Marguerite Yourcenar a Capri, di Cristiana Buccarelli

Nella mia ricerca costante di notizie sulla vita e sull’opera letteraria di Marguerite Yourcenar, ho avuto qualche tempo fa la fortuna di imbattermi nella preziosa ricostruzione di Dominique Gaborè-GuiselinAlla ricerca di Adriano – Marguerite Yourcenar in Italia e a Capri’ (Edizioni La Conchiglia 2014)che si riferisce in particolare alla permanenza della scrittrice per due anni a Capri tra il ’37 e il ’38, con la sua compagna di vita Grace Frick. Si tratta di un saggio in cui Gaboret-Guiselin richiama in maniera assai dettagliata le influenze italiane e capresi nell’opera letteraria della grande scrittrice. Il rapporto della Yourcenar con l’Italia è stato infatti intenso e continuo, dalla gioventù fino agli ultimi anni della sua vita e le influenze letterarie italiane sono evidenti in varie sue opere, non solo in ‘Memorie di Adriano’ per il quale sono noti i ripetuti ritorni dell’autrice a Tivoli a Villa Adriana, ma anche ne La moneta del sogno’ e in ‘Caprèe un’opera giovanile e forse poco conosciuta ispirata a Tiberio, e inoltre il romanzo ‘Il colpo di Grazia’ verrà scritto proprio in quei due anni di soggiorno a Capri.

<<Su di un’isola si ha la sensazione di trovarsi su uno spazio di frontiera, in bilico tra l’universo e il mondo umano>> dice l’a. e a parte le isole greche è in particolare Capri ad attrarla, la considera diversa, speciale, anche per essere stata la residenza imperiale dell’imperatore Tiberio. Vive sull’isola in una casa in affitto chiamata La Casarella; una piccola dimora situata alla fine di una impervia salita, lungo la strada che conduce poi alle rovine di Villa Iovis dell’imperatore Tiberio. Quindi si può immaginare quanto tempo possa aver trascorso tra quelle rovine ad ascoltare i racconti sulla storia di Tiberio, nutriti non solo dalla tradizione latina (come i testi di Svetonio) ma anche dall’immaginario popolare degli isolani. Il suo poema giovanile Caprèe, pubblicato per la prima volta sulla rivista francese ‘’Revue Bleue’’ nel ’29, quindi nove anni prima del soggiorno a Capri (dove però era già stata con il padre nei suoi viaggi giovanili), si apre con un confronto tra la conformazione particolare dell’isola e la scelta di solitudine volontaria dell’Imperatore.

’Sulla cima più alta del più remoto dei promontori / Prostrato dall’angoscia, il disgusto, il furore, le vittorie/ Avvoltoio imperiale, da lontano, alla ricerca del suo nido/ Tiberio ha voluto vivere là dove finisce la roccia/ In alto aprendosi il cielo, in basso allagandosi l’onda/ 

Durante i due anni sull’isola, esattamente tra il maggio e l’agosto del ’38, l’autrice ha invece la ferma intenzione di scrivere un romanzo, e realizza in tempi molto brevi alla Casarella, una prima stesura de Il colpo di Graziail quale tuttavia, come è noto, evoca un episodio di guerra civile in Curlandia tra il ’19 e il ’21 tra le forze armate tedesche e il regime bolscevico, con un dramma che si svolge tra tre personaggi, legati da vincoli di sangue, di amicizia e d’amore non corrisposto, ma non ci sono connessioni con personaggi o eventi italiani. Questo piccolo romanzo, che può considerarsi un capolavoro nel panorama della letteratura europea al pari di Opera al nero e di Memorie di Adriano, sarà concluso definitivamente in quella stessa estate a Sorrento, dove la scrittrice sarà costretta a spostarsi per qualche tempo per motivi di salute. 

C’è poi un altro lavoro narrativo giovanile della Yourcenar (di molto precedente alla sua permanenza a Capri), ed è La moneta del sogno;  quest’opera, forse troppo poco conosciuta, è totalmente ambientata in Italia, e a differenza delle sue più importanti opere successive in cui il proscenio è sempre di personaggi maschili, questi racconti sono tutti relativi a personaggi femminili: si tratta di un libro assolutamente politico, ambientato in epoca fascista e che rappresenta una sua critica molto forte a quello che sta avvenendo in Italia in quegli anni particolari con il trionfo di Mussolini.       

