Jenny Erpenbeck: “Kairos” (Sellerio, trad. Ada Vigliani), di Valeria Jacobacci

Trecentonovantuno pagine di pensieri , sentimenti, emozioni di una giovane donna in un particolare momento della sua vita ma anche della vita del suo paese: ci troviamo nel 1988 a Berlino, lei a Est del muro, lui a Ovest, fra poco il muro crollerà ma nessuno dei due può prevederlo e forse neanche auspicarlo. Infatti nella mente di lei campeggia lui, sono quindi in due nella sua testa ed è lei la protagonista, anche se il romanzo è narrato in terza persona e l’autrice usa sempre il tempo presente, quasi volesse abolire i passaggi temporali per privilegiare il continuum di un flusso di coscienza spiato dall’esterno. Questa tecnica, che fotografa l’istante e lo ferma, potrebbe creare un diaframma fra il racconto e il lettore, lasciando  libertà di scelta fra osservazione e immedesimazione ma è subito chiaro che la protagonista resta lei, la ragazza, che un giorno incrocia lo sguardo di uno sconosciuto sull’autobus preso al volo in un pomeriggio di pioggia.

Se la ragazza fosse la Marinella della ballata di Fabrizio de Andrè, “tu lo seguisti senza una ragione…” , il romanzo finirebbe molto prima ma Katharina non è una sprovveduta e non l’attende la morte ma una vicenda amorosa che giunge spesso a fargliela desiderare. In un rapporto asimmetrico nel quale fin dal principio un fascinoso scrittore cinquantenne concede alla bella studentessa universitaria una relazione senza diritti, deve essere soprattutto chiaro che lui si terrà come più gli aggrada una moglie, un figlio, un’amante fissa e molte amiche occasionali. Non le chiarisce che lei non potrà essere libera neanche in parte, del resto alla ragazza non importa.  E’ questa la prima chiave d’interpretazione: la manipolazione senza scrupoli del più forte sul più debole, del resto l’autrice chiarisce presto che il professore ha vissuto i primi anni della sua vita durante il nazismo, ha fatto parte della Gioventù Hitleriana.

Sarebbe però troppo facile attribuire a questo la tossicità del rapporto, lui si è allontanato dal modello malefico da molto tempo, è moderno, liberale, simpatico, trasmette da una radio la sua pregevole cultura, ama la musica classica, l’arte e, ovviamente, la letteratura. Gli incontri non sono occupati solo dal sesso, si direbbe che due anime si siano incrociate e che si amino incondizionatamente, al di là del bene e del male, si potrebbe dire. E’ così? Libri, sinfonie e gallerie d’arte sono interessi condivisi, i due bastano a se stessi, sono paghi di sé, si vedono nei caffè e nei ristoranti, la moglie di lui non prova neanche a indagare sulle sue giornate. Fin quando non lo caccia di casa.

Così per un po’ i due stanno insieme nella stanza da studentessa di Katharina, una magnifica Boheme carica di tenerezza. Quando e perché l’idillio finisce? Se solo Katharina fosse capace di approfittare del vantaggio conquistato le cose potrebbero volgere al bene ma, come in tutte le vite, le difficoltà si affacciano a rompere i più miracolosi equilibri. Katharina deve completare gli studi e lui non può perdere la famiglia. Lei si trasferisce per studiare e lui torna a casa. Finisce qui? Troppo facile.

La vita presenta il conto, i due si amano troppo per rinunciare e lasciarsi, bisognerebbe che oltre ad amarsi fossero capaci di volersi bene.  Forse non succede quasi mai ma nel caso di questa coppia è davvero impossibile. La città sta cambiando e così accade anche di loro, il crollo del muro non rimette le cose a posto, prima da Ovest si poteva andare a Est e non il contrario, era lui ad andare da lei e non il contrario, una metafora dell’asimmetria del rapporto? La libertà non coincide con i diritti, riconosciuti, per tardi che sia. Così la libertà non è per i due amanti. Katharina vive nonostante, che dovrebbe fare? Ha una storia con un compagno di corso, viene scoperta, pensa di poterne parlare con l’amante come aveva imparato a fare per ogni cosa della sua vita, come se lui fosse una parte non separata di se stessa.

Le conseguenze sono disastrose, lui non è affatto pronto per questo, soffre come mai prima nella vita. La lascia. Lei non accetta, non vuole essere lasciata e dovrà pagarne le durissime conseguenze. L’amore si ammala, come qualunque altra creatura vivente, lei sempre più vittima con colpe da espiare, fino a farsi frustare, a cambiare il sesso in tortura, tradisce ancora, perfino con una donna, non c’è altro da fare. Tutto può finire in un dramma a fosche tinte ma è proprio l’arrendevolezza di Katharina a salvarla, accetta di farsi tormentare anche psicologicamente pur di non essere lasciata. Lui registra cinque cassette della durata di un’ora ciascuna nelle quali elenca le sue colpe alle quali lei dovrà rispondere per iscritto. Sarà mai perdonata? Di cosa deve essere perdonata? Di avere ucciso l’amore.

