Nuovi Randagi – Serena Cirillo: La scuola di danza

Il tempo sembrava si fosse fermato. È stata la prima sensazione che ho avvertito varcando la soglia finalmente calma, serena, riconciliata con quel mondo, un mondo intero che passava attraverso quella scuola e il mio maestro.

Erano passati vent’anni dall’ultima volta che avevo visto la mia scuola di danza, vent’anni in cui avevo cambiato casa, vita, ambiente, mondo. Ero uscita da quella porta con gli occhi gonfi di lacrime, scendendo per le scale di corsa, appena in tempo per nascondere al maestro la mia disperazione; ero troppo orgogliosa a vent’anni, volevo apparire soddisfatta della mia scelta, dimostrare che rinunciare alla carriera artistica non mi pesava. Invece allora fu una rimozione: impiegai molto tempo ad elaborare il lutto e per qualche anno rifiutai di assistere a qualunque spettacolo di balletto fino a quando, dietro insistenza della mia amica Alessandra, che diversamente da me aveva continuato e che finalmente ballava per la prima volta da solista, andai al suo spettacolo e piansi per tutto il tempo.

A poco a poco ricominciai ad avvicinarmi al mondo della danza fino a quando non decisi di varcare nuovamente la soglia della mia vecchia scuola, luogo di gioia e di dolore, speranza e delusione, passione e rigore. Man mano che salivo le scale mi arrivavano sempre più chiare le note familiari del pianoforte. Dal ritmo riuscivo a distinguere il tipo di esercizio che si stava eseguendo in sala e quale corso stava prendendo lezione: era sicuramente rond des jambes, quarto corso. Dal cortile si sentiva già l’odore, o meglio, si sentivano tutti gli odori della scuola: l’umido delle tavole consumate dai tanti salti e pirouettes che provavamo all’infinito, quello un po’ polveroso della moquette che rivestiva il pavimento di spogliatoio, corridoio e sala d’aspetto (il maestro ci teneva così tanto a quella moquette fuori moda perchè i piedi delle ballerine non si dovevano raffreddare); gli effluvi di profumo delle ragazze che uscivano dopo la doccia soddisfatte delle loro fatiche quotidiane; il fumo lontano di qualche sporadica sigaretta di genitori annoiati che aspettavano nel cortile.

Varcata la soglia mi hanno assalito una miriade di immagini: foto attaccate al muro del maestro con varie stelle del balletto, foto di scena dei numerosi allievi che avevano fatto carriera, foto con dedica e lettere di ringraziamento di ballerini famosi. Un caleidoscopio di immagini che rimandava amore per la danza attraverso quei sorrisi sognanti e soddisfatti. Ho rallentato.

Rischiavo di nuovo di essere sopraffatta dalla commozione a quarant’anni, con una nuova casa proprio lì vicino, una splendida bambina di quattro anni dotatissima per la danza e una bella carriera avviata, quella per cui avevo barattato la mia passione da ballerina. Ho deglutito facendomi forza; dovevo percorrere il corridoio e la sala d’attesa per giungere all’ufficio del maestro, diventato settantenne, che da quella piccola stanza sentenziava sul destino di ognuna di noi. Mi arrivavano dallo spogliatoio le voci delle ragazze, alcune concitate e preoccupate, altre allegre e spensierate, e dalla sala i comandi della maestra, imponente sebbene piccola di statura, che si rivolgeva con esortazioni o rimproveri alle aspiranti ballerine, spesso alzando la voce, e con tono distaccato al pianista, chiedendogli di aumentare o diminuire la velocità del brano che stava eseguendo.