Ma viene da chiedersi e se lo chiede anche Gaboret- Guiselin che cosa spinga l’autrice a vivere due anni a Capri con la sua compagna Grace fra il ’37 e il ’38. Verosimilmente il fatto che l’isola, come scrive lo stesso Gaboret-Guiselin: <<in quegli anni era alla fine di un periodo che aveva registrato vani i tentativi del fascismo di normalizzare una ‘località’, che dagli inizi del Novecento, si era trasformata in una babele di culture, di lingue…ma anche in uno straordinario laboratorio politico culturale>>, anche se, aggiungerei, è molto probabile che Marguerite Yourcenar conducesse una vita appartata.

 <<Ho sempre amato le isole. Ho amato Egina e ho amato Capri che è assai meno turistica di quanto si pensi, quando la si vive in qualche angolo sperduto. Ogni isola è un microcosmo, un vero e proprio universo in miniatura>>, dice questa nostra grande scrittrice europea, a mio avviso una vera e propria stella polare nella letteratura dell’Occidente. 

Per ripercorrere in una forma assai originale il suo vissuto e la sua opera può essere interessante leggere anche un romanzo molto recente, mi riferisco a ‘Marguerite è stata qui’ di Eugenio Murrali (Neri Pozza 2023) che permette di entrare in punta dei piedi nel mondo di Marguerite.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Il canto di Penelope: una rivisitazione del mito di Margaret Atwood, di Cristiana Buccarelli

Margaret Atwood, autrice di culto, con Il canto di Penelope, il mito del ritorno di Odisseo (Ponte alle Grazie), il cui titolo originario è The Penelopiad, propone una rielaborazione del mito classico in una forma originale e anticonvenzionale. 

La Atwood utilizza un particolare espediente letterario per cui Penelope ci racconta la sua storia dall’Ade, cioè dall’Aldilà, e con questa figura femminile l’autrice dà vita a un personaggio ironico, intelligente, irriverente e sferzante, riferendosi al maschilismo e alla misoginia presenti nella società antica così come, in forme differenti, nel nostro mondo contemporaneo. 

Quella moglie fedele e passiva che ci viene tramandata dal mito classico e dall’Odissea, diventa dunque un personaggio con una voce forte e determinata, una donna leggendaria che non vuole più essere semplicemente narrata dagli altri, nel suo essere stata data in sposa ad Odisseo e poi nella lunga, nella lunghissima attesa del suo ritorno e nel suo essere assediata da pretendenti che l’hanno considerata solo un oggetto attraverso il quale ottenere potere e ricchezza, ma per le prima volta parla di sé e di ciò che accade dal suo punto di vista. 

Quindi l’autrice riesce a farci riflettere su quale sia la rappresentazione dei personaggi femminili nella mitologia e anche in molta letteratura successiva in quanto spesso essi non hanno una voce propria. Invece ne Il canto la voce di Penelope diventa potente e forte nel raccontarci la sua vita e le sue scelte personali (nella narrazione della Atwood non si esclude nemmeno l’ipotesi che Penelope sia stata infedele ad Odisseo e abbia avuto come amante Anfinomo, il migliore dei Proci, l’unico fra loro dotato di kalokagathìa). 

‘’Ora che tutti gli altri hanno parlato a perdifiato è giunto il mio turno. Lo devo a me stessa.  Ci sono arrivata per gradi: narrare è un’arte minore, la esercitano donne anziane, mendicanti girovaghi, cantanti ciechi, ancelle, bambini- gente che ha tempo a disposizione. Una volta si sarebbe riso di me se mi fossi atteggiata a menestrello (…) ma adesso che valore ha l’opinione degli altri? Qui ci sono solo ombre, echi. Tesserò dunque la mia tela’’

Nella nota finale del romanzo l’autrice specifica che deve a The Greek Myths di Robert Graves l’ipotesi per cui Penelope – con le sue dodici ancelle, che verranno in seguito impiccate da Odisseo per essersi concesse ai Proci – potrebbe considerarsi anche la sacerdotessa del culto di una divinità femminile.