Alla fine delle cinque cassette tutto è cambiato, la città più di qualunque altra cosa, i locali chiudono, istituzioni, imprese, uffici, vengono chiusi, lui non potrà più lavorare in una radio che non c’è più. Anche questa storia vede la fine, per inedia e disperazione, dopo aver resistito a lungo lei si arrende, e forse anche lui: dopo essersi lasciati e ripresi per tre volte, alla fine l’ultima è la definitiva, forse senza che neanche se ne rendano conto. Un’amara conclusione, in un clima di generale sconfitta. L’ex ragazzino della Gioventù Hitleriana  ha avuto una misteriosa vita da spia, della quale lei non ha mai avuto idea. Ora non c’è più niente da spiare. Il muro è caduto. Il crollo è assordante.

Il romanzo ha vinto l’International Booker Prize 2024. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Laura Acero: “Donne della nebbia” (Ventanas Edizioni, trad. Serena Bianchi), di Valeria Jacobacci

“Ci sistemiamo nelle sala da pranzo della casa, una grande tavola di legno su cui dispongo il materiale, e ci sediamo sulle panche, assi di legno in bilico su alcuni mattoni e casse di birra.”

Dopo un lungo percorso in auto un gruppo di donne, attraversata una parte del Pàramo di Sumapaz, in Colombia, arriva nel luogo deputato per un laboratorio di scrittura molto particolare. Sono donne avvolte nella nebbia, donne della nebbia, come recita il titolo del romanzo.

Il Pàramo di Sumapaz è infatti una regione pianeggiante in mezzo alle Ande, a venti chilometri da Santa Fé, semi inesplorata, ricca di un fascino di sacralità, dovuta anche a un clima dominato dalle escursioni termiche, gelo e pioggia con improvvise schiarite, sullo scenario di una laguna ritagliata nell’azzurro abbacinante, in alto, a mille metri sul livello del mare, in  mezzo alle montagne. Chi sono queste donne?

Il titolo originale del romanzo è “La paramera”. La donna che abita questo paesaggio è figlia della natura selvaggia che la circonda, ma figlia sofferente e ribelle, ansiosa di scavalcare il limite e darsela a gambe. Non è nella psiche di tutti la voglia di varcare il confine alla ricerca della libertà? Se lo è per tutti, in questo romanzo si tocca con mano l’allarme che sa di disperazione, uno stato di allerta. Senza contare la situazione politica –  immersa da sempre nelle guerre civili che strappano i figli alle madri, che scaraventano i corpi di rivoluzionari di infinite rivoluzioni  (memorabile quella del non lontano 2005),  nell’Iconanzo, un suggestivo burrone dentro un canyon senza fondo – qui è soprattutto l’isolamento del territorio a creare il clima claustrofobico che riempie gli uomini di follia. L’immenso spazio è circoscritto, la vastità non serve a niente se non si scorge la via di fuga. Non sono però gli uomini ad accorgersi di tutto questo ma le donne. Perché?

Probabilmente è l’essere madri, corpi addetti al ciclo della riproduzione, a rendere le donne più esasperate e quindi consapevoli, determinate. La maternità è trappola e salvezza contemporaneamente. Lo sente la protagonista della storia, una giovane professoressa, laureata all’università di Bogotà, altruisticamente protesa verso le sorelle, contadine, offuscate dalla nebbia di una vita isolata, nella realtà primordiale della solitudine. Lo sentono tutte, protese più o meno consapevolmente alla conoscenza, perché della conoscenza si tratta.

L’originale laboratorio di scrittura costringe la prof a percorrere parecchi chilometri per realizzare il progetto, affidando il figlio di appena sette mesi al marito, affettuoso e comprensivo, ben diverso dai compagni delle altre donne del gruppo. Il proprio corpo le ricorda ogni paio d’ore di essere madre, le esigenze del neonato le riempiono il seno di latte. Il rapporto con il corpo è difficilissimo per lei, non per le sue allieve, anni luce lontane dai problemi delle donne occidentali degli Stati Uniti o della vecchia Europa,  immerse nel mondo del lavoro, al quale hanno dato la precedenza assoluta su tutto, in particolare sulla maternità. L’assurdo è nel fatto che questa ostacolante maternità  è l’unico bene prezioso. Questo le donne del laboratorio di scrittura non lo sanno e forse non lo sapranno mai.

La più simile alla prof è Adriana, spregiudicata, tenace, pronta a cogliere la prima occasione per fuggire all’incubo del compagno ottuso e assillante con il suo bisogno di sesso. Adriana fa il bagno nella laguna durante una breve sosta del tragitto in macchina verso il luogo della riunione letteraria.  Un bagno fisico e allegorico. La prof ammira il corpo nudo stillante acqua gelida, il groviglio dei capelli bagnati e le gambe robuste e forti. Niente di esile in questi corpi di donne andine, niente personaggi eterei.

