Amedeo Granelli: “Verso estro sul quaderno a quadretti” (Pendragon) – i rap di Edema

Amedeo ha perso la vita a 22 anni, il 5 agosto 2016, a causa di un incidente in auto, durante un periodo di volontariato in una struttura per bambini in una zona sperduta del nord della Colombia.

Bolognese, studiava cooperazione Internazionale all’Università Cattolica di Milano. Era partito perché voleva mettersi alla prova, fare un’esperienza per capire se veramente quella potesse essere la sua strada. Pochi giorni prima dell’incidente aveva detto ai genitori: “ Sono felice. Sono al settimo cielo”.

Amedeo scriveva su un quadernone blu testi per brani rap (il suo aka era Edema), raccolti in un volume del 2018 dal titolo “Verso estro sul quaderno a quadretti”, pubblicato da Pendragon.

Questi due testi sono stati scelti per i lettori de Il Randagio.

Ho una tela cerata d’indifferenza

calata tra l’anima e l’apparenza

copre lividi causati da ogni mia carenza

mi affido alla polena

legato a una gomena

schivo il canto remoto di una sirena

non si spiega il senso ma si spiega come una vela

quando l’accarezza il vento

piove sul microcosmo arido screpolato dal tempo

unguento canoro rilassa la tensione

percepita sul pianoro

modello leghe come Pomodoro

stiro le pieghe del suono

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Verso estro sul quaderno a quadretti (x3)

Non ho un motivo di orgoglio

ma su ’sto motivo gorgoglio come un lavandino

profumo di lavanda sul cuscino

concilia il sonnellino

sarò pure un sanitario

ma sopra l’abbecedario

cercami alla voce adamantino

non mi serve nessun crisma per causare un sisma

divido fasci di luce col prisma

crolla la scala Mercalli sul lato oscuro del foglio

non ho brame di potere

né da webstar tipo Magalli

mi basta non cadere

correndo sette leghe nel reame

Edema il nome contrario di Améde

la “o” l’ho sollevata

dall’incarico-n la leva di Archimede

dunque non sono re Ame

ma valoroso e letale come quel tale Diomede

in questo paese conta chi conta denaro

se finisce piange come Den Harrow

fuorilegge Sparrow ma spaurito

inseguito da uno sparviero

resto stupito se mi volto indietro a vedere com’ero

neanche troppo diverso ma più estroverso

meno tormentato dai fantasmi

che da più grandi si trasportano

come camalli per il porto

con la bussola rotta

che fa rotta verso un punto morto

verso estro sul quaderno a quadretti

non metto paletti ai concetti

Marinetti

ma rimetti i denti con ’sti sonetti

tagli chiari e netti come squilli di clarinetti

vagli i progetti mentre scappi sui tetti

perché io uccido come Faletti

dominante sul tempo come la capra ai campetti

dalla panca alla rampa in rete come il pampa

più raro del sodio nell’acqua lete

squadra da Cantonà tiriamo in alto i colletti

lascio cerebrolesi lesi appesi per i piedi

offesi da paresi indifesi come vittime dei Casalesi

quattro tesi in due mesi

il resto dei mesi spesi per l’esegesi

ho sproloquiato abbastanza senza dire nulla

tipo bimbo in culla e ora che ogni rapper si bulla

nella terra brulla sotterro gli arnesi 

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Sono svariate le iniziative per ricordare Amedeo e per continuare a vivere le sue passioni.

Ogni anno i suoi amici, in concomitanza del compleanno, organizzano un concerto Rap e la prossima sarà la nona edizione. Nelle precedenti sono passati nomi noti del rap: Inoki, Claver Gold, Murubutu, Kiave e tanti altri.

A fine agosto una giornata è dedicata all’Ametrek, un trekking sull’appennino tosco emiliano che ha come meta Camugnano, il luogo in cui Amedeo è sepolto.

Dalla passione per la lettura e la scrittura di Amedeo è nata l’idea di creare un luogo dedicato ai libri,  al leggere ad alta voce. Questo luogo si trova nel parco dove nel 2018 è stato piantato un Ginko biloba in sua memoria e dove si incontravano e si incontrano i suoi amici.

Il 10 giugno del 2019 è nato a Bologna, con un piccolo finanziamento del Comune, al parco Oliviero Olivo, detto anche di Chiesanuova, l’AMEbookcrossing, una casetta di legno dedicata allo scambio dei libri.

