Intervista a Teresa Ciabatti per “Donnaregina” (Mondadori, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 9 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.9 Teresa Ciabatti, “Donnaregina” (Mondadori)

Che quei soldi avrebbero preso un’altra strada non ci voleva un professore a capirlo: depositi della camorra per stipare pacchi alimentari… cibo che dai politici viene assegnato ai boss in cambio di voti. Un giro d’affari enorme. Un periodo felice per la criminalità, dalla quale lui prende le distanze. Nei bunker si brinda al terremoto dell’Irpinia. L’unico tra i superboss a non aver mai lucrato sulla tragedia è lui.” 

​Da irpina, il mio ricordo del terremoto del 1980 è feroce. La me bambina di cinque anni che dormiva in auto, il terrore di vedere la casa annientata e l’ansia di tornare nel proprio letto sono immagini indelebili. Solo da adulta, attraverso saggi e romanzi, ho scoperto cosa si celasse dietro quella tragedia, consumata in barba a un popolo in ginocchio. In quel mondo, i fatti di cronaca si sono sempre mescolati ai racconti sussurrati per strada, esattamente come accade in “Donnaregina” (Mondadori) di Teresa Ciabatti. 

​In quest’opera stratificata, la camorra e il boss Giuseppe Misso fanno da cornice a una trama di autofiction ben più disturbante. Al centro troviamo una giornalista ambiziosa che, per l’esigenza di brillare ancora una volta, si immerge nel sottomondo criminale napoletano. Ne emerge una Napoli legata a doppio filo ai suoi “rappresentanti” oscuri, una città che solo i suoi figli possono permettersi di denigrare. La protagonista si rifugia in un racconto che tenta di far emergere il “lato umano” del boss, ignorando deliberatamente la verità dei documenti processuali pur di assecondare l’immagine magnanima che Misso vuole imporre. 

​Tra i due si instaura un legame narcisistico e parassitario: un gioco di specchi dove ciò che resta nell’ombra è, per entrambi, la parte più ingombrante della vita. 

​Mentre la donna rincorre la gloria letteraria attraverso le confessioni di un criminale, tra le mura domestiche si consuma il dramma silenzioso di una figlia tredicenne, sprofondata nella depressione e autolesionismo. Qui il romanzo cambia pelle: non è più solo la cronaca di un clan, ma un’indagine spietata sull’indulgenza che gli adulti si cuciono addosso per sopravvivere alla genitorialità. 

​Il confronto tra i due genitori è impietoso: da un lato
Giuseppe Misso, il boss efferato che rompe i codici della camorra riconoscendo l’omosessualità del figlio, ma solo per dipingere se stesso come un padre compassionevole; dall’altro la giornalista che cerca una diagnosi medica per la figlia non per curarla, ma per catalogare il dolore e schermarsi dal senso di colpa. 

​La domanda che percorre la narrazione è brutale: è possibile nascondere la sofferenza dei figli in un angolo remoto solo per sentirsi al sicuro? Possiamo usare il loro dolore come sollievo per le nostre mancanze? 

​Lo stile della Ciabatti è ermetico e ossessivo. La sintassi procede per frasi brevi che ignorano l’ordine cronologico per seguire quello del trauma. I salti temporali riflettono lo stato d’animo di una voce narrante inaffidabile, sospesa tra complessi di inferiorità e deliri di onnipotenza. Napoli, infine, appare avviluppata nelle sue trame, una metropoli che la protagonista osserva con cinico distacco mentre cammina verso Chiaia, consapevole di un tempo che fugge mentre, sul fondo, “scintilla il mare”. 

​”Donnaregina” non cerca la simpatia del lettore. È un libro che mette a nudo l’egoismo degli adulti e la fragilità dei figli, usando la cronaca nera come pretesto per svelare l’ambiguità della memoria.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Elvira Seminara per “Lunario dei giorni insonni” (Einaudi, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Elvira Seminara, “Lunario dei giorni insonni” (Einaudi, 2026).

Quanti di noi, durante una fase della propria vita, hanno vissuto la notte fino all’alba, per godere del silenzio, del tempo lento, delle prime luci di un giorno qualunque che nasce?
Questo è il mondo di Iris, alla soglia dei cinquanta, divorziata, disillusa, ironica e malinconica, che soffre di acufene e insegna ai dirigenti delle aziende a parlare e scrivere in modo “empatico”. 

Lunario dei giorni insonni (Einaudi, 2026) è il disegno di una raffinata cartografia della solitudine contemporanea. Attraverso la voce di Iris, la protagonista, Elvira Seminara trasforma l’asocialità in una forma di resistenza poetica, consegnandoci un’opera strutturata come un mosaico di schegge notturne. 

