Daniela Marra: “Le spine del Rosa. Una storia di passione e d’arte nella Napoli del Seicento” (Colonnese, 2025), di Cristiana Buccarelli

Il Salvator Rosa di Daniela Marra.

Cara Daniela,

il ‘tuo’ Salvator Rosa o Salvatoriello è così urgente, potente e vivo che mi è sembrato di poterlo toccare. 

Quando chi scrive sceglie oppure è scelto da un essere umano realmente esistito perché freme per essere rimesso al mondo attraverso la scrittura, quando ti immergi nel suo vissuto e ti ispira tenerezza, rimpianto e una sorta di nostalgia indefinibile, quando attraversi la sua unicità umana, questa personalità sono convinta che venga davvero a trovarti. Ti si presenta come una visione sia notte che di giorno mentre sei immersa nella tua quotidianità, può capitare che arrivi verso sera o nelle prime ore del mattino, in certi momenti di vuoto o di silenzio e che ti mormori qualcosa di sé, ti sussurri delle parole in un linguaggio da decifrare, ti consegni senza requie il suo mistero personale da districare, e che arrivi ad urlarti imperiosamente:<< restituiscimi una vita con la tua scrittura!>>.

Come tu stessa scrivi nella nota finale della tua opera: ‘’Il romanzo non vuole essere una biografia perciò in alcuni tratti è la verosimiglianza che fa da traccia narrativa’’, una scelta che condivido e che considero uno dei motivi, ma non l’unico, per il quale il tuo romanzo è prezioso, in quanto in una narrazione storica l’invenzione si mescola sempre alla storia, c’è una licenza romanzesca a cui non si può rinunciare perché fa parte della libertà di poter afferire alla sfera dell’immaginifico, quella forma di libertà e quell’approccio che distingue sempre una romanziera da una saggista (lo dico al femminile volutamente), la quale invece si attiene in maniera esclusiva alle fonti e ai dati documentati. E in questa mescolanza tra il vero, il verosimile e l’immaginifico sei riuscita a catapultarmi, come lettrice, totalmente nel Seicento; ne ho sentito gli odori, i suoni, la bellezza, la ferocia, i fanatismi, l’ingiustizia della giustizia e gli angoli più oscuri, e voglio dirti che trovo tutto questo spaventosamente attuale e per questo motivo mi permetto di definire la tua opera come un romanzo assolutamente moderno di un’autrice che non ha paura, scrivendo, di sporcarsi le mani, di penetrare negli anfratti più tortuosi dell’animo umano. 

Non a caso scrivi ancora nella nota finale: ‘’ È emerso prepotente lo smarrimento come sentimento che agitava lo spirito di Salvator Rosa, un sentire non così lontano da quello contemporaneo’’, ed io mi spingo oltre nell’immaginare che in questo senso di spaesamento si possa rinvenire anche un tuo personale interrogarti come scrittrice e come intellettuale sull’aridità, lo svuotamento e il momento tragico del nostro tempo presente.  

Le spine del Rosa è quindi un’immersione non solamente nel personaggio di Salvatoriello, ma una reale possibilità di riportare la sua esistenza nella dimensione della Storia, di capire la reciproca influenza fra la mentalità le condizioni di vita e la partecipazione degli esseri umani agli avvenimenti che li sovrastano, come ad esempio quando racconti dell’eruzione del Vesuvio iniziata all’alba del 16 dicembre del 1631 e della barbarie continua della dominazione spagnola.

‘’Fu anche il giorno in cui Napoli uscì dall’Apocalisse dell’eruzione per ripiombare nell’inferno spagnolo.’’

Allo stesso tempo nel romanzo emerge il tuo Salvatore già da bambino e da ragazzino con le sue visioni preromantiche e oniriche che in seguito diventeranno immagini pittoriche di paesaggi, come la visione della prima scena, alla marina, dove il ragazzino è giunto di corsa trafelato dall’Arenella con l’amico Tonino e il fratello Giuseppe.

 ‘’Il bambino accoglie il bacio del sole già alto, strizzando gli occhi, intanto che i riflessi tra le nuvole punteggiano il cielo di morbide sfumature e contrasti che, disciolti sul paesaggio, ne esaltano le forme. Squarci luminosi infrangono sul mare. Lo stupore blocca il respiro e la contemplazione cancella ogni pensiero nella mente del piccolo Salvator Rosa.’’

Alla stessa maniera avviene la visione quando il tuo Salvatore, già ragazzino al collegio degli Scolopi, prima della cerimonia del noviziato, alla quale lui e Tonino sono in ritardo, intravede scendere da una carrozza una fanciulla di rara bellezza: ‘’Sembra un rosa baciata all’alba’’. E dopo poco dirà a Tonino e al fratello Giuseppe pittore, che lui immagina di dipingerla come una veduta, con parole in cui si rinviene anche la vocazione per la poesia di Salvatoriello.    

  ‘’Una baluginante marina al crepuscolo sotto un cielo di nuvole, gonfie come sbuffi di raso, a incorniciare un roseto toccato da brezza leggera. Con la luce tiranna e regina che attende l’abisso della notte sfiorando le foglie pellegrine…’’

Inoltre procedi nella scrittura dell’opera in maniera al tempo stesso moderna e personale con svariati passaggi cronologici che vanno in avanti e indietro nella vita di Salvator Rosa, e che trascinano chi legge in una dimensione sospesa e vitale che richiama al tempo stesso l’affresco pittorico e il movimento teatrale. Così per esempio quando racconti della notte a Napoli del giovane pittore nella locanda dei Tre Re, quando si ritrova con gli amici Tonino, Marzio e Micco Spadaro (altro importante pittore del Seicento napoletano), e a un certo punto si scatenerà una rissa: allora sarà proprio Salvatoriello a subire una provocazione e ad accendere la miccia, ma il tutto verrà prontamente placato dall’intervento di Aniello Falcone, il grande maestro di pittura, che egli considera come un padre.