L’AMEbookcrossing rientra negli AMEdays , le giornate dedicate ad Amedeo.

E’ possibile seguire le iniziative degli AMEdays su:

Facebook: Amedays

Istagram: Amebookcrossing

Per ascoltare i rap di Amedeo – Spotify : Veicoli Edema 2020

You tube : vox Media Edema

Daniela Villani

Valeria Jacobacci: “La stamperia dei libri proibiti” (La valle del tempo), di Silvio de Majo

Il romanzo storico è decisamente nelle corde di Valeria Jacobacci. E lo è ancora di più quello che delinea la vita, i tormenti, gli amori di figure femminili che appartengono al passato di Napoli. Muovendosi fra Settecento e Ottocento, ha scritto due libri: uno pubblicato nel 2002, “Io, Teresa Filangieri”, che racconta la vita della figlia del generale Carlo, e quindi della nipote del grande giurista Gaetano, una esponente della nobiltà che profuse grande impegno in una serie di iniziative umanitarie nei confronti dei derelitti di Napoli nel XIX secolo, sia nell’epoca borbonica, sia soprattutto in quella postunitaria; l’altro, pubblicato nel 2005, intitolato “Passioni giacobine”, trascina il lettore dentro il 1799, ricostruendo le vite e gli amori di donne e uomini vissuti a cavallo della rivoluzione napoletana. 

    In seguito  Valeria ha scoperto il Cinquecento e vi è entrata dentro con tutta se stessa, fornendo un pregevole esempio del giusto e suggestivo rapporto tra storia e letteratura. E’ il secolo del Rinascimento, delle corti, dei nomi celebri e dei grandi eventi , della asperrima lotta tra le due superpotenze dell’epoca, la Francia e la Spagna, della Riforma protestante e della Controriforma, del nepotismo papale, in cui un ragazzo di 14 anni, Alessandro Farnese, uno dei personaggi su cui ruota il romanzo che qui si presenta, viene fatto cardinale dal nonno, papa Paolo III.

   E Valeria questo secolo lo sente suo, come suo lo sentiva Maria Bellonci, autrice del bel romanzo “Rinascimento privato”, dato alle stampe nel 1986 e insignito del Premio Strega l’anno successivo. Come è noto è la vita , raccontata in prima persona, di Isabella d’Este, marchesa di Mantova (in quanto moglie di Francesco Gonzaga) , straordinario esempio di donna colta e raffinata, di sovrana illuminata nell’Italia delle Signorie. E’ la stessa Isabella che Valeria immagina abbia salvato dal sacco di Roma del 1527 la neonata Settimia Jacobacci, la protagonista del nostro romanzo, e, orfana, l’abbia portata con sé per allevarla nell’eleganza e nella ricercatezza della sua corte. Settimia è pertanto come Isabella donna colta, amante della poesia e della musica, indagatrice dell’animo umano, aperta a esperienze diverse da quelle canoniche riservate alle donne: mogli e madri.

  Nel romanzo non mancano mirabili intrecci e suggestivi incastri e la vicenda raccontata si svolge tra la Napoli del Viceré duca d’Alba, dove Settimia con il marito Renzo porta avanti una casa editrice, la Roma in cui è dominante la figura del cardinale Farnese, ormai quarantenne, di cui Settimia è (non tanto) segretamente innamorata, la Rotterdam luterana dove si rifugiano Luca, ex amante di Settimia, e i suoi amici, gli Adelfi, fautori immaginari di un cattolicesimo diverso di impronta erasmiana, e infine la Parigi e la Francia della regina Caterina de’ Medici e della nobiltà legata alla corona, da cui scaturisce l’infame Claude Gouffier, il Barbablù della nota fiaba di Perrault, che il romanzo svela come sia in realtà un personaggio storico.

     Con Settimia altre donne e le loro storie occupano gli spazi letterari e storici del romanzo: Pudentilla, la compagna di Annibal Caro, segretario del cardinale Farnese, dedita all’arte medicinale è amica carissima di Settimia; Nencia, la moglie e salvatrice di Luca; Claude de Beaune, quarta moglie del marchese Claude Gouffier, vittima del marito, ma anche del cinismo della regina e di Alessandro Farnese, suo antico amante e padre della sua figlioletta, che il cardinale non ha esitato a sottrarle. Sono quattro eroine, non tutte appartenenti al modo ricercato delle corti rinascimentali, perché Nencia appartiene alle classi subalterne, ma con intelligenza e spirito di iniziativa riesce a contrastare  gli eventi avversi ed anzi a trarne profitto, a basare su di essi la propria fortuna.