L’unica astrazione è la scuola di scrittura che dovrà servire come psicanalisi per indurre a raccontare l’indicibile e il mai raccontato: esercizio psicanalitico alla ricerca almeno della consapevolezza di sé. La libertà nasce appunto da questo. Il torbido di quello che Freud definisce “inconscio” sta nella condizione originaria della creatura umana, che tutto riconduce al sesso. Nelle civiltà occidentali un tortuoso cammino ha portato a dissotterrare quell’ascia di guerra che in mezzo alle Ande è ben in chiaro. Qui fra le montagne gli uomini sono dei bruti. Sono rozzi e ignari,  non possono nascondersi perché non immaginano di doverlo fare. Per questi uomini quasi non c’è differenza fra donne ed esemplari femminili di altre specie: servono a sfogare l’impellenza dell’istinto. Non essendo completamente allo stato primitivo, a volte cantano ballate romantiche, ispirate ai fuorilegge o a chi tale è considerato, chi può saperlo.

Tuttavia la civiltà, se così vogliamo definirla, si fa sentire nonostante, in qualche modo si è sempre fatta sentire: la cultura è il passaporto per una vita diversa. Non tutto quello che è ferino lo è fino in fondo, tutto e tutti possono cambiare, benché essere scaraventati nel burrone sia davvero orribile. L’autista Albeiro trasporta le donne con il suo mezzo sgangherato verso il laboratorio, e loro arrivano, e cominciano a raccontare le loro storie. Raccontano di gravidanze a tredici anni, di botte, di soprusi, di amplessi sopportati. L’istinto è potente. L’essere donna è la carta vincente. Le donne sono abituate ad avere figli che alleveranno da sole, perché gli uomini le abbandonano invariabilmente, secondo la loro natura. L’amore materno spalanca gli orizzonti e mette in chiaro la strada da seguire. La cultura legata al cibo, la coltivazione e la sua preparazione sono il segno della vita che continua. La voglia di vivere viene da lì. E’ forse per questo che due forze uguali e contrarie si sfidano in questo mondo primitivo. La corsa verso la conquista della libertà, oltre i confini delle montagne – scuola, università, altre lingue e altri mondi – da una parte, e bellezza di paesaggi, odori e sapori di una terra fantastica, istinti travolgenti,  la sacralità della madre e del suo corpo, dall’altra. Se il maschio nel suo istinto è bestiale anche la femmina lo è. Se la natura selvatica del Pàramo è crudele, la sua bellezza è sacra, affascinante e indimenticabile, come un paesaggio magico o stregonesco. Allontanarsene porta la nostalgia ancor prima di partire. Chi passerà le montagne? Lo faranno i libri. Come afferma l’autrice colombiana,  Laura Acero, dalla non lontana Università: “la letteratura non deve essere un saggio con note a pié di pagina” .

Le storie di donne sono tutt’altro che rare nel nostro attuale panorama letterario,  gli scaffali delle librerie ne sono pieni. La lotta per affermare diritti delle donne sempre negati s’imbatte oggi nell’incredibile realtà dei continui femminicidi, proprio nel moderno mondo occidentale, e proprio nel nostro avanzato paese. In più, i fantasmi del passato risorgono nel mondo arabo, gli uomini coprono le donne con spessi drappi di stoffa, terrorizzati all’idea che possano sfuggire al controllo. Non è un problema geografico. Forse è un problema antropologico? Religioso? Psicanalitico? La prima cosa che s’impedisce alle donne in quel tipo di mondo è l’istruzione. Proibito alle donne andare a scuola. Nel Pàramo nasce invece un laboratorio di scrittura. Va bene. E’ da qui che si parte e si riparte. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Milan Kundera: “Lo scherzo” (Adelphi, trad. A.Barbato), di Valeria Jacobacci

Lo scherzo” è il primo romanzo di Milan Kundera, finito di scrivere nel 1965, fu pubblicato nel 1967, quando l’autore era ancora membro del partito comunista cecoslovacco. Ma: “La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.” 

     

Nel 1968 la Primavera di Praga cambia completamente le prospettive, Kundera accoglie con speranza il movimento, rappresenta finalmente la sua personale visione del socialismo. Sarà la causa della sua seconda espulsione dal partito, che lo costringe a lasciare l’incarico di docente all’Università per emigrare poi in Francia. I rapporti con la Cecoslovacchia sono interrotti, scrive in francese, per molti anni non permette che i suoi romanzi siano tradotti in lingua ceca. “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è stato pubblicato in Cecoslovacchia solo nel 2006.

    “Lo scherzo” ha sicuramente una forte impronta autobiografica, sempre più interessante, man mano che il tempo passa, illuminando gli eventi successivi, forse consequenziali dei fatti storici narrati e delle relative vicende umane.

      Il nome del protagonista è Ludvick, lo stesso del padre e del cugino di Kundera.