‘’Mentre tutto si calma, la furia della colluttazione scema, una lama bastarda si fa strada in direzione della spada di Salvatore. Prontamente viene deviata dalle lame della compagnia di Falcone, all’unisono.’’   

C’è poi in questi tuoi passaggi temporali il riferimento romanzato alle lettere che Augusto Rosa, figlio di Salvatore, scrisse all’amico del padre, il commediografo Giovan Battista Ricciardi, durante la sua agonia. Qui si avverte una visione del tuo Salvator Rosa da un altro punto di vista, quello di un figlio che sente la grandezza del padre e la sua difficoltà ad accettare la fine della sua stessa esistenza. Si tratta di una vicenda molto umana che accomuna tutti coloro che in ogni tempo hanno vissuto l’agonia, il lento morire di un proprio genitore o di entrambi.

‘’ Io invece sono consapevole, forse più di tutti, che sta per scomparire. Lo vedo rimpicciolire sempre di più nel suo sudario di lino bianco. A stento ne riconosco la voce, come se provenisse da un altro luogo. (…) È così lui, piccolo di fronte alla potenza della morte, come se provenisse da un altro luogo.’’

Infine c’è la tua lingua, morbida e sensuale, di una qualità sontuosa: c’è un lirismo descrittivo che è in piena armonia con l’elemento emotivo di Salvator Rosa e degli altri personaggi; questa voce d’autrice di grande visività e luminosità è nata silenziosamente negli anni, nello studio accurato e sorretto dalla passione, e questo rende ancora più prezioso questo tuo lavoro narrativo a cui, sono certa, ne seguiranno molti altri. 

Grazie di aver condiviso con me i momenti cruciali in cui ti occupavi della stesura del romanzo e di avermi citata per le mie coccole letterarie.

Con stima e affetto

Cristiana

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Intervista a Vladimiro Bottone per “Il peso del sangue” (Solferino), di Daniela Marra

Questo è un libro coraggioso. Scuote, divide, potenzialmente scandaloso, mette alla prova il lettore, che si trova smarrito nell’incertezza, perdendo gradualmente i suoi punti di riferimento. L’incedere della narrazione è serrato, un ritmo da noir, dove nulla è scontato. Tuttavia l’autore resta sempre onesto con il lettore e lascia tracce, briciole di senso, niente è lasciato al caso. 

Vladimiro Bottone innesca bombe e chi ci cammina su viene irrimediabilmente colto dallo scoppio, barcollando sul baratro delle ambiguità e delle ambivalenze che accompagnano tutta la storia. Se ne esce destabilizzati. 

L’ambientazione storica degli anni della Repubblica di Salò è stata la prima scelta coraggiosa dell’autore, anni oscuri che fanno da sfondo a sentimenti oscuri, ambivalenti, ambigui. È come se una cortina fumosa stazionasse sulla Torino del ’44, una nebbia tossica rossastra, che ha il sapore ferroso del sangue, sangue versato, sangue oscuro, sangue ingrato, rancoroso, ambiguo, perturbante e nessuno se ne salva. Impregna ogni vita, ogni storia, ogni sentimento nella carne fino alle ossa.  Sono gli anni precari che precedono la fine del conflitto, tra una guerra civile senza fronte, guerriglie e terrorismo, deportazioni e resistenze.

Una giovane ebrea in fuga, bella, audace e colta, Myriam, incontra il commissario Troise, fascista napoletano che da poco si è trasferito a Torino per affari segreti. Dal loro incontro deflagra una storia tra Eros e Thanatos, un amore ambiguo dove vittima e carnefice si fondono e si confondono fino a svelare, in un gioco di specchi, tutta l’oscurità che preme in ognuno di loro. La stessa Myriam è una creatura inquieta, oscura, ambivalente, non la solita ebrea buonista da fiaba postbellica, non l’eroina che lava il mondo dai peccati, basta leggere le prime pagine per trovarsi invischiati nella carne e nel sangue di una giovane donna che morde la vita senza esclusione di colpi, nessun vittimismo, nessun ripensamento, nessun sacrificio.  Colpisce la consapevolezza di tutta l’oscurità che la abita, un’autocoscienza che pulsa nel suo sangue e la rende oscura.

 Accanto ai protagonisti una galleria di personaggi regola la temperatura emotiva del romanzo, è un’oscillazione involontaria di sentimenti ambivalenti in cui il lettore si trova immerso senza possibilità di fuga. Ne parlo con l’autore in un dialogo che approfondisce alcuni aspetti del romanzo.

-Vladimiro ti sembrerà poco ortodosso non aprire il nostro dialogo sui cosiddetti protagonisti ma con un personaggio marginale che mi ha colpito notevolmente, ossia Carlo.

Invece è una piacevole sorpresa perché di solito l’attenzione viene molto accentrata da Myriam e Troise, che obbiettivamente hanno una statura protagonistica e sono l’origine della storia, però Carlo è un personaggio importante. Quando viene messo in risalto sono particolarmente soddisfatto come autore perché era un personaggio sul quale puntavo.

– Carlo sembra incarnare la contraddizione e l’ambivalenza che guida tutta la narrazione. E’ un personaggio abissale, ctonio, legato alla profondità oscura della psiche, come oscuro è il suo sangue. Mi fa pensare a l’archetipo di Efesto, non solo per la sua zoppia, per essere considerato uno scarto, per la sua indole rancorosa, ma anche per la potenza delle pulsioni che lo portano a compiere il suo destino, per quanto discutibile sia il modo.