    Con queste donne e in particolare con Settimia, l’autrice è estremamente solidale e non solo perché crede fermamente di succederle, come il cognome suggerisce, ma perché si immedesima empaticamente con tutte le loro storie, i loro appassionati amori, i successi e gli insuccessi, le vittorie e le atroci sconfitte. Rappresentano tutte, pur nelle loro diversità, il suo modello di donna.

Silvio de Majo

“La stamperia dei libri proibiti” sarà presentato a Napoli, nell’ambito di Napoli Città Libro, il 14 giugno alle ore 17.00.

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.    

Marcella Formenti: “La morte della Romanziera” (Morellini), di Vincenzo Vacca

Sin dalle prime pagine, Marcella Formenti, con il suo libro “La morte della Romanziera” cattura il lettore. Lo coinvolge in pieno nelle atmosfere siciliane degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. 

Un primo merito di questo bel libro sta nel richiamare e farne respirare in pieno lo spirito, la passione, l’ entusiasmo delle battaglie del movimento contadino siciliano contro il latifondo. 

In una terra come la Sicilia, di fatto, lottare contro il latifondo significa lottare contro la mafia, e precisamente, Cosa Nostra.

Non bisognerebbe mai dimenticare che quel movimento pagò un carissimo prezzo di sangue: furono uccisi dai mafiosi circa 40 promotori ed organizzatori di quelle battaglie, per lo più sindacalisti e socialisti.

Per nessuno di essi è stato condannato definitivamente un solo assassino.

Ecco perché Marcella Formenti ha un grande merito con il suo libro: recupera la memoria di una parte della storia d’ Italia dimenticata da gran parte dell’ opinione pubblica.

Provando ad anticipare poco del libro che è pur sempre un giallo, è il caso di evidenziare come l’ autrice valorizza il protagonismo delle donne in quel frangente storico.

Certo, il libro in questione è frutto della immaginazione creativa di Formenti, ma la riuscita letteratura, e questa lo è a pieno titolo, sta nella capacità di scrivere di personaggi finti – ma non falsi – che assumono su di sé le tipiche caratteristiche di persone in carne e ossa che hanno vissuto il luogo e il tempo narrati.

Altro recupero che fa la scrittrice è la figura del bandito Giuliano, nonché la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1947, quando la banda criminale del citato fuorilegge sparò contro una folla di contadini che stavano festeggiando il primo maggio, facendo ben 11 morti.

L’ autrice offre al lettore le atmosfere, le ambiguità, le complicità della Sicilia e dell’ intero Paese – con uno suo specifico stile, ma che un pò ricorda quello di Leonardo Sciascia – in un passaggio storico delicato dell’ Italia, vale a dire la fine degli anni quaranta del secolo scorso.

Nasce un nuovo Stato che è sicuramente democratico, ma che si porta dentro una certa continuità con quello precedente e con quello prefascista.

L’ abilità di Marcella Formenti sta nel fatto che lei  fa percepire la mancata radicale discontinuità tra vecchia e nuova statualità soprattutto nella mirabile descrizione dei personaggi letterari che, di volta in volta, si affacciano nella storia narrata.

Il contenuto del libro è incentrato sulla morte di una donna,  Tindara Persichini, socialista. Una morte causata da un motivo apparentemente chiaro, ma che, in realtà, si pone al centro di una fitta rete di indifferenza, di ambiguità, di maldicenza, di opportunismo ammantato di desiderio di giustizia. Una morte avvenuta in un periodo nel quale il bandito Giuliano risultava imprendibile.

Ma l’ autrice, in questo vortice di sentimenti,  di omissioni, di ipocrite finalità alla lotta alla delinquenza organizzata strumentalizzata per scopi di stabilità politica, riesce paradossalmente a individuare un filo di umanità, di gratitudine nei confronti della donna uccisa che è amata e rispettata da una moltitudine di persone.

Leggere “La morte della Romanziera ” costituisce una vera e propria immersione nella Storia, ma attraverso le storie di individui. Individui che hanno tutti, come è inevitabile,  le loro zone d’ ombre, ma alcuni riescono a mettere in luce una forma di empatia con la donna morta e, più in generale, una connessione con la sofferenza umana. 