Infatti la Atwood, che intervalla ogni capitolo con il coro delle ancelle -un tributo alla presenza del coro greco e da sempre una versione burlesca dell’azione principale-,  ad un tratto fa dire al coro ‘’le dodici fanciulle lunari, compagne di Artemide, la dea della luna, vergine e implacabile…’’. Le dodici ancelle di Penelope sono considerate colpevoli quando in realtà hanno subito una violenza dai Proci, e anche durante il processo immaginario che la Atwood imbastisce verso la fine del romanzo, la loro voce di vittime di Odisseo verrà abbastanza ignorata fino a quando non ricorreranno alle Erinni per farsi ascoltare. È interessante la scelta letteraria dell’omicidio per impiccagione delle ancelle di Penelope, infatti qui l’autrice si riferisce a uno dei mezzi con cui in seguito verranno assassinate dopo molti secoli le donne accusate di stregoneria. 

In tutta l’opera della Atwood, attraverso uno stile fluido e ironico che cattura e diverte, c’è in realtà la denuncia di una serie di violenze subite dalla donna nella società patriarcale. 

Esilarante e al tempo stesso amaro il capitolo Vita domestica nell’Ade, in cui lo spirito di Penelope racconta le sue brevi visite attraverso una medium nel nostro mondo contemporaneo.

’Chi è questa <<Marylin>> che piace tanto a tutti? E <<Adolf>> chi è? Parlare con certa gente non è altro che un esasperante spreco di energie. Ma è solo scrutando attraverso questi piccoli buchi della serratura che riesco a seguire le tracce di Odisseo, quando non è quaggiù, nel suo aspetto che mi è familiare’’

Infatti Odisseo, nella fantasia della Atwood, si abbevera di frequente nell’Ade alle Acque dell’Oblio  per tornare nel mondo dei vivi, a differenza di Penelope che preferisce restarsene nel regno dei morti piuttosto che vivere nuove vite. E che sempre rimane in una perenne attesa del suo ritorno.

‘’Ho capito che i pericoli sono pari a quelli dei miei tempi, ma la miseria e la sofferenza sono molto più estese. Quanto alla natura umana è, come sempre, infame…Nessuno di questi argomenti può frenare Odisseo. Capita qui per un po’, si mostra felice di vedermi, afferma che stare a casa con me è l’unica cosa che abbia mai desiderato (….) e mi pare di riuscire a perdonargli tutto quello che mi ha fatto passare e di poterlo accettare così com’è, con i suoi difetti, ma quando inizio a credere che questa volta non stia mentendo, eccolo correre di nuovo verso la Fonte del Lete pe poter nascere un’altra volta.’’

Il canto di Penelope è una narrazione coinvolgente che l’autrice realizza con maestria e creatività e che ha vari punti di connessione con il suo più famoso romanzo Il racconto dell’ancella, (The Handmaid’s Tale), perché in quest’ultimo, come ne Il canto di Penelope’, è centrale e originale il modo in cui viene affrontato il tema del potere e della subordinazione femminile nelle società di ogni tempo.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).

Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

“Le streghe di Manningtree”, l’esordio narrativo di A.K. Blakemore, di Cristiana Buccarelli

“La cuffia bianca chiusa nel pugno, i capelli che si irradiano intorno al mio viso come una rosa, sollevati dal vento dei molti mari”

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‘’Il Diavolo saltabecca tra le nubi d’autunno che sembrano lembi di pelle staccata. Il Diavolo ancheggia, il Diavolo danza. Danza come farebbe una fanciulla dai fianchi sottili, i capelli che le ricadono scarmigliati sulle spalle. Fiammeggiante. Ora che le notti si sono allungate, di sera potrebbe presentarsi di porta in porta assumendo le sembianze di un ambulante dalla carnagione scura, che apre il cappotto alle comari e alle donzelle stupefatte…’’

Con ‘Le streghe di Mannintree’ ci troviamo davanti a una narrazione d’esordio potentissima, quella di Amy Katrina Blakemore che ha realizzato uno dei migliori romanzi storici mai scritti da decenni e pubblicato di recente da Fazi.