Questo sai cosa dimostra? Ed è veramente molto interessante. Come gli archetipi e i miti vivano in noi anche quando non ce ne accorgiamo. Ho dato a Carlo questa zoppia senza pensarci, per una necessità narrativa: un giovane uomo che sta terminando gli studi universitari doveva necessariamente arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò. Carlo non viene arruolato per via della sua menomazione fisica. E qua miti e archetipi suggeriscono all’autore. Carlo è uno dei personaggi su cui il peso del sangue è più forte perché proviene da un sangue oscuro, di qui la sua sofferenza. Lui è il primo e l’unico della famiglia ad aver studiato. La sua è una famiglia proletaria, di operai, di anonimi e Carlo vuole riscattarsi a ogni scosto da questa mediocrità. Perciò si laurea e diventa uno studioso, mettendosi sulla scia di un importante storico dell’arte, il professor Alberganti.

– Questo riscatto a tutti i costi è l’unica certezza che Carlo possiede e non ammette smarrimenti o ripensamenti. Cosa ne deriva?

Negli anni dell’università Carlo si farà mantenere dalla polizia politica del regime e nello specifico da Troise, il quale nel momento in cui scoppia la guerra civile dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 viene a chiedere qualcosa in cambio.

– Ed è proprio da questo momento in poi che Carlo rivela un’identità spiccatamente ambivalente. Un giovane uomo mosso da profonde contraddizioni e piegato dalla storia personale e schiacciato dalla grande storia. Carlo tradito o traditore? Vittima o carnefice?

Carlo deve saldare un debito, deve ora più che mai infiltrarsi in determinati ambienti per informare Troise di cosa bolle in pentola. Quindi sotto certi aspetti è anche una vittima oltre che colpevole di aver calpestato dei principi di moralità pur di riscattarsi dal peso del sangue. Ha tradito i suoi compagni di studi, altre persone, continua a tradire tutti…

-Ma non tradisce Emanuela.

Esatto! Questo è un punto centrale. Carlo mostra elementi di debolezza, per alcuni aspetti è anche sordido, ma nella sua natura si nasconde un frammento di diamante: la passione non ricambiata per Emanuela. Un personaggio che possiamo anche a ragione considerare negativo, ma che contempla un aspetto di positività, proprio perché la mia idea di personaggio è questa: il narratore deve mostrare qualcosa di non scontato, che il lettore non sospetta e non si aspetta. 

– Carlo è una chiave, una sintesi di quelle forze che muovono le grandi tragedie classiche. E tutta la storia ne è imbrattata. Agisce Eros, quella forza irrazionale che si manifesta all’improvviso, in un attimo che possiamo definire fatale, possiede la potenza del cambiamento. Così i personaggi si trovano di fronte a rovesciamenti, voragini profonde e baratri sconosciuti. Ad esempio l’incontro di Myriam e Troise avviene su questo terreno: attraverso uno sguardo si mette in moto l’irrazionale che non è irragionevole. È il tempo giusto del cambiamento. Troise non decide di salvare Myriam, di portarla a casa per uno scopo, non è forse mosso da una pulsione irrazionale, una forza sconosciuta che agisce in quell’attimo?

Sì e tutto si gioca, ed è quello che nella vita mi lascia veramente stupefatto, nei pochi secondi di uno sguardo. E’ incredibile! Troise probabilmente scorge in quello sguardo una paura ancestrale, un richiamo antico di salvezza, di sopravvivenza e anche la natura perturbante di Myriam. Evidentemente lui era pronto e qui hai ragione il tempo era giusto: alcune certezze politiche stavano crollando, la sua vita era in pericolo perché durante la guerra civile si poteva essere uccisi in qualunque momento. Troise è perciò un uomo precario che al momento giusto incontra lo sguardo giusto per una svolta radicale della sua esistenza.

– Quel momento che appare irrazionale ha quindi radici profonde, e lì che una luce si proietta su Troise, un’umanità inaspettata che allontana l’ombra dell’infamia, si arriva addirittura a simpatizzare per lui. Incredibile!

E questo è un mio divertimento. Il divertimento perverso dell’autore, quello di aver costruito un personaggio che ha certamente degli stigmi negativi molto forti, perché lui è un fascista convinto, pur non essendo un convinto antisemita. Troise, potenzialmente negativo, suscita una certa simpatia. La narrativa deve aggirare gli stereotipi, le idee correnti, il già visto e il già noto e mettere in crisi le aspettative, le idee e le opinioni del lettore. Se diamo al lettore esattamente quello che lui pensa, se gli diciamo ciò in cui egli crede e soddisfiamo tutte le sue aspettative gli avremo dato il famoso biberon di camomilla prima di andare a dormire. Invece bisogna metterlo in crisi. Troise  si dovrebbe odiare potenzialmente e anche con buone ragioni, di fatto sostiene il regime, perfino nella sua ultima e peggiore incarnazione, la Repubblica di Salò. Cosa c’è di peggio che essere un vassallo del nazismo? Eppure come individuo ti ha suscitato una crisi.

– E’ un uomo ed è proprio quella sua umanità, che è un punto di aggancio fortemente emotivo per il lettore. E allora accade che quello che può essere vero a livello generale cade sul piano individuale: il fascista sfuma davanti all’uomo e assume tante sfaccettature. 

E proprio quello di cui parla il narratore che si occupa di individui. Il compito della scrittura narrativa è proprio quello, non di confermarti nelle tue certezze, anche quando sono certezze valide e fondate, di incrinarle, se no, non avrebbe senso. Leggere sarebbe superfluo.

– Un’immagine di grande potere simbolico è sicuramente quella di Troise quando, nel conforto della casa che abita con Myriam, si spoglia dalla sua camicia nera e la fa cadere a terra. Solo con la canottiera addosso Myriam riesce ad abbandonarsi a lui. Ecco che un piccolo gesto, volutamente banale, è un seme, una traccia indelebile.