     Il padre era direttore dell’Accademia musicale di Brno, pianista famoso, il cugino, più grande di età, era un artista poliedrico, scrittore, pittore, studioso del dadaismo. 

       E’ evidente come questa formazione di stampo occidentale e liberale mal si adattasse a un qualunque regime, benché la passione per il partito fosse in lui sincera e appassionata.

       E’ infatti questa la nota dolente. Il disinganno politico è il leit motiv di tutta l’opera, si svolge con ritmo musicale come la sinfonia che l’autore avrebbe composto se non avesse optato per la letteratura. Così la polifonia dei personaggi si sviluppa per contrapposizioni e controcanti, riproponendo la stessa storia da punti di vista diversi. 

    Oltre al protagonista, Ludvick, i personaggi sono: Helena, giornalista, comunista sincera, moglie dell’uomo che condanna Ludvick a lasciare il  partito e gli studi, sottoponendolo alla leva e poi al carcere, rubandogli la giovinezza, la speranza e l’amore;  c’è poi Jaroslav, amico di gioventù, testimone della passione per la musica popolare, anima e propaganda del partito, ispirazione  di musicisti come il russo Šostakovič, che combinava la tradizione russa con le correnti occidentali del Novecento, censurato e riabilitato solo dopo la morte di Stalin; Kostka, uno dei narratori, è il medico che gli deve un favore e gli presta l’appartamento, dove Ludvick incontra Helena, la possiede senza esserne attratto fisicamente e al solo scopo di vendicarsi del marito, Pavel. E poi le donne, oltre Helena, una categoria a parte, creature astruse, inconoscibili, incomprensibili. 

     Un giorno Ludvick torna nella sua città, la trova brutta, con la piccola piazza che sembra il cortile della caserma dove è stato rinchiuso da ragazzo, sulla piazza affaccia la camera d’albergo che ha prenotato, si presenta squallida e inadatta all’incontro con Helena. Così gli viene in mente il dottor Kostka, che risolve il problema prestandogli casa sua ma lo porta anche, del tutto inconsapevolmente, a rivedere l’amore della sua vita: Lucie Sebetkova.

Ludvick ha bisogno di un barbiere, forse per rendersi piacevole e in ordine per la giornalista che deve incontrare il giorno dopo, e, nel negozio dove il dottore lo accompagna, prende posto sulla poltrona girevole abbandonandosi alle cure di una donna senza guardare il suo aspetto. 

   E’ una pagina da non perdere. L’amorevole cura di mani estranee diventa carezza conosciuta e dimenticata, conservata in un angolo dell’essere, fin quando lo sguardo corre allo specchio dove si rivela un viso ma è impossibile incrociare occhi che guardano altrove. 

    Quando il lettore vorrebbe saperne di più la parola passa ad Helena, che nel capitolo successivo racconta l’appuntamento del giorno dopo con l’uomo che potrebbe, se lo volesse, portarla via dal marito e dalla figlia.

    E’ patetica. “Che la tristezza non sia unita al mio nome” pensa Helena citando Fucik, lo scrittore cecoslovacco assassinato dal regime nazista, eroe e difensore del comunismo. Questa passione politica la connota, in questa si riconosce ed è l’unica cosa alla quale resta fedele. Infatti tradisce regolarmente il marito, non lo ama più da tempo, forse perché a sua volta ha una relazione con una ragazza, molto  più giovane di lei. 

    Quando si sono sposati erano compagni di partito. Era stato il partito a imporre a Pavel di sposarla: niente di privato fra i compagni, tutto in comune, perfino l’amore. 

    Di recente Helena non ha esitato a denunciare i costumi scorretti di una compagna che ha una storia con un uomo sposato. Il partito li obbliga a lasciarsi, la ragazza perde il lavoro, Helena non ha rimorsi. Domani andrà da Ludvick.  

    Il tragico (e comico) errore di Helena è di fraintendere del tutto le intenzioni di Ludvick, che ai suoi occhi appare leggero, innamorato, divertente, sincero. 

Ludvick  è  tutt’altro, si dimostra cinico, spietato, avvelenato, ma la sua attitudine a fraintendere le donne è del tutto giustificabile.  

Com’è brutta la Morava!” esclama affacciandosi sullo squallido paesaggio del lungofiume.

  “ Tutto aveva avuto origine – ricorda –  dalla mia infausta tendenza agli scherzi idioti e dall’infausta incapacità di Marketa di capire gli scherzi. Marketa apparteneva a quel tipo di donna che prende tutto sul serio.” 

La cartolina con lo scherzo recitava:  “L’ottimismo è l’oppio dei popoli. Lo spirito sano puzza d’imbecillità. Viva Trockij! Ludvick” 

Marketa è bella e stupida, anche l’ideologia lo è. Stupido e ottuso è lo spirito del partito, nazista o comunista che sia. 