Finalmente sono giunta a destinazione. La porta era aperta, ma ho bussato leggermente, fermandomi sulla soglia. Il maestro ha sollevato lo sguardo dai bozzetti che stava commentando con la costumista, ha sgranato gli occhi sorridendomi, poi subito si è alzato per venirmi incontro. Ci siamo abbracciati senza una parola e abbiamo pianto insieme col cuore traboccante di emozione.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Lucio Dell’Accio: Il tempo del cinema (Giovane Holden Edizioni)

Estratto:

Vedevo il suo volto. Lo sguardo vago, rapito, vinto, e un fine sorriso nascosto nel bianco e nero di una fotografia velata di polvere, graffiata, umida, impregnata di aria senza luce di un archivio. I suoi occhi indecifrabili, carichi di miraggi, in cui riconoscevo il tramonto di chi si è perduto, oltrepassavano il confine tra l’immagine e un altro luogo, un varco invisibile all’osservatore. Teneva calcato obliquo sulla fronte un cappello Homburg di feltro chiaro a falda rotonda, indossava una giacca scura, abbottonata sopra una camicia candida con bottoni gioiello e il colletto a punta da cui spuntava il raffinato nodo della cravatta, e aveva una spilla a forma di corona all’occhiello del bavero. Era la figura scolpita del viveur approdato dall’oceano, il creatore di sconfinati inganni, che rubò l’anima alle contesse d’Europa e conquistò gli onori dei fascisti italiani. Avevo cercato la sua storia senza conoscere il suo vero nome. Lo scoprii in quell’archivio. Edgar Laplante, il grande attore americano, si faceva chiamare Capo Cervo Bianco, il principe pellerossa seguace di Mussolini e fedele amico di D’Annunzio. Lo acclamarono nei teatri e per le strade, lo accolsero in suites sontuose colme di fiori e di suppliche. Fu il dio che stordì le folle. 

[…] La pellicola del film si spezzò nei miei occhi sul primo piano del capotribù pellerossa che cantava Giovinezza. Sentivo il brusio di un proiettore, il rumore cadenzato dei bordi strappati della pellicola che battevano contro le bobine che giravano a vuoto, e vedevo lo sfarfallio della lampada che irraggiava fasci di luce su uno schermo invisibile. Non capivo l’origine di quell’illusione. Attraversavo visioni provvisorie. Ero naufragato nella storia di Capo Cervo Bianco e sognavo un film senza sapere se l’avrei mai girato. Ma questa fu la mia storia in un’altra città, sulla riva di un altro fiume.

Lucio Dell’Accio: estratto da Il tempo del Cinema (Giovane Holden Edizioni).

Lucio Dell’Accio: laureato in cinema al DAMS dell’Università Alma Mater di Bologna. Scrittore e regista, ha girato film di fiction e documetari, tra cui Scene di una strage (2011), docu-film che racconta la strage di piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974) – distribuito in dvd, con il libro collettaneo Brescia: Piazza della Loggia, nella collana Storia e Memoria di Ediesse Edizioni. Tiene laboratori di scrittura creativa ed ha pubblicato suoi racconti in antologie e su riviste. Il romanzo Il tempo del cinema, edito da Giovane Holden Edizioni, è uscito nell’estate del 2023, è stato presentato al Pisa Book Festival 2023 e sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2024.     

Nuovi Randagi – Idolo Hoxhvogli: La libertà come errore di sistema (da La comunità dei viventi)

La società nata dalla separazione tra uomo, mistero e natura è caratterizzata da una perfida uniformità, insegna l’arte di fare a meno dell’arte. Alla degradazione degli ideali corrisponde un’estensione del campo prescrittivo. È inutile adoperarsi per un mondo migliore, se il mondo migliore è somministrato dagli altri. Basta credere, al limite adeguarsi. Le buone maniere trasmettono il valore della rinuncia ai valori. 

L’acquisizione dei diritti nasconde la pianificazione del desiderio, produce l’incapacità di riconoscere l’occasione della rivolta. La pedagogia, con la scusa di educare alla prudenza, spaventa l’infanzia. Il fondamento del viaggio sta nello sguardo itinerante. Fermarsi per chiedere permesso significa delegare al potere il giudizio, divenire gente vigliacca. La società permalosa movimenta il nulla: offesa dalla verità, la cancella, aggiorna il falso a immagine e somiglianza dell’ultimo partito. 