​Iris è un personaggio di rara complessità: una donna che abita una realtà “aumentata” da un’intelligenza che non smette mai di processare dati: combatte contro quello che definisce un cervello bicomponente, un generatore incessante di rimpianti e ossessioni. Il ronzio dovuto alla malattia non è solo un disturbo fisico, ma il rumore bianco del mondo che lei tenta di addomesticare attraverso liste minuziose e la ricerca ossessiva del vuoto assoluto, proiettando i suoi desideri verso Alert, il punto abitato più a nord del pianeta.

seconda parte


​Seminara esplora le relazioni umane non come legami idilliaci, ma come pura materia d’attrito. Che si tratti della convivenza con il coinquilino Jacopo o del legame doloroso con la vicina Aida, come anche dei ricordi delle relazioni familiari, la narrazione rifugge ogni pietismo. Il tema della solitudine si intreccia con quello di una natura “elettrica” e malata, suggerendo un parallelismo inquietante tra il disastro climatico, le piante estranee che crescono spontanee, l’inaridimento della terra  e quello dei sentimenti. 

​Lo stile dell’autrice si conferma “malincomico”: un impasto sapiente di ironia e cinismo che induce al sorriso e, un istante dopo, alla commozione. Iris non concede indulgenza a nessuno, men che meno a se stessa: il suo sguardo osserva il mondo attraverso la “Teoria del Ragno” di Henry James: una tela flessibile e trasparente che, se spezzata, distrugge la capacità stessa di percepire il reale. 

​Il vertice emotivo del romanzo coincide con la morte di Aida. In questo passaggio, Iris — che vive di distanze e rifugge il contatto — riscopre il potere del tatto. Citando Lucrezio e l’Odissea, la protagonista comprende che è l’essere accarezzati a sancire lo stato di vita. In un estremo atto di pietà, accompagnato dalle note di Volare, il confine tra i vivi e i morti si fa poroso e paradossalmente rassicurante. 

​Con questo romanzo, Elvira Seminara ci sfida ad affrontare una domanda cruciale: perché abbiamo tutti orrore del vuoto? Iris ci insegna che nel silenzio e nel bianco non c’è solo assenza, ma una forma di ascesi necessaria per sopravvivere al rumore del mondo.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Roberta Lepri per “La gentile” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 8 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.8 Roberta Lepri, “La gentile” (Voland).

In un’epoca dove i diritti delle donne alla libertà di scelta, all’indipendenza e all’autonomia, in primis di pensiero, vengono urlati nelle piazze e nelle istituzioni affinché vengano ascoltati e rispettati, mi sono imbattuta nel romanzo La gentile, ultimo lavoro di Roberta Lepri, già vincitrice dal Premio Chianti 2024 con DNA Chef

L’opera, che si presenta come un romanzo storico, sottolinea la necessità delle donne che abitavano un tempo non troppo lontano da quello attuale di affermare, attraverso il garbo, la propria identità femminile e lottare per l’autodeterminazione. 

Da una raccolta epistolare e una ricerca documentale sulla figura di spicco di Alice Hallgarten Franchetti, l’autrice disegna una parabola universale sulla colpa e sulla redenzione. 
​Non si tratta di una semplice cronaca storica, ma di una narrazione di scavo che utilizza la parola per illuminare gli angoli bui dell’interiorità delle protagoniste. Roberta Lepri dimostra una scrittura elegante e puntuale, capace di declinarsi in registri differenti per restituire la distanza tra i due mondi rappresentati. 


Da un lato abbiamo Alice, figura storica realmente esistita, che vive la filantropia come un disperato tentativo di colmare un vuoto affettivo; il suo registro è alto, riflessivo, intriso di una malinconia colta e corredato da un femminismo sottile appena accennato, ma preponderante. Dall’altro c’è Ester, figlia di contadini, per la quale l’autrice adotta un registro più asciutto, crudo e pragmatico, specchio di una realtà dove la sopravvivenza non ammette fronzoli linguistici. 

​Il rapporto tra le due donne è una spirale di DNA: vicine ma mai sovrapponibili, unite da un senso di responsabilità che diventa maledizione. Questa complessa dinamica è narrata con un forte distacco analitico: l’autrice osserva e descrive le differenti derive dell’animo umano senza giudizio, lasciando che i fatti risuonino nei comportamenti delle due protagoniste. Se Alice si rifugia nel rimpianto e nell’autoindulgenza della propria solitudine dorata, Ester incarna una cenerentola moderna che non aspetta il principe, ma impara a mettere da parte la gioia “come il grano in estate”, consapevole della sua estrema rarità e cogliendo il buono anche nella sventura con un coraggio senza pari.

Metafora del racconto è l’uroboro, simbolo di un’energia che si consuma e si rigenera, proprio come il legame indissolubile tra la baronessa Alice Hallgarten Franchetti e la giovane Ester, così come la forza di quest’ultima che riesce a rialzarsi con dignità anche in situazioni di estrema avversità. 