    La ragazza prende tutto alla lettera, e tuttavia non avrebbe fatto caso alle frasi di Ludvick, canzonatorie del suo ingenuo entusiasmo, che scambia un ritiro imposto per un premio. Tutti gli amici dell’università la prendono in giro ma nessuna testimonianza si leverà in difesa di Ludvick quando la cartolina viene intercettata e lo fa passare per dissidente e trockista. Niente potrà convincere i suoi giudici che si trattava di uno scherzo. 

     Ludvick si convince poco per volta della propria colpevolezza, tanto forte è il condizionamento ideologico. E’ proprio questo il dramma.

    Marketa ha un’indole buona (oltre che stupida), presa dal rimorso per aver abbandonato Ludvick al suo destino di traditore, gli propone di tornare con lui, in realtà per redimerlo, secondo il cliché di moda.

   Finalmente il giovane millantatore, che si fa scudo dell’umorismo per darsi il coraggio di accostare una ragazza, di avere un’esperienza sessuale che finora non ha avuto, potrebbe raggiungere il suo scopo. Ma non è così che intende soddisfare il suo desiderio. È stato innamorato, non è sentirsi perdonato di una colpa che non ha commesso il modo per realizzare un sogno.

  E’ la perdita dell’innocenza. Si tratta davvero di innocenza? Non è forse una maschera quella che indossava quando, cercando di conquistare Marketa, si fingeva spregiudicato, esperto, sicuro di sé?

   Da questo momento il dubbio è la diretta e vera conseguenza dello scherzo. 

    E’ propria di Kundera l’analisi dello stato di coscienza, la ricerca della verità interiore. Anche il più puro dei sentimenti, come la fedeltà al partito o l’innamoramento, possono  avere un’ambiguità di fondo. Ne deriva un tetro pessimismo, una depressione che Ludvick interpreta come malinconia, dalla quale si allontana quasi suo malgrado, seguendo i compagni della caserma nelle rare libere uscite  a caccia di prostitute. 

   Niente può cambiare la parte buona che ha dentro, nessuna donna merita disprezzo, non è il soddisfacimento dell’istinto che può placare la malinconia, lo sa Ludvick, e in fondo lo sanno anche i suoi compagni. Le ragazze disposte a darsi dietro compenso non sono vere prostitute, vanno nei locali per incontrare i soldati delle caserme vicine, sembrano voler consolare, svolgere un compito, fanno parte di un sistema. 

    Ludvick è perso: fuori dal partito e dagli studi non è niente, sembra un frate francescano che abbia smarrito la fede e, nonostante tutto, resti un mistico. Gli tocca subire la punizione da parte di un tribunale che somiglia a quello dell’Inquisizione: il tribunale di un partito che più di tutto teme appunto la perdita del credo da parte di quanti ne fanno parte. 

    Nelle numerose interviste concesse, Kundera torna spesso sull’idea dei totalitarismi che trattano gli esseri umani come bambini, deresponsabilizzandoli, chiedendo loro di non pensare, non decidere, di abbandonarsi a una volontà superiore. 

    Nel 2008 è stato trovato un documento negli archivi della polizia di Praga che farebbe pensare a una delazione ad opera di Kundera contro un ragazzo accusato di spionaggio. Sarà proprio questo giovane, condannato a ventidue anni di reclusione, ad aver ispirato il personaggio di Ludvick?  

   La biografia dello scrittore contiene abbastanza elementi da far pensare che l’esperienza del rifiuto e l’abbandono della patria gli siano stati sufficienti a elaborare la sua visione del mondo. Se fosse anche presente il rimorso? Sì. Il rimorso fa parte di tutto questo, se non nello specifico caso (che non è possibile chiarire) nella comune responsabilità  di aver partecipato a un piano che, piuttosto che salvifico, si è rivelato distruttivo.

    Le donne hanno un ruolo fondamentale in questo sistema di pensiero, nessuno più di loro è capace di non pensare, di abbandonarsi all’emozione, al sentimento e alla passione, capace anche di cambiare e di perdonare. Se c’è qualcosa che Ludvick non sa fare è perdonare. In lui l’assenza di giustizia provoca desiderio di vendetta, a lungo meditata e portata a compimento con risultati sorprendenti. 

    Non così per Lucie, della quale gli sfugge completamente il senso della personalità e, fino all’ultimo, il mistero della storia. 

Perseguitata e derisa per aver subito uno stupro, la ragazza viene riabilitata troppo tardi e troppo tardi Ludvick capirà i motivi della sua ritrosia.

  “E fu allora che vidi per la prima volta Lucie – racconta –  perché non le passai accanto senza fermarmi?

   Lucie sarà capace di amarlo incondizionatamente, senza pretendere niente e tuttavia senza darsi mai, almeno non fisicamente.

    Sarà lo scioglimento di questo mistero a lenire infine l’animo esacerbato di Ludvick? 

   Le persone contro le quali sferra la sua vendetta ne usciranno indenni. Al contrario, sembrerà proprio questo l’inizio di una vita guarita da ogni veleno, in qualche misura, sanata.