Vincenzo Vacca 

“Cammini a Sud” di Antonio Corvino (Giannini editore) nella recensione di Carlo Petrachi

 “CAMMINI A SUD – sentieri, tratturi, storie, leggende genti e popoli del Mezzogiorno”, già alla sua II edizione, 270 pp., Giannini Editore, Napoli, con introduzione di Fulvia Ambrosino e postfazione di Francesco Saverio Coppola, è un’opera che sta meritatamente destando un vivo interesse nel pubblico ed un’apprezzabile diffusione anche all’estero.

L’opera si inserirebbe in un filone già sperimentato da vari autori italiani e stranieri, però quella di Corvino si differenzia dalle altre per originalità perché è soprattutto un itinerario spirituale alla ricerca di se stesso e dei valori ricevuti in eredità e che la maggior parte di noi ha sottovalutato o dimenticato. La sua ricerca persegue un’innegabile espansione verso l’«infinito»; nel contempo è anche una riscoperta geografica, storico-antropologica, economica e filosofica condotta con tale lievità da rendere la narrazione piacevole ed interessante ad ogni passo.

Spinto da furor eroticus bruniano o da élan vital bergsoniano (scelga ognuno), Antonio Corvino, economista, scrittore, saggista e poeta originario di Melendugno, sotto la canicola di agosto, intraprende a piedi «per agra» un lungo e avventuroso pellegrinaggio nell’alta Puglia per raggiungere Monte San Michele sul Gargano da cui sembra diramarsi una rete di percorsi mistici che approdano in più punti dell’Italia, dell’Europa e dell’Asia, aventi come punto di riferimento proprio quei templi in cui venivano adorate antiche divinità pagane sostituite poi dall’Arcangelo vittorioso.

Nel suo viaggio, nel contempo reale e ideale – giusto per non allontanarsi dalla lezione di Niccolò Cusano, secondo cui vi è la «coincidentia oppositorum» – viene accompagnato virtualmente da uno «scazzamurrieddhru» e da uno «sciacuddhri». Sono autentici elfi del Sud che fungono quasi da numi tutelari e conferiscono al racconto quel tanto di magismo in una «terra magica in cui tutto è possibile». Però l’Autore è teso a scoprire tanto l’«Universo» o l’universalità attraverso le manifestazioni particolari, quanto l’«infinito», scrutando e contemplando il circoscritto, cosa che si può cogliere solo con un’osservazione attenta e diretta. Insomma, al riparo dai roghi ecclesiastici, anela alla «mens super omnia» attraverso la «mens insita omnibus», secondo la visione panteistica dell‘eretico (?) nolano arso vivo a Campo dei Fiori.

Concluso il viaggio sul Gargano, s’inoltra a Ovest, attraversa la «terra degli anarchici» e dei «Briganti», fino a spingersi sul «sentiero degli dei», ammirando la maestosità dei monti, godendo della pace dei boschi. Attraverso racconti e testimonianze della gente del luogo (ma anche guardando i resti archeologici) scopre l’essenza delle popolazioni indigene che pure vantavano grandi architetti, grandi ingegneri e coraggiosi uomini d’arme. Ma gli storiografi li hanno sempre frettolosamente liquidati (e a volte persino ignorati) per precipitarsi sul carro di una Roma vincitrice e facendo a gara per magnificare la virtus romana. Tali popoli (Osci, Sanniti, Irpini, Dauni, Peceuti) pur vinti in battaglia dall’impero Romano, orgogliosamente non rinunciarono alla propria identità, ai propri trascorsi, alla propria cultura, tanto che Roma, per non tenerseli eternamente nemici, concesse loro persino la facoltà di coniare moneta, così come farà per la Brentesion messapica. 

Proprio a Sepino (prov. di Campobasso), viene a conoscenza che il primo scopritore della penicillina non è Alessandro Fleming, come ci è stato tramandato dai libri scolastici, ma lo scienziato Vincenzo Tiberio di Sepino; anche per lui valse il “nemo propheta…” e non essendo il Tiberio né milanese, né francese, né tedesco, né americano, non ebbe alcun riconoscimento, anzi la sua figura sarebbe sprofondata nella damnatio memoriae, se qualcuno orgoglioso della propria terra, delle proprie origini e della propria gente non ne avesse conservato il ricordo. Per sua fortuna Vincenzo Tiberio (per usare un ‘espressione di Sandro Pertini) non «è stato suicidato» come qualcuno osa (?) sospettare sia avvenuto per il dott. Giuseppe De Donno, colpevole (?) di aver trovato un rimedio efficace contro il Covid 19 fuori dai protocolli delle multinazionali, così come qualche secolo prima aveva fatto Edward Jenner per la lotta contro il vaiolo. 