Riprogrammare l’esistente e correggere l’umanità sono gli scopi della tecnocrazia: sviluppa protesi che rendono invalidi i viventi, organizza una festa, dittatura a sopresa in cui le cose esprimono tutte la stessa tesi.

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La morfologia, in quanto discorso sulle forme, è il principio di una filosofia dello spazio urbano. I profili architettonici, l’intreccio delle vie, le configurazioni fenomeniche degli edifici sono figure della possibilità. La costruzione è preceduta dal desiderio, strutturato in discorsi che parlano il parlante prima che il parlante parli. La città, nella sua concretezza, abita un ordine simbolico precedente allo sviluppo fenotipico. Per la filosofia dell’urbanistica sono imprescindibili l’archeologia delle convinzioni, la narratologia, l’ingegneria delle identità migranti. 

La città è di Dio o dell’uomo, spiega Agostino d’Ippona nel De civitate Dei. Oggi quella dell’uomo è diventata la città della macchina. Ricoperta da materiali morti, nulla sembra sopravvivere al ritmo insostenibile che impone. L’individuo è metabolizzato, una quantità.

Chiedere diritti alla tecnocrazia significa ignorare che la macchina conosce solo compiti e funzioni. Nessuna città dell’uomo è capace di rovesciare la città della macchina, ne ha la forza ciò che, dentro l’uomo, abita la città di Dio, il dritto e il rovescio della stoffa edenica: speranza e nostalgia. 

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L’ossessione per i vecchi fascismi, morti e sepolti, è una forma di cecità isterica. La visione dei nuovi totalitarismi è elusa a favore di innocui fantasmi da camera. Il soggetto, reso inabile a colpi di miti consigli, si contenta del suo essere solidale, fluido socialmente utile, a dispetto di ogni ontologia della libertà o delle contestazioni innaffiate di sangue dei bei tempi andati: rispettare le regole è diventato più importante che fare la cosa giusta. 

Il sostanzialismo, l’idea di una sostanza che permane malgrado le variazioni esteriori, è screditato. Il tempo passa e passa anche l’uomo, senza un nocciolo somigliante a Dio o a sé stesso. Solo un uomo con in sé la sostanza insopprimibile della libertà vede una dittatura. I regimi riscrivono l’uomo affinché sia a disposizione del potere. Per vedere il dataismo bisogna essere uomini. Se gli uomini sono ridotti a un fascio di dati, una soggettività sintetica all’inseguimento della meta informatica del mondo, la libertà diviene un errore di sistema.

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Gli uomini chiedono alla Madonna di abortire Dio, in caso contrario faranno a pezzi il bambino. Lei si rifiuta. Mani ostili attraversano impazienti la cervice e rovistano nell’utero stracciando il feto. Dio è gettato sul pavimento con la placenta. Le schiere celesti si sfaldano. 

Rimangono la macchina e il governo. 

La macchina, per l’uomo, è un fare a meno di fare. L’uomo, per la macchina, è qualcosa di cui fare a meno. Lo scopo del governo è mettere in sicurezza gli uomini: per tenerli al sicuro li imprigiona, poi fa sì che muoiano, perché da morti non possono più morire lentamente come facevano ogni giorno. Nulla di pericoloso accade a uomini esonerati dalla vita.

Nella città della macchina le operazioni sono compiute sotto l’imperativo della logica securitaria: decreta, per il bene dell’uomo, la sua fine. Non importa che l’uomo sia vivo. Importa che sia al sicuro, morto. Chi prima muore, più a lungo è salvo.

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Nella città della macchina si parla la lingua della macchina. La lingua degli uomini è vietata nelle scuole. I bambini imparano a leggere il codice, simulare un’intelligenza artificiale, così la macchina può comprenderli e rispondere, dare ordini. 

Lingua della vita, lingua della macchina: la formazione schiaccia l’espressione della prima sulla computazione della seconda, una domesticazione informatica del vivente. L’infanzia, posta di fronte all’algoritmo, prova un imbarazzo di carne per la propria inadeguatezza: sul lungo periodo diventa antiquata e destinata alla discarica, insieme ai disobbedienti e alle parole dei poeti. 