La patria tornerà a essere bella, forse non dovrà vergognarsi di averla amata, tanto tempo fa.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Antonio Franchini: “Il fuoco che ti porti dentro” (Marsilio), di Valeria Jacobacci

In copertina l’immagine di una giovane donna (da una foto di Charles H. Traub, Naples, 1985) suggerisce quel fuoco di cui il titolo precisa, perfetta sintesi della storia, “che ti porti dentro”.

La ragazza non è una signora, appare scanzonata, stringe fra due dita affusolate, l’indice e il medio della mano destra, un mozzicone di sigaretta che regge fra le labbra, consumato quasi fino al filtro, mentre gli occhi scuri leggermente socchiusi ammiccano di sfida, il viso è angoloso ma i tratti sono regolari. Piccoli cerchi si intravedono alle orecchie, i capelli sono bruni, il pullover è rosso, un paio di occhiali da sole sono infilati nello scollo, non sono appariscenti, le unghie sono laccate di rosso ma tagliate corte. La sua età non arriva ai trenta, non trapela l’adolescenza o l’infanzia, non si prevede una vecchiaia. 

    

Come tutte le immagini, informa su luci e colori tralasciando sensazioni tattili e olfattive, anche per questo, nel primo paragrafo del primo capitolo la frase “mia madre puzza” colpisce il lettore come un affronto, invitandolo a continuare a suo rischio e pericolo. Può darsi che alcuni abbiano chiuso o siano andati poco più avanti per riprendere la lettura in un altro momento, o non riprenderla affatto, una reazione comprensibile considerando quanto la madre, il suo odore, il calore e la morbidezza del suo corpo siano alla radice della vita di ogni essere umano. Poco conta la proposizione concessiva che precede: “Benché da molti sia considerata una bella donna”. 

La prima pagina continua impietosa, senza parafrasi e senza allusioni, con il preciso intento di provocare da subito repulsione e disprezzo. Mettendo subito le cose in chiaro, l’autore avvisa che “nessuno di noi si sente in imbarazzo, nessuno prova vergogna”, il corpo umano puzza, come testimoniano le filastrocche imparate dalla nonna che parlano di puzze e puzzette, i bambini di solito ridono, si divertono: al mondo puzzano tutti, i bambini più degli altri. 

Allora qual è il problema?  Arriva il momento della fuga. Lontano dalla madre, lontano dal Sud, lontano dalle contraddizioni. Perché i figli possono odiare? Di solito lo fanno quando sono o si sentono respinti, quando non si riconoscono in chi li ha messi al mondo, quando non sono incoraggiati. In questo libro di memorie non solo la madre è protagonista, entrano in gioco la storia e la terra. 

La storia è quella che dagli anni Sessanta arriva ai giorni nostri, la terra è un meridione contraddittorio e diviso fra città e provincia, non troppo diverso, se si riflette, dalla dicotomia città-campagna presente anche al Nord, come in alcuni romanzi di Pavese. A questo segue la naturale contrapposizione Nord Sud.

Nel napoletano, in realtà, le differenze esistono molteplici nelle diverse classi sociali, sono frammiste a pregiudizi  ostinati, si sviluppano in stratificazioni complicate e antiche, si scontrano e si affrontano in una lotta senza fine. Non è la cultura che manca. Tutti, più o meno, ne posseggono una parte cospicua, fatta di sovrapposizioni di epoche e influenze diverse, il risultato di un irrimediabile cinismo sviluppato forse nei secoli.      

Angela, la madre mai chiamata mamma, ma sempre con il suo nome di battesimo, che, fra l’altro e chissà perché, non le piace, viene in città dalle montagne del Sannio, da un paesino del beneventano, Cautano, è di umili origini, quando si trasferisce in città, a Napoli, è solo una bambina, il padre muore quasi subito, con la madre e una sorella affronta le difficoltà e la miseria del dopoguerra. 

Aiutate da alcuni parenti di condizioni sociali più elevate, le donne riescono a superare le iniziali difficoltà, una sorella si ammala e muore, l’altra, Angela, conquista il cuore di un quarantenne della buona borghesia, scapolo, deciso, dopo alcune storie d’amore, a crearsi una famiglia con una donna di vent’anni più giovane, estranea al suo ambiente. Si tratta forse di una scelta di comodo, ma c’è un prezzo da pagare ed è quello dell’impossibilità di intesa fra educazione e gusti diversi, pagheranno i figli questa incongruenza di base.

A questo punto è Napoli la protagonista, o, meglio, il teatro di un intreccio che rappresenta gran parte del tessuto sociale così spesso descritto e analizzato da scrittori e commediografi, fino a creare stereotipi, categorie false o travisate, spesso lontane dalla realtà perché non si tratta di un’unica realtà. Il cliché è nel teatro di Eduardo ma esistono altre dimensioni. Viene in mente una versione di Napoli, quella descritta nei romanzi della Ferrante, dove “Un’amica geniale” scavalca con intelligenza le distanze sociali, sicuramente meno vera, meno interessante e priva di drammaticità, molto diversa dalla protagonista di questo romanzo, una storia, in ogni caso, spostata più avanti di qualche decennio, dove si sente, nonostante tutto, l’odore di cucina e i pettegolezzi delle portinerie.