In inglese la parola strega, witch, deriva dalla parola wicce, che vuol dire mago, veggente, sciamano. Ma può significare anche saggio. La strega è una donna saggia. A partire dal Rinascimento in Europa si scatenò una violenta persecuzione verso donne accusate di essere streghe, di unirsi carnalmente con il diavolo, di provocare tormente, di volare. Sulla base di queste assurde accuse, in tre secoli furono assassinate almeno tre milioni di donne, oltre a quelle esclusivamente incarcerate, interrogate e torturate per poi essere costrette all’abiura. È impossibile conoscere il numero esatto dei processi in quanto molti atti non sono conservati. È stato l’Olocausto delle donne, considerate le emissarie del diavolo. In realtà queste donne vivevano ai margini della società, ed erano spesso molto stimate nei borghi e nei paesi, anche se considerate strane, bizzarre; esse a volte svolgevano il mestiere di curatrici e levatrici, erano donne sagge che sapevano di erbe e di unguenti. Il mestiere di curare il corpo, e a volte anche l’anima, si trasmetteva di madre in figlia. A volte, come si racconta in questo romanzo, si trattava esclusivamente di donne povere, sole e con esistenze vissute ai margini della società. 

Come è noto già nel 1484 una Bolla papale di Innocenzo VIII ha consegnato al furore del fuoco molte donne sospettate di adorare il Diavolo a cui è seguita la famosa opera scritta nel 1486 di due inquisitori domenicani chiamata, Malleus Maleficarum. In quest’opera viene detto che ‘’la stregoneria sorge dall’appetito carnale che nelle donne è insaziabile’’, che ‘’quando una donna pensa con la propria testa, pensa male’’ e così via. Dopo più di due secoli questo libro girava ancora per l’Europa, e attraverso le sue parole si poteva ancora perseguitare e uccidere.  E questo appunto avviene nella storia de ‘Le streghe di Manningtree’, dove colpisce sia la particolarità della vicenda realmente accaduta che la descrizione analitica di alcuni personaggi davvero esistiti, tuttavia, come sempre avviene nel romanzo storico, l’invenzione, si mescola alle fonti ai dati documentati e in questo caso, a tratti, si intreccia anche ad elementi surreali di grande visività.

Come la stessa Blakemore precisa nella nota finale relativa alla caccia alle streghe in Inghilterra ‘’John Stearne e Matthew Hopkins negli anni che vanno dal 1644 al 1646  si stima abbiano contribuito alla condanna a morte per stregoneria  di un numero di donne che oscilla tra le cento e le trecento, oltre ad alcuni uomini …la caccia alle streghe durante la guerra civile fu  un periodo di persecuzione senza precedenti che gli storici hanno attribuito a una miriade di fattori sociali, religiosi economici e locali: il vuoto delle istituzioni e la carestia diffusa generati dalla guerra, un anticattolicesimo virulento…>>. L’evento si svolge nella contea dell’Essex, in cui un gruppo di donne, vedove o nubili, povere, spesso sboccate, dalla lingua tagliente e poco remissive, tra cui spicca la madre della protagonista Rebecca, la cosiddetta Beldam West (bella e dannata), -definita dalla stessa figlia ‘donnaccia, compagna di bevute, madre’– a causa di una circostanza tragica (l’improvvisa malattia e la morte inspiegabile di un bambino), verranno accusate di stregoneriaIn questo contesto compare e agisce come un uccello del malaugurio il personaggio di Matthew Hopkins, figura poco chiara di nuovo locandiere, avvocato e soprattutto di sedicente Inquisitore generale. Con maestria la Blakemore ci descrive un uomo della cui vita storicamente si conosce poco, l’unica cosa certa è che sia morto molto giovane di tubercolosi, ma, come ella stessa specifica; ‘’non ci è dato sapere se veramente credeva alla sua causa aderendo al dogma puritano della narrazione e quindi alla necessaria estirpazione della stregoneria oppure se fosse solo un vile opportunista assetato di denaro’’. L’autrice ci racconta un uomo sfaccettato, contorto, assetato di potere, freddo e provvisto di una crudeltà sottile, che tuttavia si commuove e si invaghisce a suo modo di Rebecca West, decidendo in qualche maniera di salvarla; si instaura infatti fra i due un rapporto simile a quello tra una vittima e un carnefice, che tuttavia alla fine si ribalterà in maniera assolutamente inaspettata a favore della ragazza.