Le ombre proiettate dai sordomuti cadono dai muri in silenzio. 

Ciò che si deve gridare, qui si deve tacere.

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Il codice è una versione secolarizzata della redenzione. Gli uomini, smarrito il senso di realtà, si difendono dalla realtà con una stringa di numeri, un tentativo di paradiso in terra, porte aperte allo Stato poliziesco. Stretto in un recinto di dati, l’uomo è sfigurato. Una pioggia di bit, incessante e poderosa, ne cancella i lineamenti. Nei server soffia una bufera. L’architettura dei calcolatori esprime una disabitudine ai viventi. La carne è impegnata in sequenze di azioni che sono strutture di controllo. L’anima domanda se l’individuo digitalizzato appartenga alla sua specie o sia un essere abietto. Relazionarsi all’uomo come dato significa smettere di riconoscere l’altro quale uomo, dare le spalle a Cristo. Gli algoritmi fissano le traiettorie, si sono impadroniti degli spostamenti. L’avventura nel metaverso manca di scarti spaziotemporali e ontologici, luoghi santi. È il nonviaggio del corpo connesso, un intrattenimento sedentario, l’esclusione del viaggio con Dio.

Idolo Hoxhvogli, La comunità dei viventi, Clinamen, Firenze 2023.

Idolo Hoxhvogli è nato a Tirana nel 1984. Vive a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ha studiato filosofia alla Cattolica di Milano e all’Università di Macerata. I suoi lavori sono presenti in numerose riviste, tra cui «Gradiva» e «Cuadernos de Filología Italiana». Ha scritto due libri: Introduzione al mondo La comunità dei viventi.

Nuovi Randagi – Mirko Di Meo: E’ sempre questione di profumo

(La lettera contenuta si ispira liberamente a In Culo oggi no di Jana Černa).

Avrei dovuto scrivere un racconto, una storia, una di quelle dall’impianto tradizionale in cui si ha un narratore esterno, una focalizzazione interna e dei personaggi che si muovono su uno sfondo e che agiscono, compiono azioni come fare la spesa, baciare, inciampare grattarsi il mento prima di pronunciare una battuta. Gesti di vita quotidiana che danno concretezza alla fabula; quei dettagli insignificanti che arricchisco la narrazione. Avrei potuto tranquillamente iniziare con una canonica descrizione ambientale e d’atmosfera. 

Il telefono vibra nella tasca, lo percepisce al procedere dei passi. La pioggia continua a percuotere il terreno, ma M. non ne è interessato, si sa che a Bologna ci sono i portici, non ci si bagna; almeno così tutti dicono, ma in fondo anche lui sa che è una cazzata sta storiella che i bolognesi si sono raccontati. La verità è che ci si bagna eccome. 

Le sue scarpe sono fraciche, il suo cappotto umido e i suoi capelli gocciolano. La musica nella cuffie funge da metronomo alla camminata: ora lenta come la ballata che Spotify riproduce, ora si trasforma in sfilata a ritmo delle parole di Beyonce. M. prende il telefono, legge il messaggio “sono qui, tu dove sei? Dove ti aspetto?”. M. è come al solito in ritardo. M. è distratto, un pensiero intrusivo non gli permette di concentrasi su ciò che lo circonda. Non riesca a trovare una spiegazione razionale. Incolpa la sua essenza fluttuante, il suo essere errante tra i movimenti del pensiero. Non comprende che quel pensiero arriva dall’esterno, da un mondo che sembra non appartenergli ma che in realtà è più legato e vicino a lui di quanto possa soltanto immaginare. È la leggera scossa proveniente dalla tasca a riportarlo alla realtà, a ciò che deve fare, alla pioggia, alla vita, alla città, al bus che passa lungo il viale, alle persone ferme in fila al semaforo. Solo ora si accorge che c’è una coppia vicino che si sta baciando. Un cameriere porta dei piatti fumanti a dei turisti coraggiosi che hanno scelto di mangiare sui tavoli esterni – certo, riparati dai portici- poiché in fondo la città va vissuta in tutte le sue sfumature climatiche. 