Le canzoni romantiche ottocentesche, le gouaches del Settecento restano nei salotti, la generazione alto borghese che ha vissuto guerra e dopoguerra frequenta i circoli dove si va in barca a vela e si gioca a carte, non si può fare a meno di pensare a “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, è questo l’ambiente al quale appartiene il marito di Angela.

Lei, invece, è consapevole di una difformità di fondo, aggravata dal fatto di venire dalla provincia, ma non lo riconoscerà mai, tutto si tramuta in odio, nel disprezzo che non dipende dalla consapevolezza di un’ingiustizia, più auto inflitta che voluta da altri, è, piuttosto, un senso di superiorità, il suo, con il quale combatte tutto e tutti sentendosi scaltra, più dotata di chiunque, in diritto di criticare, infierire, giudicare.

  Almeno è così che il figlio la percepisce. Angela ha frequentato il liceo classico e la Facoltà di Lettere ma parla esclusivamente in dialetto, un napoletano ricco di sfumature diverse tratte dal Sannio, origini di cui è orgogliosa perché i Sanniti sconfissero e umiliarono i Romani alle Forche caudine. Quasi tutti nel romanzo parlano in napoletano, in stridente contrasto con la prosa elegante del narratore, c’è differenza fra il napoletano parlato dalle persone colte e quello aspro di Angela, arricchito di continue invettive fra le più truci e volgari.

C’è da immaginare le difficoltà e le sofferenze dei figli, costretti a vivere nel contrasto fra la vita esterna e quella fra le pareti domestiche, dove il padre si muove come un fantasma, in un alone discreto di profumo, in abiti ricercati o in pigiama e veste da camera. 

Non è in questo il vizio capitale della donna. Il suo peccato è una cattiveria di fondo che le fa negare qualunque valore umano, è lo scherno, l’aggressività con la quale si scaglia contro il mondo intero. E’ davvero così? E’ questo il fuoco che la brucia dall’interno? Perché? 

E’ un vizio personale o la prerogativa di una napoletanità esattamente opposta all’immagine comune di “gente col cuore in mano”? Una questione di quartiere? Perfino la gente  umile a Posillipo o a Chiaia è diversa da quella del Vasto o della Ferrovia. Eppure Angela costringe il marito ad abbandonare l’antica  via Bausan per una casa rumorosa nel caotico centro a ridosso della Stazione dei treni, la “ferrovia”.

Anche questo fa parte di una particolare concezione borghese: il marito accontenta la moglie nelle sue richieste e in cambio ha la libertà di vivere fuori casa, nel suo studio di commercialista o nei circoli che lei non frequenta. Non ha nessuna importanza che la donna abbia modi da megera e abbia portato in casa una madre che è peggiore  di lei, le donne contano molto poco, l’importante è vivere la propria vita, fuori della famiglia e nonostante la famiglia.

Un padre da odiare? No. La colpa è della madre, mai solidale, neanche con le altre donne, soprattutto con le altre donne. La sua colpa è la protervia.

Difficile dire se questa condizione, aggravata da un orgoglio smisurato, sia stata la conseguenza di un difficile dopoguerra, se abbia colpito solo una città come Napoli, o se sia una dimensione umana che si raggiunge quando imitare modelli considerati superiori appare un’impresa impossibile che genera solo odio, se questo accada ad alcune persone in particolare o si tratti di un problema più specificamente sociale. 

In alcuni luoghi comuni di Angela si vedono chiaramente le grettezze di ambienti molto ristretti, l’angustia dei paesi piccoli, dove l’artigiano è di più del contadino, dove le donne stanno appostate dietro le finestre per spiare le malefatte altrui, quelle stesse che una volta in città pensano di poter diventare furbe e accalappiare mariti o amanti che le mantengano, quelle che non hanno riguardo per la virtù e oltraggiano chiunque, virtuoso o vizioso che sia. E’ questo il cattivo odore.

 E’ davvero così? Si tratta esclusivamente di questo? 

Questo romanzo non parla di questo. Non si tratta di questo. Il lettore si accorgerà di essersi sbagliato. Allora non potrà fare a meno di sentirsi scosso. E commosso. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Annalisa Angelone: “Diana Spencer. Morte, mito e misteri” (Alessandro Polidoro Editore), di Bernardina Moriconi

Il 31 agosto 1997 moriva nella galleria dell’Alma a Parigi la Principessa Diana. A quasi trent’anni da quel tragico incidente che costò la vita anche al suo compagno Dodi Al-Fayed e all’autista Henri Paul ancora  troppi appaiono i misteri irrisolti che circondano quell’evento.

