Elias Canetti: Le voci di Marrakech (Adelphi – trad. Bruno Nacci), di Gigi Agnano

Ritenuta per molto tempo un’opera marginale, Le Voci di Marrakech (Die Stimmen von Marrakesch, pubblicato nel 1967) è invece senz’ombra di dubbio uno dei libri più belli e affascinanti di Elias Canetti. Ed essendo anche il più accessibile, può sicuramente considerarsi come il miglior viatico per affrontare l’universo complesso del pensiero del Premio Nobel bulgaro, naturalizzato inglese, di lingua tedesca.  

Nato come resoconto di un viaggio del 1954 al seguito di una produzione cinematografica, queste note, meglio dire queste impressioni e riflessioni offrono, in quattordici racconti senza alcuna trama, un sorprendente ritratto della città marocchina e dei suoi abitanti, con straordinarie descrizioni di piazza Djema El Fna, del suk, della Mellah (il quartiere ebraico) e dei loro frequentatori, mendicanti ciechi, bambini, poeti di strada, asini picchiati brutalmente e cammelli portati al macello, tutti, uomini e bestie, accomunati da una drammatica lotta per la sopravvivenza. 

Ma non si pensi di poter ridurre il libro di Canetti ad una guida turistica per quanto splendida, in quanto la descrizione della città è personale e disorganica e trascura luoghi d’interesse che il turista potrebbe ritenere imperdibili. Inoltre, le osservazioni della città sono spesso solo lo spunto per digressioni di carattere filosofico universale.

Quegli scorci, quelle piazze e quelle strade, quei vicoli dove perdersi è la normalità, quelle terrazze dei caffè, quei cortili che offrono rifugio dal caos e dai rumori, stimolano non solo l’esplorazione dei luoghi, ma soprattutto invitano ad intraprendere un percorso a ritroso in cui lo straniero viaggia verso se stesso: 

“Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.”

In questo labirinto di strade e di mercati, di posti incantevoli e desolati, Canetti – un po’ flaneur alla Benjamin, un po’ Orwell che nel ‘39 aveva scritto di un suo viaggio in Marocco – tesse una ragnatela di storie vivaci, compone una sinfonia con le voci e i bisbigli, i mormorii e le urla di dolore e di gioia di una vasta gamma di personaggi; inquadra peraltro con le sue acute sequenze anche la pena degli animali, all’ultimo gradino nella scala degli sfruttati e dei derelitti.

Le prime pagine del libro immergono il lettore tra la folla di Djemaa el Fna, la piazza centrale di Marrakech, un microcosmo della città stessa con una sua particolare vitalità. Qui i cantastorie ipnotizzano e catturano il pubblico col racconto di antiche epopee, mentre acrobati, incantatori di serpenti, musicisti e artisti offrono il proprio talento a locali e turisti. 

Dalla piazza il narratore si sposta verso il suk, il labirinto di stradine dove riecheggiano le grida melodiche dei venditori d’acqua o i ritmi ipnotici di musica Gnawa che si fondono coi suoni anche religiosi della città, la chiamata alla preghiera dai minareti o i canti mistici sufi. 

Una moltitudine di voci ma anche una mescolanza di lingue incomprensibili di mercanti e artigiani e musicisti rivenienti da diversi contesti etnici, comunità culturali distinte che lavorano, vendono, contrattano, suonano gli uni accanto agli altri.

Ci sono uomini che cantano il nome di Allah; o un mendicante cieco, un marabù che si infila in bocca e mastica la moneta ricevuta in elemosina per identificarne il valore ma anche per dare la sua benedizione al donatore:

“Il vecchio aveva finito di masticare e sputò fuori la moneta. Si girò verso di me e il suo volto era raggiante. Recitò per me un versetto di benedizione che ripetè sei volte. La gentilezza e il calore da cui mi sentii pervaso mentre lui parlava, non li ho mai ricevuti da nessun altro essere umano.”

L’atmosfera è decisamente diversa nella Mellah, il quartiere ebraico che peraltro oggi è scomparso. Essendo Canetti sefardita di origine spagnola, la visita alla comunità giudaica di origine iberica dà al suo viaggio il sapore di un ritorno a casa, alle origini. In tal senso Marrakech non è un qualsiasi posto esotico, ma un luogo legato profondamente alla sua storia personale. 

Qui lo sguardo dell’autore avverte l’urgenza di penetrare spazi privati, di andare nelle case e nei cortili, catturando momenti reconditi di vita familiare, di solidarietà tra vicini, di relazioni interpersonali. Se nella descrizione della varia umanità osservata negli spazi aperti Canetti ci costringe a confrontarci con i nostri pregiudizi, ad abbracciare la diversità, ad imparare la lezione di convivenza di Marrakech; dall’altra parte, nel mostrarci lo svolgersi nella Mellah della vita a porte chiuse, ci invita ad apprezzarne il senso della comunità, ad essere genuinamente empatici, a predisporci positivamente all’ascolto dei meno fortunati. Scrive: “La mancanza di tempo è mancanza di empatia per il mondo.”