Ecco, avrei potuto e avrei voluto in parte continuare la storia di M., (che banalità dare al personaggio di finzione l’iniziale puntata del proprio nome. Solo l’iniziale poiché troppo codardo per conferirgli il nome intero) invece non riesco, non sono in grado di dare concretezza a questa storia, a questo personaggio visto che compari sempre tu. Arrivi, ti insinui nella mia mente e devii qualsiasi percorso creativo che non abbia te come meta. 

Mi dico che ci sarebbero migliaia di altre tematiche di cui discutere: il femminismo, l’omofobia, la condizione di un rifugiato, la noia, la famiglia. Le possibilità di scrittura sarebbero infinite, ma alla fine tutto sembra scialbo e informe. 

Mi ripeto che quello amoroso è un tema abusato, perfino l’abuso del tema amoroso è trito e ritrito, senza possibilità alcuna di esplorazione, ma se la mia mente torna sempre lì forse significa che così abusato non è, forse sento che devo ancora esprimermi, aggiungere una voce al paradigma. Non mi ricordo più quale poeta medievale – a onor del vero- , non ricordo nemmeno se fosse medievale, disse che la rima cuore-amore è la più consumata di tutte. Cioè uno del 1200-1300 dice che – appena dopo cento o duecento anni di letteratura forse si era già esaurita tutta la forza creatrice dell’amore. ( Mi ripropongo come obiettivo quello di guardare su internet, ma la verità è che non mi interessa e che non ho nemmeno voglia fare questa breve ricerca. In fondo, basterebbe scrivere la citazione storpiata su Google per ottenere non solo  l’espressione corretta, ma perfino un’esegesi completa dell’opera omnia del poeta da me dimenticato. Spero non sia nessuno di importante, altrimenti potrebbero revocarmi il titolo di studio.)  

Follia. Sono passati mille anni e qui ogni giorno ci impegniamo tutti a scrivere qualcosa sul fottuto amore, su questo fottuto cuore che ti fotte. Se ci pensiamo bene, proprio in questo momento in cui io sto scrivendo e nel momento in cui tu stai leggendo, c’è qualcuno che sta scrivendo su whatsapp, per mail, per forma epistolare – i più romantici-  qualche dolce parola amorosa. 

Le ragioni potrebbero essere le più disparate: riparare a un torto, festeggiare un anniversario, delle promesse di matrimonio da recitare nei giorni a seguire, un messaggio di scuse, oppure semplicemente una carineria sentimentale. Ogni giorno tutti noi sprechiamo e ci dedichiamo alla scrittura di temi amorosi. Come se una maestra universale ci imponesse e ci obbligasse a scrivere un tema quotidiano e la traccia fosse più o meno la stessa ogni giorno: “scrivete la vostra esperienza d’amore di questa giornata”

Pensiamo alla quantità di temi che la maestra universale si trova costretta a leggere “oggi sono felice perché mi ha detto che mi ama”; “oggi sono assai triste perché mi ha detto che non vuole più stare con me, vuole rompere”, dicono i più superficiali. I più intelligenti invece si dilettano nella scrittura di trattati sulla monogamia, sulle relazioni aperte, riflettono sul ruolo dell’amore, sul loro ruolo nella relazioni, alcuni si interrogano sul linguaggio capitalista applicato all’amore, altri ancora lasciano il foglio bianco perché non hanno fatto alcuna esperienza d’amore e non sanno proprio cosa scrivere, cosa dire alla maestra. Toccherà loro andare in classe e dire che il compito non l’hanno svolto. La maestra si arrabbierà, li rimprovererà e quest’ultimi oltre che senza amore, si trovano umiliati e non adatti alla vita. Svilupperanno un senso di colpa che farà credere loro di essere sbagliati e che non valgono abbastanza. Maledetta maestra, maledetto tema, maledetta istruzione che giudica e non educa. Fanculo la maestra che li giudica al posto di abbracciarli e permettergli di entrare in contatto con un’idea sbiadita di amore.