​Nonostante lo sfondo sia ricco di eventi cruciali (dalla Prima guerra mondiale all’ascesa del fascismo, fino alle ferite del secondo dopoguerra) la storia non schiaccia, ma funge da reagente chimico che svela la vera natura dei personaggi e ne caratterizza i dettagli. 

“La vita cambia di colpo e tu credi che non riuscirai a sopportarlo. Invece ti abitui e vai avanti. Poi, dopo un po’, quello che all’inizio pareva assurdo diventa normale. Continuare senza impazzire ha comunque un prezzo.” Questa citazione riassume la filosofia dell’opera: l’adattamento come forma di sopravvivenza, ma anche come mutilazione dell’anima. 

​Centrale è il tema della famiglia, come in altre opere dell’autrice, intesa non come luogo di accudimento ma come fonte di ferita e tradimento. Il romanzo ci ricorda che la cicatrice inflitta da chi dovrebbe amarti è l’unica da cui non si può fuggire, nemmeno attraverso la filantropia o la ricchezza. 

La riflessione disincantata del finale è tanto sconcertante quanto vera: la vita è assurda e necessitiamo tutti della qualità dell’arrendevolezza di fronte agli eventi, una “gentilezza consapevole”, ascetica, filosofica, quasi buddista, che permette di cogliere piccole sfumature di colore in un’esistenza segnata dal buio di sofferenze e sogni infranti. 

La gentile è un romanzo che racconta la vita vera e che interroga il lettore sul costo della benevolenza e sulla crudeltà dell’esistenza. Roberta Lepri ci consegna una storia dove non ci sono vincitori, ma solo esseri umani che cercano di non soccombere sotto il peso del proprio destino. 
È un passaggio perfetto per chiunque voglia capire come il passato continui a vibrare nel presente, proprio come un filo intrecciato in un telaio antico.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Nadia Terranova per “Quello che so di te” (Guanda, 2025) – Capitolo Zero: Ep.7 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.7 Nadia Terranova, “Quello che so di te” (Guanda, 2025).

 Quello che so di te, di Nadia Terranova, edito da Guanda, è uno dei più bei libri che ho letto nel 2025. Ho avuto l’immenso piacere di conoscere la scrittrice, già pluripremiata con diversi riconoscimenti per i suoi lavori e di ritrovarla come docente per un corso di scrittura. Questo rapporto sottile, creatosi sulla base delle parole, ci ha portate qui, a questa chiacchierata, ultima intervista di Capitolo Zero de Il Randagio Rivista Letteraria, per quest’anno che si chiude.

Finalista allo Strega, il libro affronta la tematica femminile da tanti punti di vista: storico, fattuale, critico.
È il racconto della donna imperfetta, stanca, avvinta da una società che non le dà spazio per esprimere quello che vuole e circondata da una realtà che a volte le è da sostegno e talaltre la giudica e cerca di nascondere le sue imperfezioni e debolezze, in virtù della salvaguardia di un’idea di donna resiliente ad ogni evento, che non ha la facoltà di arrendersi, una super-donna che non si lamenta mai, capace di resistere a qualunque cosa la investa durante un’intera esistenza.

È l’emblema dei ciò che il patriarcato ha reso le donne, ieri e oggi.

Il romanzo, autobiografico e di ricostruzione storica della vita e in particolare della “pazzia” della bisnonna dell’autrice, nasce con un’esigenza ben precisa: la necessità per chi diventa madre di comprendere quel nuovo stato di cose, inaspettato, caotico, dolorante, terrorizzante e dolcemente avvolgente. 
Uno stato di cose che porta il peso enorme della responsabilità personale, del non potersi ammalare, del non poter impazzire per il bene dei figli, e il peso sociale delle continue etichette affibbiate alle madri, alle donne, che fanno loro da recinto, un recinto a volte talmente tanto alto da chiuderle in uno spazio soffocante. 

Finiamo schiacciate da domande create apposta per paralizzarci, vicoli ciechi che ci portano dritte al collasso performativo. Lasciateci libere di non farcela, né come madri né come artiste. Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace.”

La trama si divide e si intreccia in due filoni distinti e complementari: la narratrice, appena divenuta madre, conoscendo per sentito dire la storia  della sua bisnonna, internata per un periodo in manicomio all’inizio del novecento, avverte da un lato il timore di trasmettere geneticamente la follia a sua figlia e dall’altro la paura di impazzire, venendo meno alla sua presenza e al suo ruolo genitoriale.  Spinta da un ricordo, un sogno ricorrente che le fa da propulsore, decide di approfondire quella pazzia e si addentra in un complicato lavoro di ricerca fra registri, documenti, voci che confermano, sconfessano, raccontano e nascondono.