Occupandosi di una città ancora all’ombra del protettorato francese, Il libro suscita e ha suscitato giocoforza dibattiti sulla difficile questione dei rapporti tra Oriente e Occidente, tra islam, ebraismo e cristianesimo, tra colonialisti e colonizzati, sfruttatori e sfruttati. L’autore è stato da più parti accusato, forse a ragione, di un approccio “orientalista”, secondo la definizione di Edward Said, per aver adottato un certo numero di stereotipi e di cliché: l’Oriente misterioso del genere Mille e una notte, il potere erotico delle donne orientali, la pigrizia degli arabi, i cammelli, i bazar, la violenza sugli animali, ecc… Un’altra accusa mossa all’autore è di scarso interesse per i problemi sociali, politici ed economici, non avendo tenuto conto delle forti tensioni tra popolazione locale e colonizzatori (il viaggio è del ’54 e l’indipendenza del Marocco verrà conseguita nel ’56). C’è stato anche chi ha tacciato Canetti di razzismo e di misoginia, laddove invece ci sembra che abbia proposto, come già detto, una visione sensibile ed empatica, mai giudicante, sottolineando gli aspetti di pluralità etnica, culturale e religiosa. Potremmo senz’altro sbagliare, ma non crediamo infatti che Le voci di Marrakech abbiano una finalità “ideologica”, o che l’intenzione di Canetti, fatta salva la dimensione etnologica e antropologica, fosse quella di produrre un lavoro di saggistica erudita, bensì un’opera decisamente letteraria, poetica e narrativa, che celebra la gioia per tutto ciò che è umano.

“Quando si viaggia si prende tutto come viene, lo sdegno rimane a casa. Si osserva, si ascolta, ci si entusiasma per le cose più atroci solo perché sono nuove. I buoni viaggiatori sono gente senza cuore.”

Le voci di Marrakech, infatti, sono prima di tutto un’esperienza mistica e sensoriale, che immerge i lettori nelle immagini, nei suoni e negli aromi di spezie e d’incenso. Un mondo in cui lingue, tradizioni, storie e religioni si fondono armoniosamente, creando un patchwork di vita ricco e complesso. Dalle vivaci piazze ai vicoli stretti e ai mercati, la capitale culturale del Marocco del ’54 emerge come una città che esalta le differenze e abbraccia la moltitudine. Un felice esempio di convivenza che vedrà un punto di rottura proprio nel ’67, l’anno di pubblicazione del libro che coincide con la guerra dei sei giorni; e che risulta di grande attualità ed interesse oggi se si considera col senno di poi il manifestarsi di integralismi e fanatismi nell’ultima parte del Novecento e in questo primo scorcio di millennio.

Voci, citazioni acustiche, suoni che sopravvivono a tutti gli altri suoni: ogni pagina del romanzo è come la traccia di una playlist o l’episodio di un podcast, ogni racconto mette il lettore all’ascolto. E a me che non amo particolarmente gli audiolibri è capitato tra l’altro di avvicinarmi a Le voci di Marrakech nella versione recitata a Radio 3 (“ad alta voce”) da Toni Servillo, che è un’esperienza facile da recuperare e che, in questo caso specifico, mi sento di consigliare. Segnalo infine che su YouTube è possibile reperire stralci di una lettura del 1985 dello stesso autore, vecchio, provato, ansimante, che risulta commuovente anche per chi non mastica alcuna parola di tedesco.

Gigi Agnano

“Gaza” di Gad Lerner (Feltrinelli) e “Palestina Israele” di Mario Capanna e Luciano Neri (Mimesis): due libri in una recensione, di Amedeo Borzillo

Recensire due libri insieme non è usuale ma questi due “saggi” sulla questione israelo-palestinese e sulla guerra in atto in Palestina forse lo richiedono.

Un leader sessantottino (Mario Capanna)  mai pentito ed un giornalista (Gad Lerner) “sionista critico” ancora innamorato del suo Paese scrivono – mentre imperversa una guerra che ha assunto aspetti di rara brutalità, (36.000 morti e 90.000 feriti, paesi rasi al suolo, due milioni di palestinesi in fuga) – due diversi libri per arrivare ad una identica conclusione, condivisa da milioni di persone ma che ancora oggi viene ignorata dal Governo Israeliano e dai principali Governi del mondo occidentale. 

Fughiamo subito ogni dubbio sulla possibilità che siano “instant book” in quanto gli autori Capanna e Lerner sin dagli anni ’70 seguono le vicende della Palestina e di Israele in prima persona. 