E posso dire per nulla casuale. Di me si potrà dire tutto, scrivo bene, scrivo male, c’è la tensione, non c’è, tutto quel che si vuole, ma nulla di ciò che scrivo è casuale. Cogli molto bene che in quel piccolo atto c’è tutto il dramma di Myriam e di Troise. Certamente lei non può amare un fascista, infatti lo tradisce politicamente legandosi alla resistenza. Lui è un nemico, quelli come lui hanno deportato le persone del suo sangue, però quando si spoglia diventa uomo e un uomo che la ama, la protegge, la desidera e che lei a sua volta desidera. Quindi c’è il dramma di essere amanti e nemici, la tensione estrema di questa coppia paradossale. Myriam non è una donna remissiva o passiva, lei è una donna indipendente che ha un’idea chiarissima di chi è amico e chi è nemico, e Troise si pone proprio sul confine tra chi si ama e chi si odia.

– Troise e Myriam sono due solitudini, due naufraghi della storia: Myriam “sola al cospetto della sua sopravvivenza”, porta su di sé uno stigma, lei è la sopravvissuta, quindi vive un incessante senso di colpa. Smarrita e reietta non è forse lo specchio di Troise?

In effetti, possono sembrare due personaggi solo antitetici ma sono legati fatalmente da alcuni aspetti. Uno è la solitudine, perché anche Troise è un uomo solo in un luogo che non gli appartiene ed è solo rispetto alla propria sopravvivenza, perché in una guerra civile, in cui non esiste un fronte, fatta di guerriglia, terrorismo, segreti, un uomo in borghese può uscire da un portone seguirti e darti un colpo alla nuca. Myriam e Troise sono due creature estremamente precarie per quanto riguarda l’esistenza. Certo più Myriam che Troise e poi sono due creature sole ed è questo che rende possibile il loro avvicinamento, al di là del desiderio e di ciò che forse anche io non conosco. A volte il testo ne sa più dell’autore. Come la tua lettura archetipica e mitologica di Carlo su cui sto riflettendo e che trovo molto interessante. L’archetipo che inconsciamente agisce sull’autore è un’osservazione su cui riflettere.

– Forse è il motivo per cui ho riconosciuto in Carlo un grande potenziale, come anche in un altro personaggio marginale, che trovo molto interessante, simbolo di grandi contraddizioni  e di cui mi piacerebbe raccontassi qualcosa, ossia l’ebreo che denuncia i suoi correligiosi. Una bella sfida psicologica per l’autore.

Hai perfettamente ragione è una figura che mi affascina e quasi mi soggioga, l’ebreo che odia se stesso. Per motivi strutturali non potevo dargli più spazio. Avrebbe meritato un romanzo a parte. Un personaggio così ingombrante, che ha così tanto da dire, che è così tanto contraddittorio, ci vorrebbe un libro dedicato.

– Anche la paura gioca un ruolo fondamentale: in Troise è emblematico come un ideale, quello della gloria, si manifesti come nevrosi, nella forma della paura di una morte anonima e ingloriosa.

L’incontro con Myriam e le circostanze estreme della guerra civile fanno capire a Troise che il senso della vita non è l’ossessione della gloria, ma la passione e l’amore.

– E’ non è forse l’amore che spegne le loro solitudini, anche se per brevi momenti? Se no Myriam se ne sarebbe andata, perché le occasioni non sono mancate.

Giustissimo. Myriam poteva andare via. Non accetta la proposta della resistenza perché bisogna prima catturare questo ebreo, questo delatore dei suoi correligionari, ma avrebbe potuto farlo anche se scappava. 

– Due solitudini che riescono in attimi di inaspettata intimità ad essere rifugio l’uno dell’altra, come se una bolla li tenesse fuori dalla grande storia. Ma nella casa di Troise c’è una porta chiusa a chiave, non è forse emblema della storia da tenere sotto chiave per non inquinare quell’oasi senza tempo che è spazio dei loro incontri?

Quando esce al mattino Troise torna a essere un nemico, porta gli abiti del nemico, non può essere amato se non è privo di abiti, ridotto alla sua intimità di essere umano. Dietro quella porta sono ammassati i beni degli ebrei che abitavano la casa confiscata. E’ storicamente vero, i beni venivano sequestrati e spesso dati a funzionari che si erano spostati da altre parti di Italia per mettersi al servizio presso la Repubblica di Salò. In questo caso ha un grande impatto simbolico: la porta è la storia, la porta sono gli altri ebrei, la porta è il senso di colpa che non bisogna aprire. Potrebbe irrompere e gravare sulla storia di Myriam e Troise. Nessuno dei due vuole aprirla e nessuno dei due tenta di aprirla. 

Daniela Marra

Vladimiro Bottone, nato a Napoli nel 1957, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato i romanzi L’ospite della vita (1999, selezionato al Premio Strega 2000), Rebis (2002), giunto alla seconda edizione, Mozart in viaggio per Napoli (2003), Vicaria (2015) pubblicato da Rizzoli e Non c’ero mai stato (Neri Pozza, 2020). Collabora alle pagine culturali de Il Corriere del Mezzogiorno e de L’Indice dei libri del mese. Il suo ultimo romanzo uscito nel 2024 s’intitola “Il peso del sangue”, ed è edito da Solferino. 

Josè Vicente Quirante Rives: “Dodici araldi grinzosi” (Colonnese), di Daniela Marra

Da dove potrà venire a noi la rinascita, 

a noi che abbiamo svuotato e imbrattato tutto il globo terrestre?