Colpisce inoltre moltissimo lo stile della Blakemore; innovativo, originale, lirico e fiabesco (si vuole ricordare anche l’ottima traduzione di Velia Februari), con il quale realizza una narrazione di grande visività in cui si uniscono immaginifico e reale, mistero e ferocia. Si tratta di un linguaggio a tratti lirico, sempre evocativo. Il personaggio di Rebecca West spicca in un sapiente amalgama di acume mentale, giovinezza e disincanto.Si tratta di un personaggio complesso con un suo microcosmo intimo e personale, con una spinta e un desiderio di vivere molteplici esperienze in varie direzioni; dall’esplorazione della natura, alla sperimentazione dell’amore, alla conoscenza del mistero e del sovrannaturale. Spinta dalla crudezza della realtà acquisterà il necessario disincanto per sopravvivere, sceglierà di mentire, ma al tempo stesso proverà rabbia, si vendicherà e infine la sua sarà una vera e propria ricerca di libertà.  Blakemore le reinventa una vita perché nella realtà dei fatti storici documentati, come viene chiarito nella nota finale, il nome di Rebecca West, dopo la confessione, sparisce dagli atti processuali e di lei si perde ogni traccia, ma nell’invenzione letteraria dell’autrice la vita del suo personaggio continua in una forma assai originale.  

Nonostante ‘Le streghe di Manningtree’ si riferisca a una vicenda storica realmente accaduta nel 600’ può definirsi un romanzo estremamente moderno per il modo in cui indaga sulle convenzioni e le regole di un sistema sociale molto rigido e ristretto, dove chi non è conforme, chi non è omologato, chi vive una qualsiasi forma di diversità può facilmente diventare il capro espiatorio di un’intera comunità. Inoltre è moderna e disincantata la maniera in cui l’autrice indaga nel rapporto tra madre e figlia. Tra la Beldam West e Rebecca West persiste fino alla fine una dinamica affettiva conflittuale di luci e ombre, rabbia e desiderio di annientamento reciproco, ma nello stesso tempo di grande complicità e vicinanza. Alla fine sarà la stessa Beldam West a incitare la figlia a prestare falsa testimonianza per salvarsi la vita. La Blakemore, immaginando un destino diverso per Rebecca West, attraverso una narrazione viscerale e magmatica, pone l’attenzione sull’istinto di sopravvivenza e su un’aspirazione alla libertà valida in qualsiasi tempo.  Un libro potente e folgorante che ci parla con sincerità di libero arbitrio.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).

Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Nel 2022 ha ricevuto menzione d’onore con un racconto alla III edizione del Premio Carlo Gesualdo e alla II edizione del Premio I Ponti dell’Arte, inoltre è stata pubblicata a sua cura la raccolta In viaggio (Cervino Editore 2022). Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Un tempo di mezzo secolo di Cristiana Buccarelli: raccontarsi tra due millenni di Gigi Agnano

“Questo è il resoconto di quando tutto era ancora silenzioso e placido.

Tutto è silenzioso e calmo. Silenzioso e vuoto è il grembo del cielo”

Popol Vuh, antico testo Quiché, uno dei popoli Maya 

Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il bisogno di raccontare le proprie storie, meglio al singolare, la propria storia di vita. Questo avviene in special modo a chi ha una certa frequentazione con le parole. Più che per un uditorio ci si racconta per proprie esigenze: per mettere ordine dentro di sé o per rievocare emozioni, per esorcizzare una perdita, per sapere chi siamo diventati o per ringraziare chi ha contribuito a farci diventare così come siamo (almeno per gli aspetti di noi stessi che riteniamo migliori o in qualche modo tollerabili). E in genere quel bisogno ci sorprende nei momenti di svolta della nostra vita. Accade qualcosa (per esempio il raggiungimento di un obiettivo agognato o la dipartita di una figura cara) per cui vogliamo ricordarci di quello che abbiamo fatto, dove siamo stati, chi abbiamo amato, per cosa abbiamo sofferto.