Le caratteristiche dello stile della Terranova si ripetono amabilmente: la magia, i sogni premonitori, il dialogo aperto con l’aldilà, sono un filo conduttore del romanzo, poiché fondanti di un rapporto con la vita passata che si propaga inesorabile nell’esistenza attuale dell’autrice. Come pure lo sfondo siciliano, il racconto delle tipicità delle persone che nascono, crescono e vivono nella terra d’origine della Terranova: “I siciliani non litigano, si offendono”. Non litigano per mantenere il silenzio intorno a ciò che accade. Un silenzio che copre tutto un mondo, come una nube grigia. Un silenzio che si ritrova anche nel personaggio della Mitologia Familiare: un personaggio corale fatto di voci che dicono senza dire, parlano senza parlare, di eventi celati, rimescolati, rivisitati e corretti per proteggere, per riattaccare ancora una volta le etichette sulla realtà delle donne. Una realtà che non lascia spazio alla libertà totale, considerata da sempre, nel femminile, un segno evidente di stranezza, di eccesso, di follia.

Quello che so di te è uno di quei romanzi da tenere nel cassetto e ogni tanto rileggere con cura, con una prospettiva nuova, cogliendo i suoi dettagli e le sue straordinarie finezze, con attenzione, come fosse un manuale per non impazzire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Remo Rapino per “La scortanza” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.6 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.6 Remo Rapino, autore de “La scortanza” (Minimum Fax, 2025).

Il romanzo “La scortanza” di Remo Rapino, pubblicato da Minimum Fax, si inserisce nell’epopea letteraria degli “sfasulati” (i marginali) cari all’autore, aggiungendo un tassello fondamentale al mosaico di esistenze narrate precedentemente in opere come Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, vincitore del premio Campiello 2020. 

Attraverso la voce unica del protagonista, Rosinello Capobianco, l’autore dispiega un flusso di coscienza sulla memoria e la ricerca del senso della vita, come esorcismo alla dimenticanza, all’oblio, alla “scortanza”. 

​Rosinello, seduto sulla solita panchina della solita piazza del paese, conta le mattonelle sconnesse “a tre a tre”, come, secondo lui, andrebbero annoverati i ricordi, e ci introduce in un universo fatto in parte di memoria e in parte di immaginazione e sogni mai realizzati. 

​Questa incessante rievocazione di ciò che è stata la sua vita, non è solo nostalgia, ma un’azione vitale per contrastare la dimenticanza, l’aria pesante del declino, l’avvicinarsi della fine e il senso di impotenza che ne deriva. L’immersione del lettore in questo flusso è totalizzante e trasmette non soltanto il disagio della vita ai margini, ma la straziante consapevolezza che dopo la morte inevitabile, si cadrà nel buco del dimenticatoio. 

​Uno dei vari fili rossi del romamzo è il tema del nome e il potere che esso esercita sulla vita delle persone. Il protagonista stesso è afflitto dal suo nome, Rosinello, un appellativo che sente come un peso, quasi un destino segnato. 

Nel racconto il ruolo del destino è centrale, con un paragone fortissimo della fortuna o sventura con il biglietto pescato a caso dal pappagallo del circo. Il biglietto sventurato diventa un’etichetta perenne a cui l’uomo si assuefà senza poter controvertire il suo futuro, con arrendevolezza, affrotando dolore e sacrificio. 

Nonostante il senso di estrema solitudine e il rimpianto di non aver potuto costruire una famiglia, per cui il protagonista incolpa soprattutto il suo biglietto sventurato, Rosinello non è propriamente solo, ma ha un forte legame con la comunità che lo circonda: il paese, ingombrante, invadente, che costruisce un’identità di nomignoli e soprannomi che superano l’anagrafe e montano un’impalcatura di rapporti e legami potenti e onnipresenti.  

La forza del romanzo risiede nel suo linguaggio poetico e gergale, la vera marca stilistica di Rapino. L’autore crea un impasto linguistico unico, che mescola il dialetto abruzzese con un italiano sgrammaticato e desueto, rendendo la voce di Rosinello autentica e commovente. 

​La struttura del racconto è fluida, con pochi segni di interpunzione, a simulare il flusso ininterrotto della mente. Questa necessità narrativa è l’espediente attraverso il quale si restituisce dignità e voce a chi è stato derubato della memoria e della parola. Con La scortanza Rapino aggiunge un altro capitolo all’epopea degli ultimi, dimostrando come, anche dal margine della società, si possa rileggere e dare senso all’esistenza. 

​Un romanzo sulla resilienza della memoria contro l’oblio, un canto che è al tempo stesso dolcissimo e doloroso, e che, attraverso la filosofia spicciola di Rosinello, promette che finché si ricorda, la vita non è del tutto finita. 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.