 Solo dal passato, se l’amiamo

 ( Simone Weil ) 

Dodici Araldi Grinzosi, prezioso libriccino nato in casa Colonnese, è uno straordinario gioco di rispecchiamenti,  specchi che suggeriscono, svelano, illuminano un cammino tra terra e cielo. L’autore, Josè Vicente Quirante Rives, si confronta con i dodici profeti di Ribera, che rivivono in altrettanti racconti brevi ma sorprendenti, dedicati alla memoria di Giuseppe Galasso. Hanno il sapore delle rivelazioni epifaniche di Joyce e delle invasioni improvvise di proustiana memoria. Sullo sfondo della sorprendente Certosa di San Martino, l’appassionato scrittore spagnolo, ispirato dalle figure dei dipinti di Ribera, costruisce un racconto dialogico, ripercorrendo suggestioni e impressioni, tra immagini, Sacre Scritture, note di viaggiatori e voci di studiosi, nel tentativo di trovare le chiavi per penetrare la nuova Gerusalemme dell’Apocalisse. Ogni capitolo nasce da un innamoramento: le voci del passato, il silenzio, la contemplazione, la luce, le visioni, la Parola, nulla è casuale. Il dialogo tra Bellezza e Morale è vivo e autentico, una potente fonte di riflessione per la comprensione del mondo, un mondo solo da amare. Non è estetismo, non è moralismo, ma un sentimento più alto che agisce sull’uomo. È vicino al sentire di La Capria che riguardo alla funzione salvifica della Bellezza di Dostoevskij scrive: “non parlava certo di estetismo…ma si riferiva a un sentimento che aveva intuito in anticipo il rapporto da restaurare tra Bellezza e morale, cioè tra la Bellezza e la difesa della profanata sacralità del mondo”. 

I profeti della Certosa, mediatori luminosi tra cielo e terra, posti negli archi esterni delle cappelle laterali sono dodici, come dodici gli apostoli, perché i numeri contengono il segreto del mondo. Dodici vecchi dalle rughe profonde, così vivi da sembrare reali, che portano la firma di Jusepe de Ribera español, eseguiti tra il 1638 e il 1643. Il pittore nella feroce Napoli del ‘600, detto Spagnoletto a causa della sua statura e della provenienza, godeva di una grande fama nel vice-regno spagnolo, fama che nel tempo è stata croce e delizia. Artista discusso, attorno alla sua figura sono fiorite leggende e nati  miseri pregiudizi: assassino avvelenatore, feroce, istintivo, Gautier lo giudicava inebriato dal vino dei supplizi  e  Byron  lo definiva il pittore che nutriva la sua tavolozza con il sangue dei santi. È certamente solo superando il pregiudizio e contemplando le sue opere si può comprendere quanto il disegno napoletano deve alla grandiosa mano del Ribera, ma non solo quello napoletano, come racconta Josè Vicente Quirante Rives: “A ventinove anni, Fragonard si esercitava con i profeti della Certosa per scoprirsi”. 

Nella Certosa, che domina la città, “metonimia di Chartreuse, il deserto vicino a Grenoble”, luogo di silenzio e contemplazione, luogo dello spirito, specchio del deserto, si è lontani dalla città sirena in continuo fermento, inzuppata di vanità terrene e miserie mondane: “ Salgo alla Certosa per la Pedamentina di San Martino, le rampe panoramiche che collegano il centro chiassoso e l’amena collina. Le due Napoli, la carnale e la spirituale, la rumorosa e la silente, la licenziosa e la virtuosa, l’attiva e la contemplativa, la visibile e l’invisibile. Salgo alla Certosa per i gradini che uniscono l’uomo e Dio, come la scala di Giacobbe, come la Scala Paradisi, come i profeti”.

Un impasto magico tra autobiografia e immaginazione cesella la narrazione. Le suggestioni visive e l’estasi dello sguardo rapito dell’autore di fronte alla potenza dell’architettura della Certosa, dei marmi policromi, delle tele dipinte, si rispecchiano in una polifonia di voci, quella dell’uomo di origine ebraica che ha vissuto l’orrore ed entra in chiesa nel 1961,  quella del certosino che dopo un lungo viaggio si spoglia della lordura del mondo per addormentarsi ascoltando il golfo nel 1650.  E poi il risveglio che è rinascita, silenzio, abbandono alla solennità della luce e all’armonia, è inno alla sacralità della vita.  E il tempo è il filo che unisce tutto, è un tempo universale, quello che i greci chiamavano Aion, e sembra quasi che non abbia alcun inizio e alcuna fine, come una ruota incessante mossa dalla contemplazione del passato. Perché solo dal passato può venire a noi la rinascita e solo se l’amiamo.

Scheda libro

Dodici agili capitoli, dodici pezzi narrativi cesellati dalla penna di un colto e appassionato scrittore spagnolo, in un dialogo serrato, intimo e vivace, tra la Storia e lo Spirito, all’ombra della stupenda Certosa di San Martino di Napoli. Con viva curiosità intellettuale, Quirante indaga i tratti grinzosi dei profeti dipinti da Jusepe de Ribera, ripercorrendo impressioni di viaggiatori e di studiosi, ritrovando la fatica di vivere nel (seppur trasfigurato) realismo secentesco, ma soprattutto cercando di indovinare – in alcune figure di questi “mediatori” sospesi tra la terra e il cielo, tra Dio e l’uomo – una chiave di lettura nella nuova Gerusalemme dell’Apocalisse.

José Vicente Quirante Rives (Cox, Spagna, 1971), avvocato e scrittore, una laurea in filosofia, è stato direttore dell’Istituto Cervantes di Napoli. Ha pubblicato numerosi saggi dedicati alla Napoli spagnola e ha fondato in Spagna la casa editrice Partenope, che ha inaugurato il proprio catalogo con Il resto di niente di Enzo Striano. Dal 2020 è cittadino onorario di Napoli. Nello stesso anno, Colonnese ha pubblicato in Italia il suo romanzo Ombra e Rivoluzione. Variazioni sul Naturalista Domenica Cirillo.