Un tempo di mezzo secolo è un libro di memorie autobiografiche di Cristiana Buccarelli, pubblicato a novembre 2023 dalle Edizioni IOD, una scrittrice e un editore che amo. Racconta, come si evince dal titolo, i primi cinquant’anni di vita dell’Autrice, dalla nascita fino alla recente scomparsa del padre, al quale è dedicato:

A mio padre,

al cedro del Libano, 

alle mie radici.

E’ la ricostruzione del proprio percorso esistenziale (Cristiana è nata alla fine del ’73 a Vibo Valentia), in “un arco temporale a cavallo tra due secoli e due millenni”, attraverso foto, diari, appunti, post di Facebook, ma anche rievocando storie di famiglia, dialoghi avuti con persone care, accadimenti impressi nella memoria.

Un’autobiografia con la particolarità che nel romanzo non c’è come ci si aspetterebbe un io narrante, ma a vestire i panni di Cristiana c’è una Letizia, cioè l’autrice stessa con il suo terzo nome di battesimo, che in un giorno dell’agosto del 2023 torna a Vibo nella casa della sua infanzia. La vediamo scendere le scale che dal terrazzo portano al giardino e uscire per strada. È una passeggiata in cui si immerge in una sequenza di ricordi: la macelleria dove la nonna faceva la spesa, la scuola elementare, il negozio di giocattoli, il panettiere, il mercato coperto dove arrivavano dalle campagne le contadine vestite di nero. 

“Letizia ogni volta che va a Vibo torna carica di ricordi, come se diventasse una nuvola densa di pioggia. I ricordi li ha scoperti per anni nelle parole di suo padre, nelle strade, nei vicoli, nelle pietre, negli alberi del suo giardino. Laggiù c’è anche lei, una se stessa a volte dimenticata, ma che l’accompagna sempre. Non sa se è il tempo ad attraversarla, oppure se è lei che attraversa il tempo, ma è certa che non può afferrarlo, che non può fermarlo, che può solo custodirlo dentro di sé. Vuole attraversare quel tempo vissuto, tutto quel mondo scolpito e, attraverso la sua memoria individuale, ritrovare una memoria collettiva. Il fluire del tempo e della Storia.”

Nella prima parte (intitolata Nel secolo scorso), Letizia ricorda la casa in cui la famiglia va a vivere con lei neonata e i primi anni di vita a partire dal ’74 (un piccolo inciso per segnalare una coincidenza che mi è sembrata interessante: sono sicuro che la Buccarelli avrà notato che il 1974, l’anno dal quale si muove il suo racconto, è l’anno di pubblicazione di Care memorie di Marguerite Yourcenar, uno dei romanzi autobiografici più importanti della letteratura mondiale, primo volume della trilogia I labirinti del mondo, citata dalla protagonista tra le sue tante letture); poi ci sono le vacanze a Tropea, la scuola, la maestra, le prime compagne di banco, le figurine Panini, le biglie multicolori, i cuoricini di Das che un bimbo delle elementari, Angelo, le porge timidamente:

“Dopo moltissimi anni capirà che attraverso quel gesto innocente di Angelo le veniva detto per la prima volta che un giorno sarebbe stata una donna. Ciò le provocava rabbia era quella spinta al sentirsi per la prima volta parte dell’universo con un’identità precisa, femminile: era troppo presto per lei, non le piaceva, ci fiutava una trappola e voleva solo divincolarsi.” 

Ma la Buccarelli disegna anche il ritratto di un’epoca e di una società. Ricorda Moro, via Fani, gli anni di piombo, l’elezione di Giovanni Paolo II e l’attentato ad opera di Ali Agca, la strage della stazione di Bologna, – dove si trova a passare con la mamma poche settimane dopo l’attentato -, Vermicino, i mondiali dell’‘82.

Foto tratta da Un tempo di mezzo di Cristiana Buccarelli

E questa sarà una delle caratteristiche di tutto il libro: oltre ad essere un album di famiglia con una serie di foto familiari e di scatti sui ricordi più “intimi”, Un tempo di mezzo secolo è anche cronaca sociale. Esiste un dialogo permanente e ben equilibrato tra gli avvenimenti privati e l’evoluzione dell’Italia e del mondo nei cinque decenni raccontati, senza che il romanzo abbia pretese storiografiche o si appesantisca con elementi di saggistica. 