I due autori sono stati entrambi partecipi, con ruoli di primo piano, del grande movimento giovanile che fu il ’68  (e gli anni successivi): Capanna da leader e Lerner da giornalista furono tra i primi a recarsi rispettivamente in Palestina ed Israele per portare solidarietà o semplicemente per capire e riferire a noi tutti cause e prospettive dello scontro in atto tra i due popoli.

Il libro di Capanna “Palestina e Israele” ha l’innegabile merito di storicizzare con date, eventi, Dichiarazioni e Risoluzioni ONU, Trattati di Pace stipulati e poi saltati, tutte le tappe che dal dopoguerra ad oggi hanno portato al 7 Ottobre ed alle terribili conseguenze, illustrandoci soprattutto le responsabilità israeliane e come le fazioni in campo palestinese giocassero ruoli e si ponessero obiettivi diversi. 

Il libro di Lerner “Gaza, Odio e amore per Israele” riesce, sia in chiave storico-politica sia in quella socio – antropologica, e  con gli occhi di un ebreo, a spiegarci come si sia arrivati ad un Governo in Israele che massacra un popolo, costruisce muri e semina rancori perenni,  indifferente al discredito ed isolamento internazionale cui le atrocità commesse lo stanno condannando.

Due analisi che viaggiano in parallelo e che in grandissima parte si integrano in una comune visione sia delle cause che delle possibili soluzioni.

I due autori infatti  alla condivisa condanna della Organizzazione politica Hamas e della strage del 7  Ottobre, aggiungono le stesse considerazioni, analizzandone genesi e cause che hanno decretato lo sviluppo e la popolarità fino all’egemonia di questo movimento a Gaza, e individuando dall’altro canto le precise responsabilità anche dirette nei Governi che si sono succeduti in Israele dalla fine degli anni ’80 in funzione anti Fatah.

“La lugubre popolarità di cui gode Hamas dacchè il suo popolo è divenuto oggetto di una vera e propria carneficina non mi ha fatto cambiare idea e resto convinto che Hamas sia una serpe in seno, nata e cresciuta tra i palestinesi , capace di esaltarli mentre li conduce alla rovina” (Gad Lerner).

Sia Lerner che Capanna hanno avuto precisi riferimenti: Alexander Langer il  primo e Yasser Arafat il secondo: un pacifista e ambientalista italiano e l’uomo dell’accordo di Oslo nel 1993. Entrambi perseguirono tenacemente l’obiettivo della Pace in Palestina senza riuscire a vederlo realizzato.

Sia Lerner che Capanna, nello scrivere i due libri,  hanno ripreso in mano i loro vecchi scritti riportandone considerazioni ancora attuali e ricordandoci che da quasi cinquant’anni è stato tutto un susseguirsi di errori e di assenze del mondo occidentale nel prendere decisioni e nel pretenderne il rispetto. Entrambi ritengono che lo svilimento del ruolo dell’ONU di cui Israele ha ignorato le Risoluzioni ha privato il mondo intero dell’autorevolezza di una figura internazionale, cui aderiscono 193 Paesi, e che resta  l’unica voce  riconosciuta a dirimere controversie tra Stati.

“il fatto spaventevole è che oggi non c’è parvenza di legalità internazionale e a dominare è la prepotenza del più forte. E’ questo il motivo per cui la guerra prospera e il mondo sta bruciando tra tensioni crescenti.” (Mario Capanna).

In occasione della presentazione organizzata da “il Randagio” del libro di Mario Capanna e di quella alla libreria Feltrinelli del libro di Gad Lerner,  che si sono susseguite nel giro di pochi giorni a Napoli, Il Randagio ha posto agli autori le stesse due domande: cosa fare nell’immediato e quale può essere la soluzione di questo secolare conflitto.

Ebbene, partendo da presupposti diversi, da storie diverse, entrambi ci hanno risposto allo stesso modo: CESSARE IL FUOCO subito e in prospettiva creare le basi per la costituzione di un vero Stato Palestinese che conviva pacificamente con quello di Israele. 

Per dirla con Bertold Brecht, “è la semplicità che è difficile a farsi”.  Ma è l’unica strada da percorrere.

Amedeo Borzillo

Stoner di John Williams: una profonda indagine nella natura umana, di Cristiana Buccarelli

Il romanzo Stoner di John Williams, pubblicato per la prima volta nel 1965, è stato nuovamente pubblicato dalla New York Review Books nel 2003 e in Italia nel 2012 da Fazi Editore (e nel 2020 da Mondadori). Esso rappresenta una vera e propria riscoperta letteraria che ha appassionato negli ultimi anni gli amanti della letteratura ed ha avuto un meritato successo internazionale di critica e di pubblico.