Ciò che invece è assodato è che quella fine prematura ha consegnato la bionda principessa inglese alla leggenda trasformandola in una delle icone, forse l’ultima in ordine di tempo, di quel ventesimo secolo che volgeva alla fine. E se la sua vicenda nuziale con l’erede al trono britannico aveva per un momento reso realistico e tangibile il mito fiabesco di Cenerentola, il rapido epilogo di quelle nozze aveva confermato che l’happy end  raramente si realizza nella realtà, ma aveva anche rivelato all’opinione pubblica la capacità di questa  giovane donna di svestire gli abiti di principessa per indossare quelli di una  Wonder Woman, capace di destreggiarsi tra mondanità e battaglie sociali, avviate, queste ultime, malgrado ostilità e pericoli: prima fra tutte quella intrapresa dopo la sua missione umanitaria in Angola e poi in Bosnia per l’eliminazione delle mine antiuomo, i cui effetti devastanti, soprattutto sulle fasce più deboli delle popolazioni, Diana aveva  avuto la possibilità di osservare con orrore in prima persona: “Dopo la sua morte, ne erano disseminate nel mondo circa duecento milioni, quattrocento se si contavano anche quelle stoccate, per un valore complessivo di circa un miliardo e quattrocento milioni di dollari”.

Di tutto questo ci parla il libro di Annalisa AngeloneDiana Spencer. Morte, mito e misteri” (Polidoro editore), che offre al lettore un contributo interessante e prezioso per addentrarsi nella breve ma intensa vicenda umana di Diana, vicenda di cui il libro illumina su molti punti non chiari o poco noti e nel contempo racconta e fa conoscere, anche alle giovani generazioni, questa straordinaria figura di principessa lontanissima dai cliché: un mix di ingenuità e seduzione, di apparente remissività e di audace caparbietà, tormentata e spesso ferita dalle sue relazioni sentimentali, ma sempre sorridente e spensierata nelle immagini che la ritraggono accanto ai suoi bambini che non vedrà diventare uomini.

La Angelone ovviamente non ha pretese di  giungere alla soluzione di un caso che ha impegnato per anni apparati giudiziari e polizieschi e che ha visto sorgere anche tesi di uno strampalato complottismo come quella secondo cui l’omicidio sarebbe stato orchestrato dalle associazioni di fiorai per realizzare vendite eccezionali in occasione del tragico evento oppure quella (udite! udite!) secondo cui Diana sarebbe stata eliminata avendo scoperto che i reali inglesi erano in realtà lucertoloni che avevano assunto sembianze umane…  

E proprio per la vastità ed eterogeneità di materiali informativi, Annalisa Angelone rivela in questo lavoro tutta la sua professionalità e competenza giornalistica nel verificare fonti e confrontare dati, alla ricerca non di una verità accertata, ma almeno di elementi che, tralasciati o ignorati in modo approssimativo o sospetto, possano contribuire a delineare i possibili scenari che avrebbero portato a una morte non accidentale ma congegnata come una accuratissima operazione di Intelligence. 

Anche perché con l’accrescersi della sua  popolarità, le scelte di vita della principessa creavano disagio e preoccupazione: sia nell’ambito della famiglia reale, che mal tollerava il probabile matrimonio con un miliardario arabo; sia presso le alte sfere politiche e militari, e non solo britanniche, per quell’impegno che  si era tramutato quasi in una crociata contro le mine antiuomo: “Nell’agosto del 1997 la battaglia contro le mine aveva dato grazie a lei risultati insperati. Con l’adesione di Clinton e il trattato di Ottawa in via di approvazione la messa al bando internazionale stava per diventare realtà.”  Insomma, in pochi anni la timida fanciulla si era trasformata in una donna fiera e audace: in una parola, scomoda. Ne è una prova inconfutabile il fatto che, ci informa l’autrice, il governo americano conservi ancora oggi nei suoi archivi ben 1.190 documenti segreti sulla principessa inglese.

Il libro di Angelone si legge insomma come una intrigante spy story, corredata però di note e di un’ampia bibliografia finale che ne attestano lo spessore documentario. Nelle oltre 370 pagine del volume la scrittrice si sofferma anche su altri molteplici aspetti e momenti di Diana, la principessa triste e la mamma allegra, la donna umiliata che affida il suo riscatto al glamour di un tubino nero (il Revenge Dress) e quella che cerca sicurezza e conforto nella fede e per la quale fu fondamentale l’incontro con Madre Teresa di Calcutta che forse fu una delle prime a cogliere lo spessore spirituale di Diana Spencer.

C’è da chiedersi, a questo punto, se quella frase che – durante una delle sue abituali visite in ospedale – Diana rivolse come estrema forma di conforto a un malato terminale: “Ce la spasseremo di più dall’altra parte” si sia avverata per lei almeno in quel di là, da cui forse ogni tanto lancia uno sguardo distratto e soave vero quest’atomo opaco del male.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.