Dall’ ‘82, Letizia va a vivere in una nuova casa affianco a quella dei nonni. Saranno molti i traslochi raccontati e viene da dire, ricordando il bel libro di Bajani, che questo è anche un “libro di case”: la Buccarelli ci racconta quelle in cui ha vissuto, il loro carico di segreti, di cianfrusaglie, di odori, di musica. In quello stesso anno arriva improvvisamente la telefonata con la notizia della morte del nonno:

“L’unico che, passando veloce nel turbine di quegli attimi, si accorge di lei, rannicchiata sulla poltrona, è suo padre. La raggiunge, le fa una carezza sulla guancia, senza dirle nulla, ma lei, anche se è ancora piccola, intuisce che in quel gesto c’è tutto; il senso del passaggio della vita e della morte tra le generazioni, il senso del tempo che corre, il senso della famiglia e dell’essere insieme su questa terra.”

Passano le stagioni e per Letizia c’è il ginnasio e il liceo (con relativa gita scolastica dell’ultimo anno), sullo sfondo Gorbaciov e Reagan, Chernobyl e Siani. E nell’adolescenza si consolidano le prime passioni: i film d’autore, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e soprattutto la lettura, Calvino, Pavese, Bassani, Cassola, Bulgakov, la letteratura anglosassone… “i libri non le bastano mai”.

Per ciascun decennio Cristiana elenca con grande attenzione, oltre ai libri letti e alla musica ascoltata, i prodotti, i vestiti di moda, gli oggetti dell’epoca, in una sorta di malinconico dizionario delle cose perdute, quelle che emozionano il lettore suo coetaneo o più grandicello (attenzione che la parola “tinello” potrebbe commuovervi!).

Segue l’Università frequentata lontano dalla Calabria, a Napoli, i primi flirt e, col riferimento al millennium bug, si chiudono secolo e millennio.

Col Nuovo secolo si apre la seconda parte del romanzo, con soddisfazioni e delusioni, la tesi di laurea, i primi viaggi fuori Italia, ulteriori traslochi, i primi amori e l’“approdo” a Guido:

“Si accorge che lui possiede qualcosa di ancestrale e solitario, che rispetta quel patto tacito di silenzio fra loro e che riesce a captarla senza dover necessariamente sapere che cosa le passi per la testa: qualcosa di viscerale li unisce, senza l’intralcio delle parole.”

Ma col passare degli anni c’è un’esigenza che Cristiana, alias Letizia, avverte sempre più forte: scrivere. La Buccarelli trasforma in scrittura tutto quello che tocca. Scrivere e vivere cominciano a diventare due esperienze indissolubilmente legate, senza prescindere dall’impegno etico e dall’assunzione di responsabilità: le prime manifestazioni, la pace, l’ambiente, i temi sociali; argomenti però trattati senza la vanagloria del reduce, posti in un modo che trovo lucido e coerente.

Infine la perdita del padre, che una volta di più la indurrà a scrivere per lasciarne viva la memoria:

“Suo padre è dovunque, lo respira tra le mura, la sua aura continua a esistere e diventa per lei un riparo dal tempo.” 

Si è detto fin dall’inizio che Buccarelli con questo romanzo sperimenta l’autobiografia, un esercizio che richiede coraggio e metodo, che comporta benessere ma, nel contempo, anche qualche tormento. Lo fa con delicatezza e questa è, in breve, la qualità che permea tutto il suo libro. Un libro che invita il lettore a passeggiare insieme tra i luoghi cari, a sognare a occhi aperti il futuro, a condividere la meraviglia nell’aprire gli archivi della memoria. Un libro che ama le soste, quelle che ti ritemprano e ti riconciliano col mondo, su una panchina sotto un albero per guardarsi indietro e compiacersi del lungo cammino fatto; con i ricordi che riaffiorano e i nomi di vecchi amici e le confidenze che pensavamo dimenticati che come bolle vengono a galla. E il modo in cui Cristiana ci racconta la storia della sua vita, disponendo di tutto un repertorio di immagini che non si sa se solo rievocate o anche inventate, potrebbe sembrare apparentemente frammentario, ma, se ci riflettiamo, questo non è quello che succede quando si frequentano i ricordi?

Gigi Agnano