Se stanno così le cose, a nulla serve scrivere Apologie paradossiche – come fece il Ferrari – o ricordare che Giordano Bruno era di Nola o che Antonio Serra, Antonio Genovesi, Giuseppe Palmieri erano del Sud o che la Scuola Salernitana è stata all’avanguardia nella medicina… quando qualcuno molto interessato si ostina a considerare ed etichettare il Meridione come terra di cittadini di serie B (ignoranti, nullafacenti, assistiti e piagnoni!) e s’impegna a diffondere il suo verbo in cerca di consensi. Per questo Corvino, autodefinendosi ironicamente un «don Chisciotte», auspica che vi siano altrettanti don Chisciotte per lottare contro i mulini a vento dei luoghi comuni artatamente inventati e per il riscatto delle terre e della gente del Sud ricche, oltre che di storia e di monumenti, anche di menti che… scappano all’estero, lasciando al Meridione solo ‘la crema’ della mediocrità servile e irregimentata in ogni campo, emarginando “dovutamente” qualche “eretico” che non ha voluto svendere il proprio pensiero ed ha avuto l’impudenza di rimanerci.

Pur prestandosi a vari livelli e a varie sfaccettature di lettura, il lavoro risulta di per sé di facile accessibilità, ma nel contempo di notevole spessore culturale e profondità intellettuale.

Piacevole è la descrizione dei luoghi, in genere con brevi, rapidi ed efficaci tratti di pennello, capaci però di elevarsi in momenti lirici.

Corvino ci fa riscoprire «le terre di mezzo», ossia quelle che, a torto, vengono considerate periferie, i cui popoli, un tempo prevalentemente dediti all’agricoltura e alla pastorizia, con intelligenza e un duro lavoro, con l’annuale la transumanza attraverso i tratturi hanno contribuito alla crescita, morale, spirituale, culturale, scientifica e artistica delle loro terre, ora dimenticate e decimate da un modernismo senza prospettive e senza meta, inneggiante agli spettacoli stucchevoli e soprattutto al dio-denaro e ci si è dimenticati del valore più importante senza il quale tutto il resto si disfa come i castelli di sabbia: l’Uomo! Corvino auspica (ovviamente mutatis mutandis!) che si rivitalizzino i borghi ora abbandonati, sia dato nuovo vigore alla terra e alla pastorizia che sostentano e sostengono tutte le attività umane in perfetto equilibrio ed armonia con la naturaperché, per dirla col pensiero di Telesio, l’uomo è parte della natura, è egli stesso natura non diverso dalla materia che ha intorno a sé.

Interessante un breve passo di pag. 84: «E vi sentire felici di esservi arrampicati tra questi tratturi e di aver percorso questi sentieri. Perché d’incanto il vostro spirito si troverà in sintonia con lo spirito dell’Universo e la vostra intima religiosità in simbiosi con la dimensione mistica del creato.» E ancora prima, a pag. 69: «Il mondo non può sopravvivere dimenticando la storia e distruggendo il tessuto connettivo dei territori.»

L’efficace discorso di Corvino riesce a coinvolgere il lettore non solo nei suoi ragionamenti, ma anche nei sentimenti e nelle emozioni più personali. 

Una delle intuizioni più felici di Corvino, proprio alla luce delle conoscenze storiche, è nell’indicazione di un recupero dell’identità Mediterranea (più che nord-europea, aggiungiamo!) Il che ci induce a pensare che la costruzione dell’attuale Europa Unita non sia stata realizzata nel migliore dei modi, anzi diciamo, sia pure col senno di poi, che rischia di somigliare più ad un’anacronistica rivisitazione del Sacro Romano Impero Franco e Germanico che non portò certo l’unità e la pace. Si ignora invece che, ancor prima, l’identità mediterranea costituiva il nocciolo delle civiltà che nel corso dei millenni ha portato, soprattutto nell’Italia meridionale e nelle isole, cambiamenti con conseguente crescita, ma col trascorrere dei secoli i benefici si sono riversati anche sui popoli del Nord con la diffusione culturale incisiva, anche se limitata, attraverso i monasteri. 