Quest’opera può considerarsi senza ombra di dubbio uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento, in quanto il suo autore, John Williams, riesce a raccontare con uno stile delicatissimo, poetico e mai separato dal contenuto, il modo in cui il suo personaggio, William Stoner, guarda il mondo e così ci trasmette una sua visione dell’esistenza. 

Il personaggio di Stoner, quasi sempre chiamato per cognome e basta, appare per molti versi di matrice biografica: si tratta di un professore universitario di letteratura del Missouri che conduce una vita molto normale, che potrebbe definirsi un personaggio ‘normale’, ma in realtà siamo di fronte a un personaggio straordinario che vive una vita qualunque, per quanto possa considerarsi tale la vita di chi si dedica per quarant’anni alla missione dell’insegnamento della letteratura e si nutre per tutta la vita di una passione feroce per quest’ultima.

Stoner proviene da una modesta famiglia di agricoltori, così come lo stesso autore, e inizialmente si iscriverà alla facoltà di Agraria, ma dopo poco tempo, stimolato dal suo stesso insegnante Archer Sloane, capirà di essersi innamorato della letteratura, così interromperà gli studi di Agraria e si iscriverà ai corsi di letteratura inglese.

‘Sloane guardò di nuovo William Stoner e disse brusco: Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?>>

Stoner sentì che le sue dita stavano allentando la presa dal bordo del banco. Voltò i palmi e si guardò le mani, stupendosi di quanto fossero scure e del modo perfetto in cui le unghie si adattassero alle estremità delle dita; gli sembrò di sentire il sangue scorrere in tutte quelle arterie e venuzze.

(…)

‘Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni’ 

Sarà poi lo stesso Archer Sloane che lo spronerà all’insegnamento.

<<Ma non capisce Mr Stoner?>> domandò: <<Non ha ancora capito? Lei sarà un insegnante>>

<<Come può dirlo? Come fa a saperlo?>>

<<È la passione, Mr Stoner>> disse allegro Sloane, <<la passione che c’è in lei. Nient’altro>>.

In nessun romanzo di formazione, a mio avviso, è descritta in una forma così limpida forte e viscerale la passione per la letteratura in cui può restare avvinghiato un essere umano. Ed è appunto questa passione che permea tutta la narrazione della vita di Stoner, un uomo normale e al tempo stesso straordinario.

Così come di passione assoluta si parla nell’incontro fra Stoner e Katherine, di cui egli s’innamora durante il suo infelice e perpetuo matrimonio con Edith, creatura meschina che vive solo di apparenze. 

Con Katherine figura di donna affascinante ed empatica, che entra in scena silenziosamente verso la metà del romanzo, Stoner vivrà quel genere di incontro che si ricorda per tutta una vita.

Come tutti gli amanti, parlavano molto di sé, perché così facendo gli sembrava di comprendere anche il mondo che li aveva creati’

Tuttavia le circostanze e la paura di uno scandalo nell’ambiente accademico – siamo nell’America puritana della prima metà del Novecento – costringeranno i due amanti a rinunciare l’uno all’altro, a causa dell’intervento di Lomax, acerrimo nemico di Stoner nel mondo accademico. 

Ad ogni modo c’è sempre in Stoner una profonda accettazione del suo destino a cui non riesce in fondo ad opporsi; egli appare come un personaggio profondamente umano e anche attuale nonostante sia stato creato nel ’65. Nonostante i fallimenti, le ferite e le delusioni di una vita, continuerà a mantenersi viva dentro di lui la fiamma della conoscenza e della passione letteraria.

Nell’estate del 1937 sentì riaccendersi la vecchia passione per lo studio e l’apprendimento. Con la curiosità e l’entusiasmo infaticabile dello studente, la cui condizione è sempre senza età, tornò all’unica vita che non l’aveva mai tradito. E scoprì che non se n’era mai allontanato, neppure al culmine della disperazione’    

L’opera di John Williams è stata anche definita il ‘romanzo perfetto’; a mio avviso  l’autore riesce a dimostrare attraverso di esso come l’esistenza più silenziosa possa diventare una delle storie più profonde, appassionanti e ricche spiritualmente, in grado di  emozionare il lettore: Stoner rappresenta infatti un miracolo letterario e ci dimostra che cosa sia la vera letteratura.

Vi è infatti un’indagine profonda nell’animo umano che l’autore compie, attraverso il suo personaggio principale, e anche attraverso altri personaggi ben delineati, di cui alcuni positivi e altri malvagi, inoltre nell’opera si pongono molti interrogativi sul valore dell’esistenza in sé, sul significato della vita e dell’amore. 

Il romanzo si chiude con un finale straordinario, in cui con estrema dolcezza si racconta come William Stoner raggiunga la fine della sua esistenza.

‘Aveva tutto il tempo del mondo. Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse come una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato…’

Si è dunque di fronte a un grande classico della letteratura, in grado di lasciare in chi lo legge un’impronta e una possibilità di riflessione interiore che difficilmente si dimentica.  