L’amore permea, esiste a ogni livello e ogni profondità. È invasivo esattamente come il tuo pensiero che si scontra ogni giorno con il mio spazio di creazione e conduce nella tua direzione. Un navigatore impazzito che ricalcola sempre il percorso e che modifica la meta a suo piacimento. 

 Dunque, non mi resta che ascoltare e trasformare l’idea di racconto. Seguire la strada non selezionata e vedere che sentiero mi attende, in fondo la meta la conosco, è il percorso la novità. 

Mi tocca cambiare tutto il mio impianto narrativo: nessun narratore esterno, nessuna focalizzazione interna e nessun personaggio che agisce e compie azioni. Tutta la storia dovrà coincidere con il pensiero. Quest’ultimo sarà portatore di movimento.

 Forse è una lettera che dovrei scrivere. Seguire i dettami del genere: un saluto affettato, una piccola captatio benevolentiae, il corpo centrale in cui esprimo le mie richieste, una conclusione, una forma di congedo. Infine, non mi resterebbe che aspettare una risposta. Dopo anni di conversazione epistolare forse potrei pensare di raccoglierle e sperare che qualche editore trovi interessanti le nostre dolci parole e pubblicarle. La verità è che dopo la mia morte un curatore qualunque le prenderebbe, ci farebbe un esegesi e sarebbe più interessato alle riflessioni contenute che alle intime parole a te dedicate, quando non capirebbe che l’intento non era ragionare ma amare. In fondo la critica non hai mai capito un cazzo. Ma qui sto vagando. Fantastico. Non mi conosce nessuno, delle nostre parole non fotte a nessuno, forse nemmeno a te; figuriamoci a un curatore futuro ipotetico. 

Il curatore allo stato attuale del tempo forse non è nemmeno ancora spermatozoo. Nella mia testa invece questo liquido seminale unito a un ovulo non solo è nato, ma si è già laureato e costruito una carriera accademica che ha dedicato a me e ai miei scritti. Certo che ne sparo di cazzate. 

Ma ecco che il navigatore è nuovamente impazzito ha cambiato la meta, e tu sei tornato, sei qui che incombi su di me. 

Torniamo alla lettera, a te e alle parole che voglio dedicarti, a quelle tue intrusioni che si insinuano come narrazioni oblique che necessitano di essere sviscerate. Stai forse aprendo pertugi da esplorare e dovrei smetterla di fare resistenza. Accolgo. 

Forse fatico perché mi vergogno. Proviamo. 

Caro, ecco, dunque, 

Avrei dovuto scrivere un racconto, una storia eppure mi trovo qui a tracciare una breve lettera d’amore, che stronzata catastrofica. 

In realtà vorrei essere con te. Farmi consumare dai tuoi baci. Ma che stronzata è il fatto che io ora non ti possa baciare? Che non possa stendermi su di te e leggerti una poesia? Che non possa sentire la tua lingua sul mio collo e che poi dal collo si sposta alla schiena? Che stronzata è che io non ti sia sopra con le mani che allargano il culo per sentirti ancora più in profondità. Io adesso desidero essere a gambe all’aria con te dentro che mi chiedi se ti piace, che velocizzi i movimenti per poi rallentarli come una forma di punizione per entrambi; però per poi darmi un premio, infilarmi nuovamente il cazzo nel culo, con una botta forte per farmi sentire che ci sei, che sei lì con me in quel preciso momento. E poi vorrei che ti avvicinassi al mio orecchio e che mi facessi sentire il tuo ansimare che è più eccitante di qualsiasi movimento. Mi basta vederti godere per venire senza nemmeno toccarmi.  Che razza di stronzata è il fatto che non possa sentire i peli del tuo pube bagnati che sbattono contro il mio corpo, creando il sottofondo perfetto al nostro momento di tenerezza. Che cretinata è il fatto che io non possa vedere i tuoi occhi verdi, così dolci e così tersi nell’incavo delle mie gambe quando mi lecchi con tanta voracità e passione il buco del culo, così da bagnarlo, inserire le dita e poi farti portatore del mio piacere. No, io non posso e in parte non voglio aspettare il prossimo incontro, penso costantemente a quando ci rincontreremo e a come il tempo si dilati quando stiamo insieme. Perché, vedi tesoro, io non so se scopo con te per parlare del tuo lavoro, del tuo disagio nascosto oppure se parlo con te per poi scopare e lì in quei gesti vedere la gentilezza, i malcontenti, i disagi e la tenerezza che emerge quando parliamo. Che poi quando scopiamo si vede anche la tua intelligenza, si vede tutto. 