PRESENTAZIONE

La Casa Editrice Colonnese in collaborazione con la Direzione regionale Musei Campania presenta, martedì 7 maggio 2024 alle ore 17.00, nella suggestiva cornice del Refettorio della Certosa di San Martino di Napoli, Dodici araldi grinzosi di José Vicente Quirante Rives, racconto edito nella storica ed elegante collana “Lo Specchio di Silvia”.

Daniela Marra

 

Francesco Aloia: “Questo sangue masticato” (Nutrimenti), di Daniela Marra

Notre vrai moi n’est pas tout entrier en nous

 ( Jean-Jacques Rousseau ) 

Questo sangue masticato è il libro con cui esordisce nella collana Greenwich di Nutrimenti Francesco Aloia, giovanissima voce letteraria, originario di Marano, provincia napoletana, in cui ambienta il suo romanzo. 

Francesco presto va via dalla sua terra e se ne va perché non è il suo futuro rimanere.  Ma è di questa terra che racconta, del legame profondo che agita le viscere, delle radici, del sangue inquieto che non ha chiesto, ma che gli appartiene e si trasmette di generazione in generazione, segnando irrimediabilmente i destini di una famiglia. E il sangue si mastica ma non si sputa, come recita un proverbio, anche a costo di morirne. È arrogante, imperioso e non ammette consolazione.   

La voce di Francesco è una voce potente, una sirena come quella di Lello che può strappare il silenzio o unirsi alla festa, ma in ogni caso non passa indisturbata. Lo scrittore fa i conti con l’estraneità, con una generazione che non gli appartiene, vissuta con smarrimento intermittente. I racconti che si rincorrono alla tavola degli Orlando, da dove emerge la titanica figura del nonno, che non ha mai conosciuto, lo connettono ad un passato lontano, disperato e spaventoso. Ed è con Tanino ‘e Bastimento, all’anagrafe Carlo Gaetano Orlando, che il giovane si confronta, cercando di tracciare un autentico perimetro per questo sangue che gli appartiene. Il nonno è una figura straripante intorno alla quale vortica la vita delle generazioni del prima e del dopo. Figlio di Angelo Orlando, sindaco di Marano, Tanino ha trascorso gran parte della sua vita tra una condanna e un’altra, tra carcere e libertà.  Considerato dalla cronaca del tempo come sicario di Pascalone ‘e Nola, famoso capo camorra, scontò la doppia pena tra l’angoscia delle sbarre e l’ irriconoscenza del delitto d’onore. Perché lui gli ordini non li prendeva da nessuno e non voleva essere chiamato sicario. È possibile che nel sangue si possa essere cristallizzato quello sparo? Un sangue poi passato di generazione in generazione fino ad oggi e con cui prima o poi bisogna fare i conti? L’autentica voce fresca, spudorata e limpida di Francesco Aloia forse nasce proprio dall’esigenza catartica di confrontarsi con questo passato e nutrendosi del racconto collettivo ne restituisce una visione personale. In lui vive la decisa volontà di ricucire i brandelli di un ritratto che è un’immagine altra in cui specchiarsi.  Nessuna colpa, nessuna condanna o assoluzione per Tanino, solo l’imprescindibile necessità di trovarsi faccia a faccia con lui, fino alla fine. Non è un caso che l’ultima parte del libro si intitoli Ultimo duello.

 “Se tra le piaghe del tempo ci fosse un nodo anomalo, un punto in cui i tempi confluiscono e il presente fosse l’unica grandezza possibile, il nostro incontro sarebbe realizzabile. So che non esiste niente del genere, si parla poco più che di fantascienza, ma forse c’è un altro modo. Mettiamo caso che…”

Tanino, ma credo ancora più il sangue che ha in corpo, è maledetto, ed è colpa dell’unica forza che governa il mondo per gli Orlando, il fato, il destino, la Provvidenza, la sola a cui si deve obbedire, la sola che non si può contraddire. Nessun eroismo per il nonno, se non quello di essere un eroe tragico trapassato dal dolore e dal fato, nessuna soddisfazione nella descrizione di una periferia criminale tra miserie e peccati, nessuna condanna da parte dell’autore. L’impianto narrativo ne risulta autentico, anche se il punto di partenza è una ricostruzione immaginativa. Del resto lo stesso Aiola mette le “mani avanti” nella piccola prefazione, e quindi Amen: ‘a verità vera nun esiste. Attenzione, però, questo non significa affatto che l’autore sia portatore insano di menzogna, o peggio che non risulti credibile al lettore. Al contrario Aiola si distingue per una voce autentica e consapevole. Non cerca a tutti i costi l’approvazione del lettore o il turbamento,  si mette in gioco fino alle ultime pagine senza vanità. Racconta e si racconta senza filtri, senza fronzoli e spettacolarizzazioni. Senza l’ipocrisia per uscirne “pulito” restituisce l’immagine di una terra vera, inquieta, e di una costellazione familiare, dove ogni persona sembra essere un Arcano Maggiore dei tarocchi, le carte che hanno scritto dentro il destino: Raffaele, il prode;  Elena, la solitaria; Valencia, la spatriata; Enza, il bastone e così via. Ogni carta è insostituibile e intimamente necessaria. E il gioco vorticoso dei racconti, degli incontri, delle belle giornate e delle questioni insostenibili, si svolge in un luogo-persona. La tavola della terra, dove la famiglia si riunisce da generazioni guardandosi in faccia e riconoscendo quel sangue masticato. È luogo proustiano di attraversamento del tempo, di smistamento di destini, di intrecci di visoni sul mondo e sulle cose tristi, banali, miserabili. I confini si fanno labili, ed è come trovarsi in una specie di limbo, alla tavola tra i morti e i vivi, su una terra dove le cose non cambiano e come scrive l’autore forse non c’è bisogno che cambino, perché c’è qualcosa di caldo nella lentezza di questa città, che non va mai avanti e si deteriora soltanto, come le persone che la abitano e che ritrovo volta dopo volta, uguali ma un po’ più stanche, come se nessuno dormisse da settimane, come se qui l’aria fosse più densa, più difficile da buttare nei polmoni e risputare fuori.