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Jesmyn Ward: “Salvare le ossa” (NN Editore – trad. Monica Pareschi) – Piccoli Faulkner crescono, di Gigi Agnano

Jesmyn Ward è nata a DeLisle in Mississippi nel 1977. Nella sua biografia si dice che con “Salvare le ossa” le è stato attribuito il National Book Award per la narrativa nel 2011 a soli 34 anni. Incuriosito vado su Wikipedia e trovo che è l’unica donna che dal 1950 l’abbia vinto per due volte, per la precisione il secondo nel 2017 con “Canta, spirito, canta”. Prestigiosi riconoscimenti che non mi sorprendono perché ho appena finito di leggere proprio un bel libro, con l’aura mitologica del “grande romanzo americano”. Le suggestioni infatti sono tante e portano a Faulkner, a Steinbeck, a Jack London, tanto per dire i primi nomi di cui si avverte un’eco.

Innanzitutto, per un dato geografico: Faulkner, classe 1897, veniva anche lui dal Mississippi, da New Albany, cinquecento chilometri più a nord di DeLisle, che invece è sul mare a uno sputo da New Orleans. In particolare, la Ward ha vissuto la sua infanzia in una comunità povera e prevalentemente nera dedita all’agricoltura.

Il romanzo di Faulkner che forse più ricorda “Salvare le ossa” è “Mentre morivo” del 1930, definito da Harold Bloom come “il romanzo più originale del XX secolo”, scritto all’età di 32 anni e pubblicato nel 1930 (sarà un caso, ma coincide anche il dato anagrafico…) 

Entrambi si svolgono in luoghi immaginari del Mississippi: As I lay dying nella “contea Yoknapatawpha” (la stessa de “L’urlo e il furore”); Salvage the bones nel “cuore nero” di un’inesistente cittadina dal nome di “Bois Sauvage”. 

In “Mentre morivo”, già dal titolo, si fa riferimento all’Odissea, alla discesa agli inferi di Ulisse, dove Agamennone, ucciso dalla moglie Clitemnestra, racconta le circostanze della propria morte. In “Salvare le ossa”, Esch, la protagonista, divora la “Mitologia” di Edith Hamilton, vibrando ammirata per la passione sconfinata di Medea. Esch di fatto riconosce di essere Medea nella sua parte fragile quando dice pensando a Manny, il ragazzo di cui – non corrisposta – è invaghita:

“Secondo me Medea ha provato la stessa cosa per Giasone quando l’ha conosciuto e si è innamorata di lui; forse l’ha visto e ha sentito un fuoco divorante attraversarle il petto, un fuoco che le faceva ribollire il sangue prima di evaporare, caldissimo, da ogni centimetro di pelle.”

Ma di Medea la Ward parla sin dalla prima pagina, nella bellissima dedica iniziale:

Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.”

Nel romanzo di Faulkner, in una terra che è allo stesso tempo arsa e piovosa, c’è il racconto di un diluvio, di una terribile inondazione, di un fiume che straripa portandosi via i ponti e le case e che rende epico il viaggio della famiglia Bundren. Il romanzo della Ward ha come evento centrale l’uragano Katrina del 2005, forse il più noto e grave abbattutosi sugli Stati Uniti, le cui devastazioni l’Autrice ha vissuto personalmente con i suoi familiari (anche l’uragano simboleggia Medea, che nel mito era tempestosa e devastante).

Non sarà sfuggito che pure “Furore”, il capolavoro di Steinbeck del ‘39, ricco di allegorie bibliche, si concluda sotto una pioggia torrenziale. E come si fa a non pensare a Jack London, in particolare a Zanna bianca, nelle scene del parto della pitbull e soprattutto in quelle tremende dei combattimenti fra i cani?

Dicevamo della protagonista, di Esch, che è anche la narratrice del libro. Ha quindici anni ed è incinta. Vive con i suoi tre fratelli ed il padre alcolizzato in una specie di discarica tra rifiuti, galline e carcasse di camion. Esch parla poco, nasconde la sua gravidanza, legge la mitologia greca immedesimandosi con le sue eroine e fa sesso con tutti gli amici dei fratelli perché è più facile lasciarsi toccare che chiedere di smetterla. Dice: “L’unica cosa che mi è sembrata facile fin dall’inizio, come nuotare nell’acqua, è stato il sesso. Avevo dodici anni. La prima volta l’ho fatto sdraiata sul sedile davanti nel camion di papà, quello col cassone ribaltabile. E’ successo con Marquise, che aveva solo un anno più di me.”