Nell’attuale bailamme di “ragioni” e di “ricette” gridate attraverso i mass-media, di mondi virtuali che vorrebbero solo meravigliarci, stupirci o forse solo istupidirci, soppiantando il mondo reale, manca secondo Corvino un elemento (ma non solo secondo lui) essenziale: la «Poesia» e «Cammini a Sud» di Antonio Corvino è un’opera che, nella sua gradevolezza, va letta con molta attenzione: offre, infatti, notevoli spunti per quello che nella esagitata e schizofrenica società attuale sembra mancare al pari della poesia: una pacata riflessione.

Carlo Petrachi

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

 Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.

Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.

 

Nuovi Randagi – Rito Mazzarelli: L’avventura più insolita

John faceva sempre lo stesso sogno fin da bambino, immaginava di volare spiegando controvento ali grandissime e potenti di colore bianco con le punte colorate di un lucente nero metallico. Nei sogni volteggiava intrepido sui paesaggi della sua terra, planando, dopo ore e ore di volo in cieli sconfinati e senza attrito come su una nuvola di soffice ovatta.

In realtà John Reynard era cresciuto a pochi chilometri da una base militare, tra decine di aerei che ogni giorno decollavano e atterravano su piste che sembravano grandi come deserti assolati, cercando negli anni di assuefarsi al rombo assordante dei jet supersonici. Tuttavia aveva sviluppato una vera e propria fobia per gli aerei e tutto ciò che si estendeva in altezza al disopra del suo terrazzo. Di fatto era letteralmente terrorizzato dall’idea di volare e mai e poi mai avrebbe solo pensato di staccare i piedi dell’amata superficie terrestre. Ricordava con ilarità nei momenti conviviali tra amici, che nel suo viaggio di nozze a Parigi aveva prima costretto la giovane e fresca moglie ad un estenuante viaggio in treno e in nave, e una volta arrivati di come fosse stato capace di rintanarsi in una baghetteria, cosi mentre tutti gli altri si avventuravano in cima alla torre Eiffel lui, solo soletto, si era consolato gustando un ottimo jambon séché.

Per questo fu tanta la sua ritrosia quando un gruppo di amici gli propose di visitare il raduno delle mongolfiere che si sarebbe tenuto da lì a poco in una vicina contea, ma dopo un po’ di dinieghi, ormai esausto dai tanti no, decise a malincuore di andare. Era una bellissima giornata di sole e a centinaia le mongolfiere, ognuna di colore diverso, riempivano l’orizzonte come luminose lampadine messe al contrario sotto un soffitto di colore azzurro.  “John vieni prova a salire, stai tranquillo non c’è pericolo che si alzino in volo prima del pomeriggio” gli urlò Matt dalla pozza di vimini e metallo posta sotto al pallone.  John non si sognava minimamente di fare quell’ azzardo, ma Matt insisteva e tutt’intorno un capannello di persone incuriosite li stava osservando. Sentendosi in imbarazzo e ferito nell’ orgoglio, con un atto di estrema fiducia nei suoi amici e in fondo nella buona sorte, decise di salire sulla pozza. Fu allora che Matt diede il segnale l’uomo a terra sciolse l’ormeggio mentre il pilota a bordo diede gas. La mongolfiera cominciò a salire con dolcezza e il terreno divenne a poco a poco più distante ….ma irraggiungibile, John rimase senza parole il cuore accelerò e il respiro divenne veloce, strinse la mano di Matt fino a farla diventare livida…

Ma ormai era in volo, tra le nuvole e le rondini, i caldi raggi del sole sulla pelle; si guardò intorno e pensò con disarmante semplicità che  l’unico rimedio possibile fosse pensare che stesse solo sognando. Così chiuse gli occhi e accarezzò il vento sul viso fino a sentirlo scorrere sulle braccia nude, mentre dispiegava le sue bianchissime ali con la punta nero lucente.

Rito Mazzarelli

Rito Mazzarelli: nato a Benevento, vive a Caserta. Specializzato in Medicina interna lavora presso l’Azienda Ospedaliera “Rummo” di Benevento nel reparto di Medicina d’urgenza. E’ appassionato di arte grafica e di poesia. Il testo Le ragazze di settembre è risultato Primo Classificato nel Premio Internazionale Iside, VI Edizione, anno 2018. Sue pubblicazioni in poesia: Un posto che sia il tuo posto, RPlibri 2018; Diario di un addio, RPlibri 2021.