Scheda Nutrimenti

O sang se mazzeca ma nun se sputa, il sangue si mastica ma non si sputa. Nel suo romanzo d’esordio Francesco Aloia fa i conti con il passato e la famiglia, tenendo bene a mente l’insegnamento di sua nonna Ada. Dopo essere volato altrove e aver trovato la sua strada, lungo un’estate nei luoghi della sua infanzia fa i conti in particolare con un nonno “ingombrante”, Tanino ’e Bastimento, uomo d’onore che, dopo un paio di omicidi e molti anni di galera, dopo aver sfidato un boss di camorra, ora deve affrontare “in assenza” un ultimo duello, quello con suo nipote. Una storia intensa e complessa che, senza scorciatoie e banalizzazioni, disegna il ritratto di un mondo e di una cultura di relazioni umane, attraverso una lingua esatta e mai banale.  

Tanino ’e Bastimento, all’anagrafe Carlo Gaetano Orlando, è nato nel 1930 a Napoli, ma è vissuto per lo più a Marano, paese della provincia napoletana sconosciuto ai più fatta eccezione per il pane e per la chiesa di San Castrese.
Figlio di Angelo Orlando, sindaco di Marano e meglio noto come il Mastrone, e di Elena Insegna, ’a Valencia, Tanino ha passato buona parte dei suoi sessantotto anni di vita tra il carcere di Poggioreale e i più disparati penitenziari d’Italia: da Forte Longone a Viterbo, da Benevento a Valdastico. Negli anni di libertà, tra una condanna e l’altra, è stato anche un marito devoto alla sua Ada, padre di sette figli, nonno di svariati nipoti e, soprattutto, non ha mai smesso di essere fedele al suo credo: «Di ordini ne prendeva solo dal destino e da nessun altro».
Ed è il destino a decidere sempre per lui. Fin dalla traiettoria deviata di un proiettile nel 1949, e di un altro ancora nel 1955.

Francesco Aloia è uno dei nipoti di Tanino e suo nonno non l’ha mai conosciuto. A più di vent’anni dalla morte di ’e Bastimento, ha sentito però la necessità di ricostruirne la vicenda con lucidità e precisione, inserendola nella più complessa e intricata storia di famiglia e in quella di un paese, Marano, che non ha mai dimenticato.

Daniela Marra

 

Strega 2024 – Intervista a Eduardo Savarese, di Daniela Marra

Le Madri della Sapienza di Eduardo Savarese, Wojtek edizioni, proposto allo Strega 2024 da Riccardo Cavallero, è stato spesso definito un romanzo distopico. Eppure appare evidente già dalle prime pagine che qualsiasi vestito risulta imperfetto. Troppo corto, troppo stretto, troppo alla moda o troppo largo, questo accade perché il romanzo di Savarese che ha la forma di vero romanzo tradizionale otto-novecentesco, in particolare ricorda per alcuni versi la produzione russa, è un’opera trasformista, che attinge a una moltitudine di registri diversi ma sapientemente armonizzati.
Visionario, surreale, imprevedibile, racconta una storia-mondo, attraverso un ricchissimo sottobosco di personaggi e trame. Un inno sacro e provocatorio alla potenza dell’amore non come sentimento ma come forza trasformativa, come silenzioso sacrifico, nel senso più classico della parola: Sacer Facio, fare sacro, rendere sacro.

Abstract romanzo:
Il primo ministro Anselmo Riccardi ha l’ossessione di rifondare la famiglia tradizionale. Dietro di lui, dentro di lui, agisce Ulrica Neumond, maga e fondatrice della Casa Europea dei Nuovi Ariani.
Il loro famelico disegno di conquista si abbatte sul monastero delle Madri della Sapienza, ordine laico fondato da tre maturi omosessuali: Luciano (Cinzia), Giorgio (Olimpia) e Fernando (Gridonia).
Le Madri non sono sole: al loro fianco si schierano Licia, undicenne e mistica figlia del premier, e Barbara, moglie combattiva che, da alleata, si trasforma in antagonista di Anselmo.
Aleggia su di loro Fosco Nunziante, intellettuale morto da tempo, come l’ombra del demonio sul destino dei vivi.
Dramma wagneriano, racconto esoterico e commedia fantastica, Le Madri della Sapienza oppone, alla paura indotta da un potere politico magico-autoritario, un neo-monachesimo libertario e umanista, antidoto allo sradicamento della vita interiore.

Nell’introduzione all’ intervista ho parlato di vestito, ma l’obiettivo di rintracciare una categoria di appartenenza per il tuo romanzo, malgrado lo sforzo, è stato vano. Non sono riuscita a trovare un abito appropriato. E allora ho deciso di procedere per sottrazione. È solo spogliandolo che il lettore può osservarlo, trovandosi davanti a una complessa stratificazione. La forma romanzo si colorisce di tante sfumature, si forma, trasformandosi continuamente. Perciò sarebbe interessante raccontarci quando è stato concepito Le Madri della Sapienza e qual è stata la sua gestazione.