Sono bambini e adolescenti liberi ma abbandonati, con un padre ai margini, poveri e affamati, la cui madre è morta partorendo Junior, il più piccolo della famiglia, che trascorre le giornate scavando nella terra in mezzo alla polvere. I due fratelli più grandi sono Randall, il maggiore, che gioca a basket e spera di prendere una borsa di studi per meriti sportivi e il sedicenne Skeetah, il personaggio centrale del libro, la cui vita ruota intorno a China, la sua pitbull, che partorisce una fragile cucciolata nelle prime pagine del libro (se Esch era la parte vulnerabile di Medea, China ne è la parte brutale e leale).

Prime pagine da cui già emerge una fisicità che sarà presente in tutto il libro: la nausea di Esch, la pelle luminosa dell’amato Manny che l’ha messa incinta e la rifiuta, il vomito del padre incattivito dall’alcol, l’odore di cane bagnato dei ragazzi, il muco rosa di China nello sforzo del parto o gli occhi rossi di Randall che “sembrano schizzargli fuori dalle orbite”, la parvovirosi dei cuccioli, i capelli sciolti di Esch che la fanno sembrare “di un’altra epoca”. 

E questa fisicità spesso si trasforma in violenza. Nelle lotte tra i ragazzi nel bosco di querce, nella violenza del padre, nel sesso consumato nella sporcizia di una toilette o nello scheletro di un’auto, nella descrizione terribile e nauseante, ma di assoluto splendore estetico, del combattimento tra i cani… Tutto sembra voler ricordare – anche nella frenesia del ritmo – i miti greci tanto cari alla protagonista.

E, come nelle tragedie greche, il sangue sgorga e pulsa in tutto il romanzo, in un festival di metafore e di analogie. Il sangue “ha odore di terra calda e bagnata dopo un acquazzone estivo”, cade sulla sabbia in una raffica di goccioline luccicanti, si allarga sulla pelle come una medusa … C’è sangue sulle mascelle dei pitbull dopo l’accoppiamento per cui “sembrava che invece di amarsi si fossero azzuffati”. Il sangue disegna: disegna una curva tra le dita fino ai gomiti, disegna sul petto una fascia da miss, disegna una striscia sulla fronte come una bandana, sulla coscia come una giarrettiera cremisi. Il sangue può somigliare a una sciarpa o a una collana o a un nastro. Il sangue si fiuta e si desidera. Esch ricorda la scia di sangue per terra dal letto di casa al furgone lasciata dalla madre l’ultima volta che l’ha vista.

Eppure, a Bois Sauvage non manca la bellezza, che è soprattutto quella che si esprime nel legame fortissimo tra i quattro fratelli che rubano, si sacrificano, litigano per proteggersi a vicenda; o nel senso di protezione e di cura che Esch ha per il fratellino o Skeetah per i suoi pit bull. La Ward sa descrivere l’orrore e la tenerezza in ogni situazione e in ciascun personaggio. Personaggi che mostrano l’intera gamma di emozioni umane, contraddittori e per questo autentici, li riconosciamo e li vediamo vivere pienamente tra le pagine del romanzo. 

La storia di “Salvare le ossa” copre i dieci giorni della vita di questa famiglia prima dell’uragano Katrina, il giorno del diluvio e quello subito dopo. Alla povertà estrema, agli sforzi per sopravvivere, alla violenza, agli abusi sessuali, si aggiunge l’arrivo catastrofico della tempesta. Personalmente, prima di questo libro, mi è capitato di leggere un solo romanzo che abbia parlato di Katrina: “Zeitoun” di Dave Eggers, una sorta di saggio narrativo teso più a soffermarsi sui disastri causati dall’uomo, la miopia e l’inettitudine della politica, le incompetenze nell’organizzazione dello stato di crisi, l’abbandono della povera gente. In “Salvare le ossa” non c’è nulla di tutto questo. Il romanzo è una sorta di conto alla rovescia nell’ombra minacciosa della catastrofe, in cui è il padre dei bambini, Claude, che si preoccupa, nei rari momenti di sobrietà, di predisporre un qualche riparo in vista dell’arrivo dell’uragano, il cui passaggio, con venti a 150 miglia all’ora e la conseguente inondazione, farà sì che i nostri protagonisti dovranno lottare per mettere in salvo la pelle, perdendo comunque tutto il poco che hanno. 

Il giorno dopo il disastro gli scampati cercheranno di rendersi conto, spaesati, dell’apocalisse che il ciclone ha lasciato nella sua scia. Con gli edifici scomparsi, senza cibo, elettricità, acqua corrente, ecc… l’unica cosa che resta da fare è provare a sopravvivere.

Se si esclude qualche eccesso nelle descrizioni e nelle similitudini, e un’ingenuità nel far coesistere nella stessa ragazzina un linguaggio che passa dal volgare ai riferimenti alla mitologia classica, credo si possa tranquillamente dire che ”Salvare le ossa” è un romanzo che non ti capita di leggere tutti i giorni e che la sua autrice è un talento indiscutibile.