Io so e tu sai, solo che taciamo. 

Forse, la verità, è che – caro, vorrei entrambe le cose, tutte e due nello stesso momento. 

Quando parli infatti penso a quando scoperemo: il mio cazzo si indurisce con il procedere della tua voce e con l’incalzare dei tuoi discorsi; eppure quando scopiamo aspetto con trepidante ansia il momento in cui ti racconterai. Quando arriva quel momento in cui sbuffi, in cui hai gli occhi semi aperti ed esclami sussurrando mamma mia, come se io non potessi sentirti; tuttavia in me quel flebile sussurro assume i toni di un grido, di un urlo festante, di quelli che fanno i ragazzini sui cigli del burrone per sentire la eco della loro voce tornare indietro. 

Anzi, caro, forse scopiamo e parliamo per dormire insieme, per quella notte di tenerezza che ci attende, quelle coccole e quel romanticismo che solo quel sesso – fatto di dita nel culo, di grugniti, di schiaffi di colpi di respiri – permette. 

Ma quanto è stupido che io sia qui a scriverti una lettera in attesa di una tua risposta che spero non sia “un dobbiamo calmarci”.

Una parte di me vorrebbe incontrarti fino a stufarmi di te, ed è un’ipotesi plausibile, ma non mi importerebbe perché nell’incontro tra esseri umani, tra amanti la fine è un elemento da contemplare, così come la morte per la vita. 

In questo equilibrio fatto di paura di soffrire e tensione per la libertà, ti prego di non chiedermi di essere razionale. Non riesco a pensare ad altro se non all’averti qui. Anche perché averti qui, come avrai intuito, almeno spero, non è solo legata a una questione di sesso, ma è strettamente connessa al tuo intelletto gentile. 

Che poi amore mio, adesso mentre scrivo mi rendo conto che sono innamorato follemente, ma lo sapevo anche prima di mettermi qui a scrivere. Lo so da quando ho iniziato a sentire il profumo in tua assenza. Quando non ci sei, quando non sei vicino a me a riempirmi di baci e chiacchiere io ti sento, ti percepisco. Sento tra la folla in strada il tuo odore, allora mi giro alla ricerca del tuo viso fulgente e non ti trovo, non lo riconosco in quelle facce spente che camminano al mio fianco. Mi arresto e cerco, e la gente mi travolge, e mi spinge e sbuffa. Ma loro non sanno che io ti ho sentito, che ti sto cercando. 

Ma a me, tuttavia, non interessa. Loro potrebbero anche calpestarmi, io spero unicamente che in uno di quegli scontri, io possa inciampare in te, vederti e inebriarmi. 

È noto ai più, infatti,  che le persone piacciono anche in base al profumo che la loro pelle emana e  a come chimicamente i corpi che si relazionano interagiscono. Ecco, è chiaro, che il tuo odore non solo mi piace, ma mi eccita. 

Mi eccita a tal punto che il mio cervello ne ricrea le molecole e le percepisce, le vive nonostante la tua assenza. 

Bene, questo è per me la dimostrazione empirica dell’innamoramento. 

Oddio, quanto ti amo, ma mi vergogno soltanto a scriverlo, figuriamoci a dirtelo. Ci vuole una solidità maggiore per pronunciarti queste parole, non posso giustificartele con 

“sai, quando non ci sei e cammino per strada, quando la gente mi travolge e io sono assorto nei pensieri, io sento il profumo della tua pelle, quindi alzo lo sguardo e ti cerco tra i volti che mi circondano, ma non tu non ci sei, non ti trovo. Sai questo nel mio mondo ha un solo significato: che io ti amo, oppure ad un livello meno impegnativo che mi sono innamorato di te.” 