Questa tua considerazione, così appropriata, circa la natura sfuggente delle Madri a una
categorizzazione mi fa molto piacere. I mezzi di costruzione del racconto, in questo romanzo, sono, all’apparenza, molto classici. E d’altra parte, nella mia formazione e nella mia ‘pratica’ artistica, ricerco, nell’articolare il pensiero, nello scegliere le parole, nel comporre le figure e le scene, quel che generalmente diciamo il ‘classico’. In altri termini, tutto qui sembra molto convenzionale (nel senso letterale di aderenza a certe convenzioni consolidate del romanzo), però poi il punto di arrivo spiazza (o i vari punti di arrivo, parziali e finali). Posso dire questo: la gestazione nasce da un input molto chiaro dato a me stesso. Sentiti libero di osare, di complicare, di immaginare rispettando profondamente la dignità del tuo immaginario. Sentiti libero di divertirti. Non preoccuparti di esaudire un’aspettativa esterna al tuo processo creativo.

Ci sono alcune categorie che attraversano tutto il romanzo. Una di queste è il potere. Il potere che distrugge e crea assuefazione, illusione, menzogne. Il potere per il potere ricorda per alcuni versi il Macbeth. Quanto la coppia Anselmo-Barbara è ispirata alla tragedia shakespeariana?

Moltissimo, ed in modo evidente, anche mediante riferimenti espressi, variazioni su citazioni quasi letterali (anche dalla versione operistica di Macbeth, quella di Verdi). Il potere è uno dei pilastri del romanzo: ed il potere in coppia mi ha sempre solleticato la fantasia e la meditazione. Per cui Anselmo e Barbara non potevano non avere quel referente.

Chiaramente l’autore di questo romanzo è un nuovo Eduardo, o meglio un Eduardo più completo, forse anche più vero, che mette in luce per la prima volta nella scrittura ogni sua sfaccettatura. Memoria emotiva, memoria intellettiva e realtà quotidiana si fondono e si confondono, ma sono sempre raccontate attraverso la lente dell’ironia, un’ironia garbata che rende ogni provocazione delicata. Che cosa consente questa chiave di scrittura ironica e oserei anche autoironica?

Che bella domanda… l’ironia (e soprattutto l’autoironia, anche del narratore circa i processi narrativi attuati: vedi la citazione schizofrenica che oscilla da Borges ad Angela da Foligno) nasce dallo sguardo compassionevole sul mondo. Lo sguardo che, da tempo, mi interessa di più è quello. Lo sguardo che può lenire la crescente violenza del mondo.

Realtà inquiete, sante, maghe e visioni profetiche, la sensazione spesso è di trovarsi catapultati in un’opera lirica, dove l’irrazionale e il fantastico sono dimensioni che conferiscono potenza alla realtà, ancora più del realismo puro. Quanto ha influito l’amore per l’Opera nella tua scrittura?

Enormemente. Ma me ne sono accorto in una fase avanzata della prima stesura (le stesure sono state tre, in tre anni). E me ne sono accorto precisamente nel punto in cui decidevo di superare
l’autocensura sull’irruzione della presenza fantastica nel monastero delle Madri. Il teatro lirico ha rilasciato il salvacondotto all’espressione del mio immaginario, in termini di possibilità del racconto… poi ci sono le incursioni più decifrabili (il nome verdiano della maga Ulrica, o la presenza, in un sogno, delle fanciulle fiore wagneriane…).

Le Madri della sapienza insegnano senza essere didascaliche. Con la riscoperta del monachesimo ci ricordano l’importanza della dimensione comunitaria, che oggi è sempre più infranta e dimenticata. Quanto è importante recuperare questa dimensione?

Mi pare sia vitale. Disintegrati a questo modo possiamo solo continuare a disintegrarci fino
all’estinzione nell’ignominia. La dimensione comunitaria, fondata su valori altamente spirituali, e su forme di disciplina condivise, oggi avrebbe molto da darci: certo, va reinventata, ma è una bellissima sfida del pensiero e dell’azione.

Parliamo di Amore, sembrerebbe una grande categoria universale e sentimentale, eppure nelle
Madri della Sapienza l’amore è sapienza. Un ritorno all’ordine nel disordine quotidiano dove
sembra sparita ogni bussola. Amare nella verità è un ritorno all’essenziale. Quanto e come risulta salvifico l’amore nel tuo romanzo?

L’amore è sempre stato al centro di tutto quello che ho scritto finora, anche nel saggio-racconto sul fine vita, Il tempo di morire. L’amore che dà salvezza, nelle Madri, deriva dalla combinazione tra verità e misericordia: è l’amore di Cristo. Io ho fame e sete di occasioni per parlarne con libertà, consapevolezza, passione e ironia. In questo romanzo ho provato a ritagliarmi una piccola, grande occasione.

Dimensione onirica, ironia, favola nera e surrealismo, solo alcuni ingredienti dell’alchimia delle
Madri della Sapienza. Sul grande schermo immaginerei una regia di Terry Gilliam e tu?

Terrence Malick. Magari… E, forse ancor più: Alice Rorhwacher.

Con quale personaggio del tuo romanzo andresti all’Opera e a cena e quale Opera andresti a
vedere?

Nessun dubbio: andrei con Ulrica Neumond e andremmo a vedere I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Forse Ulrica però non cenerebbe, berrebbe soltanto, quello sì, ma in niente di meno che nel calice del Graal…

Daniela Marra

Eduardo Savarese (1979) vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato i romanzi “Non passare per il sangue” (2012) e “Le inutili vergogne” (2014) per e/o, “Le cose di prima” (2018, minimum fax) e il racconto “La camera di Ondino” (Tetra, 2022). È autore anche di ibridazioni tra saggio e narrativa, su temi etico-giuridici (“Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”, e/o, 2015; “Il tempo di morire”, Wojtek, 2019), o intorno alla propria melomania (“È tardi!”, Wojtek, 2021). Scrive per «Il Riformista» e «L’Indice dei Libri del Mese».