Ben lontano dall’estetica minimalista tanto in voga negli ultimi decenni, la Ward scrive, con un linguaggio altamente lirico, un romanzo di un realismo solo apparentemente tradizionale, ma fresco e moderno, emozionante e credibile.

Come quei cantautori che con pochi accordi compongono grandi canzoni, la Ward è capace di emozionare il lettore, di dargli tensione e magia, sangue e bellezza. E alla fine del libro scopri che quella storia non ti molla e pensi: che altro dovremmo chiedere all’arte e alla letteratura?

“Salvare le ossa” è il primo volume della Trilogia di Bois Sauvage, il secondo è “Canta, spirito, canta”, il terzo “La linea del sangue”, tutti pubblicati in Italia da NN Editore.

Gigi Agnano

Milan Kundera: La festa dell’insignificanza (Adelphi, 2013 – trad. Massimo Rizzante), di Gigi Agnano

Non fatevi ingannare dall’apparente semplicità di questo libretto di un centinaio di pagine, il decimo ed ultimo romanzo del grande scrittore ceco, il quarto scritto direttamente in francese, pubblicato da Adelphi nel 2013, prima ancora che uscisse in Francia con Gallimard nell’aprile del 2014. Se proprio volessimo parlare di “semplicità” dovremmo fare ricorso alla fin troppo abusata leggerezza o alla “squisita semplicità” di un piatto di gnocchi di pane o di una zuppa di cipolle preparati da uno chef stellato. Semplici sono solo le cose della vita che però bisogna saper raccontare e Kundera lo fa da grandissimo scrittore, aggiungendo poesia e complessità, mescolando banale ed essenziale, malinconia e felicità traboccante, tragedia e farsa.

Ma La festa dell’insignificanza, questo “non romanzo” costruito come un’opera teatrale in sette parti, non è affatto semplice. Ci sono infatti molti più significati di quanti possiate immaginarne in questa insignificanza, un’insignificanza che svela sorridendo l’assurdità dell’esistenza, un’insignificanza che, come dice Ramon, uno dei protagonisti, è “l’essenza dell’esistenza.”

Il romanzo si apre con Alain che camminando per le strade di Parigi osserva affascinato e turbato che la moda del momento per le ragazze è di mettere in mostra l’ombelico, “come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.” Ma mentre riesce a spiegarsi il motivo per cui un uomo possa essere sedotto dalle cosce , dalle natiche e dal seno, viceversa si chiede: “come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata nell’ombelico?”

Mentre Alain riflette sulle diverse fonti della seduzione femminile, Ramon, l’intellettuale in pensione, passeggia senza meta nei giardini di Lussemburgo perché ha appena rinunciato alla visita di una mostra dedicata a Chagall a causa della coda “disgustosa” alla biglietteria, di cui non vuole essere parte. Dice: “Guardali! Pensi che, d’un tratto, abbiano cominciato ad amare Chagall? Sono disposti ad andare ovunque, a fare qualsiasi cosa, solo per ammazzare il tempo che non sanno come impiegare. Non hanno idea di nulla, quindi si lasciano guidare. Sono splendidamente guidabili.”

Camminando Ramon incrocia D’Ardelo, il narcisista, che per il solo piacere di mentire finge di confessargli di avere un cancro, ma nel contempo lo invita alla sua festa di compleanno, chiedendogli se conosce qualcuno in grado di organizzarne il catering.

Dopo un’ora, Ramon è a casa di Charles, l’amico che sogna di mettere in scena una commedia di marionette su un aneddoto della vita di Stalin, da cui emergerebbe un dittatore ironico e burlone, che si prende gioco dei suoi più stretti collaboratori che non osano ridere per servile ossequio (metafora della nostra incapacità di cogliere il senso dell’ironia). I due osservano che tra questi lacchè c’è Kalinin, il funzionario con la vescica debole, che dà ancora oggi il nome alla città natale di Kant (Kaliningrad), mentre invece, ironia della Storia, il tiranno baffuto pare svanito dalla memoria soprattutto dei più giovani.

A casa di Charles c’è poi l’attore disoccupato Caliban, che si diverte a inventare nuove identità e a creare lingue immaginarie. I due fanno saltuariamente i camerieri per sbarcare il lunario.

Ecco così presentati dal narratore i protagonisti del racconto, omuncoli insignificanti che non fanno o dicono granché, sprofondati nell’inconsistenza della vita quotidiana. Tutti loro si incontreranno durante la festa nel salotto di D’Ardelo, osservatori di un mondo troppo pieno di vanità, della vacuità di un divertimento per cui ogni ospite si dà delle arie per apparire più importante di quanto non sia, si compiace dei propri successi e fa sfoggio della propria felicità intorno ai bicchieri di alcol appoggiati su un vassoio. La festa è il pretesto per Kundera per sorridere della banalità del nostro tempo, che è “comico proprio perché ha perso ogni senso dell’umorismo”.

