità di pensiero astratto.
Le bestie del libro, che altro non sono che uomini privi di questa capacità – non ci è dato sapere il perché e questa non-conoscenza rende ancora più terrificante il racconto ponendo domande di senso cui non si può trovare risposta – sono “semplicemente” carne da macello – letteralmente.
Chi decide? Con quale criterio?
Chi si arroga il diritto di scegliere che un essere umano nasca per essere mangiato? 
Che differenza c’è tra i due se entrambi appartengono alla specie homo sapiens?
È più bestia la “bestia” o l’essere umano? A tal proposito mi viene in mente il celeberrimo discorso di Shylock nel “Mercante di Venezia”.


Il nuovo tipo di società adombrata dal romanzo, sembra portare all’estremo quello che nel 2002 Patricia Piccinini aveva già intuito con il gruppo scultoreo “The young family”.
Per marcare la differenza tra gli esseri umani e il loro cibo – la consapevolezza che ciò che hanno nel piatto è in tutto e per tutto come loro – i personaggi del libro utilizzano un linguaggio volutamente tecnico, disumanizzato.
E chi non si adegua al nuovo andamento viene considerato pazzo e rinchiuso.
E se il protagonista venisse in possesso di un capo di bestiame femmina, cosa potrebbe succedergli?
Lui che, in lutto per la morte di un figlio in fasce è abbandonato dalla moglie, troppo annichilita dal dolore per stargli accanto?
Tutto questo, e molto di più, è “Cadavere squisito”.
Si dice che sia una sorta di critica al capitalismo e alla società attuale: tutto vero. Ma credo che ci sia anche qualcosa di più profondo ed ineffabile: una riflessione, non più procrastinabile,  sull’essenza umana.
Un libro unico, intenso. Una lettura per stomaci forti che a tratti ricorda Margaret Atwood, Joyce Oates e George Orwell.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).