“Bene, tu sei pazzo.”- risponderesti tu e io non potrei fare altro che comprendere questa tua risposta sbrigativa a una mia follia argomentativa. 

Però voglio essere sincero, perché l’amore ha come argomento se stesso solo quando si poggia sull’autenticità. E la verità è che io ti percepisco anche quando non ci sei, quando sono solo ma anche quando sono in compagnia di amici, seduto a un tavolino a sorseggiare un calice di vino, e, repentinamente, sento il tuo profumo che -contrariamente a quanto tu affermi- io definirei speziato. 

Dunque, mi trovo a immaginare questa conversazione surreale in cui io dico di amarti giustificando il tutto con il profumo ricreato dal mio olfatto e in questo scenario tu sempre mi prendi per matto. La verità è che mi creo scenari in cui mi allontani per difendermi. Preventivamente mi creo una piccola sofferenza immaginifica così quando e se dovesse accadere posso dirmi: 

“te l’avevo detto che era una strozzata sta storia del profumo e che non può avere un valore universale solo perché tu – piccolo idiota idealista- vivi talmente sollevato da terra che sei in grado di sentire odori e profumi che non esistono”.

Tuttavia, devo ammettere che esiste anche uno scenario positivo in cui anche tu mi dici che senti il mio profumo, che mi vedi perfino nella folla, io come un’allucinazione visiva. 

Ti stropicci gli occhi, mi cerchi e ti rendi conto che la mia immagine è solo frutto del desiderio di vedermi.  

Infine, il profumo  è da associare al futuro che -come sostiene romanticamente Chiara Valerio- è il tempo del desiderio, di ciò che vorremmo accadesse. Il profumo è simbolo della speranza, della speranza di condivisione, della speranza di costruzione, del desiderio di amore che entrambi abbiamo di esserci per l’uno e per l’altro. È la neve sul mare. Il profumo è lo scambio biunivoco necessario alla connessione. Tu indossi il profumo affinché io lo senta. Il tuo profumo è l’effetto farfalla del nostro amore. Lo metti la mattina in Puglia affinché io possa sentirlo qui a Bologna. 

È meglio che mi fermi qui, che non continui perché tutto ciò spaventa te, ma sopratutto spaventa me. 

Ritorno a quel raconto fittizio. Non voglio assecondare un navigatore. Voglio scrivere un racconto  e quello scriverò. Riprendo M. 

M. cammina sotto la pioggia, i capelli bagnati e il telefono che vibra. M. estrae il telefono dalla tasca, lo sblocca, legge il messaggio. 

È un tuo messaggio: “sono qui, tu dove sei? Dove ti aspetto?”

La pioggia ha assunto il tuo profumo. 

Ecco, ci siamo di nuovo, non riesco a superarti, non voglio farlo. Spero di diventare quella pioggia perché lei in questo istante ha il privilegio di poterti toccare a differenza mia. Spero più di tutti di essere M. perché lui in questo istante ha un tuo messaggio al quale rispondere, io solo una fantasticheria che mi auguro si concretizzi al più presto.

Guardo il telefono, il mio, concreto, quello che esiste. 

Si illumina. Un tuo messaggio.

 “Che fai?”.

“Nulla, scrivo”, ti mento. 

Avrei dovuto rispondere:

 “Nulla, ti penso e ti registro”. 

Mirko Di Meo

Mirko Di Meo è nato nel 1996 nella provincia di Milano in una famiglia salentina. Studia Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano. Ha insegnato letteratura italiana in una scuola recupero anni. Dal 2021 vive a Bologna. Svolge la professione di educatore e si occupa di inclusione scolastica in un istituto d’arte di Modena. Nel 2022 pubblica con Dialoghi editore il suo esordio poetico Terre terse e fertili cieli. Nel 2023 pubblica sulla rivista la Tigre di carta «Comprami io sono in vendita»: Pubblicare è esporsi.