Nonostante le poche pagine, il libro è ricco di passaggi indimenticabili come quello su Quaquelique, il seduttore, che conquista le donne con osservazioni banali, che non richiedono risposte intelligenti o presenza di spirito perché l’essere brillante le sfida a competere, mentre l’insignificanza le tranquillizza, le rilassa, rendendole più facilmente abbordabili.

È la consueta misoginia dell’autore già emersa nei precedenti romanzi e “spiegata” ne L’arte del romanzo, dove si ricorderà la distinzione tra maschilista e misogino: il primo adora la femminilità archetipa (maternità, debolezza, ecc…), esalta la propria virilità e la famiglia, mentre il secondo ha orrore della femminilità e il suo ideale è restare celibe con molte amanti…

Nel romanzo infatti, mentre gli uomini sono amici (“solo una parola è sacra: ‘amicizia’”), le donne sono per lo più assenti, personaggi secondari, a volte anche un po’ spaventosi. C’è la madre di Charles che sta morendo, quella di Alain che l’ha abbandonato alla nascita e con la quale Alain ha un dialogo immaginario, una tale M.me Frank, la vedova allegra, che ha trasformato la morte del marito in un’opportunità per dimostrare agli altri il proprio valore.

Le poche relazioni uomo-donna appena accennate sono all’insegna dell’ incomunicabilità: quella tra Alain e Madeleine per la differenza di età, quella di Caliban con la cameriera portoghese perché i due parlano lingue diverse. Più che personaggi del racconto, le figure femminili sembrano bozzetti funzionali solo a dimostrare un più generale disagio maschile.

Arte (sottratta all’individuo dalla massa), sessualità, erotismo, desiderio (un tempo piaceri assoluti, oggi banalizzati), amicizia, ironia, rapporti problematici tra uomo e donna, tra madri e figli, la politica, la vecchiaia (“le sue dichiarazioni non conformiste, che un tempo lo ringiovanivano, facevano ora di lui, malgrado l’ingannevole apparenza, un personaggio inattuale, fuori dal tempo, perciò vecchio.”) sono tra le tematiche trattate in questo libretto, in una sorta di compendio finale o di manifesto della poetica di Kundera, che, all’età di 84 anni, sa che quello che sta scrivendo potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

I protagonisti ricordano i tempi di Stalin, di Krusciov e dell’Unione Sovietica (“un’epoca di cui non rimarranno più tracce”), elaborano discutibili teorie sulla seduzione (quanta distanza da scene ad alto contenuto erotico come quella de Il libro del riso e dell’oblio del 1978 con Karel che guarda Eva che si masturba sulle note di una suite di Bach!), riflettono sull’insignificanza e sul suo impatto sulla felicità, si confrontano sul posto che deve assumere nella vita l’assurdo e il riso, quest’ultimo tema cui, com’è noto, Kundera ha dedicato almeno tre romanzi: Lo scherzo, La vita è altrove, ma soprattutto Il libro del riso e dell’oblio. Secondo Ramon, ispirato da Hegel, “il vero umorismo è impensabile senza l’infinito buonumore, l’ “unendliche Wohlgemutheit”. Non lo scherno, non la satira, non il sarcasmo. Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne.”

Tutto finisce nell’inno di Ramon all’insignificanza, con la celebrazione della vita che in fin dei conti non significa nulla. In realtà non c’è un vero e proprio finale, così come a volerla dire tutta non c’è una trama. Non c’è descrizione fisica dei personaggi, rappresentati solo attraverso le loro discussioni e introspezioni. Nessuna parola di troppo, nessun superlativo, nessun abuso di aggettivi. Ci sono però i pensieri e le domande di sempre, sospesi come la piuma che gli ospiti della festa osservano galleggiare nell’aria in lentissima caduta. Pensieri sintetizzati, domande riformulate da un uomo consapevole di essere alle battute finali.

La festa dell’insignificanza, questa piccola grande eredità di Kundera, ricorda per la leggerezza del tocco e la vivacità della prosa gli ultimi lavori – perdonate l’azzardo – di Woody Allen, meno brillanti dei suoi film migliori, ma sempre attraenti per sapore e personalità, fascino ed eleganza. “L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla. Qui, in questo parco, davanti a noi, guardi, amico mio, è presente in tutta la sua evidenza, in tutta la sua innocenza, in tutta la sua bellezza. Sì, la sua bellezza. L’ha detto anche lei: l’animazione perfetta — e del tutto inutile —, i bambini che ridono — senza sapere perché —, non è forse bello? Respiri, D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…».”

Gigi Agnano